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I Naufraghi della Ricchezza

Huffington Post
16 07 2015

Le mani della miseria sono callose, spellate, gonfie, sottili, macchiate. Stringono lavori a chiamata: in estate una vanga, afferrano la terra, in inverno si scaldano come possono, nella sala d'aspetto di una stazione, dentro un bar mal frequentato dove nessuno fa caso a quanto sono ruvide e polverose. Le incontro spesso, le mani della miseria.

Le ultime che ho stretto sono state quelle di una vecchina di un'età che non so definire, con un'aureola di capelli azzurri a circondarle una faccia magra e attraversata da un delta di rughe, vestita di abiti consumati e puliti e con gli occhi nascosti da un paio di occhiali da vista tenuti insieme con del nastro da pacchi. Non chiedeva l'elemosina, non aveva un piattino e un cartello buono a muovere pietà strapazzando la fretta e la coscienza di chi nella vita ha qualcosa da fare e un posto dove andare.

Ciondolava un po' smarrita davanti a un supermercato affollato di braccia cariche di sacchetti. Se ne stava lì, con niente da fare e un piccolo paziente sorriso immobile che cercava di incrociarne altri. Ha incrociato il mio. Io sono una cacciatrice di sorrisi, li scovo, democraticamente, ovunque vada e non mi importa mai se accompagnano una faccia pulita o una sporca del peggio della vita.

Le ho risposto con l'allegria negli occhi, ai sorrisi si risponde così, e lei mi si è avvicinata piano piano, senza fretta, senza ansia. Mi voleva chiedere un soldino. Proprio così: un soldino. Ho armeggiato con i miei sacchetti e scandagliato nelle oscure profondità della mia borsa e ne ho tirato fuori una banconota. Un pezzetto di carta sgualcito quanto lei e che per me significava un pacchetto di sigarette, per lei un paio di pasti a basso costo. Non le ho detto niente, le ho solo appoggiato in mano quei pochi euro mantenendomi salda nel mio sorriso, decisamente più imbarazzato. Perché quelle mani in cui erano finiti i miei soldi erano sottili e macchiate e tremavano un po' stringendo quella povera banconota stropicciata.

Erano le mani di 4milioni di persone che vivono in Italia e non hanno i soldi per mangiare. Erano le mani di persone che provano a restare a galla in quell'Oceano di benessere di Suv e brillanti, di boutique senza saldi e mozzarelle scadute da un giorno gettate nel sacchetto dell'immondizia. Erano mani che schiaffeggiavano l'acqua di un Oceano che le inghiottiva ogni giorno un po' di più. Perché devi saper nuotare, oggi, devi avere buone braccia e ottime gambe. Se hai le pinne e la maschera è anche meglio.

Non ci sono scialuppe per i naufraghi del benessere. Devono improvvisarsi carpentieri e falegnami e costruirsi una zattera pregando che resista alle onde anomale sollevate dagli yacht. Non importa quanto abbiano saputo nuotare bene in passato, quando il mondo era un posto in cui sembrava ci fosse un salvagente per tutti. Non importa quanto abbiano lavorato quelle mani: quante frese abbiano avviato, quante camicie abbiano stirato, quante facce abbiano accarezzato. La vita è una roba di adesso. Il passato non conta.

La vita non si cura di quando quella vecchina coi capelli azzurri era una ragazza col caschetto scuro e le mani ferme di gioventù, una segretaria stacchettante nella cui camminata frettolosa si incantava Luciano Bianciardi. Non si cura di quando si era innamorata di un bel ragazzo che la portava a ballare e lei si sentiva la più fortunata tra le donne. Non si cura di quando ha messo al mondo i figli, li ha cresciuti e curati e lasciati andare per la loro strada.

La vita si cura appena della solitudine che costringe quella vecchia ragazza a sorridere in cerca di altri sorrisi disposti a mettere tra le sue mani rattrappite una moneta di ricchezza. La vita di una vecchia ragazza di oggi non vale che una pensione minima, rosicchiata a delle pensioni preziose toccate in sorte ad ex ragazzi ed ex ragazze che hanno conosciuto la fortuna da vicino. Sono tanti 4 milioni di persone che hanno le mani tese a chiedere aiuto: mani buone a lavorare, mani buone a stare appoggiate sui braccioli di una poltrona perché tanto hanno lavorato, mani secche e callose e sudicie e macchiate. Mani sono anche le mie e, mentre scrivo, osservo un unghia sbrecciata e non posso fare a meno di pensare che la fortuna della vita si vede dallo smalto.

Deborah Dirani

Avvenire
16 07 2015

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