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11 05 2015

Un sacco da boxe con indosso un perizoma di pizzo nero, accompagnato dalla frase "Da come tenersi in forma a come tenersi marito": è questa l'immagine della nuova pubblicità della casa editrice De Agostini accusata di essere sessista. Lo spot pubblicizza il nuovo sito Deabyday, che promette "tante soluzioni e consigli per la vita di tutti i giorni". Su Charge.org è stata avviata una petizione per chiedere, oltre all'imediata rimozione della pubblicità, anche le pubbliche scuse.

La raccolta firme è stata lanciata da Anna Maria Arlotta, che nel 2011 ha già creato una pagina Facebook, "La pubblicità sessista offende tutti", contro le rappresentazioni della donna oggetto in tv e nella pubblicità. "De Agostini Editore, chieda scusa alle donne! Non siamo nel 1950 e il sedere di una donna non è un sacco da boxe!", è stato scritto nella lettera che accompagna la petizione.

"Sulla vostra pagina Facebook - ha scritto Anna Maria Arlotta - donne e uomini allibiti stanno commentando la vostra pessima pubblicità. Vi chiediamo di ritirare immediatamente la vostra campagna e di chiedere scusa per la vostra pubblicità offensiva per tutti!".

Corriere della Sera
19 10 2014

di Francesca Zajczyk*

Ancora troppo spesso pubblicità e media tendono ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo ed offendendone la dignità. Talvolta, la diffusione di immagini umilianti o degradanti rischia di essere drammaticamente legata al tema della violenza di genere. Insieme alla sensibilità dell’opinione pubblica infastidita e offesa davanti a queste immagini, cresce l’esigenza di porre vere e proprie regole normative per limitare il fenomeno.

Per riflettere su quali possano essere le azioni normative da adottare ho chiamato a raccolta rappresentati del Parlamento europeo e italiano e delle associazioni dei Comuni per un convegno. Corpi in pubblicità: quali regole? Ci vedremo venerdì 24 ottobre a Palazzo Marino, dalle 9.30 alle 16 in una giornata aperta al pubblico e che per essere concreta abbiamo suddiviso in tre panel.

L’incontro è la naturale continuazione del convegno dello scorso anno Quando comunicazione fa rima con discriminazione? Che fa parte di un percorso che avviammo come Comune di Milano approvando la delibera Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna (28 giugno 2013).

Rispetto all’anno passato, l’ambito di riflessione si amplierà, non solo alle iniziative intraprese dalle Amministrazioni locali, ma anche al quadro europeo e nazionale.

L’esigenza di introdurre regole specifiche volte a promuovere un utilizzo rispettoso dell’immagine femminile è stata messa in luce, in primo luogo, dalle Istituzioni dell’Unione europea (Risoluzione del Parlamento europeo del 3 settembre 2008 Sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini e Risoluzione del 12 marzo 2013 Sull’eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione europea).

Nel primo panel, Tra legge e autodisciplina: voci dal Parlamento europeo, il dibattito è animato dalle parlamentari europee: Ines Ayala Sender(Partido Socialista Obrero Español – S&D), Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere
, Barbara Matera (FI – PPE), vice presidente Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Alessia Mosca (PD – S&D), Commissione Commercio Internazionale, Patrizia Toia (Capodelegazione PD), vice presidente Commissione Industria, Ricerca Energia. Si concentra su alcuni interrogativi di fondo.
Qual è la strada indicata dall’Unione per risolvere il problema della pubblicità sessista? Quali sono gli strumenti più efficaci per limitare tale fenomeno?

Per rispondere a tale quesito ragioneremo sui risultati di un recente studio del Parlamento europeo che, fornendo una panoramica degli atti normativi esistenti nei 27 Stati membri (codici di autodisciplina – leggi specifiche – norme in leggi che regolano il settore delle pubblicità – norme in leggi per le pari opportunità), mette in luce vantaggi e debolezze delle diverse scelte adottate.

Nel nostro Paese, non esistendo ancora una legge specifica in materia, ha assunto un ruolo fondamentale nel contrasto alla pubblicità sessista l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria . Tenendo conto di queste premesse, il secondo panel gravita su una domanda: Tra legge e autodisciplina: quali regole per l’Italia? La voce passa a rappresentanti del Parlamento italiano: Fabrizia Giuliani – Deputata (PD) Commissione Giustizia, 
Barbara Pollastrini – Deputata (PD) Commissione Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni, 
Lia Quartapelle – Deputata (PD) Segretario Commissione Affari Esteri e Comunitari
, Walter Verini – Deputato (PD) Commissione Giustizia – Capogruppo PD, 
Elisabetta Mina – Vicepresidente Comitato di Controllo IAP, 
Marilisa D’Amico e Benedetta Liberali – Giuriste (Università Statale di Milano).
Si cercherà di individuare quale sia la via più adeguata (o forse più realistica) per risolvere il problema della pubblicità offensiva anche a livello nazionale. È necessario o opportuno intervenire per via legislativa oppure è sufficiente rafforzare i poteri degli organi di controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria?

L’ultima parte del convegno, I Comuni e la pubblicità sessista: a che punto siamo?, si concentrerà sulle iniziative intraprese dalle Amministrazioni, anche con l’obiettivo di individuare gli strumenti che, una volta adottati a livello nazionale, possano determinare effetti concreti nei territori cittadini e metropolitani. Al panel intervengono: Alessia De Paulis – Delegata Pari Opportunità ANCI, 
Angela Fioroni – Segreteria Lega delle Autonomie Locali Lombardia
, Silvia Giannini – Vicesindaca del Comune di Bologna
 Rappresentante del Comune di Catania, 
Tiziana Scalco – Segreteria Camera del Lavoro di Milano, 
Daniela Brancati – Presidente Premio Immagini Amiche – UDI
. E 
 Giovanna Martelli, Deputata (PD) Consigliere del Presidente del Consiglio in materia di Pari Opportunità

Sempre più forte è la convinzione che le iniziative a livello locale, debbano essere accompagnate da un’adeguata disciplina a livello nazionale ed europeo. Grazie alle idee e alle riflessioni che raccoglieremo il 24 di Ottobre, ci auguriamo di riaprire il dibattito anche a livello nazionale e di trovare una soluzione normativa al problema della pubblicità sessista. E’ una richiesta che proviene direttamente dall’Unione europea e non può rimanere ancora a lungo inascoltata.

 

Corriere della Sera
19 02 2014

Mi sono rifiutato di indossare all'inizio della mia nuova vita, con la persona che amo, un abito che rappresentava il peggio del maschilismo

di Corinna De Cesare

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Francesco, un lettore che ha voluto raccontarci la sua storia.

Sono un ventiseienne e fra una manciata di mesi mi sposo. Vengo dalle Marche, e proprio nell’entroterra marchigiano sono andato a cercare un posto che mi confezionasse l’abito per questo giorno speciale. Grazie a un diffuso passaparola, mi sono rivolto a una sartoria che rappresenta per me la tipica attività artigianal-industriale dell’Italia di provincia che riesce ad affermarsi in Italia e nel Mondo. E che annovera oggi fra i suoi clienti numerosi vip.

Qualche settimana fa quindi mi sono rivolto a loro per il mio abito da sposo e, accolto dal titolare in persona, mi sono fatto prendere le misure per confezionare il mio vestito. Procedeva tutto per il meglio, poi all’improvviso, vengo a scoprire grazie a Facebook di una campagna pubblicitaria di questa sartoria per le strade della provincia di Ancona.

Una campagna che riutilizza una (discussa) foto di tale Tom Ford e che ritrae una coppia: lui vestito di tutto punto con giacca e papillon che aspetta di indossare i pantaloni eleganti. Pantaloni che la sua compagna, tutta nuda, sta stirando munita di asse e ferro da stiro.

La prima reazione è stata di incredulità e stupore: così tanti sterotipi riassunti in una sola foto, cosi tanta arroganza, superficialità e strafottenza non le avevo forse mai viste.

Nei giornali locali e sui social si è alzato subito il polverone, al quale il titolare ha risposto, secondo il mio parere, con argomentazioni degne del classico “la toppa peggio del buco”. Mi sono ritrovato in una situazione seccante e spiacevole: essere vincolato oramai ad indossare nel giorno del mio matrimonio, all’inizio della mia nuova vita con la persona che amo, un abito che di fatto rappresentava il peggio del maschilismo e della pochezza di una certa visione del mondo evidentemente ancora molto e profondamente radicata in tanta parte della nostra società.

So che scriverlo alla vostra redazione non cambierà niente, ma ritengo che questa storia meriti di superare i recinti della cronaca di provincia.

P.s. Alla fine ho disdetto la mia prenotazione in rispetto della mia ragazza e di tutte le donne

Corriere della Sera
30 09 2013

Alla piccola famiglia degli anni 80 bastava il mulino per risuonare nei cuori degli italiani. Alla attuale famiglia liquida, frammentata, ricomposta occorrerà rispondere con narrazioni adeguate, capaci di coglierne il senso profondo

di Monica Fabris*

Le affermazioni di Guido Barilla e le conseguenti reazioni dell’opinione pubblica rappresentano un evento degno della massima attenzione. Cominciamo a vedere la punta di un iceberg destinato a travolgerci. Molto presto manager e imprenditori si renderanno conto di aver assunto un posizionamento nella società del tutto diverso rispetto al passato. Non più chiamati a rispondere soltanto sul terreno dei risultati economici e delle loro implicazioni in termini di ambiente, posti di lavoro, impatto sul settore, sono individuati come attori sociali in senso proprio e interlocutori diretti dei loro consumatori, sempre più cittadini consumatori.  L’aumento della sensibilità politica diffusa, destinata a rivoluzionare le modalità di partecipazione, trova in questa nuova attenzione alle aziende come emittenti di “pensieri aziendali” (come li definisce oggi Luca Barilla), un canale fondamentale.  

Una svolta annunciata da lontano e ben descritto nel lungimirante Societing scritto da mio padre Giampaolo Fabris nel 2000 e oggi più che mai attuale. Guido conosce bene questi temi e il ruolo culturale assunto dalla sua azienda. Mulino Bianco nasce per rispondere a un bisogno di calore e di sogno da parte di una famiglia nucleare, ridotta al numero minimo di componenti, sradicata dalle sue reti parentali. Ma se alla piccola famiglia degli anni 80 bastava il mulino per risuonare nei cuori degli italiani, alla attuale famiglia liquida, frammentata, ricomposta occorrerà rispondere con narrazioni adeguate, capaci di coglierne il senso profondo.  
Le famiglie gay acquistano per questo un significato simbolico decisivo, in quanto portatrici di un nuovo progetto di vita, sempre più aderente all’imperativo dell’autenticità e sempre meno incline alle seduzioni della retorica. Sono questi fenomeni, più di uno – dall’aumento dell’impegno politico, al nuovo ruolo sociale dell’impresa, alla rivoluzione dell’assetto e delle logiche stesse del tessuto famigliare – a giustificare l’eco e la reazioni di questi giorni.  
Usciamo dunque dalla polemica mettiamoci a studiare meglio le questioni in gioco,  come dice Guido Barilla stesso, abbiamo tutti molto da imparare e non solo riguardo alla famiglia.  
L’azienda d’altra parte  dovrà interrogarsi più profondamente sul senso e la missione del suo agire, anche a partire dallo stesso calo dei consumi di pasta, non accontentandosi di semplicistiche spiegazioni legate alla crisi. Responsabili della promozione del nostro prodotto bandiera, non possiamo ignorarne le valenze simboliche e l’intrinseco legame con il vissuto proprio di quelle nuove famiglie di cui veniamo a parlare oggi. Sono temi interconnessi che andranno affrontati insieme all’interno di un progetto culturale e sociale di più ampio respiro.

Il Fatto Quotidiano
07 07 2013

Paola Manfroni, art director dell'agenzia Marimo e vicepresidente dell'Adci, l'Art director club Italia: "C’è anche un problema di utilizzo umiliante del genere femminile, che preferirei allargare al genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi"

di Piero Ricca

“I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse”. Paola Manfroni, art director dell’agenzia Marimo e vicepresidente dell’Adci, l’Art director club Italia, commenta “l’utilizzo umiliante” che si fa dell’immagine delle donne nella pubblicità.

C’è un problema di utilizzo umiliante della donna in pubblicità, secondo lei?
C’è anche un problema di utilizzo umiliante della donna, che preferirei definire utilizzo umiliante del genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi.

La presidente della Camera Laura Boldrini ha sollevato la questione dichiarando recentemente che “serve porre dei limiti all’uso del corpo della donna nella comunicazione”. E’ reale questo rischio di passare “dall’oggettivazione dei corpi alla violenza”?
Questo sillogismo mi lascia perplessa. I libri di storia sono purtroppo intrisi di violenza, di genere e non, da molto prima che esistessero la pubblicità e i media di massa. Nondimeno approvo totalmente e istintivamente il tentativo della presidente Boldrini di chiamarci tutti a riflettere su fenomeni nuovi di portata universale, i cui effetti non sono studiati: è come se avessimo immesso sul mercato cibi artificiali senza alcuna sperimentazione. I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno riguardo alle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa ad immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse. La violenza visiva e verbale dei social network è molto più spaventosa, per non parlare dell’esplosione dell’accesso alla pornografia, che alcuni studiosi cominciano a derubricare da manifestazione di liberazione sessuale a fenomeno con ricadute pesanti sull’evoluzione sentimentale e sessuale degli adolescenti e sulla vita sessuale degli adulti: non si parla di moralismo, ma di impoverimento dell’esperienza umana, fino a provocare danni esistenziali. In questo ambito credo molto nelle azioni preventive e positive di contrasto e pochissimo nella repressione successiva: quando si è consumata la lapidazione digitale di una ragazzina in rete a poco serve punire i responsabili, peraltro già ora rintracciabili e perseguibili.

Davvero secondo lei l’Italia rappresenta un’eccezione nel panorama europeo?
La diversità della nostra pubblicità dal resto d’Europa è un dato di fatto. Ma quella parte di pubblicità sessista nasce fuori dai percorsi professionali sani, mentre ha principalmente due sorgenti: quella della marginalità amatoriale, piccole aziende che cercano di farsi notare sdraiando la cugina belloccia mezza nuda sulle piastrelle di loro produzione, e quella della malaimpresa italiana, manager impreparati selezionati solo per catene di fedeltà alla cordata, che rafforzano i loro legami da spogliatoio condividendo starlettes e mazzette: questo non influenza solo la qualità dei messaggi, ma anche e molto la carriera delle donne all’interno di queste cordate. La responsabilità delle multinazionali è decisamente minore, almeno in questo campo, si muovono all’interno di processi standardizzati globalmente, e a volte ci portano anche aperture che non ci sogneremmo (al mondo gay, alle razze, alla bellezza non stereotipata).

Anche l’intrattenimento televisivo propone spesso un certo modello di donna. Secondo lei fa parte di un’estetica ormai accettata dal pubblico o rappresenta un modello da superare?
La natura umana si abitua a tutto. Ma questo modello sarà presto sepolto, e non è detto che il prossimo sarà migliore, se non ci mettiamo al lavoro con immaginazione e buona volontà.

Il continuo uso della donna in pubblicità per alcuni è una scorciatoria di facile presa che alla lunga rischia di annoiare. Secondo lei come reagisce il pubblico a queste campagne?
Non ho dati, perché in 25 anni di attività non mi è mai capitato di dover usare un corpo femminile strumentalmente. Dal momento che ho lavorato per un’agenzia internazionale con un centinaio di brand in portfolio, tutte aziende aggressive in cerca di risultati reali, sono abbastanza sicura di poter trarre una conclusione: c’è sempre un modo più professionale di raggiungere i risultati, l’uso oggettivante del corpo della donna è solo la scorciatoia degli “untalented” – parola di cui non esiste traduzione in italiano, e non è un caso. Questo è anche il senso del mio impegno con l’Art directors club italiano: da 27 anni selezioniamo e premiamo la migliore comunicazione italiana, in coerenza con le linee del manifesto deontologico che sottoscriviamo e in dialogo con le principali manifestazioni europee e mondiali. Conosco le centinaia di campagne premiate, e conosco personalmente gran parte degli autori che in questo quarto di secolo hanno prodotto comunicazione in modo professionale. Non ricordo un solo annuncio selezionato che definirei “sessista” né per l’oggettivizzazione del corpo femminile né per l’uso scorretto di stereotipi. Dove c’è eccellenza e merito, non c’è bisogno di censure.

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