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Comincia la strage degli ulivi

  • Martedì, 14 Aprile 2015 08:36 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
14 04 2015

Nelle campagne di Oria, comune della provincia di Brindisi, sono cominciati i primi abbattimenti degli ulivi infettati. La notizia si è diffusa domenica pomeriggio tra cittadini, contadini e associazioni che da settimane protestano contro la scelta del governo e del commissario Giuseppe Silletti. Altri abbattimenti sarebbero in programma martedì 14 a Veglie, provincia di Lecce. “Il governo avrebbe potuto approfittare dell’apertura della Commissione europea e di Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare - spiega Antonia Battaglia di Peacelink – creata da Peacelink per approfondire la ricerca e studiare la cura che viene messa in atto con successo. Ma così non è stato… Mentre continuiamo a lavorare, attendiamo il nuovo parere Efsa del 17 aprile. Abbiamo convinto l’Europa ma l’Italia deve ascoltarci!”.

Di certo, ovunque la protesta contro gli abbattimenti sarà essere enorme, creativa quanto determinata. “Non si torna indietro da ulivi abbattuti e da un terreno avvelenato. Dal basso li faremo tremare”, si legge in molti post dedicati alla straordinaria prosta.

Alla resistenza del “popolo degli ulivi” è dedicata questa pagina in continuo aggiornamento.

Ore 14.30 Hanno cominciato a tagliare… Ecco cosa resta di un ulivo centenario… (video fonte Lo Strillone)

Ore 13.55 Bloccato il passaggio dei mezzi. Intanto secondo alcuni media il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica dovrebbe mandare nei campi agenti

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Ore 13. I manifestanti si attrezzano per l’ora di pranzo con pane e olio di oliva locale e bio, formaggio e vino. La giornata non è terminata.

Ore 12, 20 Disposta l’identificazione di tutti i manifestanti. Sarà un’operazione piuttosto lunga… (fonte Oria.info).

ORE 11.50 Queste le prime foto diffuse sulla protesta in corso lunedì mattina a Oria. Al momento grazie all’azione di un centinaio di cittadini e contadini sono state bloccate le ruspe. Sul posto sono presenti uomini della forestale e dell’Arif (Agenzia Regionale per le attività Irrigue e Forestali) e numerosi carabinieri.

Cronache di ordinario razzismo
03 09 2014

Offese e intimidazioni. Poi spintoni e calci. E’ un crescendo di violenza quello che sabato scorso, 30 agosto, colpisce B.B., un 24enne del Gambia residente a Corato, in provincia di Bari. Recatosi intorno all’una di notte a un distributore automatico di via Roma, nel centro storico del paese, il giovane viene prima aggredito verbalmente da un gruppo di persone, poi buttato a terra e preso a calci. Riuscito a rialzarsi, il ragazzo fugge verso la locale stazione dei carabinieri, al cui citofono, dopo le 22.00, risponde il Comando di Trani. Che, stando alle dichiarazioni del giovane, gli dice di aspettare, lasciandolo però privo di una risposta. Per questo, sempre secondo le parole di B.B., il ragazzo decide di rincasare. Sulla strada del ritorno viene nuovamente inseguito dai suoi aggressori, che lo raggiungono con calci e pugni. Il ragazzo fugge di nuovo verso la caserma: a questo punto i militari raccolgono le prime dichiarazioni e gli mostrano alcune foto segnaletiche.
Intanto, un gruppo di persone armate di sassi e bastoni corre verso l’appartamento dove il giovane vive con altri ragazzi africani, una struttura del Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) promosso dal Ministero dell’Interno. E inizia il lancio di pietre e tubi di metallo, con cui vengono sfondate due finestre. Sollecitati dalle telefonate di vicini e testimoni, due unità di carabinieri arrivano sul posto e mettono fine all’aggressione, tra l’altro sottraendo alla violenza la vittima dell’aggressione, che nel frattempo aveva tentato nuovamente di tornare a casa.

Sono diversi i punti da chiarire all’interno di questa incredibile vicenda. Secondo un testimone, intorno all’una e trenta di notte i carabinieri avrebbero fatto un primo sopralluogo in piazza Abbazia, dove si trova la struttura Sprar in cui vivono i richiedenti asilo, senza però scendere dall’auto di servizio. “Avevo chiesto loro di fermarsi perché la situazione è fuori controllo, ma sono andati via”, dichiara l’uomo al quotidiano locale Coratolive.it. Sarà inoltre importante capire il comportamento assunto dei carabinieri davanti alla richiesta di aiuto di B.B.
Una volta arrivato in ospedale, inoltre, il giovane viene visitato dai medici, che nel referto parlano di “escoriazioni multiple e trauma cranico”, stabilendo una prognosi di 15 giorni. Nonostante le condizioni, il giovane viene fatto tornare a casa da solo, a piedi, per poi presentarsi di nuovo nella struttura ospedaliera dopo due giorni, lamentando forti dolori al torace e capogiri: la prognosi viene allungata di 5 giorni, e vengono prescritti ulteriori accertamenti.

Ad oggi, sono sei le persone fermate dai carabinieri: una donna e cinque uomini sotto i 22 anni – tra cui un ragazzo di 17 anni -, tutti coratini. Risultano indagati per concorso in danneggiamento e lesioni aggravate.

Ma questo atto di violenza nasconde altro dietro di sé, come dichiarato dalle stesse vittime, arrivate circa un anno fa nel paese pugliese: i rifugiati denunciano un clima di intolleranza e tensione constanti con le persone che abitano e frequentano il centro storico, che li accuserebbero di togliere soldi e lavoro agli “autoctoni”. Fa loro eco la Caritas cittadina, che parla di “un gravissimo atto di razzismo indicatore di un clima di intolleranza, pregiudizio e disinformazione diffuso in città”. Un episodio che “impone che tutti, istituzioni, forze politiche, sindacali, chiese, associazioni, studenti, insegnanti e cittadini, facciano una seria riflessione su quale livello molto alto di degrado sociale e culturale si sia ormai raggiunto”, come scrive il responsabile Caritas Corrado De Benedittis. La Caritas punta il dito anche contro la gestione dello Sprar, “molto discutibile sin dall’inizio perché ha creato, soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione, un impatto molto forte che si è tradotto in un crescendo di risentimento e intolleranza”. Secondo la Caritas, infatti, la scelta di usare come struttura Sprar uno stabile situato in largo Abbazia è “insensata. Largo Abbazia è da decenni una zona critica in cui si concentrano molteplici forme di disagio e criticità sociali”.
Sono molte le problematiche sollevate dalla Caritas: “Nessuna amministrazione, finora, ha mai pensato a un programma di informazione, idoneo a tutte le fasce sociali, sul valore e sull’importanza dell’immigrazione”. Quella di De Benedittis è’ anche un’autocritica: “Le nostre manifestazioni parlano un linguaggio troppo borghese che non raggiunge la sensibilità di tanti concittadini”. Ma è in primo luogo la risposta sociale quella che manca: “Innanzitutto, affrontare il problema della casa che assilla tanti concittadini, indistintamente, immigrati e no; il problema dello sfruttamento nel lavoro comune a molti immigrati e no. Insomma, serve una risposta nel segno della restituzione di dignità a tanti concittadini e concittadine, immigrati e no”.

Le mancanze presenti a Corato si rispecchiano in tutto il territorio nazionale: come sottolineato più volte da diverse associazioni che si occupano di diritti umani, non è creando soluzioni temporanee e ad hoc per gruppi sociali diversi che si va nella direzione giusta. La progressiva destrutturazione del welfare, associata a una situazione di crisi economica e occupazionale che colpisce moltissimi italiani, è terreno fertile per una guerra tra poveri, fomentata spesso da alcuni media mainstream e protagonisti politici che ripropongono spesso la contrapposizione italiani/stranieri, noi/loro, dimenticando che i diritti sono tali proprio perchè sono per tutti e tutte, altrimenti sono privilegi.

A livello locale, una prima importante risposta c’è stata: un gruppo di persone ha dato vita al Car, il gruppo Corato Against Racism, nato su Facebook per poi darsi un appuntamento reale in piazza Di Vagno, con l’intento di creare momenti di sensibilizzazione e confronto. Il primo è previsto per sabato 6 settembre: “Una manifestazione condivisa per la bonifica dell’intera area di largo Abbazia dai sassi che diventano armi improprie. Ogni pietra sarà un pezzo di intolleranza/ignoranza che butteremo via dalla nostra città”, si legge sulla pagina facebook del comitato, che va oltre e afferma: “L’episodio di sabato notte è solo la punta dell’iceberg di un clima di recrudescenza di razzismo e disagio sociale, che spinge a trovare nell’immigrato il capro espiatorio di una condizione di sfruttamento e impoverimento che ha ben altri responsabili. Le politiche migratorie perseguite da centrodestra e centrosinistra coerenti nel realizzare il medesimo disegno di segregazione, criminalizzazione, sfruttamento del lavoro migrante sono l’humus politico istituzionale in cui fermenta l’odio e la violenza, tristi protagoniste di questi giorni. Car condanna pertanto senza ambiguità l’accoglienza securitaria degli ultimi vent’anni. Nello specifico Car intende capire come funziona il progetto Sprar a Corato, chiedendo un confronto immediato con le istituzioni e gli enti attuatori riguardo gli interventi posti in essere. Accoglienza non vuol dire segregazione urbana, interventi educativi approssimativi, assenza di percorsi di inserimento socio-lavorativi”.

Alla richiesta del Comitato è seguito un immediato incontro, che ha avuto luogo proprio oggi, con l’amministrazione comunale e i referenti dell’Arci territoriale, responsabili del progetto Sprar attivo nella cittadina pugliese. Un primo momento di condivisione utile a creare un percorso comune di informazione e conoscenza: “A partire dalla manifestazione di sabato, Car si propone di apprendere e insieme divulgare alla cittadinanza, nel dettaglio, obiettivi e metodi del progetto Sprar. A tal proposito siamo felici che l’ente attuatore abbia accolto il nostro invito e sarà presente alla manifestazione con materiale informativo. Car intende capire quali sono i vincoli a cui l’ente territoriale deve sottostare e in che modo all’interno di questi vincoli le realtà cittadine possono collaborare al fine di garantire una completa integrazione dei rifugiati nel tessuto coratino”.

Lotta al caporalato. La Regione Puglia ci prova

  • Martedì, 15 Luglio 2014 08:25 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Ella Baffoni, Zeroviolenza
15 luglio 2014

Il primo campo, località Fortore, è già pronto. Mercoledì, annunciano i volantini affissi al Ghetto di Rignano (vedi le foto), chi vuole potrà trasferirsi lì. Troverà  le grandi tende azzurre della Protezione civile, una cucina autogestita, docce e bagni.

MicroMega
02 04 2014

di Antonia Battaglia

Nelle ultime settimane in Europa si sente parlare con sempre maggiore insistenza dell’interesse del gruppo Arcelor-Mittal per l’ILVA. Si vocifera di contatti e trattative in corso. Se la notizia dovesse essere vera, segnerebbe l’inizio di un periodo di grande incertezza per Taranto.

Il gruppo che fa capo a Lakshmi Mittal, industriale indiano leader internazionale della siderurgia, ha assorbito nel 2006, dopo una violenta battaglia in borsa, il gruppo lussemburgo-francese Arcelor, fino a quel momento il più grande produttore di acciaio al mondo. Nato nel 2002 dalla fusione della lussemburghese Arbed, della francese Usinor e della spagnola Aceralia, Arcelor aveva la sede sociale in Lussemburgo e numerosi stabilimenti in oltre sessanta paesi per un totale di 98.000 dipendenti.

Arcelor si difese strenuamente contro l’aggressiva OPA (offerta pubblica di acquisto) lanciata in borsa da Mittal: a fine febbraio 2006 le quotazioni in borsa dei due gruppi arrivarono ad equivalersi e Mittal riuscì ad assorbire Arcelor per un valore di 28,6 miliardi di euro.

Le promesse fatte da Mittal al momento dell’acquisto del gruppo durarono ben poco, infatti a qualche mese dalla fusione cominciò a delinearsi chiaramente quella che era la strategia di politica industriale del gruppo: chiudere gli stabilimenti in Europa per fermare la concorrenza e acquisire gli ordini di Arcelor, facendo produrre l’acciaio in paesi terzi.

Cominciarono anni di lotte tra il gruppo, i governi lussemburghese e francese ed i sindacati: Mittal fu definito da un ministro della repubblica francese come un «bugiardo senza limiti» che sapeva bene, al momento del lancio dell’OPA, quali sarebbero state le politiche da portare avanti in Europa. Nel 2003, infatti, Arcelor aveva cominciato a contrattare con le parti sociali un piano di ristrutturazione di sei impianti in Europa e la cessazione di alcune attività. Nel 2006, Mittal firmò l’acquisto impegnandosi a non chiudere gli altoforni di Liegi (Belgio) e Florange (Francia), ma di metterli a norma immediatamente per rinforzarne la competitività e assicurare l’ambientalizzazione. La posta in gioco era molto alta, perché gli stabilimenti della Lorena fornivano l’acciaio alle case automobilistiche BMW e Mercedes.

Ma non avvenne nulla di quanto stabilito e nel 2009 lo stabilimento di Grandrange (Francia) chiuse senza mai aver beneficiato di quel piano che Mittal aveva promesso allo stato francese. A Florange gli impianti continuarono a lavorare in condizioni di assoluta vetustà senza nessuna messa a norma né investimenti precedentemente stipulati. Fino a quando il gruppo non cominciò a delocalizzare la produzione, per produrre gli ordini di acciaio acquisiti da Arcelor in paesi terzi. Nell’Aprile del 2013, gli altoforni di Florange chiusero definitivamente lasciando il dramma della disoccupazione e delle bonifiche nelle mani del governo francese.

La politica aggressiva e incurante del diritto al lavoro e alla salute é stata una costante delle azioni del gruppo Mittal. Buona parte degli stabilimenti sono stati acquistati al solo fine di distruggere la concorrenza europea, acquisire i contratti per poi lasciare gli impianti abbandonati. La situazione del gruppo Mittal oggi appare alquanto incerta, con un debito di circa 20 miliardi di euro (più che la sua capitalizzazione in borsa) e un rating degradato da Moody’s. Mittal ha registrato negli ultimi anni forti perdite di bilancio.

Consegnare Taranto in mano al gruppo Arcelor Mittal vorrebbe dire la fine della città. La sola ragione per la quale un imprenditore spregiudicato come Mittal potrebbe accollarsi uno stabilimento obsoleto e al centro di una questione giudiziaria come l’ILVA di Taranto sarebbe il voler acquisire le commesse ILVA e chiudere, così come ha fatto nel resto d’Europa, senza bonifiche e senza alcun reimpiego degli operai. Assicurarsi i contratti e gli ordini per delocalizzare la produzione e chiudere dopo qualche anno, é stato semplicemente ciò che Mittal ha realizzato negli altri paesi europei, dove nella maggior parte dei casi non sono stati rispettati dal gruppo né gli accordi sindacali né quelli relativi all’ambiente.

A Marcinelle, in Belgio, dove anche la Riva Thy Marcinelle di Emilio Riva ha dovuto mettersi a norma per non perdere il diritto a produrre, Mittal é rimasto l’unico produttore a non aver ancora realizzato nessuno degli investimenti necessari all’abbattimento delle emissioni nocive.

Il governo italiano potrebbe disfarsi velocemente del problema ILVA e della sua urgente messa a norma, ma il dramma che coinvolgerebbe Taranto, i suoi operai e la popolazione ricadrebbe comunque sullo stato italiano e ci si stupisce che le conseguenze di una azione di questa portata non risultino evidenti. Rimane da verificare quale sarebbe il ruolo che potrebbe avere il gruppo lussemburghese Paul Wurth, già presente a Taranto perché incaricato di diversi progetti all’interno dello stabilimento di Taranto (depolverazione del campo di colata, copertura dei parchi minerali e altri): Paul Wurth conosce bene Taranto visto che é un fornitore di servizi e di parti di ricambio da diversi anni. Si é parlato spesso di contatti molto frequenti tra il gruppo Riva e il gruppo Wurth, che potrebbe essere addirittura incaricato (sulla carta) di realizzare le bonifiche interne allo stabilimento.

Ci si augura che il governo italiano non stia davvero considerando l’opzione Arcelor Mittal come exit strategy da Taranto (e non PER Taranto). Sarebbe l’inizio di un’era di difficoltà di portata ancora maggiore per la città, per i lavoratori e per la popolazione.

"Irregolarità sistemiche nella gestione dei fondi europei", la Corte Ue taglia 80 milioni di euro alla Regione Puglia

di Antonia Battaglia

Il Tribunale dell’Unione Europa ha confermato, il 28 marzo scorso, che il contributo finanziario del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) per la Regione Puglia dovrà esser ridotto di quasi 80 milioni di euro a causa delle carenze di cui le autorità italiane (la Regione) hanno dato prova nella gestione e nel controllo dei fondi europei, carenze tali da condurre ad «irregolarità sistemiche».

Nel 1999, l’Italia aveva presentato alla Commissione europea un programma operativo che é stato approvato nel 2000 e per il quale sono stati stanziati dall’Europa 1,72 miliardi di euro. Una volta erogati i fondi, la Commissione ha effettuato due controlli nel 2007: uno sui sistemi di gestione e di controlli sull’amministrazione dei fondi; ed uno sul piano d’azione adottato per rimediare appunto alle carenze riscontrate nel primo controllo del 2007.

La Commissione ha pertanto sospeso i pagamenti e fissato al 2009 la nuova data per una audit, concedendo quindi alla Regione Puglia ben due anni per apportare le rettifiche necessarie ed ovviare alle irregolarità contestate. Ma il controllo del 2009 ha confermato che i requisiti indicati nel 2007 non erano stati rispettati e che le irregolarità riguardavano anche il funzionamento dell’autorità di pagamento.

A fine 2009, il contributo per la Regione Puglia é stato pertanto ridotto del 10%, ovvero di una somma di quasi 80 milioni di euro. L’Italia ha presentato un ricorso, respinto perché la Commissione ha dimostrato l’esistenza di una violazione delle norme che disciplinano i fondi strutturali, la persistenza di diverse irregolarità sui controlli e sulla ammissibilità delle spese effettuate nell’ambito della gestione dei fondi.

La sentenza del Tribunale emessa il 28 marzo ha sottolineato anche la mancanza di personale nelle strutture di pagamento, i ritardi, l’aggiornamento poco efficiente dei monitoraggi e delle verifiche: la Regione Puglia non ha segnalato diverse irregolarità ai controllori nazionali.

Inoltre, anche dopo i controlli, le autorità italiane non hanno confutato quanto la Commissione aveva constatato; pertanto la Commissione ha reputato che le insufficienze constatate rimettevano in discussione l’insieme del progetto legato alla concessione dei fondi e che quindi i fondi gestiti in modo irregolare rappresentassero un rischio di perdita per il bilancio dell’Unione. Il ricorso presentato dall’Italia é stato quindi respinto.

Il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha dichiarato ieri che la sentenza del Tribunale fotografa una situazione del passato, relativa ai controlli del POR Puglia 2000-2006 e quindi ereditata dalla amministrazione Fitto: affare chiuso e risolto tempestivamente. Vendola ha aggiunto che danni non ce ne saranno, che il taglio non comporta alcuna conseguenza e che é già stato assorbito senza conseguenze.

Ma come é possibile che il Tribunale parli di gravi irregolarità, di due controlli effettuati nel 2007 su una situazione che era in corso, di termini pattuiti tra la Commissione e l’Italia e di un programma deciso con le autorità italiane affinché si arrivasse più preparati ad un nuovo controllo del 2009 e invece il Presidente Vendola sostiene che la sentenza faccia riferimento ad una amministrazione precedente alla sua?

Il Tribunale sottolinea che le autorità italiane sono state sempre coinvolte nella procedura e che si é domandato all’Italia di confutare quanto sostenuto dalla Commissione. Esse hanno pertanto avuto la possibilità di presentare il loro punto di vista e sono state coinvolte in modo corretto nel procedimento che ha condotto all’adozione della decisione fino al 2009.

Appare anche molto difficile poter credere che la Regione Puglia abbia «assorbito senza alcuna conseguenza» il taglio di 80 milioni di euro: vuol dire che quegli 80 milioni di euro non sono mai stati utilizzati e che quindi non se n’è sentita la mancanza perché, una volta arrivati da Bruxelles, non sono mai stati impegnati in nulla di concreto? O perché le irregolarità sono state attuate immediatamente?

Appare difficile credere che una Regione del Sud d’Italia, dove ci sono realtà disperate come Taranto e dove c’ è fame di progetti, di iniziative, dove manca non tutto ma quasi, ecco, appare molto difficile credere che 80 milioni di euro siano una cifra talmente irrisoria da non poter essere utilizzata in nessun modo e da passare quasi inosservata.

I fondi europei sono destinati ad aree di intervento come la ricerca e la innovazione, l’inclusione sociale, il welfare, lo sviluppo sostenibile e le pari opportunità.
Mi vengono in mente moltissimi progetti in cui quegli 80 milioni di euro avrebbero potuto trovare una collocazione degna e si sarebbero sicuramente «fatti sentire».

Corte Ue: "Italia incapace di gestire i fondi europei"
Comunicato stampa del Tribunale dell'Unione europea

Caso Ilva, Peacelink porta il dramma di Taranto a Bruxelles

Mercoledì 2 aprile l'associazione ecopacifista incontrerà a Bruxelles il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz.

di Battaglia, Marescotti, Manna - PeaceLink Taranto

PeaceLink ha preparato un dossier per evidenziare la gravità delle situazione in cui versa Taranto, assieme all’inerzia e alla scarsa attendibilità con la quale le autorità italiane affrontano le questioni ambientale, sanitaria e occupazionale che riguardano la città.

Antonia Battaglia rappresenterà PeaceLink ed illustrerà al Presidente del Parlamento Europeo la posizione dell'associazione sui lacunosi monitoraggi e sulla scarsità delle misure prese per proteggere gli operai e la popolazione dall'impatto ambientale e sanitario di un impianto siderurgico obsoleto e fuori dalle norme europee.

Battaglia farà il punto anche sulle leggi "Salva Ilva" approvate dal Parlamento Italiano e sulle risoluzioni del Parlamento Europeo che riguardano le aree di "declino industriale" che necessitano di bonifiche e di riconversione.

L’incontro a Bruxelles, previsto da tempo, si iscrive nel rapporto che PeaceLink ha instaurato da tempo con il Presidente Schulz, che é stato costantemente aggiornato sulla evoluzione della situazione di Taranto. Il Presidente stesso, in una email recente mandata ad Antonia Battaglia, ha espresso il proprio sostegno alla popolazione ed ha dichiarato di seguire da vicino la questione ILVA.

PeaceLink vuole «portare» Taranto a Bruxelles e far arrivare la voce disperata di una città sulla cui sorte é calato un silenzio assordante.

Questa azione vuole essere un'esperienza pilota per far arrivare all'attenzione del Parlamento Europeo il dramma di tutte le aree inquinate d'Italia per le quali occorre un progetto di bonifica e, spesso, di riconversione.

Taranto deve diventare - come caso apripista - un punto fermo sull’agenda anche del prossimo Parlamento Europeo. Le richieste che PeaceLink avanzerà al Presidente Schulz riguardano non solo la situazione presente ma anche il futuro, con l’inclusione di Taranto in progetti europei di sviluppo sostenibile, da estendere ad altre citta' inquinate che versano in situazioni analoghe di declino industriale."

(1 aprile 2014)

l'Unità
31 01 2014

La rivoluzione della cannabis terapeutica parte da un piccolo paese del Sud, 10.400 abitanti, 55 metri sul livello del mare. A Racale di Puglia stanno combattendo (e vincendo) la battaglia più importante per tutti i malati che hanno bisogno dei cannabinoidi per curare gli effetti di alcune patologie come la sclerosi multipla.

Sì, perché dietro la legge approvata ieri dalla Puglia, quarta regione in Italia a dire sì all’uso terapeutico della marijuana, c’è in realtà un progetto più ambizioso che trova, tra l’altro, il favore di tutte le forze politiche. Ed è creare il primo campo per la coltivazione in proprio della materia prima. Sarebbero i primi in Italia con tutte le autorizzazioni e i certificati ministeriali. Lo scopo, togliere alla criminalità il mercato degli stupefacenti, anche quello per uso medicale. Perché a tutt’oggi, anche se c’è il via libera alla terapia grazie a una legge del 2007 firmata Livia Turco, farmaci o canne, possono essere solo importati dall’estero e con costi elevatissimi e molti pazienti sono costretti all'illegalità.

La rivoluzione di Racale ha il nome di Lucia Spiri e Andrea Tresciuoglio, malati di Sclerosi multipla e fondatori del primo «Cannabis social club» che proprio oggi compie un anno. Ma anche quello del sindaco Donato Metallo. Trentadue anni, in carica dal 2012 con la Lista «Io amo Racale», membro dell’assemblea nazionale Pd, Donato Metallo appena eletto ha portato a casa tre risultati: un progetto per l’abolizione delle barriere architettoniche, il doposcuola gratis per tutti bambini, l’approvazione della legge per l’uso terapeutico della cannabis. Ama De André come si capisce bene dal suo profilo Facebook, e gli piace «la cattiva strada». Qualche mese fa ha preso carta e penna e scritto una lettera a tutti i sindaci d’Italia.

«Vi spiego perché dovete venire con me sulla cattiva strada. Una scelta scomoda, lo so. Ma è una scelta d’amore». «Me lo hanno chiesto due amici, Lucia ed Andrea - racconta Metallo ai colleghi -. Vi voglio raccontare di William, compagno fedele di Lucia, vittima inconsapevole della sclerosi multipla. Lucia ha la mia età, ci conosciamo da anni e so da tempo della sua malattia. Ho visto William accompagnare Lucia su di una sedia a rotelle, ho visto Lucia impastare qualche torta alla canapa, confesso di aver seguito la scena prima con il terrore di un bigotto e poi con la tenerezza e la speranza di un amico, ho visto Lucia alzarsi da una sedia con le sue gambe, incerta sui passi ma fiera nella sua riconquistata stazione eretta, ho sorriso e l’ho abbracciata». Quella lettera - dice oggi Metallo - è arrivata ai sindaci e conteneva una proposta di legge che però non è mai stata ufficializzata. Qualcuno comunque ha risposto. Il sindaco di Foggia Giovanni Mongelli, qualche assessore del Lazio e tanti piccoli comuni, soprattutto i piccoli comuni, spiega metallo, dalla Sicilia moltissimi.

Qual è il senso della sua battaglia è presto detto: «Si tratta di regalare anche solo un pomeriggio di vita. I tempi del malato non sono quelli della politica. Io li ho visti questi ragazzi, in quest’ultimo anno hanno perso molti amici. Ecco, grazie a quei farmaci possono fare un giro in macchina, alzarsi, passare una giornata normale senza sentire gli effetti devastanti delle loro patologie».

Lucia ha ricominciato a camminare e così Andrea. Si tratta di aprire con tutte le autorizzazioni il primo centro italiano per la coltivazione della Cannabis. Dietro la legge pugliese c’è lui, c’è l’assessore alla Sanità Elena Gentile, c’è il capogruppo di Sel Michele Lo Sappio. C’è anche la presidente onoraria del «Cannabis social club» la radicale Rita Bernardini. Quello che però non tutti sanno è che ci sono state già due riunioni operative, in regione, per mettere a punto il protocollo con Asl e facoltà di Medicina, Agraria e Farmacologia da inviare al ministero della Sanità a Roma. La prossima settimana è prevista l’ultima riunione, poi la richiesta partirà e c’è da scommettere che qualcosa potrebbe accadere nonostante l’ostilità acclarata del ministro Beatrice Lorenzin assolutamente contraria a ogni forma anche mascherata di legalizzazione.

Sono quattro le Regioni che in Italia hanno «detto sì» l’uso della cannabis a scopo terapeutico. E c’è chi vede, pochi in verità, in questa normalizzazione una testa d’ariete attraverso la quale si cercherebbe di far passare la legalizzazione delle droghe leggere. Sono pochi perché lì dove le leggi sono state approvate (Veneto, Liguria, Toscana e Puglia) il via libera è passato quasi all’unanimità e con favore bipartisan. Come dire, la destra, salvo rare eccezioni, non si oppone. C’è l’esempio della Francia che di recente ha dato il via libera alla vendita del primo medicinale a base di cannabis. C’è lo Stato di New York ventunesimo ad assumere una decisione del genere in un’America. Bisogna anche dire che le regioni che stanno regolamentando l’uso terapeutico della cannabis in realtà si stanno solo adeguando e pure con un certo ritardo la loro normativa al decreto Turco del 2007. Per dire, nel Lazio è ancora in discussione, così in Emilia, nelle Marche e in Abruzzo. Il passaggio è essenziale, perché solo con una legge regionale i pazienti possono richiedere il farmaco all’estero e soprattutto accedere ai rimborsi asl.

E questo è il passaggio cruciale. Attualmente l’Italia acquista il Bedrocan dall’Olanda con costi molto alti. Nel maggio scorso l’Agenzia del Farmaco ha autorizzato il Sativex ma a condizioni molto restrittive. Tra medici che non prescrivono e cure che non possono essere rimborsate i pazienti che scelgono questa terapia rischiano di ingrassare le narcomafie. Per non parlare dei costi: 5 grammi al giorno per 40 euro al giorno. Attualmente solo a Rovigo c’è un centro autorizzato alla produzione, ma è per l’Uruguay. Spiega Donato Metallo: «Il nostro sogno è produrre qui il farmaco. I ragazzi del Cannabis social club potrebbero produrre il medicinale e poi venderlo alla Regione con costi molto più bassi. Il ricavato della vendita sarebbe poi investito per la realizzazione di un centro per la riabilitazione». La Regione Puglia - dice - sembra favorevole.

Anna Tarquini

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