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Abbatto i muri
19 06 2015

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

Innanzi tutto, prendiamo in esame la sua controparte, l’ “eteronormatività”. E’ un termine che analogamente descrive il valore attribuito alla sessualità “normale”, che vediamo nella nostra cultura a partire dal livello istituzionale e delle politiche statali, fino al livello interpersonale.

Molto è stato scritto sull’eteronormatività, una parola che descrive come si assuma e si promuova l’idea che l’eterosessualità sia l’unico orientamento “normale” e “naturale” che esista, privilegiando così coloro che si adeguano alla norma e considerando chiunque ne sia al di fuori come anormale e “sbagliato”.

La nostra cultura è profondamente eteronormativa: però, a mano a mano che le esperienze e i diritti queer diventano più accettati al tempo stesso cresce, all’interno degli spazi LGBQ, una forma di controllo delle espressioni sessuali e di genere. Questa è l’omonormatività.

L’omonormatività spiega come mai alcuni aspetti della comunità queer possano perpetuare pregiudizi, valori e comportamenti che danneggiano e marginalizzano molte persone all’interno di questa stessa comunità, così come coloro con i/le quali la comunità dovrebbe lavorare ed essere solidale.

Riguarda l’assimilazione, così come l’intersezione, di interessi commerciali e consumistici all’interno degli spazi LGBQ.

Descrive anche il presupposto che la gente queer voglia far parte della cultura dominante, mainstream, eterosessuale, e quindi il modo in cui la nostra società premia coloro che vogliono farne parte, considerandoli i più degni di meritare visibilità e diritti.

L’omonormatività si vede ogni giorno, ma essa può essere talmente radicata nella cultura queer, che non la riconosciamo come un problema.

Quindi, come e in quali strutture si manifesta oggi l’omonormatività nella nostra cultura?

Chi è visibile?

A mano a mano che cambiano gli atteggiamenti della società riguardo alle relazioni queer, assistiamo a un aumento di rappresentazioni di persone queer nei media, anche se questa rappresentazione è incredibilmente limitata.

Se accendete la televisione o sfogliate una rivista, quando vedete una persona queer, con grande probabilità sarà una persona cisgender, con un genere normativo, bianca, borghese, che si autodefinisce gay.

Da serie tv come Modern Family a The New Normal, a personalità della tv come Anderson Cooper e Neil Patrick Harris, le voci a cui si dà spazio e visibilità sono di solito quelle di una particolare classe sociale, di una particolare espressione di genere e di una particolare “razza”.

Anche i tipi di relazioni queer che sono rappresentati nei media sono restrittivi, poiché tendono ad imitare le espressioni di genere binarie ed eteronormative.

Con ciò non si vuole dire che le cose non stiano cambiando – a poco a poco iniziamo a vedere rappresentate più persone transgender e più persone di colore, ma anche allora, la loro rappresentazione è limitata, spesso basata su stereotipi.

Gli stereotipi e i cliché relativi alle persone LGBQ nei media fanno di più che ridurre e semplificare le complesse realtà delle persone queer; essi contribuiscono a stabilire uno standard, un modo normativo di “essere” LGBQ.

Questo standard privilegia certe esperienze – quelle delle persone bianche, della classe media, gay, cisgender e le identità di genere normative – come se fossero rappresentative di tutte le esperienze queer.

Questa operazione di facciata va ben oltre ciò che si vede nei media riguardo le vite queer. Viene fatta anche nella rappresentazione dei movimenti per i diritti queer, oggi come in passato, come se fossero guidati per la maggior parte da uomini bianchi, mascolini e cisgender.

Questa cancellazione delle persone transgender, delle donne cisgender e delle persone di colore, non è soltanto un falso storico, ma pone gli uomini bianchi come i principali agenti di cambiamento, sia storicamente che al giorno d’oggi.

Il matrimonio egualitario come obiettivo principale del ‘movimento per i diritti gay’™

Dato che il tema del matrimonio egualitario ottiene sempre più successo in tutto il paese, elezione dopo elezione, dobbiamo mettere in discussione la centralità di questo tema come “il tema dei diritti gay” ™.

Lottare per uguali diritti e per la liberazione sessuale significa, ovviamente, molto di più che lottare per il diritto di sposarsi: ma in che modo presentare il matrimonio egualitario come il tema principale significa anche promuovere l’omonormatività?

Il matrimonio come tema principale presuppone l’esigenza che tutte le relazioni debbano imitare questo standard eteronormativo di sessualità e struttura familiare. Promuove l’idea che tutte le persone vogliano emulare le coppie monogame etero.

Quando ci focalizziamo su questo tema, escludiamo come inaccettabili altre strutture di relazioni, quelle poliamorose e altre strutture non-normative, così come, ovviamente, coloro che non vogliono sposarsi.

Nel momento in cui il matrimonio diventa inclusivo di un particolare tipo di relazione queer, esso perpetua una forma di controllo rispetto ad altri tipi di relazioni, mantenendo salda la linea di confine di quella che è una “relazione queer accettabile”.

Focalizzarsi sul matrimonio non costituisce una grossa sfida, poiché pone come priorità l’approvazione della propria relazione da un punto di vista legale rispetto a una reale trasformazione delle relazioni e della società.

Mostrando che la gente che sta al di fuori della norma eterosessuale vuole le stesse cose che vuole “l’America tradizionale e etero”, il movimento per il matrimonio egualitario lotta per ottenere l’accesso a questa istituzione sociale riproducendo, piuttosto che sfidando, il predominio eterosessuale e la normatività, e usa ciò come base per stabilire chi merita di avere i diritti.

La “Campagna per i Diritti Umani” (e altre principali no-profit)

La “Human Rights Campaign” (HRC), la “Campagna per i Diritti Umani”, che è una delle più grosse e influenti organizzazioni LGBT del paese, è un potente simbolo di omonormatività: molt* attivist* hanno contestato, e contestano tuttora, il suo ruolo nel movimento.

Ecco solo alcuni esempi del perché la HRC non è rappresentativa del movimento per i diritti queer, né corrisponde alle loro esigenze:

La HRC continua a escludere e a marginalizzare ulteriormente le vite delle persone trans e delle persone che non si conformano al genere. Il fatto più eclatante è che, nel 2007, la HRC ha scelto di sostenere una versione non-inclusiva della legge federale contro la discriminazione sul lavoro, che escludeva le tutele basate sull’identità di genere, mentre la maggior parte di altri gruppi di pressione LGBTQIA+ hanno scelto di sostenere la versione inclusiva.

La HRC sostiene grandi imprese e banche che danneggiano le comunità queer, come dimostra soprattutto la sua decisione di assegnare il premio per “l’innovazione nella parità lavorativa” nel 2011 alla Goldman Sachs, un’organizzazione che è il simbolo della rapacità commerciale e che favorisce le diseguaglianze economiche.

Cosa ci dice il fatto che un’organizzazione per “i diritti queer” renda omaggio a una compagnia corrotta e distruttiva come la Goldman Sachs, ignorando al tempo stesso i problemi causati dalle diseguaglianze economiche, come per esempio i/le tant* giovani queer che vivono per strada?

La HRC ha sempre ignorato, e continua a farlo, il razzismo come un problema che si intreccia con i diritti queer, tanto da non figurare neanche come uno degli “argomenti” nel loro sito web.

Hanno sempre taciuto anche a proposito dei problemi legati al sistema carcerario e alla violenza delle forze dell’ordine (che dovrebbe essere importante per loro, visto che una grossa percentuale di persone queer viene criminalizzata e incarcerata).

Ciò dimostra la mancanza di una consapevolezza intersezionale all’interno dell’organizzazione, dimostra come sia un’organizzazione gestita da persone bianche della classe media, che privilegiano le proprie esperienze, e come la HRC non intenda in realtà sfidare il regime di oppressione sistemica e strutturale.

Questi problemi non sono limitati alla HRC, ma riflettono il complesso dell’industria no-profit, che tende a richiedere che una maggiore energia sia convogliata nel reperimento di finanziamenti, nel costruire rapporti con le persone potenti e nel lavorare con un approccio dall’alto verso il basso, piuttosto che fare confluire le energie nel costruire un vero movimento per il cambiamento.

Vediamo che questo sistema di valori viene riprodotto in molte altre organizzazioni di attivist*.

Le organizzazioni come la HRC – che danno la priorità al denaro, al potere e alle riforme che favoriscono coloro che sono già persone privilegiate all’interno del movimento – devono essere messe in questione.

Non dovrebbero parlare per il nostro movimento, né dovrebbero trarre profitto dal movimento: e non ci porteranno verso una eguaglianza e una liberazione che siano reali e inclusive.

Il silenzio intorno a Chelsea Manning

Il movimento mainstream per i diritti queer è stato in larga misura zitto riguardo alla questione di Chelsea Manning, una gola profonda dell’esercito che ha reso pubbliche informazioni riservate circa l’ingiusta detenzione e tortura di alcune persone a Guantanamo da parte degli USA, le vittime civili delle guerre in Iraq e Afghanistan, il ruolo degli interessi corporativi nell’esercito e diplomazia e altro, per i quali sta attualmente scontando una pena di 35 anni in una prigione militare.

Al di là di ciò che un* pensa della decisione di Manning di rendere pubbliche queste informazioni, è importante parlare del peso che ha avuto il trattamento ricevuto da Manning sui media e in quanto donna transgender in prigione.

Per esempio la reazione dei media all’annuncio di Chelsea, lo scorso anno, della sua transizione è diventato un’opportunità per discutere del continuo sbagliare dei media l’attribuzione di genere delle persone transgender.

Più di recente, sta avendo luogo l’importante discussione se le persone transgender in prigione debbano avere o meno accesso alla terapia ormonale, e Chelsea e l’American Civil Libeties Union (ACLU), Unione americana per le libertà civili, hanno querelato il Dipartimento della Difesa per farle avere accesso alle cure più appropriate.

La storia e le decisioni di Chelsea Manning hanno portato a importanti conversazioni cambi di opinione nella comunità riguardo al cambio del nome e ai pronomi di genere, all’accesso alle terapie ormonali e al trattamento delle persone transgender nell’esercito e nelle prigioni.

Ma nonostante ciò, il movimento mainstream per i diritti queer è stato quasi sempre zitto – e a volte noncurante – anziché supportarla.

Omonazionalismo in Israele

Il termine omonazionalismo porta l’idea di omonormatività un passo avanti riferendosi al modo in cui le persone queer – per la maggior parte uomini bianchi occidentali – si sono allineate con le ideologie nazionaliste del proprio paese.

Mentre l’omonormatività descrive l’allineamento di persone, spazi e lotte queer con le norme culturali eterosessuali, l’omonazionalismo descrive questo allineamento all’interno dello stato-nazione, tramite patriottismo, nazionalismo e supporto per l’esercito nazionale, nonché altre forme di violenza di stato.

Proprio ora, il progresso queer viene usato come simbolo della benevolenza e modernità di alcune nazioni e giustificazione morale per guerre, colonizzazioni e occupazioni.

Abbiamo visto il caso dei diritti delle donne usati in modi simili dalle nazioni occidentali.

Con l’accettazione sempre maggiore dei soggetti queer iniziamo a vedere questo progresso usato per promuovere il diritto di specifiche nazioni ad usare la violenza su altre, spesso attraverso l’intenzionale perpetuazione di atteggiamenti islamofobici e anti-immigranti.

Per esempio, in Israele l’omonazionalismo è sempre più palese e messo deliberatamente in scena.

Anche chiamato “pinkwashing”, è omonazionalista il modo in cui Israele promuove regolarmente l’inganno che il paese sia una “utopia gay” in modo da sviare l’attenzione dalle sue continue violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese.

Qui i diritti queer sono stati co-optati e usati dal governo israeliano come strumento per le relazioni internazionali per normalizzare e supportare le espansioni dei propri insediamenti coloniali, i muri e le uccisioni extra-giudiziali – ossia la sua occupazione della Palestina.

Un esempio particolarmente impressionante è il tentativo della campagna “Brand Israel”, A marchio Israele, di attirare il turismo gay verso il paese.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri, sono stati spesi 88 milioni di dollari in marketing internazionale per far diventare Tel Aviv il top delle destinazioni per le vacanze gay, per lo più attraverso i social media – Facebook, Twitter, etc.

Altri milioni sono stati spesi in tentativi di appellarsi al supporto internazionale liberale e giovanile, dipingendo Israele come una cultura queer-friendly come prova del proprio impegno a favore dei diritti umani.

Queers Against Israeli Apartheid, Queer contro l’apartheid israeliano, ha fatto luce sull’ipocrisia di chiamare Israele una “utopia gay” mentre la violenza della propria occupazione rende la vita molto più difficile per i queer arabi.

Hanno fatto notare come “l’omofobia (esista) in Israele, Palestina, e al di là di ogni confine. Ma i queer palestinesi affrontano delle sfide aggiuntive vivendo sotto occupazione, soggetti alla violenza e al controllo dello stato israeliano. Il sistema di apartheid israeliano estende i diritti omosessuali solo ad alcuni, basandosi sulla razza”.

In un tentativo di zittire i discorsi sulla responsabilità di Israele all’interno della comunità queer internazionale, non viene messa a tacere solo la questione dell’occupazione Israeliana, ma lo sono anche le voci dei queer arabi e musulmani.

Siccome gli Stati Uniti supportano Israele politicamente e finanziariamente – fornendo loro 3 miliardi di dollari in aiuti militari ogni anno – nei nostri spazi queer o sui media mainstream viene detto ben poco su questa questione.

Nonostante la messa a tacere, ci sono dei/delle grandios* attivist* queer nel mondo, inclus* quell* in Israele e Palestina, che lavorano duro per attirare l’attenzione sulla connessione tra i diritti queer e la fine dell’occupazione della Palestina.

***

Quelli qui sopra sono solo una manciata di esempi di omonormatività, ma ce ne sono innumerevoli altri.

Alcuni esempi comprendono l’assegnazione delle priorità all’interno dei movimenti mainstream per i diritti queer: l’abolizione del principio “Don’t Ask Don’t Tell” (non chiedere non dire, ndT) nell’esercito statunitense, l’esclusione e la svalutazione delle persone transgender e di quelle al di fuori del binarismo di genere all’interno degli spazi queer, il silenzio sul caso della donna trans nera CeCe McDonals, l’aumento del marketing dei prodotti di consumo che hanno come target la comunità queer, l’aumento della sponsorizzazione corporativa delle sfilate del Pride, e la partecipazione esasperante delle persone queer bianche che negano la loro posizione di privilegio e la loro complicità nell’attuale discorso sulla violenza della polizia contro le comunità nere.

Ognuno di questi punti meriterebbe un post a sé stante, e potrebbe sembrare separato dagli altri in quanto esperienza vissuta.

Ma è seguendo questa utile idea di omonormatività che si può esaminare come ogni problema è connesso al seguente, così da poter iniziare a lavorare per metterlo in discussione a partire da questa più ampia cornice di interpretazione.

Per poter mettere in dubbio le strutture omonormative ammucchiate contro di noi, si deve lavorare da un punto di vista che supporti l’inclusività, l’organizzazione attivista, la costruzione di coalizioni, una solidarietà queer globale e un’analisi intersezionale di un certo spessore.

Ed è importante che noi si ricordi della nostra stessa storia. Il movimento per i diritti queer era in principio fondato su una politica radicale che ha sistematicamente messo in discussione il capitalismo corporativista, l’esercito e la struttura eteronormativa del matrimonio.

È onorando questo lascito di politiche radicali e assegnazione delle priorità ai bisogni e alle voci di chi è più marginalizzato che possiamo realmente lavorare insieme per una migliore liberazione ed uguaglianza sessuale e di genere.

Laura Kacere è collaboratrice di Everyday Feminism, attivista femminista e organizzatrice, volontaria di supporto nelle cliniche per abortire, specializzanda universitaria e insegnante di yoga. Vive e studia a Chicago. Quando non studia, è solita pensare agli zombi, suonare, mangiare cibo libanese e desiderare di essere circondata da alberi. Seguitela su Twitter @Feminist_Oryx

laglasnost

Gender Strike

  • Mercoledì, 11 Marzo 2015 10:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Blog Sciopero Sociale
11.03.2015

All’interno della cornice dello Strike Meeting di Febbraio, il tavolo di discussione sul Gender Strike ha visto la partecipazione di moltissime realtà transqueerfemministe da tutta Italia.
Sin dal primo atto dello Strike Meeting l’articolazione della tematica dello “Sciopero dei e dai Generi” ha avuto la capacità di innervare, tagliando in maniera trasversale, l’intero processo di costruzione e di avvicinamento alla data dello Sciopero Sociale del #14N. Il Jobs Act è, infatti, come ci siamo dette più volte, in aperta ed immediata continuità con tutte quelle riforme che negli ultimi anni hanno sancito il passaggio alla precarietà come condizione esistenziale.

La discussione fatta all’interno del tavolo sul Gender Strike si è articolata a partire da alcuni punti fondamentali: l'analisi delle modalità di cattura delle forme di vita, contemporaneamente stigmatizzate e messe a valore h24, individua l'agire di un dispositivo di inclusione/esclusione messo in atto da questo doppio movimento. Lavorare sul disvelamento di questi meccanismi è un passaggio necessario per rompere la condizione di ricatto che produce e, nel cui quadro, si danno sfruttamento e fragilità di contrattazione.

Gli ormai sempre più pervasivi meccanismi di sfruttamento e non-riconoscimento delle capacità informali ed extra curriculari (relazionali, affettive, comunicative) non riguardano più in maniera esclusiva un segmento del mercato del lavoro (tradizionalmente ad alta occupazione femminile) ma applicano il paradigma del lavoro femminilizzato a tutti i settori del lavoro, attraverso la progressiva specificazione e differenziazione delle strategie di sfruttamento. Molto concretamente, il salario come misura della riproduzione della forza lavoro è saltato. Il riflesso sulle nostre esistenze dell'estensione dello sfruttamento alla vita e alle 24 ore sta nella compressione salariale e nel dilagare del lavoro gratuito, non riconosciuto attraverso forme di reddito diretto e indiretto.

L’intenzione di esplorare forme nuove e adeguate di autorganizzazione del lavoro precario, unita alla generalizzazione ed alla contemporanea progressiva specificazione dei dispositivi di sfruttamento, ci impone un interrogativo: a quali soggettività ci rivolgiamo nel tentativo di trasformare in pratica politica il ragionamento fatto fin qui?
Abbiamo dunque individuato nello strumento dell’inchiesta una base necessaria da cui ripartire. Da qui l’esigenza e la volontà di costruire assieme un “copione” di inchiesta a partire dalle nostre condizioni soggettive di precarie e precari. Abbiamo ritenuto perciò utile approfittare dello Strike Meeting per iniziare ad “auto-inchiestarci”. Alcun@ compagn@ hanno messo a disposizione le loro esperienze lavorative e di vita al fine di produrre una video-inchiesta che, speriamo, possa rappresentare una prima sperimentazione da ripetere e riprodurre.

L'inchiesta deve porsi l'obiettivo ambizioso di indagare un contesto profondamente mutato e di aprirsi alla contraddittorietà delle forme di vita metropolitana colpite dalla crisi, mettendo a tema sia l'espressione genuina del piano desiderante delle soggettività precarie, che le forme di sfruttamento connesse alle esistenze. L’esperienza fatta dalle compagne di Perugia, che hanno utilizzato la vetrina di grandi eventi come Eurochocolate, fornisce un'indicazione utile da cui prendere spunto collettivamente.
Altra tematica affrontata è quella del dissolversi del modello di welfare familistico. Questa tendenza si accompagna alla fine delle tradizionali forme di contratto. A fronte della trasformazione delle forme di vita e del mercato del lavoro, non corrisponde quindi alcun tipo di bilanciamento in termini di trasformazione del welfare e di adeguamento del sistema degli ammortizzatori sociali. Laddove la difesa della “famiglia tradizionale” continua a informare, su un piano sempre più simbolico che sostanziale, l’accesso ai servizi e ai sussidi pubblici, ci sembra fondamentale scardinare dalle basi la retorica ipocrita che ancora eleva la famiglia eterosessuale e inquadrata nella cornice del matrimonio ad unica e sola forma istituzionalizzata di affettività “meritevole”.

La critica del welfare familistico italiano, il mancato adeguamento dello stato sociale alle trasformazioni radicali della società e il suo progressivo smantellamento, definiscono l'altro asse strategico del Gender strike e del processo dello Sciopero Sociale.
Le lotte per il Diritto alla Salute, portate avanti a partire dalla questione dell'accesso all'Interruzione Volontaria di Gravidanza e del contrasto all'obiezione di coscienza, hanno individuato un terreno fertile su cui agire per riaprire il conflitto sul welfare a partire dal superamento del sistema familistico e per incrociare le lotte delle donne e degli operatori sanitari su battaglie comuni.

È poi a partire dalla sperimentazione di forme di neo-mutualismo come le Consultorie - Queersultorie, quotidianamente messe in campo, con pratiche e modalità differenti, nei vari nodi territoriali, che ci si misura con nuovi prototipi organizzativi. Il terreno di sperimentazione sulle forme di biosindacalismo deve avere la capacità di assumere la complessità di analisi definita all’interno dello Strike Meeting, producendo avanzamenti, contaminazioni, pratiche, nella direzione di articolare la presenza sui territori anche oltre la forma-sportello. Che tipo di integrazione fra esperimenti e strumenti si può produrre? Come superare la divisione fra ambiti? In questo senso, ci si è lasciate con l’idea di rivederci in forma assembleare per approfondire il discorso su Consultorie - Queersultorie, federazione di esperienze di neo-mutualismo e attivazione di una campagna sulla rivendicazione di politiche di welfare all’altezza delle nostre esigenze e dei nostri desideri.

Si è infine discussa l’importanza di incrociare il percorso NoExpoPride, che si darà appuntamenti organizzativi specifici, tappe e campagne di avvicinamento. Questo percorso si pone l'obiettivo di rovesciare la fasulla interpretazione della natura e del ruolo della donna che Expo sta costruendo. L'avvilente e artificiosa “naturalità” dell'immagine femminile, come madre, nutrice e generatrice di vita, sarà parte integrante della macchina retorica dell'Expo delle multinazionali, dei brevetti e della cementificazione, che con la natura, il pianeta e l'accesso all'alimentazione ha ben poco a che fare. Le soggettività queer saranno sgradite, o meglio rimosse, attraverso l'integrazione all'interno dei padiglioni di aree (di recinzione) gay friendly ad alto target. L'indicazione delle diverse realtà è di partecipare al percorso che si darà come prossima tappa l’appuntamento di Domenica 15 marzo a Roma.

http://noexpopride.noblogs.org/?p=57

L'arcipelago Lgbt deve uscire dal vittimismo

  • Venerdì, 04 Aprile 2014 14:14 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Aurelio Mancuso, Gli Altri
4 aprile 2014

Forastico a qualsiasi moda rottamatrice che sta trasformando il dibattito pubblico in una sorta di gioco circense dell'antica Roma, e rammentando che il movimento Lgbt italiano è l'unico che dai primi anni '70 ...

Corriere della Sera
29 08 2013

Novità assoluta al Mundial del Tango di Buenos Aires. Il festival giunto all'undicesima edizione, che ha visto la partecipazione di 556 coppie provenienti da 37 Paesi nel mondo, ha avuto tra i partecipanti alle gare di tango alcune coppie di soli uomini e sole donne, rappresentanti di quello che è definito «tango queer» legato alla comunità internazionale Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), un fenomeno sempre più in espansione.

«TANGO QUEER» - Coppie di soli uomini e sole donne ormai sono presenti in tutti i festival internazionali di tango, dai maggiori ai più piccoli. Nella città che è la culla del tango, Buenos Aires si svolge da sette anni un festival dedicato al Tango Queer e a luglio del 2013 è stata la prima volta di Tango Secret, una kermesse con la direzione artistica di Fernando Gracia, campione di tango escenario al mundial del 2008.

IL FESTIVAL Y MUNDIAL - Il Festival che si svolge a Buenos Aires tutti gli anni ad agosto per 15 giorni, offre centinaia di spettacoli gratuiti, non solo gare di ballo.

«Per gli argentini il tango è prima di tutto canzone e musica e poi ballo» racconta il direttore artistico del Festival, Gustavo Mozzi.

Per dieci giorni protagonisti in scena sono state le migliori orchestre come il Sexteto Mayor, tra i cantanti si sono esibiti Adriana Varela, Guillermo Fernández e Raùl Laviè, tra i bandoneonisti Néstor Marconi, Julio Pane e Daniel Binelli. Molti gli omaggi e le celebrazioni per i ballerini e coreografi, tra gli "storici" Juan Carlos Copes, Mora Godoy e Maria Nieves, quest'anno è stato premiato Miguel Angel Zotto.

LE GARE DI BALLO - Gli ultimi 2 giorni, quest'anno il 24 e 25 agosto, sono sempre dedicati alle finali delle due categorie di tango «salon» e «escenario». E i vincitori di questa edizione sono stati tutti argentini: Jesica Arfenoni e Maximiliano Cristiani per il salon e Guido Palacios e Florencia Castilla per l'escenario.

Molte le coppie di italiani che partecipano ogni anno. Dopo l'entrata in finale di ben 5 coppie nel 2011, quest'anno sono andate in finale tre coppie «azzurre»: Simone Facchini con Gioia Abballe (di Frosinone), Giuseppe Bianchi con Sabina Cipolla (di Roma), Giampiero Cantone con Francesca del Buono (di Roma).

TANGO «SALON» E «ESCENARIO» – Sono due i generi nei quali i ballerini si mettono alla prova, ma è quello «salon», legato alla tradizione e al ballo «sociale» delle milongas di tutto il mondo, che è il più prestigioso. E’ il ballo dei cabaret della calle Corrientes quando negli anni 40 della «epoca de oro» le orchestre di Carlos Di Sarli e Miguel Calò si esibivano dal vivo. Ed è lo stesso che le famiglie degli «arrabal» (quartieri di periferia) ballano oggi nel tempo libero. 

L’altro, quello «escenario», è legato all’esibizione artistica, si ammira nei teatri e richiede una preparazione atletica. Per entrambi i generi le iscrizioni sono aperte a tutti, basta riempire un modulo sul sito (www.mundialdetango.gob.ar) e presentarsi alla «rondas clasificatorias» il giorno di inizio del Festival.

Manuela Pelati

Gli Altri
16 07 2013

Dopo settantaquattro anni cala il sipario su Miss Italia. La notizia, a dire la verità, non arriva esattamente come un fulmine a ciel sereno: gli ascolti in picchiata, l’abbandono di Salsomaggiore come location della kermesse e il clima ostile all’esposizione mediatica di corpi discinti femminili che l’antiberlusconismo ha creato, erano tutti indizi di una imminente chiusura del programma. E tre indizi, si sa, quasi sempre fanno una prova.

Resta però da scoprire l’identità dell’assassino di Miss Italia. L’ultimo numero di questo settimanale titolava “Spogliamoci del moralismo” e ce la prendevamo con quella cultura neo-femminista ( o neo- maschilista?) che vede nell’esposizione del corpo della donna l’origine della violenza maschile. Un nesso moralista e a tratti pericoloso su cui più volte ha insistito anche la Presidente Boldrini che, non a caso, si è subito complimentata la Rai per la scelta di non trasmettere più il concorso.

Avrei quindi gioco facile nell’indicare nel moralismo il killer, ma voglio anche stare ben accorto nel non infilarmi in battaglie di retroguardia. Miss Italia infatti chiude perché ha fatto il suo tempo e perché il suo format è vecchio, atavico. E’ vecchio essenzialmente perché separatista: ad essere giudicate, analizzate, “vivisezionate” sono solo le donne e solo quelle rigorosamente corrispondenti a certi canoni estetici mainstream. Non si tratta quindi di colpevolizzare le partecipanti al concorso o di mettere in contrapposizione bellezza ed intelligenza come spesso si tende a fare. La bellezza è una qualità, una dote come tutte le altre: perché quindi sminuirla o bandirla?

Si tratta invece di smascherare quei meccanismi di potere “biopolitici” che tendono a ridurre la bellezza, il corpo, il desiderio e il sesso all’interno di un paradigma ben ordinato, non soggetto a variazioni.

Tra il rimpiangere una manifestazione stile anni ’50 come Miss Italia e il limitarsi al desiderio di oscurarla ci può essere una terza strada: invece di limitarsi a giustapporre un velo a quel concetto di bellezza si possono sovvertire le regole, entrando davvero dentro le contraddizioni. Ad esempio perché non far ruotare le luci della ribalta di trecentosessanta gradi e mettere gli uomini sopra il palco ad essere giudicati per il loro aspetto estetico, per il loro lato A e lato B? O, se vogliamo essere ancora più radicali, perché  non mettere in discussione lo stesso concetto di identità di genere con un concorso di bellezza non diviso tra uomini e donne e aperto anche a tutte quelle soggettività che non si riconoscono nel binarismo di genere?

Qualcuno potrebbe rispondere che in questo modo ci si limita appunto a rovesciare il problema della cosiddetta mercificazione senza colpirlo al cuore ma come ci spiega la filosofa queer  Beatriz Preciado dobbiamo liberarci dall’ossessione di  «un soggetto politico che è puro, disincarnato, che non ha alcun affetto». Se l’attuale forma di potere e di controllo sui corpi  si esercita in ogni punto non ci si può limitare a fare professione di purezza, ma in ogni punto si possono utilizzare le stesse tattiche del potere per creare resistenza. Lo si è fatto ad esempio col porno, dando vita al fenomeno del post-porno che appropriandosi delle tecniche e delle tecnologie dell’industria porno ne ha però ribaltato la prospettiva mettendo al centro il desiderio delle sessualità periferiche. Perché non farlo anche con concorsi di bellezza?

Miss Italia non si abbatte, si riforma!

Daniel Rustici


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