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La violenza sulle donne vista da 'loro'

  • Giovedì, 22 Agosto 2013 12:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
Noidonne
22 08 2013

L'ultimo libro di Monica Lanfranco 'Uomini che (odiano) amano le donne' lascia la parola agli uomini. Intervista all'autrice

Monica Lanfranco, nel ultimo libro 'Uomini che (odiano) amano le donne' hai lasciato la parola agli uomini su virilità, sesso e violenza. O, per meglio dire, li hai sollecitati ad esprimersi. Come ti è venuta l'idea?

La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”. Mi sono imbattuta in queste parole scritte dalla collega Laurie Penny, collaboratrice del Guardian, in un suo articolo tradotto e pubblicato nel 2012 da Internazionale. Stavo giusto pensando a come iniziare la collaborazione richiestami per il blog sul Fatto quotidiano, e mi è sembrato il modo giusto: venivo presentata come giornalista femminista, e volevo provare a cambiare sguardo, voltandomi verso gli uomini. Non si trattava di fare un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle tante ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.

Lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne. Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva. Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne.

Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo. Moltissime risposte mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora. Il libro non solo è nato, ma da lui è gemmata anche una piece teatrale che si chiama Manutenzioni -uomini a nudo, che sta diventando un progetto di teatro politico. Ne sono molto contenta.

Sono state circa 300 le risposte ai sei quesiti, alcuni anche scabrosi se visti dalla parte maschile. Le hai pubblicate tutte e integralmente. E hai anche lasciato la parola a conclusioni maschili (nella postfazione a Francesco Pivetta, docente di filosofia e direttore della rivista 'Varchi, tracce per la psicoanalisi), a Beppe Pavan (di Uomini in cammino) e a Mario Fatibene (del Il cerchio degli uomini). Perchè, oggi, una femminista storica come te decide di lasciare tanto spazio agli uomini?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie, anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri. Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme. Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo.

Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano. La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio - politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Hai già fatto parecchie presentazioni del libro: come è stato accolto? C'è stata attenzione tra gli uomini?

Molta, anche perché io chiedo a chi organizza le presentazioni (quasi sempre gruppi e associazioni di donne, spesso scuole e università) di invitare a commentare almeno un uomo con me, e anche per la lettura di pezzi del testo chiedo se possibile di avere voci maschili. Certo le sale sono ancora piene a maggioranza da donne , ma gli uomini, di ogni età, che partecipano sono tanti, e la soddisfazione più grande è quando mi dicono che lo leggeranno assieme alle loro compagne. Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Monica Lanfranco, nata il 19/3/1959 a Genova; laureata in filosofia è giornalista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Ha fondato nel 1994 il trimestrale di cultura di genere MAREA. Ha un blog sul Fatto quotidiano. Ha insegnato Teoria e Tecnica dei nuovi media all’Università di Parma. Cura e conduce corsi di formazione per gruppi di donne strutturati (politici, sindacali, scolastici) sulla storia del movimento delle donne, sulla comunicazione di genere, e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti. Il suo primo libro è stato nel 1990 Parole per giovani donne - 18 femministe parlano alle ragazze d'oggi (Solfanelli). Nel 2003 esce Donne disarmanti - storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi(Intramoenia).Nel 2005 esce Senza Velo - donne nell’Islam contro l’integralismo (Intramoenia).Nel 2007 ha prodotto il film sulla vita e l’esperienza politica della senatrice Lidia Menapace dal titolo Ci dichiariamo nipoti politici. Nel 2009 è uscito Letteralmente femminista – perché è ancora necessario il movimento delle donne (Punto Rosso).Nel 2013 è uscito Uomini che odiano amano le donne- virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi (Marea Edizioni)
I suoi siti sono www.monicalanfranco.it ; www.altradimora.it ; www.mareaonline.it www.radiodelledonne.org

Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi

  • Mercoledì, 13 Marzo 2013 11:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
12 03 2013

Intervista a Monica Lanfranco

"Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi" nasce da una speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Nella introduzione al libro tu scrivi "tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale". Perché t’ha colpita tanto l’articolo di Laurie Penny, che racconta di aver fatto attraverso il suo blog delle domande ai lettori sulla loro sessualità ?

Perché non si trattava di un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.
“La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive. Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne. Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva.
Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Quante risposte hai ricevuto ?

Oltre 300, che moltiplicate per 6 fanno 1800 risposte!

Su cosa vertono le domande ?

Eccole: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità.

Qual’ è il tuo obiettivo con questo testo ?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri.
Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme.

Nel libro non intervieni mai sulle risposte, non commenti: perché questa scelta, non sarebbe stata utile?

Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo. Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano.
La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio - politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo del libro è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Cosa può offrire a chi legge una raccolta di testimonianze ?

Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Credi che le riflessioni che hai ricevuto siano tutte completamente genuine o dettate da una buona dose di narcisismo?

Ne rispondere a domande intime c’è sempre anche una componente di narcisismo, così come c’è nella scelta di relazionarsi: è un buon motore per costruire!

Pensi che sia ancora diffuso il sessismo?

L’avvocata femminista premio Nobel Shirin Ebadi ha scritto, senza mezzi termini, che il sessismo è “una malattia mortale che viene trasmessa dalle donne con il latte materno”. La sua è una affermazione forte, ma lontana dall’essere un atto di accusa contro il suo stesso genere. Al contrario, se pensiamo che viene da una donna impegnata contro la discriminazione e la violenza sulle donne, in particolare nei regimi teocratici e in generale nei paesi extraeuropei, il suo monito suona piuttosto come un atto di responsabilità per le madri e in generale per chi ha responsabilità educative.
Famiglia, scuola, agenzie educative sono gli ambiti dove è decisivo intervenire contro gli stereotipi sessisti, spesso radicati in modo occulto nelle culture tradizionali ma anche nei luoghi comuni che, anche a livello inconscio, continuiamo a trasmettere.
Giusta è oggi l’attenzione verso il terribile rosario di vittime del femmi­nicidio: è importante però anche il lavoro, incessante e quotidiano che, a partire dal linguaggio, smantelli abitudini mentali e pratiche che di fatto alimentano una visione delle donne e del femminile come inferiore rispetto agli uomini e al maschile.
Per questo, accanto alle lotte responsabili delle donne, è ormai imprescin­dibile che gli uomini alzino la testa e la voce: padri, amici, compagni, mariti, amanti e fratelli devono sentire che questa non è una lotta o una questione che riguarda le donne: riguarda, prima di tutto, gli uomini e i loro comportamenti. E non illudiamoci che ignorando il problema esso si estingua.
Sarebbe un errore fatale pensare che l’educazione e il rispetto tra generi e generazioni si trasmettano per osmosi, e che la forza del patriarcato, nella sua banalità maligna, si spenga solo perché alcune di noi, forse, non ne sono più vittime. Faccio due esempi semplici rubati al quotidiano. Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva.
Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.” Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, - mi fa - può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato. Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Hai dedicato a qualche persona in particolare questo libro ?

Sì, ho dedicato il libro in modo specifico ai miei due figli, due maschi, Anteo di 23 anni e Cielo di 18; mentre Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne , che ho scritto nel 2009, era dedicato alle donne, questo mi è sembrato importante pensarlo soprattutto per loro. Non è sempre facile, in questo mondo così violento e ancora pesantemente sessista, educare due giovani uomini a non diventare pessimi uomini, e nemici delle donne.


Quali riflessioni ti hanno suscitato le risposte che hai ricevuto ?

Moltissime mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora!

Pensi che il libro sia più utile ad un uomo o una donna?

Bella domanda; come sostiene la scrittrice Ursula Le Guin ogni libro mentre viene letto viene anche riscritto da chi lo sta scorrendo; penso quindi che la lettura di Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi possa essere utile alle donne perché apre una finestra su emozioni maschili altrimenti difficili da rintracciare, e agli uomini per riconoscersi, o trarre, ispirazione, dalle parole di questi loro simili.


Come hai strutturato il libro ?

Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina.
Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati. Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori.

A corredo del libro ci sano tre interventi di attivisti delle reti di uomini italiani, Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Perché questa scelta?

Perché mi sembrava importante che chi legge avesse degli esempi maschili di esegesi, di interpretazione delle risposte. Così come io non ho voluto commentare, mi è parso interessante che, prima di eventuali momenti collettivi di confronto durante le presentazioni del libro che spero ci saranno, ci fossero queste ‘anticipazioni’: tre sulle stesso materiale, così differenti e quindi così ricche. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo. A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo. A voi che leggete questa intervista spero che, se leggerete il libro, tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me.

Il volume (14 euro il cartaceo e 5 il pdf) può essere acquistato inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sui siti www.monicalanfranco.it e su quello www.mareaonline.it sono disponibili l’introduzione del testo, la video recensione e varie interviste.

 

Un mosaico ricco di spunti e suggestioni, immagini e narrazioni che sfida la dimensione normativa di un certo femminismo dominante in Italia e prova a ridefinire le coordinate del dibattito ...

Un Manifesto per uscire dalle gabbie

  • Giovedì, 27 Dicembre 2012 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Agorà Vox
27 12 2012

Un "testo di rottura" ma che è anche costruzione delle coscienze, contro i fondamentalismi e i dogmi di coloro che, detenendo il potere, ingabbiano la nostra esistenza...

Man mano che procedevo nella lettura del “saggio” di Mirella Izzo, sempre più questo libro mi suscitava pensieri e desiderio di scambio di opinioni con altri.

Ho scritto “saggio” tra virgolette proprio perché non sono assolutamente convinta che questo termine sia sufficiente a descrivere ciò che il testo Oltre le gabbie dei generi - Il Manifesto pangender è.

Sia razionalmente che emotivamente mi suscita reazioni che posso immaginare simili a quelle provate dai contemporanei di Lutero, all'apparire delle 95 Tesi, o a quelle dei cittadini che per primi lessero Il Manifesto di Marx ed Engels. L'impressione cioè di trovarsi di fronte a un testo di rottura con il passato. Dopo averlo letto, come per quanto avevano scritto Lutero e Marx/Engels, non sarà più possibile continuare come prima, come se nulla fosse accaduto.

In questo senso lo definisco appunto un “testo di rottura”, ma allo stesso tempo ne devo sottolineare la volontà edificatrice, il suo essere “testo di costruzione”.

Come i maggiori testi della filosofia classica all'esposizione di Mirella Izzo appartiene il carattere di Sistema, una formulazione in grado di analizzare la realtà in ogni suo aspetto per, successivamente, disegnarne il significato, una possibile via interpretativa.

Nella parte che precede l'esposizione de Il Manifesto pangender l'autrice inserisce una guida scrivendo: “Questo non è un libro per trans”, e io aggiungo: ogni abitante di questo pianeta, aldilà delle sue differenze di genere, di cultura e/o di etnia, trova nel testo un motivo di appartenenza e trova accoglienza nel ragionamento propedeutico di Mirella Izzo.

Propedeutico a ciò che il Manifesto si propone: promuovere la libertà di espressione di tutte le identità di genere, di tutti i “gusti” che differiscono dagli stereotipi di genere riferiti alle appartenenze sessuali e agli orientamenti affettivi e sensuali (tra adulti consenzienti) e quindi riguarda chiunque -a prescindere dal proprio posizionamento identitario- ritenga di essere parte di un disegno più ampio rispetto alle libertà di espressione individuale.
Non è questione d'essere transgender, gay, lesbica, bisessuale, eterosessuale, uomo, donna, etc., ma di una coscienza di sé integrata all'interno di una complessità più vasta di quella “dominante” e che non discrimina tra identità lecite ed illecite, o con maggiori o minori diritti di cui godere.

In Oltre le gabbie dei generi, quindi, si parla sì di identità di genere (da non confondere, per favore, con l'identità sessuale...), ma se ne parla in senso Pangender (Pan dal greco Πάν che significa Tutto, e Gender in inglese Genere) e cioè secondo un significato universale, nel senso di un invito a una presa di coscienza sulle (infinite) differenze possibili a disposizione dell'essere umano. Non più un aut-aut bensì un et-et.

Così come non esiste nella realtà un uomo quale quello stereotipato dai canoni pseudoculturali, così esso e la donna, la persona transgender, l'omosessuale sono solo rigide classificazioni, semplificazioni avulse dalla vita.

L'invito è quindi quello di uscire dalla gabbia che ci imprigiona ad essere, quella coercizione che ci costringere ad assomigliare a qualcosa che non esiste davvero.

È di questi giorni l'ennesimo attacco portato dal Vaticano, per bocca di Benedetto XVI, che durante il tradizionale discorso di fine anno alla curia romana ha sottolineato il rischio per i fondamenti della famiglia, che vede minacciati da una nuova filosofia della sessualità. Il cui manifesto, secondo il Papa, può essere visto in una famosa frase di Simone De Beauvoir “Donna non si nasce, lo si diventa”. Ha dichiarato Joseph Ratzinger: “Non è più valido quello che si legge nel racconto della Creazione, maschio e femmina Egli li creò... No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma fin'ora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere 
su questo”.

Per leggere il testo integrale del Pontifice seguire il link.

E proprio in questo tempo nel quale si riprende a sentire lezzo di guerra santa (se mai una guerra può essere definita in questo modo!), in questo tempo di nuova dichiarata caccia alle streghe, il Manifesto pangender si rivela un documento di lavoro imprescindibile per tutti coloro che rifiutano la lobotomia cattolica, la coercizione ancora una volta portata avanti dai fondamentalismi religiosi.

Se fino al secolo scorso qualcuno (come Benedetto Croce) poteva arringare la gente con tesi che sostenevano le ragioni del perché non possiamo non dirci cristiani... Oggi, alla luce dei progressi scientifici e dell'evoluzione della società multietnica noi non possiamo più dirci cristiani, se com'è ogni giorno più evidente, essere cristiani, per la Chiesa di Roma, significa confondere il genere con la sessualità, significa scoprire le tesi di Simone De Beauvoir (tratte dal Secondo sesso, 1949) con oltre cinquant'anni di ritardo e su una loro condanna costruire un nuovo pensiero settario e intollerante.

Questo è solo un esempio di quanto oggi sia necessario leggere e discutere testi come quello di Mirella Izzo; proprio mentre di nuovo la sferza del dogma inizia a colpire senza distinguere, aggrovigliando il significato reale delle cose, confondendo ancor più le persone e invitandole quindi, come da secoli, a cancellare la propria capacità di ragionamento, cedendo il proprio dono di esseri umani a una classe religiosa ancora, come sempre, alla ricerca del dominio delle coscienze, alla ricerca del potere sulla vita degli altri.

Oltre le gabbie dei generi (Edizioni Gruppo Abele) non istiga all'odio, non alimenta la rigida intransigenza, non consegna verità buone per tutte le stagioni. Semmai il contrario: la sua lettura invita a rimboccarsi le maniche e a cercare senza prevenzioni né prese di posizione personali, una possibile via di conoscenza dell'altro. Se mi permettete, io avverto nello scritto di Mirella Izzo anche l'eco chiarissimo di quanto gli antichi greci avevano scritto sul tempio di Apollo: Conosci te stesso. E quell'antica esortazione, che fu anche alla base della più osteggiata tra le filosofie della storia occidentale, lo Gnosticismo, resta il punto di partenza insieme alla sospensione del giudizio nei confronti dell'altro dai quali ripartire per una possibile evoluzione della specie umana.

È un libro ricco, una sintesi che palesa anni di studio, e attenzione per le problematiche umane. L'autrice con brevi cenni dimostra di aver approfondito le cause del nostro disagio, di aver capito le difficoltà dei movimenti che negli ultimi decenni hanno cercato di indirizzare le persone a prendere coscienza dei propri Diritti negati. Le difficoltà dei Femminismi storici a comunicare con le giovani generazioni di donne. Le complessità insite nel movimento LGBTQI a partorire una linea politica univoca, superando le differenze e i rancori interni. Il futuro tutto da costruire, sia dal punto di vista sociale che da quello culturale, per le nuove realtà interrazziali che saranno domani i nostri vecchi Continenti...
E il lettore non può non avvertire nascere in sé il desiderio di un confronto.

A ben riflettere, considerando nella sua complessità questo scritto, a me piacerebbe vederlo adottato come testo nelle scuole italiane, in quegli istituti disastrati da tante riforme incompetenti. Forse mettere nelle mani di tanti giovani un libro che insegni la differenza al posto della diversità potrebbe, questo sì, essere uno strumento di valore pedagogico, formativo per davvero, oltreché una semina utile per la società futura, una società che ci piacerebbe composta non degli stereotipi dell'uomo e della donna, ma di esseri umani finalmente coscienti di sé, curiosi dell'altro e quindi intenzionati a provare le molteplici esperienze che la vita su questo piccolo pianeta blu può ancora offrire.

AMORE, VIOLENZA E LE PROMESSE DEL '68

di Renate Siebert, DeA
02 aprile 2012

Vorrei parlare di questo testo (Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà Bollati Boringhieri, Torino 2011) a partire da una annotazione sull’autrice: la passione di Lea Melandri per le scritture di esperienza, la sua testardaggine nel ritornare sempre e ancora sulla dimensione esistenziale dove s’intrecciano corpo, pensieri ed emozioni. Sento vicinanza con lei innanzitutto nell’amore per il dettaglio, nell’insistenza sulla concretezza e, di conseguenza, nella diffidenza per l’ideologia.

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