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Scirocco news
27 05 2013

Ho letto stamane la lettera della nostra conterranea fuggita dalla Calabria. Ho letto le sue esternazioni su questa terra disagiata e barbara, dove gli uomini dettano legge e le donne sottomesse resistono come possono pregando di non generare altre condannate a morte ma figli maschi. Quelle stesse donne che cercano poi di facilitare la fuga delle loro figlie femmine, aiutate da quei padri che lavorano duramente per agevolare questa fuga. Ho inteso una contraddizione in questo suo dire: se i padri, in quanto uomini e padroni, sono quelli da cui fuggire perché poi lavorerebbero per far fuggire queste figlie il cui solo diritto è tacere proprio perché “fimmine”?

Leggendo quelle righe ho pensato che forse erano righe tratte da qualche novella ottocentesca di verghiana memoria, non può dipingere la Calabria di oggi e soprattutto le donne calabresi di oggi. Ma quel che più mi ha colpito è che tutte queste parole di condanna sono frutto dell’orrore suscitato dall’efferato delitto di Fabiana Luzzi. Mi ha colpito perché non sono riuscita a scorgere l’attinenza tra l’omicidio di una 16enne e il fatto che fosse nata in Calabria. Ecco questo non sono riuscita proprio a comprenderlo. Che un assassinio possa avere una marchio geografico e l’assassino avere nel proprio Dna il gene dell’omicidio perché nato in una terra e non in un’altra, penso sia quanto di più pernicioso possa diffondersi tra l’opinione pubblica.

Il perché un ragazzo di 16 anni si trasformi in un assassino a sangue freddo andrebbe forse spiegato dagli psichiatri, perché qualcosa deve scattare nella mente di qualcuno che può perpetrare un abominio simile perdendo la propria umanità. Ma pensare che tutto questo sia avvenuto per una sorta di cattiva eredità genetica indotta dal luogo in cui si nasce non solo sminuisce la portata del fatto criminoso ma induce uno sgravio di responsabilità che non possiamo permetterci.

Io sono nata in Calabria e sono una donna. E ho conosciute altre donne calabresi, fiere, forti orgogliose e combattive. E ho conosciuto uomini calabresi meravigliosi le cui figlie, mogli e madri sono e saranno sempre regine.

Il “femminicidio” è il frutto di una pessima percezione dell’altro come entità indipendente con propri pensieri e proprie esigenze, è frutto di un malato senso del possesso, e purtroppo per noi non possiede marchi geografici. Queste interpretazioni facilone e intrise di luoghi comuni pregiudicano il senso critico e impediscono una vera presa di coscienza. È come nascondersi sotto una coperta mentre fuori infuria la bufera. L’omicidio di una ragazzina è una barbarie ovunque avvenga, e non ci sono giustificazioni, o spiegazioni, antropologiche e sociali che tengano.

Non so perché la mia conterranea sia scappata dalla sua terra natìa, né se il suo vissuto l’abbia indotta a dipingere una Calabria da incubo, può essere che la sua esperienza l’abbia spinta a scrivere quelle parole. Ma non tutte siamo scappate da questa terra, perché forse non avevamo nulla da cui scappare, e se mai fosse vero quello che ha descritto è nostro dovere rimanere e cambiare le cose.

Arriva anche il commento di Renate Siebert: razzista e aberrante l’analisi della Chaouqui

“Una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese”. La sociologa di origini tedesche Renate Siebert, allieva di Theodor W. Adorno, già docente di sociologia generale all’Università della Calabria, vive da quasi 40 anni nella regione e, anche per questo, non mostra di gradire le tesi sostenute da Francesca Chaouqui, manager della multinazionale Ernst & Young.
Sulla vicenda della sedicenne uccisa e bruciata a Corigliano Calabro, Francesca Chaouqui ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui, dopo avere precisato di essere nata in un paese vicino al luogo teatro della tragedia, mette in evidenza la visione maschilista a suo dire predominante nella propria terra d’origine “nonostante la Calabria – dice – sia una terra matriarcale”. Chaouqui parla del rapporto uomo-donna come di “un binomio di mondi paralleli che non si trovano mai”.
“Per come conosco la Calabria – aggiunge Renate Siebert – devo dedurre che chi sostiene queste tesi è sostanzialmente razzista. Per questo non condivido che si possa parlare di specificità calabrese”.

AMORE, VIOLENZA E LE PROMESSE DEL '68

di Renate Siebert, DeA
02 aprile 2012

Vorrei parlare di questo testo (Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà Bollati Boringhieri, Torino 2011) a partire da una annotazione sull’autrice: la passione di Lea Melandri per le scritture di esperienza, la sua testardaggine nel ritornare sempre e ancora sulla dimensione esistenziale dove s’intrecciano corpo, pensieri ed emozioni. Sento vicinanza con lei innanzitutto nell’amore per il dettaglio, nell’insistenza sulla concretezza e, di conseguenza, nella diffidenza per l’ideologia.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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