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Il Fatto Quotidiano
08 09 2014

Ricomincia l'anno scolastico tra le speranze per gli annunci del presidente del Consiglio e le mancate promesse. A fine luglio sono iniziati i lavori per l'operazione "scuole belle" (150 milioni di euro per 7700 strutture). Dal 2015 arriveranno gli altri fondi per ristrutturare e costruire nuovi edifici. Ilfattoquotidiano.it vuole monitorare sul territorio come, dove e se sono stati spesi i soldi. Segnalateci le vostre storie sulla pagina Facebook "La mia scuola è"

di Redazione Il Fatto Quotidiano

Se sono state solo promesse, i primi a scoprirlo saranno gli occhi di alunni e insegnanti. Diario, zainetto e compiti delle vacanze: la campanella di settembre dà il via all’anno scolastico delle grandi speranze per edilizia e manutenzione. Matteo Renzi ha parlato di “priorità”, ma tra gli annunci del piano scuola e i fatti di mezzo ci sono tre mesi di una lunga estate. I primi lavori sono cominciati a fine luglio e sono stati per il momento di semplice manutenzione: pareti, infissi, campanelle e riscaldamento. Per operazioni più consistenti (restauro e costruzione) si dovrà aspettare almeno il 2015. Ma che cosa è stato fatto davvero sul territorio? ilfattoquotidiano.it vuole monitorare da vicino lavori e investimenti negli istituti di tutta Italia e per questo, grazie alle segnalazioni dei nostri collaboratori e dei lettori di tutta Italia (segnalate le vostre storie sulla pagina Facebook “La mia scuola è”), verranno tenute sotto controllo le realtà locali con video, foto e testimonianze.

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Il giorno della fiducia in Parlamento Renzi aveva promesso che alla scuola sarebbero andati 3,5 miliardi di euro. Che sono diventati 2,2 miliardi per l’anno corrente con l’aggiornamento di fine maggio. E che si sono ridotti a 550 milioni entro la fine del 2014 (a cui aggiungere i fondi provenienti dallo sblocco del patto di stabilità). Il piano del presidente del Consiglio si divide in tre parti: “scuole belle”, ovvero lavori di semplice manutenzione iniziati a fine luglio (150 milioni di euro per 7mila 700 strutture); “scuole sicure”, la messa in sicurezza degli edifici che partirà dal 2015 (400 milioni di euro per 2400 interventi); infine “scuole nuove”, la costruzione di nuove strutture (400 cantieri per 122 milioni di euro che arriveranno dallo sblocco del patto di stabilità e non prima del 2015). Ecco nel dettaglio cosa è stato fatto e cosa no nelle regioni d’Italia.

Lombardia: Milano
Venti scuole da demolire e ricostruire completamente. Altre sette con la necessità di interventi pesanti di ristrutturazione e diverse parti da buttare giù. E’ il quadro che una relazione dei tecnici dell’assessorato ai Lavori pubblici di Milano ha delineato lo scorso gennaio sulle condizioni degli edifici di elementari e medie, ovvero gli istituti la cui edilizia è gestita dal comune. Ventisette scuole su circa 580, insomma, cadono a pezzi. E 22 di queste sono frequentate, mentre le altre cinque sono già state chiuse. Strutture in cui è stato utilizzato materiale contenente fibre di amianto e prefabbricati degli anni ’60 e ’70 che furono progettate per durare una quarantina d’anni. Una situazione che appare ancora più grave se si prendono in considerazione anche le scuole superiori, la cui manutenzione è in capo alla provincia. Una delle strutture più fatiscenti a Milano, infatti, è la succursale di Lambrate dell’istituto alberghiero Vespucci, che ha sede in uno stabile degli anni ’20 dichiarato per un terzo inagibile dal comune. Al primo piano di un lato dell’edificio si può accedere solo con una scala esterna, “scivolosissima quando piove”, dice il vicepreside Carlo Zorloni. Il resto lo fanno i muri scrostati, gli infissi mal ridotti e l’acqua che entra dal soffitto anche in un’aula utilizzata per le lezioni. Un tale degrado certo non potrà essere risolto dai 160 milioni di euro destinati a tutta la Lombardia dal piano di edilizia scolastica voluto da Matteo Renzi e declinato nei tre capitoli #scuolenuove, #scuolesicure e #scuolebelle. Per quanto riguarda le scuole di Milano, a Palazzo Marino andranno circa 2 milioni, mentre 15 arriveranno alla provincia per mettere in sicurezza, nell’ambito del programma #scuolesicure, gli edifici del liceo scientifico Vittorini, dell’istituto tecnico Feltrinelli e dell’istituto Severi-Correnti. Non molto, se si pensa che per gli interventi più pesanti sulle sole elementari e medie di Milano il comune stima che siano necessari dai 169 ai 202 milioni di euro, a seconda delle tecniche di ricostruzione utilizzate.

A Milano, poi, nessuna buona notizia è arrivata da #scuolenuove, il capitolo del piano di edilizia scolastica che prevede lo sblocco del patto di stabilità per consentire i lavori sulle scuole che i sindaci avevano indicato al governo su richiesta di Renzi. “Noi avevamo segnalata come necessaria la ricostruzione della scuola di viale Puglie, ma per il momento non abbiamo avuto notizie da Roma”, spiega l’assessore ai Lavori pubblici Carmela Rozza. Da Palazzo Chigi fanno però sapere che sono state inserite nel pacchetto #scuolenuove solo gli interventi cantierabili immediatamente. Sia come sia, il comune di Milano ha iniziato a muoversi da solo: nel bilancio 2014 sono stati inseriti 12 milioni per la ricostruzione della scuola di viale Puglie e 13,5 per quella di via Viscontini. “Non aspettiamo Godot. Se poi arriveranno dal governo i soldi per rifare la scuola segnalata, ne ricostruiremo tre anziché due”, commenta Rozza che in ogni caso considera il piano del governo “un primo passo positivo, anche se per risolvere il degrado dell’edilizia scolastica serve molto di più”. I finanziamenti resi disponibili nei capitoli #scuolesicure e #scuolenuove passano attraverso i bandi delle gare con cui ogni ente locale deve affidare i lavori. Sono invece immediatamente spendibili dagli istituti quelli del pacchetto #scuolebelle, finalizzato a interventi di piccola manutenzione come la tinteggiatura delle aule. Ma dall’ufficio scolastico regionale ammettono qualche ritardo. Dei 10,1 milioni previsti per la Lombardia per il prossimo biennio, 3,4 milioni dovrebbero essere sbloccati per lavori da eseguire quest’anno. Sinora le scuole hanno avuto l’ok per spendere 2,3 milioni, ma visto che la comunicazione è arrivata con qualche settimana di ritardo solo a fine luglio, i lavori sono già iniziati solo in 40-45 plessi sui 300 dove sono previste piccole manutenzioni. E dove con l’inizio dell’anno scolastico, oltre agli alunni, arriveranno così anche gli operai. Con più di un disagio per i ragazzi a lezione.
Luigi Franco

Emilia Romagna
Trentuno milioni di euro destinati all’edilizia scolastica regionale, ma perché l’Emilia Romagna abbia davvero scuole più belle, più sicure o più nuove bisognerà attendere il prossimo anno. Almeno, per il piano di ristrutturazione degli edifici scolastici varato dal governo di Matteo Renzi. A luglio, infatti, da Roma è arrivato il via libera a smobilitare fondi per tinteggiare, mettere in sicurezza o costruire nuovi istituti sul territorio nazionale, ma non tutti i Comuni emiliano romagnoli hanno già ricevuto le risorse. E se c’è chi ha approfittato dell’estate per concludere qualche opera di manutenzione, per gli interventi più significativi si dovrà attendere la fine del 2014. O il 2015. Per #scuolebelle, piccola manutenzione, per cui l’Emilia Romagna ha ricevuto 7,5 milioni di euro assegnati dal Miur direttamente alle scuole, #scuolesicure, cioè messa in sicurezza, 11,5 milioni di euro che il governo ha assegnato alla regione, erogati dalla delibera del Cipe dello scorso 30 giugno (anche se in molti casi i cantieri non apriranno prima del prossimo anno), e #scuolenuove, per nuovi edifici. In questo caso le risorse, 12,4 milioni di euro circa, non verranno dallo Stato ma dagli enti locali, che saranno in grado di utilizzarli grazie allo sblocco del patto di stabilità, ma nel 2015.

A Bomporto, in provincia di Modena, Comune terremotato e alluvionato si fa fatica a capire a quanto ammontino i fondi che il governo manderà da Roma per ristrutturare la scuola media Alessandro Volta. “Noi siamo stati designati per ricevere un finanziamento da 145.000 euro”, spiega il sindaco Alberto Borghi, “ma non sappiamo se quei fondi siano ‘netti’, o se invece dal totale si debbano sottrarre i 40.000 euro già spesi per effettuare un primo intervento alla scuola. Il progetto, comunque, è pronto, e non appena riceveremo il via libera da Roma apriremo il cantiere”. In provincia di Piacenza, ad Alseno come ad Agazzano, i soldi stanziati dal governo, 35.000 per il primo Comune, 54.000 per il secondo, non bastano a finanziare gli interventi di cui le scuole primarie avrebbero bisogno, mentre il capoluogo aspetta i fondi di Roma (54.720 euro) per poter costruire una rampa d’accesso per disabili all’esterno delle medie Alighieri. In compenso sempre l’amministrazione di Piacenza ha ricevuto uno stanziamento da 600.000 euro nell’ambito di #scuolenuove, e cioè per il nido Vaiarini, chiuso a partire da quest’anno proprio a causa delle condizioni dell’edificio, e 14.000 euro da #scuolebelle. “Stiamo predisponendo la documentazione relativa ai progetti”, spiega l’assessore ai Lavori pubblici Giorgio Cisini, “ed entro il 15 ottobre presenteremo la progettazione esecutiva delle Vaiarini”.

Stesso discorso a Cesena, dove l’amministrazione aspetta i 27.000 euro che il governo Renzi ha stanziato per la scuola primaria Carducci. Paradossalmente, spiega il Comune, il progetto che la città aveva segnalato al ministero nei giorni in cui il premier democratico invitava l’Italia a spedire a Roma problemi e progetti relativi all’edilizia scolastica, quello, cioè, (economicamente cospicuo) relativo alle scuole San Vittore, è stato escluso dal piano varato a luglio, tuttavia almeno i fondi per le #scuolebelle, 15.400 euro, sono arrivati, e i lavori dovrebbero essere conclusi per l’inizio del nuovo anno scolastico. In provincia di Parma, a Borgo Val di Taro, il più grosso Comune dell’Appennino parmense, l’amministrazione è pronta a cominciare i lavori di ristrutturazione della scuola primaria Anna Frank, che comprendono l’adeguamento dell’impianto elettrico e la messa in sicurezza delle vetrate della palestra. “Le risorse, 109.000 euro – spiega il sindaco Diego Rossi – dovranno essere reperite nella prossima legge di stabilità. Quindi abbiamo i progetti esecutivi e siamo in attesa di una comunicazione circa i passaggi amministrativi da compiere, da parte del Miur. Dopo di che, appena avremo la certezza della disponibilità finanziaria, in 30 – 60 giorni indiremo le gare d’appalto. Il nostro obiettivo sarebbe fare i lavori durante le vacanze di Natale, ma vedremo cosa ci dirà il ministero”.

Anche Parma capoluogo non avvierà i cantieri prima del nuovo anno. Il Comune fa sapere che la richiesta presentata al governo era stata quella di allentare i lacci del patto di stabilità per poter effettuare interventi di edilizia scolastica alle primarie Einaudi e alle medie Toscanini, cioè rimozione dell’amianto, copertura e isolamento termico (#scuolesicure), e affinché le risorse arrivino bisognerà aspettare il 2015. Situazione comune alla vicina Bondeno, in provincia di Ferrara, anch’essa vittima del terremoto, che come il resto dei Comuni del cratere da tempo lamenta i troppi limiti imposti dai vincoli di bilancio. “Per ora di fondi, 93.950 euro da #scuolesicure, non ne abbiamo ricevuti – racconta il sindaco Alan Fabbri – e tutti gli interventi di edilizia scolastica li abbiamo finanziati con le risorse della struttura commissariale o del Comune. Attendiamo”. A Ferrara, invece, si pensa ad anticipare eventualmente i soldi del governo qualora questi dovessero tardare troppo. “Se per costruire le due piattaforme elevatrici all’esterno delle scuole elementari di Francolino e di Pontelagoscuro, destinate ai bimbi con disabilità, per le quali il Miur ci ha promesso in tutto 100.000 euro, dovremo pagare in anticipo, lo faremo – spiega l’assessore ai Lavori pubblici Aldo Modonesi – comunque i fondi dovrebbero già essere disponibili perché siamo in fase di gara d’appalto”.

Cantieri nel 2015 anche per Comacchio, la città dei Tre Ponti, a cui lo Stato ha riconosciuto 150.000 euro per il rifacimento del tetto delle scuole elementari Fattibello. “L’amministrazione – spiega l’assessore ai Lavori pubblici Stefano Parmiani – dovrà affidare i lavori entro il 31 dicembre 2014, poi da gennaio 2015 verranno assegnate le risorse, quindi concretamente non abbiamo ancora ricevuto nulla”. #Scuolesicure nel 2015 pure a Reggio Emilia. Al capoluogo di provincia spettano 200.000 euro per interventi di manutenzione straordinaria nelle scuole elementari Pascoli, e 509.600 euro per la messa in sicurezza delle scuole dell’infanzia Pezzani. “Sicuramente – fa sapere il Comune – a prescindere da quando arriveranno i fondi, i lavori li faremo l’estate prossima, perché non è possibile ristrutturare con i bimbi che fanno lezione”. Nei prossimi mesi, invece, dovrebbe partire il cantiere alle scuole secondarie di primo grado Ricci Muratori del Comune di Ravenna, che per l’intervento conferma di aver già ricevuto i 50.000 euro previsti dallo Stato. Difficile dire, tuttavia, se sono già stati spesi i 266.000 euro che il governo ha dato a 14 scuole del territorio cittadino per opere di decoro, piccola manutenzione e ripristino funzionale: “I fondi vengono erogati dal Miur direttamente agli istituti, e ciascuno procede secondo i suoi tempi”. Anche se a Imola, Comune della provincia di Bologna, l’assessore alla Scuola Roberto Visani è già in grado di confermare che tutti i finanziamenti ministeriali sono stati impiegati per l’edilizia scolastica. “Abbiamo ricevuto 452.711 euro per la messa in sicurezza dell’Istituto comprensivo Carducci, e i lavori sono già stati ultimati. Stesso discorso per #scuolebelle, 127.400 euro erogati a 9 scuole della città”. Completamente imbiancate di fresco, poi, anche le Gianni Rodari di Crespellano, 8.400 euro di intervento pagato dallo Stato. Pure in Riviera si procede spediti. A Bellaria – Igea Marina, spesi i 15.400 euro per rendere più belle le scuole dell’infanzia Bosco Incantato e il Gabbiano, si pensa alla manutenzione straordinaria delle medie Panzini, in programma per l’autunno, mentre a Rimini il Comune ha già avviato in agosto i lavori finanziati dal governo con #scuolebelle: “134.000 euro per dieci istituti. Un bel segnale – spiega il vicesindaco Gloria Lisi – anche se sappiamo tutti che la scuola ha bisogno di ben altre risorse”.

Fuori dai finanziamenti dello Stato è rimasta invece Riccione, che pure di scuole da ristrutturare ne avrebbe almeno una: l’Istituto alberghiero “Savioli”, 830 studenti e un numero di aule insufficienti a ospitarli tutti. Problema che da tempo costringe i ragazzi a seguire le lezioni in pellegrinaggio in altre strutture, ad esempio nei sotterranei del liceo scientifico lì accanto, non sempre adatte all’attività accademica. L’istituto fa capo alla Provincia, e per questo i tempi per trovare una soluzione adeguata si sono allungati. “Tuttavia”, spiega il sindaco Renata Tosi, “a giorni metteremo a disposizione una nuova scuola media, che sarà adattata a ospitare parte degli studenti del Savioli. Quanto al piano di Renzi, i tecnici del Comune avevano, come tutti credo, presentato dei progetti, che però non hanno ricevuto alcun finanziamento. Dispiace essere stati esclusi, ma cercheremo altri fondi, regionali ed europei, per le nostre scuole”.
Annalisa Dall’Oca

Abruzzo
Per il progetto #scuolebelle all’Abruzzo spetterebbero quasi 17 milioni di euro. Senza contare i 3 milioni di euro per costruire nuovi edifici (#scuolenuove) e i 22 milioni e rotti per la messa in sicurezza (#scuolesicure): soltanto tre anni fa l’Abruzzo venne indicato, da un rapporto di Legambiente (“Ecosistema Scuola”), come una delle regioni meno sicure d’italia. Ora l’intervento del governo, che però non toglie le preoccupazioni degli addetti ai lavori. “E’ una bella iniziativa, ma serpeggia un sentimento di grande frustrazione tra i dirigenti scolastici”, spiega Giovanni Di Iacovo, assessore comunale alla pubblica istruzione di Pescara. “E’ un problema di priorità. Gli stanziamenti per #scuolebelle finanzieranno solo interventi di piccolo cabotaggio (come riverniciare le pareti, riparare i banchi, dare un’aggiustata agli infissi, avvitare un rubinetto che perde)”. L’urgenza del presidente del Consiglio sarebbe quella di abbellire plessi scolastici spesso oberati da ben altri problemi. E poi “c’è una questione di competenza normativa: gli istituti superiori sono ancora affidati alla Provincia che non esiste praticamente più, se non sulla carta, e che ha annunciato di non possedere più fondi per l’ordinaria manutenzione delle scuole secondarie”, dice Fabiola ortolano, segretaria provinciale Uil Scuola. “Mentre gli altri ordini scolastici sono delegati ai Comuni, che però soffrono di deficit di bilancio”. Son tutte #quasibelle le scuole abruzzesi? Non sembrerebbe. “Alla scuola di primo grado di Francavilla “Masci”, in provincia di Chieti, usano lo scotch per chiudere le finestre” ci rivela un’insegnante. Alla scuola primaria “Edmondo De Amicis” di Giulianova (provincia di Teramo) si staccano tegole dal tetto. Ancora critica la situazione delle scuole de L’Aquila, duramente colpite dal terremoto 2006: su queste stiamo raccogliendo dati e informazioni e faremo al più presto una mappatura completa.

Dopo cinque anni di lavori, ritardi e rinvii, riapre a settembre la scuola elementare “Raffaele Laporta”, in via Rubicone, nel cuore del quartiere popolare San Donato di Pescara. Era il settembre del 2009 quando, per motivi di sicurezza, vennero cancellate le lezioni e sigillate le aule, in attesa dei lavori che avrebbero reso la struttura di nuovo fruibile ai bambini delle elementari e della materna. L’iter per la sola apertura del cantiere ha richiesto un anno e mezzo di tempo. L’intervento sull’edificio scolastico è costato 500 mila euro di finanziamento Cipe a fondo perduto, altri 130mila euro dell’amministrazione comunale, e ancora 630mila euro per l’adeguamento strutturale antisismico. Oggi, in quella scuola si muovono ancora gli operai, in vista della tanto attesa riapertura annunciata dal neo sindaco Marco Alessandrini (Pd) per quest’anno scolastico. Una riapertura parziale, visto che l’ultimo piano della palazzina non è stato ancora ristrutturato, come pure la palestra. Sono 300 gli alunni che in questi anni hanno fatto lezione in un appartamento e che ora si preparano finalmente ad entrare in una scuola vera. Ma è una buona notizia solo a metà: delle 10 classi pronte a spostarsi, solo 8 saranno le fortunate. Non c’è posto per tutti. A cinque anni dalla chiusura, manca ancora il terzo piano da ristrutturare. Per i bambini di due classi, la strada è ancora in salita.
Maurizio Di Fazio e Melissa Di Sano

Liguria: Genova
A Genova la scuola sulla quale intervenire con opere di manutenzione urgenti, lo scorso marzo era stata individuata, in ossequio alle direttive del premier Matteo Renzi, nell’edificio che ospitava l’ex Istituto Nautico, in piazza Palermo, tra i quartieri di San Fruttuoso e Albaro. Purtroppo però l’indicazione trasmessa a Roma non ha ricevuto riscontro. Neppure un euro è arrivato degli ottocentomila richiesti dal Comune di Genova al governo. Che ha quindi deciso di operare in proprio, autofinanziandosi con un mutuo bancario di pari importo. “Ai 660mila euro già stanziati con risorse nostre dal Piano triennale per la sicurezza e impiegati per lavori all’interno dell’edificio, abbiamo aggiunto gli 800mila euro presi a prestito”, spiega l’assessore al patrimonio, Gianni Crivello. “Stiamo eseguendo lavori sugli infissi e le facciate dell’edificio e metteremo in sicurezza gli impianti elettrici e idraulici e le vie di accesso. Abbiamo realizzato una passerella che porta a Via Nizza, alle spalle della scuola, dotando la scuola di un doppio ingresso. Ristruttureremo infine i locali assegnati alle scuole Vespertine. Soldi dal decreto Renzi? Mai vista neanche una ‘palanca’”.

Alessandro Morgante, presidente del Municipio Medio Levante, spiega che nel vecchio Nautico troverà alloggio l’Istituto Comprensivo Foce, ossia la scuola Media Pascoli (oggi in affitto in un edificio di corso Torino) e l’asilo della Foce. Con l’attigua scuola elementare Barrili, si completerà anche fisicamente il primo ciclo di studi. “Spero che i lavori terminino in tempo per l’apertura dell’anno scolastico 2015/2016″, dice Morgante. L’asssessore alla Pubblica Istruzione, Pino Boero, precisa: “Ogni anno viene realizzato un piano della sicurezza degli edifici scolastici, per la maggior parte collocati in palazzi storici e in ville patrizie. In collaborazione con i Servizi sociali vengono effettuate migliorie (accessi facilitati, ascensori) per l’accesso degli studenti affetti da disabilità motorie”.
Renzo Parodi

Toscana: Firenze
Erano nate alla fine degli anni ’60 come strutture provvisorie. Ma quegli edifici sono ancora lì ad ospitare le scuole: due superiori (professionale alberghiero Buontalenti e professionale commerciale Sassetti-Peruzzi), una elementare (la Enriques-Capponi, in pieno centro) e una media (la Don Milani). Proprio in quest’ultima la situazione più critica: i bambini studiano sui banchi nelle aule di un prefabbricato. Negli anni, qui come nelle altre tre scuole, il Comune ha messo qualche toppa con piccoli interventi di manutenzione. Ma i materiali strutturali sono quelli che sono e caldo e freddo penetrano facilmente. L’edificio della periferia est di Firenze è fatiscente, senza contare che da qualche parte potrebbe esserci ancora dell’amianto: “Ma non è pericoloso”, rassicurano i sindacati. Il rifacimento completo era stato definito “prioritario” almeno quanto quello della Dino Compagni, scuola abbattuta e la cui parziale ristrutturazione è stata finanziata. O come quello di Santa Maria a Coverciano i cui lavori, iniziati nel 2011, consentono già l’agibilità di un’ala. Furono tutte costruite nello stesso periodo. Ma per la Don Milani ancora niente. L’attuale preside andava a scuola proprio a Santa Maria: “Ero piccola quando la inaugurarono”, racconta Anna De Zordi, “e proprio io consegnai un mazzo di fiori a Nicola Pistelli”. Era l’assessore di allora, scomparso prematuramente: il padre di Lapo attuale viceministro degli Esteri.
Duccio Tronci

Sicilia: Palermo
Infiltrazioni nelle aule, pareti scrostate, intonaci cadenti: si presenta così l’Istituto Comprensivo Mantegna a Palermo, inserito nella lista degli edifici scolastici finanziati dal Piano Renzi 2014. Solo che a pochi giorni dall’inizio della scuola, dei fondi promessi dal premier, a Palermo non hanno visto un centesimo. “A maggio è arrivata questa lettera dal governo, che chiedeva di indicare le scuole da inserire nel piano: abbiamo indicato l’Ics Mantegna, ma da allora non abbiamo più avuto alcuna notizia” spiega Barbara Evola, assessore alla Scuola del comune di Palermo. “L’edificio”, continua l’assessore, “ha bisogno di lavori urgenti, non potevamo aspettare: per questo per il momento abbiamo utilizzato operai pagati con fondi comunali. Ma il governo oltre agli annunci deve passare ai fatti. Sempre l’istituto Mantegna avrebbe bisogno di interventi strutturali: l’edificio risale agli anni ’50, negli anni la manutenzione è stata praticamente assente e non è nemmeno garantita l’accessibilità per gli alunni diversamente abili”. In generale, però, tutta la situazione dell’edilizia scolastica a Palermo appare tragica: nel quartiere popolare Zen, per esempio, l’istituto Sciascia non può utilizzare la palestra da 15 anni, e il locale è stato vittima di raid vandalici. Non cambia la situazione in centro, a piazza Magione, dove grazie ad un finanziamento europeo partiranno a breve lavori di ristrutturazione del plesso Ferrara, previo trasferimento delle aule: I lavori, per la verità, sarebbero dovuti partire l’anno scorso, ma sono stati stoppati dal ricorso della ditta arrivata seconda nella gara d’appalto. “Il governo – spiega sempre l’assessore Evola – oltre a tramutare in fatti l’annuncio di finanziamenti, dovrebbe anche azzerare i passaggi burocratici. E quando decide di finanziare lavori nelle scuole, dovrebbe interpellare i comuni”. Curioso, a tal proposito, il caso dell’istituto comprensivo Abba Alighieri: incluso nel piano “Scuole belle” del governo Renzi, non potrà beneficiarne immediatamente. Il motivo? Anche lì stanno partendo lavori di ristrutturazioni finanziati da fondi europei. In pratica le aule che il governo voleva “abbellire”, devono essere prima ristrutturate.
Giuseppe Pipitone

Piemonte: Torino
Alla scuola media “Costantino Nigra” di Torino aspettano i soldi del governo per la messa in sicurezza che, come da programma, arriveranno nel 2015. Risale al 6 marzo scorso l’annuncio ufficiale del Comune. “Dei soldi di Renzi ancora nessuna traccia – dichiara il preside Maurizio Tomeo -. Sono stati assegnati quelli per il progetto ‘#Scuolebelle’, ma per ‘#Scuolesicure’ ancora nulla perché i tempi burocratici per gli interventi di restauro sono più lunghi”. Quindi finora per questa scuola sono stati stanziati 29mila euro che serviranno soprattutto per gli interventi di manutenzione ordinaria, come la tinteggiatura delle pareti e la cura del verde. “#Scuolebelle va tanto bene, ma abbiamo bisogno di ‘#Scuolesicure’, perché la sicurezza è meglio – continua -. Siamo ai limiti della capienza e abbiamo bisogno della manutenzione straordinaria fortissima, perché sono edifici che – in quarant’anni di esistenza – hanno subito pochi interventi. Al momento grazie al Comune sono state sistemate le controsoffittature delle aule, quelle più pericolose, ma non ancora quelle degli spazi comuni negli ingressi principali, dove hanno sistemato delle controsoffittature di sicurezza e hanno messo dei percorsi di sicurezza”, spiega il preside. Poi ci sono gli infissi e i serramenti da cambiare sia qui, sia nelle altre scuole collegate al plesso scolastico, e infine le colonne idrauliche nei bagni. Così oggi gli allievi, quasi settecento per questa scuola media (si arriva quasi a 1.500 studenti in totale), dovranno utilizzare le uscite secondarie messe in sicurezza per evitare quelle in cui possono cadere degli intonaci, mentre gli ultimi lavori proseguiranno in attesa di quelli promessi dal governo Renzi: “Il disagio ci sarà, ma lo affrontiamo con gioia, pensando al futuro”.
Andrea Giambartolomei

Dinamo Press
28 07 2014

Una riflessione verso le sfide autunnali a partire dalla città di Roma : "Come difendersi dalla "lotta di classe" scatenata dall'alto e come affermare il diritto alla città nel tempo della fine del "buon governo" saranno i terreni principali di verifica dei rapporti di forza nella tempesta neoliberale"

A un anno di distanza dalle elezioni comunali, il bilancio della giunta Marino assume i contorni del disastro. Una politica miope, subalterna ai dikat dei vincoli di bilancio europei (e al suo corollario nazionale), zelante con i poteri forti della città. Possiamo parlare di emergenza abitativa, degli spazi culturali autogestiti o del sistema di welfare locale, ma il tic di Marino e soci è sempre lo stesso: girarsi dall'altra parte per far passare indisturbati i carri armati della rendita, i tagli indiscriminati, gli sgomberi su commissione.

Le previsioni più fosche, di chi intravedeva nella "disobbedienza" alle politiche di austerità l'unica pratica possibile di "governo", sono tutte confermate. La gestione autolesionista e provinciale della vertenza del Teatro Valle dà la misura sia del profilo della "strategia culturale" del Campidoglio che dell'incapacità di immaginare politiche di cambiamento anche quando si presentano, come regali, a costo zero.

In tre anni di occupazione, forse per la prima volta nella sua lunga storia, il Valle è stato attraversato da migliaia di persone, ospitato una programmazione di qualità e popolare, promosso un modello produttivo-gestionale all'avanguardia e in controtendenza rispetto al panorama desolante del teatro italiano. Un laboratorio culturale e una sperimentazione di autogoverno che, dalla morte annunciata del vecchio carrozzone Eti (Ente teatrale italiano), ha saputo costruire un prototipo "istituzionale" attorno al concetto e alla pratica dei "beni comuni". Ma invece di diventare il fiore all'occhiello di una città che guarda all'Europa, il Valle è diventato campo di contesa tra ipotesi di restaurazione artistica e vendette questurine.

Un'estate trascorsa tra rigurgiti legalitari e autogol spettacolari, sgomberi coatti (il Volturno occupato) e assedi alle esperienze di welfare autogestito, come accaduto recentemente al centro sociale Corto Circuito di Cinecittà (e prima all'Angelo Mai). La storia è nota: pochi giorni fa, l'Acea provvede al distacco del servizio idrico, bloccando di fatto tutte le attività e la stessa agibilità dello spazio. Un atto provocatorio che ricorda più un'azione di guerra che un procedimento amministrativo, nei confronti di un patrimonio culturale, sociale e di servizio da venti anni parte integrante della città. Il tutto mentre, parallelamente, viene istituito un tavolo istituzionale sugli spazi sociali, presieduto dal vice sindaco e assessore al patrimonio Luigi Nieri.

La mano destra interloquisce, la mano sinistra si fa complice della guerra.

In questa cartolina triste e sbiadita, in cui si smarrisce definitivamente il significato della parola "sinistra", ecco che spunta un raggio di sole e di speranza. L'assessore Nieri stavolta conquista la scena tra fotografi, giornalisti e cittadini, formalizzando una evento straordinario: la nascita di un parco pubblico, con al centro un lago venuto fortunosamente alla luce, nella area della ex Snia Viscosa, tra via Prenestina e via di Portonaccio, zona est della capitale a due passi dal centro.

Una gigantesca operazione speculativa, ad opera di uno tra i più noti re del mattone (Pulcini), viene bloccata e rovesciata grazie a una grande battaglia pubblica, messa in piedi da comitati di quartiere, centri sociali, associazioni e liberi cittadini. Una lotta testarda contro le collusioni della giunta Alemanno prima e contro le timidezze e i mal di pancia del centroisinistra poi, caratterizzata da un chiaro profilo autonomo e plurale. Ma anche per la sua maturità e capacità di parlare a tanti e diversi, senza alcuna paura reverenziale nei confronti della "statura" degli avversari.

Una conquista che forse, in una qualsiasi città del nord Europa, sarebbe stata garantita dal buon senso di un'amministrazione locale, ma che nel nostro paese e nella nostra città assume i contorni di una vittoria inaspettata.

Questa vicenda rappresenta la perfetta sintesi del riformismo (im)possibile ai tempi dell'austerità e della fine della politica intesa come espressione di interessi pubblici. Dopo dodici mesi di piccolo cabotaggio, provvedimenti spot (pseudo pedonalizzazioni e interventi di cosmesi urbana) e posizionamenti da risiko nell'aula Giulio Cesare, assistiamo forse al vero primo atto di discontinuità politica, figlio però della determinazione di una lotta e di un progetto nati e cresciuti nei movimenti metropolitani.

Una "rigenerazione urbana" che si è misurata nei territori e non nelle stanze ammuffite del Campidoglio, capace di scuotere dal torpore una giunta ineffabile. Un prototipo di "autogoverno" già intravisto nelle lotte dei movimenti per il diritto all'abitare (unici ad offrire un'alternativa concreta, seppur parziale, ai senza casa e agli sfrattati), nelle reti culturali informali (un'estate romana fatta di festival autogestiti e autofinanziati popolati all'inverosimile, disseminati nelle stesse periferie abbandonate dalla giunta), nei miracoli materialissimi della cooperazione sociale e del terzo settore non "embedded" che ha difeso la dignità dei servizi pubblici e dei lavoratori.

La crisi economica globale e il suo specchio politico - crisi della sovranità statale, un simulacro quella continentale - certificano la fine dei "riformismi" per come li abbiamo conosciuti, anche a livello locale. Senza un "no" costituente alle politiche di bilancio, non c'è spazio di manovra per le istituzioni cittadine, ridotte al ruolo di esattrici delle tasse e braccio armato dei tagli. Ma la lezione non vale solo per chi, nella rappresentanza, immagina ancora un ruolo non residuale, ma anche per i movimenti sociali, costretti, nolenti o volenti, a misurarsi fino in fondo con la sfida dell'autogoverno e del diritto alla città.

All'orizzonte si profilano le sfide autunnali attorno ai due fronti prinicipali dell'offensiva neoliberale di Renzi & co.: da una parte, il Jobs Act, che si propone di rendere la precarietà, i salari da fame e lo sfruttamento condizioni standard e "istituzionali" della forza lavoro contemporanea; dall'altra, il decreto Lupi e il suo corollario di tagli e privatizzazioni dei servizi locali e delle società partecipate (come emerge chiaramente dalla lettura dei piani di spending review presentati dal commissario Cottarelli), che vogliono trasformare le città in un campo docile di valorizzazione per la rendita e la speculazione.

Come difendersi dalla "lotta di classe" scatenata dall'alto e come affermare il diritto alla città nel tempo della fine del "buon governo" saranno i terreni principali di verifica dei rapporti di forza nella tempesta neoliberale.

 

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10 07 2014

Questa volta l’hanno fatta veramente grossa. E siccome l’hanno fatta talmente grossa che molti lo hanno capito, eravamo in tanti – ma proprio in tanti – martedì 8 all’Assemblea del Coordinamento delle Scuole di Roma; 5 di pomeriggio, molti di noi impegnati ancora nell’esame di Stato, caldo africano.

Che la proposta Reggi-Giannini rischi di ridare testa e gambe alla mobilitazione è evidente. L’assemblea, al di là delle analisi dei probabili provvedimenti in materia di scuola che, se confermati, ribadiscono e aggravano la linea Gelmini-Aprea-Brunetta (a differenza di quanto il PD ha continuamente garantito in campagna elettorale; “primo passo: cancelleremo la riforma Gelmini”) ha scandito la tabella di marcia della mobilitazione che – per partire – non può attendere la ripresa dell’anno scolastico.

La schizofrenia del PD in questo caso è stata evidente: proclami, anticipi, annunci e poi smentite dirette o indirette, ritrattazioni, revisioni. Infine: conferme. Sono confusi o tentano di confonderci? L’ipotesi più probabile è che la posta in gioco sia talmente alta e strategica (un progetto di revisione di tutto quanto riguarda la professione docente, orari e salari compresi, extracontrattuale) che saggiare il terreno e testare le reazioni sia fondamentale. Che non abbiano le idee chiare è escluso: la proposta è perfettamente coerente con la linea meritocrazia-valutazione-riforma del reclutamento cara da anni al PD, così come allo screditamento del sindacato che quel partito sta perseguendo.

Prima di tutto le conclusioni dell’assemblea: una serie di appuntamenti da non mancare. Noi docenti sappiamo per esperienza che i colpi di mano estivi (si pensi alla riforma Gelmini) sono i peggiori. Ed è per questo che ci auguriamo che alle nostre iniziative se ne aggiungano altre; tra le tante annunciate, la prossima è l’Assemblea Autoconvocata degli Insegnanti Arrabbiati di Torino, che si terrà venerdì alle 17.30. La mobilitazione a Roma prevede già tre date. Domenica 13 luglio, seminario organizzato dai lavoratori autoconvocati della scuola il 13 luglio dalle ore 9 al Cielo sopra l’Esquilino via Galilei 57. Lunedì 14 luglio: assemblea nazionale, indetta dall’Unicobas, ma a cui hanno aderito tutti gli autoconvocati, alle ore 15,30 sotto al Ministero della Pubblica Istruzione. Martedì 15 luglio (data in cui il testo dovrebbe essere sottoposto a Renzi): sit in davanti a Montecitorio, ore 9. La concomitanza con il contemporaneo presidio contro la riforma del Senato in Piazza delle 5 Lune, alle 10 dello stesso giorno, non è casuale: si tratterà di una vera e propria catena umana per protestare contro il progetto trasversale di incrinare le basi della democrazia. Questa è la risposta della scuola della Costituzione. Per cominciare.

E adesso, per i non addetti ai lavori, un breve riassunto dei fatti che hanno portato ad una risposta così immediata ed imponente. La scorsa settimana il sottosegretario Reggi illustra un pacchetto di misure che saranno consegnate al consiglio dei ministri, per poi essere tramutate in una legge delega. L’abuso della delega è stato sempre aspramente criticato dal PD di opposizione (che però, a quanto pare, si è prontamente adeguato, una volta al governo). Essa sottrae al dibattito parlamentare materie fondamentali. Si tratta di una serie di articoli ai quali verranno conferiti contenuti concreti attraverso i decreti legislativi: esattamente come accadde per la “riforma” Moratti, ad esempio. Un contenitore vuoto, con degli annunci; sul come, sul quanto, persino sul cosa specificamente farci entrare ci penseranno dopo; e per noi potrebbero esserci amare sorprese. Non sarebbe la prima volta.

I provvedimenti prevederebbero (condizionale d’obbligo, considerate le varie ritrattazioni) scuole progressivamente aperte fino a coprire l’intera giornata; con quali fondi, con quale personale, in quali spazi realisticamente occupabili per un lavoro protratto non è dato sapere. Aumento dell’orario di lavoro (e non di lezione) dei docenti fino a 36 ore settimanali, nell’ambito delle quali verrebbero coperte anche le supplenze brevi, che – pertanto – creerebbero un ulteriori ostacolo per i precari, che da anni vengono convocati per sostituire i docenti assenti. In una ragionieristica ed equivoca visione della nostra professione – che omologa la quantità di lavoro alla qualità – chi cumula e copre più incarichi riceverà un aumento salariale. Considerata la centralità del dirigente scolastico, non poteva mancare il ritorno su un rovello trasversale (esattamente come trasversale fu l’Aprea-Ghizzoni); e che quindi accomuna tutti i componenti dell’attuale maggioranza: la revisione degli organi collegiali. Dulcis in fundo: eliminazione di un anno di scuola superiore. Il tutto a contratto scaduto dal 2009: modifiche di orario, competenze, retribuzioni per via legislativa e non attraverso il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale.

Dopo le prime “imprecise indiscrezioni”, come le ha chiamate lo stesso Reggi in un’intervista radiofonica, e la veemente reazione ad esse, il PD si incontra a Terrasini sul tema della scuola. La kermesse – ancora una volta chiamata “ascolto” (l’autoascolto di chi se la canta e se la suona) – fa registrare alcuni passi indietro. Matteo Orfini ribadisce che il piano scuola “è ancora tutto da vedere”; lo stesso Reggi parla di “parole poco meditate” e dice “Vi chiedo scusa, è stata una stupidaggine”; salvo poi – lunedì 7, con il consueto tono sereno e garbato – ribadire per un’ora a Radio Anch’Io, su Radio 1 tutte le “indiscrezioni” precedentemente trapelate. Ma con un’aggiunta non indifferente: a tenere aperte le scuole si provvederà con l’aiuto dei privati.

Ci risiamo. Non paghi di aver picconato la scuola pubblica alle sue fondamenta con la legge di parità, gli (indegni) nipotini del PCI hanno necessità di confermare la propria sudditanza al neoliberismo e all’Occidente più spregiudicato, propiziando l’entrata di sponsor e aziende private nelle scuole. Torneremo – c’è da giurarlo – presto a rifare i conti con il consiglio di amministrazione.

Alcune considerazioni finali

1. È d’obbligo – nel loro analfabetismo didattico e pedagogico – inneggiare all’immancabile “maggiore qualità e valorizzazione dell’insegnamento e dei docenti”. Che sarebbe raggiunta, secondo loro, facendo tappare tutti i buchi possibili agli insegnanti di ruolo. Espellendo definitivamente una buona parte di coloro che – precarizzati irresponsabilmente da uno Stato che non ha saputo garantirne i diritti – hanno permesso alla scuola di andare avanti. Noi che lavoriamo da tanto tempo nella scuola, sappiamo che si tratta solo di una mistificazione demagogica: l’insegnamento è una cosa serissima, che non si compra un tanto al chilo. Per svolgerlo dignitosamente ed autorevolmente ci vuole una buona disciplina personale, nel dosare con equilibrio preparazione dei contenuti, didattica, determinazione delle prove, valutazione, relazione educativa. Le ore di insegnamento non sono 18 (alle superiori) o 24 (alla primaria) per un privilegio o un capriccio contrattuale, ma perché esse sono nient’altro che il feed back di tutto ciò che serve a prepararle, destinato a tramutarsi – se efficacemente condotte – in successo formativo.

2. Ascolto: in entrambe le interviste Reggi si è dilungato sul mantra demagogico dell’“ascolto” del mondo della scuola. Sappiamo che non c’è assolutamente stato. L’intervista a Radio Anch’io è di lunedì 7. Il testo sarà presentato a Renzi il 15. Per quanto sull’immancabile web (così fan tutti!), i tempi dell’ascolto – che, comunque, fino ad oggi continua a non esserci – non sarebbero stati davvero troppo limitati? È evidente che della nostra voce (voglio dire quella non irreggimentata nei diktat veloci e smart del Capo) a Reggi come a Giannini e compagnia interessa piuttosto poco. E ancora una volta si propone una riforma della scuola tutta tarata su logiche economiche ed economiciste per rispettare i vincoli del fiscal compact. Stesa presumibilmente dai soliti burocrati e amministratori lontani mille miglia dalla scuola vera.

3. Scuole aperte. Siamo tutti d’accordo sulla opportunità di tenere le scuole aperte il più possibile. E’ questa una tematica cui la scuola democratica è stata sempre molto sensibile. Lo dimostra il fatto che la Legge di Iniziativa Popolare per una buona scuola della Repubblica prevede le scuole aperte per tempi distesi. Tanto più che gli istituti scolastici si configurano in alcuni territori come l’unico presidio democratico esistente. Ma per tenere le scuole aperte occorrono risorse, personale, investimento economico e culturale. Occorrono strutture: sale, postazioni, tavoli, computer, biblioteche, connessioni. E la capacità di sostenere i costi che essi comportano. Veniamo da anni di tagli indiscriminati al tempo scuola, che hanno colpito tutti gli ordini in maniera indiscriminata, senza rispetto per diritti al lavoro e all’apprendimento. Per tenere le scuole aperte occorre assumere, non espellere dal circuito del lavoro.

4. Infine; la situazione è particolarmente insidiosa. A differenza di quanto fece Profumo che, con la “proposta indecente” di far fare 6 ore di lezione in più a parità di salario, riuscì a compattare in un fronte unitario di protesta docenti, studenti e genitori, oggi il PD (e i suo alleati) stanno mettendo in campo una strategia molto più sottile. Da una parte si occhieggia alle famiglie, con l’appetibile promessa di mantenere le scuole aperte, alludendo ad un servizio cui difficilmente si può rimanere insensibili. Dall’altra il fronte stesso degli insegnanti rischia di essere scompaginato. Quanti saranno tentati dalla possibilità di guadagnare di più, accumulando incarichi, soprattutto considerando la perdita di potere d’acquisto dei nostri salari, fermi al 2008? Quanti sapranno vigilare sulla propria dignità professionale rinunciando all’accumulo di cariche per riuscire ad arrivare ad un salario dignitoso? Quanti riusciranno a tenere ferma la barra sulla dignità professionale e sottrarsi alle seduzioni della carriera? Quanti dirigenti saranno davvero all’altezza di attribuire ruoli e cariche esclusivamente sulla base delle capacità dimostrate dall’insegnante (che non si misurano né sul numero di ore, né sulla quantità di progetti), indipendentemente da consuetudini, rapporti privilegiati, necessità di avere a che fare con esecutori fedeli? Una gestione sempre più centrata sulla figura del dirigente potrà davvero garantire libertà di insegnamento, una seria offerta formativa e la democrazia scolastica? Starà a noi stemperare le perplessità, evitare le tentazioni, non assecondare il progetto che – assieme a specchietti per allodole – rispolvera precarizzazione, privatizzazione, carriera, meritocrazia, valutazione, premialità su criteri arbitrari quanto quelli che abbiamo combattuto ai tempi di Gelmini.

Contiamo sul fatto che le iniziative di Roma – alle quali ci auguriamo aderiscano più docenti, studenti e genitori possibile – aprano una stagione di condivisione, nel comune tentativo di sventare l’attacco forse più grave che il mondo della scuola abbia subito negli ultimi anni. E che il dissenso diffuso nel mondo della scuola possa produrre – nel partito che (ahimé!) molti docenti hanno ancora votato solo poche settimane fa – un ripensamento serio e leale sul metodo e sul merito delle proprie scelte.

Marina Boscaino

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  • Giovedì, 26 Giugno 2014 09:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto 
26 06 2014

Non credo di essere il solo a provare nausea per l'ossessivo martellamento sulle "riforme". Un incubo.

In passato abbiamo denunciato l'abuso di questo nobile lemma del lessico politico, e l'ironia che ne ribaltava il senso.

Sullo sfondo della globalizzazione neoliberista, "riforme" erano i colpi inferti alle conquiste sociali e operaie, dalle pensioni alle tutele del lavoro, al carattere pubblico di sanità, scuola e università.

Non avevamo ancora visto nulla. Non avevamo immaginato che cosa sarebbe stato il mantra delle riforme al tempo del renzismo trionfante. ...

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