Il sondaggio che ci accusa: siamo i più razzisti d'Europa

  • Domenica, 14 Giugno 2015 08:02 ,
  • Pubblicato in Il Commento

RazzismoChiara Saraceno, La Repubblica
14 giugno 2015

I rom sembrano concentrare su di sé il massimo dell'ostilità e diffidenza in Europa. Sono considerati un corpo estraneo nel cuore dell'Europa da una forte minoranza, ...

psicoanalisi-massaDi che cosa parliamo davvero quando discutiamo del problema rom? Un problema rom in Italia, cifre alla mano, non dovrebbe neppure esistere. I rom in Europa sono 12 milioni e soltanto 120 mila, l'uno per cento, vive in Italia. Una percentuale ridicola se confrontata con quella di altre nazioni [...] I rom in Italia sono pochissimi perché è il Paese dove vengono trattati peggio, come documentato da una serie di richiami dell'Unione e posizioni ufficiali del Consiglio d'Europa. 
Curzio Maltese, Il Venerdì-la Repubblica ...
DiscriminazioneAssociazione 21 luglio
9 maggio 2015

Il 30 maggio 2015, con ordinanza della seconda sezione del Tribunale Civile di Roma, il Giudice ha riconosciuto "il carattere discriminatorio di natura indiretta della complessiva condotta di Roma Capitale […] che si concretizza nell'assegnazione degli alloggi del villaggio attrezzato La Barbuta", ordinando di conseguenza al Comune di Roma "la cessazione della suddetta condotta nel suo complesso, quale descritta in motivazione, e la rimozione dei relativi effetti".
La cognizione del potere8 giugno 2105

Molto partecipato l'incontro dello scorso giovedì al Cinema Palazzo (vedi le foto), "I dintorni di Mafia Capitale", con la presentazione del romanzo "La cognizione del potere" (edito da Castelvecchi) di Federico Bonadonna. Presenti, insieme a lui, Valerio Renzi (giornalista) e Carlo De Angelis della rete Social Pride.

L'incontro mancato tra italiani e rom

Internazionale
05 06 2015

Le discussioni seguite all’uccisione il 27 maggio della signora Corazon Abordo da parte di pirati della strada di etnia rom hanno risollevato in noi interrogativi che risalgono al periodo – ormai due anni fa – in cui abbiamo girato il documentario Container 158 nel “villaggio attrezzato” di via di Salone a Roma.

Abbiamo trascorso circa dieci mesi in quel campo, concepito dalla giunta di Walter Veltroni e aperto ufficialmente nel 2009 da quella di Gianni Alemanno con il nome che oggi suona grottesco di “villaggio dell’accoglienza e della solidarietà”. Mentre realizzavamo il film, cercavamo di capire l’universo mentale delle persone con cui lavoravamo, cosa pensassero della propria vita, quali fossero le loro aspirazioni e dove s’immaginavano di lì a dieci anni.

Abbiamo lavorato molto con i bambini e con gli adolescenti che, come i loro coetanei italiani, avevano desideri per lo più consumistici – una macchina, un motorino e poi soldi, tanti soldi. Anche i loro modelli di riferimento erano quelli dei giovani medi italiani, le veline varie e i tronisti delle trasmissioni Mediaset che divoravano da mattina a sera.

Ma c’era una frustrazione in più. Sembravano tutti in preda a una profonda crisi identitaria. Non si riconoscevano nel modello di vita dei loro genitori e dei loro nonni, che erano quasi tutti venuti in Italia durante la guerra nella ex Jugoslavia, avevano decine di figli e in molti casi vivevano ai margini della società. Né si riconoscevano nel vissuto dei loro coetanei, dei loro compagni di classe con cui di fatto non avevano rapporti. Il loro italiano era basilare, in molti casi meno che scolastico, nonostante fossero nati e cresciuti qui, perché tra loro parlavano “il zingaro”, come loro stessi chiamano la lingua romanes, e perché la loro socialità si esauriva all’interno del campo.

Un giorno abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo chiesto a tutti i ragazzi con cui lavoravamo: “Tu chi sei, come ti definiresti?”. Molti hanno risposto: “Io sono zingaro”. “Che vuol dire essere zingaro?”. “Vuol dire non essere italiano”.

L’essere rom – o essere “zingaro” – diventava una specie di identità che si affermava nella negazione, nel non essere un’altra cosa. Era una fierezza identitaria che si misurava nella distanza da coloro da cui si sentivano rifiutati – che poi eravamo noi, i gadjé, gli italiani. Il rapporto con loro è ruotato per tutti i mesi che abbiamo trascorso al campo intorno a questa persistente dicotomia: noi e voi, gli zingari e gli italiani. A volte noi eravamo la porta d’accesso per il mondo degli altri. Ci chiedevano di andare in quei posti che normalmente erano loro preclusi: il centro commerciale Roma Est, il cinema, il mare. Ma sembravano visite in un mondo che li intrigava in quanto stranieri, più che incursioni in aree della città dove erano nati e cresciuti.

Un muro invalicabile

Tanto è rimasta inscalfibile questa dicotomia che, alla fine del film, non siamo riusciti a mantenere un rapporto reale con quelli che avevano lavorato con noi, nonostante abitino a meno di 15 chilometri dalle nostre case e nonostante tutte le belle giornate e nottate che avevamo passato insieme. Il rammarico per non essere riusciti ad abbattere questo muro ci ha spinto a più riprese a porci delle domande.

Come mai non si era creato quel rapporto di progressivo avvicinamento che è la base dell’amicizia? Come mai si erano mantenute le distanze? Eravamo stati noi incapaci – o forse non interessati – a creare un vero rapporto al di là dell’obiettivo del film? O il fallimento era il frutto di una sorta di strutturale diversità dei rom e dell’ancestrale diffidenza che loro hanno verso il mondo esterno?

La risposta non è univoca, ma crediamo sia da misurarsi proprio nel significato di “mondo esterno”. Finché i rom sono considerati al di fuori della nostra società – e al di fuori di essa sono anche spinti, con politiche dissennate come la creazione dei “villaggi attrezzati” – continueranno a vivere questo spaesamento identitario, che li porterà ad affermarsi in negativo. Il potere pubblico dovrebbe anticipare e influenzare gli sviluppi della società che governa invece di inseguire i suoi riflessi più gretti.

Per questo pensiamo che, se un giorno verranno superati i campi come oggi promette la giunta Marino a Roma, sarà più facile in futuro costruire ponti e uscire dal vicolo cieco del noi-voi, italiani-zingari, che oggi sembra la cifra essenziale intorno alla quale si costruisce e si struttura – da entrambe le parti – ogni discorso intorno ai rom.

Stefano Liberti, giornalista
Enrico Parenti, regista

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