Zingari, giudei, buonisti e cattivisti

Keith Haring, Untitled, 1982 Oggi, molti cattivisti vi diranno che l'ebreo non è come il rom. Oggi ve lo dicono, ma in passato i "perfidi giudei" erano trattati allo stesso modo, con una sola differenza che i rom non ricevevano l'accusa di essere deicidi, in quanto cristiani o mussulmani. Credete che l'antisemitismo abbia perso aggressività a causa dell'orrore provocato dalla Shoà? Non è così, anche rom e sinti hanno subito lo stesso destino. [...] Per rom e sinti non c'è nessuno Stato che parli e agisca, nessuno li difende da posizioni di forza e gli attacchi razzisti contro di loro sono solo azioni di vigliacchi. È razzista chiunque attribuisca reati di individui all'intera comunità.
Moni Ovadia, Il Manifesto ...

Loro sono Rom, gli italiani sono vigliacchi

  • Venerdì, 29 Maggio 2015 14:16 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
2001 odissea nello spazioMonica Pepe, Zeroviolenza
29 maggio 2015

Io vorrei far vivere una settimana sola in un campo Rom tutti gli italiani benpensanti che ogni volta che accade un fatto di cronaca che coinvolge i Rom partono con la caccia all'animale.
Vorrei far vivere in quelle condizioni in cui in maniera pietistica e ipocrita si dice che vivono i bambini Rom, come se gli adulti fossero alloggiati al Grand Hotel, e non fossero costretti allo stesso destino a cui costringeremmo noi i nostri figli nella stessa situazione, in un Paese che alla faccia della presenza del Vaticano, di politiche di integrazione non ne vuole sapere.

Salvini e i rom: più che ruspe, informazione

  • Venerdì, 29 Maggio 2015 11:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Associazione 21 Luglio
29 05 2015

La tragedia di due giorni fa nella Capitale – un gravissimo fatto di cronaca trasformato in una campagna d’odio anti-rom – ha dato il la al leader della Lega Nord Matteo Salvini per avventarsi su quanto accaduto e reiterare, a pochi giorni dal voto regionale, la sua personale crociata a base di discorsi d’odio (hate speech) nei confronti dei rom e sinti in Italia.

Una campagna, che ha come effetto quello di soffiare sul fuoco dell’ostilità e dell’intolleranza verso tali comunità, partita già lo scorso dicembre, quando Salvini presentò la lista “Noi con Salvini” in vista della campagna elettorale per le elezioni regionali 2015.

Abbiamo analizzato i discorsi di Salvini, individuandone le tesi principali (vedi sotto). Ne emerge un quadro di frasi, slogan propagandistici e retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, sfociando nel rischio concreto di una graduale sedimentazione ed escalation dell’antiziganismo, il sentimento d’odio verso rom e sinti.

Gli effetti di una tale diffusione e di un tale grado di accettazione dell’antiziganismo sono vari, ma si possono riassumere in tre principali ripercussioni:

Ripercussioni materiali, in termini di trattamenti o atteggiamenti discriminatori, sulla vita quotidiana di rom e sinti, in particolare nella sfera dell’impiego e dell’abitare;

Un graduale innalzamento della soglia di accettazione nei confronti di discorsi e retoriche apertamente ed esplicitamente penalizzanti e stigmatizzanti, con il rischio di facilitare occasionali derive violente;

Un enorme ostacolo per l’applicazione di politiche effettivamente inclusive rivolte a rom e sinti, dovuto al fatto che un’elevata diffusione di sentimenti antizigani funge da enorme fattore deterrente per l’attuazione di politiche di inclusione sociale da parte delle amministrazioni locali.

Per contrastare il fenomeno dell’hate speech, occorrerebbe anzitutto un cambiamento culturale che coinvolga l’insieme della società: dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. Per facilitare tale processo, sono più che mai necessari strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, di cui tuttavia il nostro Paese non dispone in maniera sufficiente rendendosi così terreno fertile per la diffusione dell’hate speech e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.

«Gli Stati parte devono dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli», si legge nella Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio diffusa a fine 2013 dal Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).

Di fronte alla valanga di dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, settimane e giorni dal leader leghista Matteo Salvini, di fronte alla constatazione della scarsità di strumenti, in Italia, per mettere un argine ai discorsi d’odio, di fronte alle ricadute devastanti che tali discorsi hanno sulle vite di rom e sinti e sulla percezione pubblica nei loro confronti, il rischio, per chi vorrebbe un’Italia libera da discriminazioni e pregiudizi, è di lasciarsi travolgere dal senso di rassegnazione e dalla constatazione del vanificarsi dei propri sforzi. Si verrebbe così tentati dall’alzare bandiera bianca, non provare più a scardinare stereotipi e luoghi comuni, restare in silenzio.

Eppure sappiamo bene che non possiamo, e mai potremo farlo, perché quella dei diritti umani è una sfida che si gioca e che si vince a poco a poco, un tassello dopo l’altro. Per questo la nostra Associazione – insieme, ne siamo certi, a tutti gli uomini e le donne in Italia che condividono le nostre preoccupazioni e la nostra sfida – continuerà a denunciare e a raccontare fatti e storie nell’intento di decostruire gli stereotipi negativi e i pregiudizi diffusi nei confronti di rom e sinti. Quell’onda antizigana che Matteo Salvini ha cavalcato pur di guadagnarsi il consenso elettorale. Sulla pelle dei rom.

MATTEO SALVINI E LA RETORICA ANTI – ROM

Non vogliono lavorare e integrarsi

Salvini: “Ma i rom rubano tutti?” “Troppi. Ce ne saranno 3 che lavorano non so 5… su 180 mila che sono in Italia” (15 aprile 2015, Matrix, Canale 5).

Oggi nel nostro Paese, sono circa 35 mila i rom e i sinti che vivono nei cosiddetti “campi rom”, 1 su 5 del totale dei circa 170-180 mila rom e sinti presenti in Italia. Tutti gli altri vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una vita come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente sul territorio nazionale. Le loro storie, purtroppo, sono poco conosciute, sia perché molto spesso i media prediligono dare spazio a notizie dove rom e sinti sono protagonisti in negativo, sia perché i rom e sinti che conducono una vita “normale” preferiscono restare “mimetizzati” e non rivelare la propria identità.

I “campi rom” non sono pertanto i luoghi dove queste persone vorrebbero vivere “per cultura”, bensì il posto che le istituzioni hanno individuato per relegarvi, su base etnica, tali comunità. Si tratta di luoghi di marginalizzazione, dove le persone sono di fatto escluse dal tessuto sociale, e che certamente favoriscono anche fenomeni di devianza e criminalità. Questi luoghi, creati e gestiti dalle istituzioni, costano diversi milioni di euro alle casse pubbliche. Nella Capitale, nel solo 2013, per mantenere in vita il “sistema campi” sono stati spesi 24 milioni di euro: un ingente flusso di denaro affidato senza bando pubblico, in maniera diretta, a enti e cooperative per la sola gestione dei “campi”, mentre quasi nulla è stato destinato all’inclusione sociale delle persone e alla prospettiva di una loro fuoriuscita da questi luoghi. Un sistema nel quale è potuta infiltrarsi anche la Mafia Capitale.

Hanno troppi privilegi. Prima gli italiani

Salvini: “Non esiste che ci siano migliaia di queste persone a cui gli italiani pagano luce, acqua, e gas. Non esiste che non paghino l’Imu” (8 aprile 2015, Otto e Mezzo, La7).

“Ci sono tanti toscani magari alluvionati che dicono anch’io vorrei avere una casa per 15 persone con l’affitto pagato e vorrei campare senza fare una mazza dalla mattina alla sera” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).

Vivere in un “campo rom” non è un privilegio; al contrario, è una condanna. Significa subire quotidianamente violazioni dei propri diritti umani, dal diritto all’alloggio al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute al diritto al gioco, sino al diritto alla famiglia. I “campi nomadi”, rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana (il nostro Paese è l’unico in Europa dove esistono “campi per soli rom” istituzionali) e buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla agenzia delle Nazioni Unite UN Habitat.

Sono spesso delimitati da recinzioni e sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi; in molti casi sono collocati al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati; sono spesso caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie critiche, sono sovraffollati e si compongono di unità abitative prive di spazi adeguati. Il “campo rom”, inoltre, si configura come luogo discriminatorio su base etnica, in quanto riservato esclusivamente a persone di “etnia rom”. Per altre categorie di persone in emergenza abitativa nel nostro Paese, infatti, il “campo” rom non è contemplato tra le soluzioni per rispondere alle loro esigenze.

Quanto al “prima gli italiani”, infine, non è da dimenticare che oltre la metà dei rom e dei sinti presenti in Italia sono cittadini italiani, cui si aggiunge una consistente fetta di persone nate e cresciute in Italia, ma prive della cittadinanza italiana, che non hanno neanche mai visitato il Paese di origine dei genitori e che non ne conoscono la lingua.

Hanno solo diritti, diritti. E niente doveri

Salvini: “Mi domando perché quando parlo di rom ci sono sempre diritti, diritti, diritti e i doveri arrivano in sedicesima fila” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).

Quando si parla di diritti dei rom si fa riferimento ai loro diritti umani, quei diritti cioè sanciti per primi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che appartengono a ogni persona al mondo in quanto, appunto, essere umano. I diritti umani dei rom in Italia sono costantemente violati, in particolare, dalla “politica dei campi” che il nostro Paese continua ad attuare nei loro confronti.

Le condizioni al di sotto degli standard che si registrano nei “campi rom” hanno del resto attirato l’attenzione e le condanne da parte di numerosi enti di monitoraggio internazionali ed europei e organizzazioni per la tutela dei diritti umani, dal Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite al Consiglio d’Europa, dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali alla Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza. Solo pochi mesi fa, per esempio, la Commissione Europea ha richiesto all’Italia informazioni sulle condizioni abitative dei rom nel nostro Paese, paventando l’ipotesi dell’apertura di una procedura d’infrazione: «Dispositivi di alloggio di questo tipo risultano limitare gravemente i diritti fondamentali degli interessati, isolandoli completamente dal mondo circostante e privandoli di adeguate possibilità di occupazione e istruzione», si legge nella lettera della Commissione.

Sfruttano i bambini e non li mandano a scuola

Salvini: “Il diritto umano viene violato da queste persone che sfruttano i bambini e non li mandano a scuola e li usano per accattonare e per fare altro”  (22 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).

Sono la segregazione abitativa, l’esclusione sociale e la discriminazione, anche istituzionale, ad avere conseguenze devastanti sulla condizione di vita dei minori rom. Un minore rom che nel nostro Paese vive in un insediamento formale o informale, esposto a situazioni potenzialmente nocive per la salute, avrà una aspettativa di vita mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione e avrà un alto rischio di contrarre le cosiddette “patologie da ghetto”, come ansie, fobie e disturbi del sonno e dell’attenzione.

La precarietà e l’inadeguatezza dell’alloggio, inoltre, hanno evidenti conseguenze sul percorso scolastico: in 1 caso su 5 un minore rom in emergenza abitativa non inizierà mai il percorso scolastico e avrà probabilità prossime alle 0 di accedere ad un percorso universitario. Le sue possibilità di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%, mentre da maggiorenne avrà 7 possibilità su 10 di sentirsi discriminato a causa della propria etnia.

Salvini: “Perché i tribunali dei minorenni vanno a rompere le palle alle mamme e ai papà italiani se hanno qualche problema e non vanno a casa di questa gente” (10 aprile 2015, Mattino 5, Canale 5).

Secondo la ricerca “Mia madre era rom” dell’Associazione 21 luglio, che ha preso in considerazione i fascicoli relativi a minori rom affrontati dal Tribunale per i Minorenni di Roma tra il 2006 e il 2012, un minore rom, a Roma e nel Lazio, rispetto ad un suo coetaneo non rom, ha 60 volte la probabilità di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e 50 volte la probabilità che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Di conseguenza, è il dato più emblematico, un bambino rom ha 40 volte la probabilità di essere adottato rispetto a un bambino non rom.

Ruspe nei campi rom. Sgomberarli tutti

Salvini: “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi rom. Nella nostra Italia noi mandiamo una letterina a questi signori dicendo fra tre mesi si sgombera. Organizzati. Fra tre mesi qua arrivano le ruspe. Organizzati. La casa la compri, la affitti, chiedi la casa popolare, fai il mutuo ma non puoi più campare alle spalle degli italiani. Fra tre mesi si sgombera, basta vai a fare il rom da qualche altra parte” (28 febbraio 2015, comizio a Piazza del Popolo, Roma)

È vero: nella nostra Italia non ci dovrebbe esser spazio per i “campi rom”. Per via delle ripetute violazioni dei diritti umani che essi comportano, come già descritto nei precedenti punti. I “campi”, dunque, andrebbero superati, come l’Italia si è del resto già impegnata a fare con il varo, nel febbraio 2012, della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti. La soluzione per il superamento dei “campi”, tuttavia, non è la ruspa, come propone Matteo Salvini, anche perché terminata l’azione distruttiva delle ruspe uomini, donne e bambini non svanirebbero di certo nel nulla.

La soluzione per superare i “campi” e l’assistenzialismo inutile e inefficace risiede invece nel l’attuazione di efficaci percorsi di inclusione sociale volti a favorire la fuoriuscita da tali ghetti etnici di persone in emergenza abitativa. In questo modo, d’altra parte, si eviterebbe di continuare a utilizzare ingenti risorse pubbliche per mantenere in piedi il “sistema campi”, senza che un euro venga destinato all’inclusione sociale dei loro abitanti, ma investito nel reiterare un circolo vizioso di discriminazione, povertà e marginalizzazione.

Huffington Post
29 05 2015

Richard Wright, nel suo "Black boy" (pubblicato nel 1945) racconta come ogni volta che un membro della comunità afro-americana commetteva un delitto, mai questo veniva descritto come opera di una persona indicata con nome e cognome o di "un negro": sempre la responsabilità era "dei negri". È impossibile che non venga in mente quella riflessione del grande scrittore afro-americano, leggendo le notizie e i commenti a proposito di quanto accaduto ieri in un quartiere romano. Le domande sono necessariamente le stesse: perché, per indicare i responsabili dell'incidente che ha provocato una strage, è irresistibile la tentazione a definirli non con nomi e cognomi bensì attraverso l'etnia alla quale appartengono? Perché non segnalare il nome degli autori del reato ma immediatamente la minoranza o il gruppo sociale o il popolo di cui sarebbero membri?

Nella fatica di distinguere tra responsabilità individuale per un reato e tendenza a generalizzare quando l'autore appare diverso da noi, c'è tutta la difficoltà a non essere razzisti.

Simile a questo è il meccanismo per cui richiedenti asilo e rifugiati che sbarcano sulle nostre coste sono diventati, attraverso un uso perverso del linguaggio, clandestini: e, quindi, inevitabilmente nemici da respingere e discriminare.

E in questo quadro i rom rappresentano, tra i diversi gruppi sociali e le diverse minoranze - in una sorta di cupa gerarchia dell'odio - il gradino più basso e quindi il bersaglio privilegiato di quella macchina del pregiudizio così attiva in queste ore.

Abbiamo vissuto per decenni con il tabù del razzismo perché le culture più diffuse nel nostro Paese avevano prodotto un'interdizione morale nei suoi confronti, al punto che l'accusa di razzista era quella socialmente più riprovevole. Tale atteggiamento ha rappresentato per anni uno strumento di tutela nei confronti dell'intolleranza etnica, e ha ben funzionato. Ma poi è accaduto qualcosa. C'è uno spartiacque temporale ed è quello dell'autunno del 2007 quando a Roma Giovanna Reggiani fu uccisa da un romeno. Da quel momento, ciò che veniva solo sussurrato in alcuni ambienti sociali e politici poco significativi si è fatto discorso elettorale, ed è stato quindi pronunciato a voce alta: l'equazione romeno uguale stupratore è diventata nei mesi successivi uno degli argomenti della campagna elettorale per il comune di Roma e per il Parlamento nazionale. Per la prima volta il tabù del razzismo viene eroso e il ricorso alla stigmatizzazione del diverso da noi è diventato il principale strumento di molta parte del ceto politico.

L'operazione, che consiste nel trasferire il disagio patito da ampi strati popolari sul piano pubblico, trasformandolo in risorsa politica, si è rivelata assai efficace in quella tornata elettorale, sia a livello comunale che a livello nazionale. E risale esattamente a quel periodo e a quel clima l'elaborazione di quel Piano Nomadi che oggi celebra il suo fallimento: ovvero il decreto del governo Berlusconi-Maroni che portò alla realizzazione di decine di grandi campi nelle periferie delle città, a 470 sgomberi in tre anni e alla spesa di decine di milioni di euro. In altre parole, quei campi che Matteo Salvini vorrebbe "spianare con la ruspa" sono la brillantissima opera urbanistica e architettonica del suo mentore Roberto Maroni. L'intera operazione è stata dichiarata illegittima da alcune sentenze con costi altissimi in termini di integrazione, risorse e sicurezza sociale. E che le conseguenze perverse di quel sistema, sono allo stesso tempo causa ed effetto della discriminazione delle comunità rom.

Ma va ricordato che l'uso strumentale di quanto accaduto ieri a Primavalle e la criminalizzazione della marginalità sociale costituiscono un pericolo non solo per le minoranze ma per l'intero sistema dei diritti e delle garanzia, posto a tutela della collettività e proprio perché si mette in discussione un fondamento essenziale dello stato di diritto: quello che recita, come già si è detto, che la responsabilità penale è personale. Si puniscano, allora, i responsabili di quella folle corsa nella periferia romana, usando la stessa severità con la quale verrà giudicato quel manager di Vedano al Lambro che, esattamente due mesi fa, alla guida della sua Audi Q5 travolse un ragazzo quindicenne e sua madre. Gli si chieda conto del suo reato, ma non si criminalizzi l'intera popolazione di Vedano al Lambro.

Luigi Manconi
(scritto con Liana Vita)


Un'occasione per gli imprenditori dell'intolleranza

Keith-HaringQuanto accaduto a Boccea, alla vigilia delle elezioni, è un'occasione che i soliti "imprenditori dell'intolleranza" non si sono fatti sfuggire. È infatti prontamente scattata la becera strumentalizzazione da parte di certa stampa e di certi politici, che si sono avventati sulla tragedia proprio come quegli imprenditori che, mentre L'Aquila crollava sotto il terremoto, ridevano al pensiero dei guadagni che quella disgrazia avrebbe fruttato. Lucrare sulle tragedie, e sulla pelle dei più deboli, continua a essere un esercizio redditizio nel nostro Paese. 
Riccardo Magi, Il Manifesto ...

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