Rom persone, non razza

Ma qual è oggi il compito dei giornalisti, alimentare l'odio o aiutare a riflettere con un'informazione il più possibile completa e rispettosa di fatti e persone? Ci sono le regole deontologiche professionali, c'è la carta di Roma. Sono state azzerate. Che cosa sarebbe cambiato se i pirati, come spesso accade, fossero stati italiani? I media avrebbero specificato che erano napoletani, romani, lombardi o forse ce la saremmo cavata con poche righe di cronaca?
Paolo Lambruschi, Avvenire ...

Huffington Post
28 05 2015

Matteo Salvini: "Raderemo al suolo tutti i maledetti campi rom". Rafforzata la vigilanza nei campi dopo la tragedia di Roma

È stata rafforzata da mercoledì sera la vigilanza delle forze dell'ordine nei campi nomadi di Roma dopo l'investimento di 9 persone da parte di un'auto in fuga con a bordo 3 nomadi. Una donna di 44 anni è rimasta uccisa. La decisione è scattata dopo le numerose minacce e sfoghi di stampo razzista di abitanti, comparsi anche sui social network.

Matteo Salvini sulla questione ha scritto parole molto dure su Facebook: "Tre rom sono scappati all'alt della Polizia", afferma il leader della Lega Nord, e "hanno ammazzato una donna, otto i feriti". "Pare che l'auto sia intestata a un rom, che ne ha altre 24. Una preghiera. Per il resto... ruspa!!!!! Quando torneremo al governo, raderemo al suolo uno per uno tutti 'sti maledetti campi rom, partendo da quelli abusivi".

Intanto è stata arrestata con l'accusa di concorso in omicidio volontario la rom di 17 anni a bordo dell'auto che non si è fermata all'alt della polizia. Probabilmente la ragazza non era alla guida, ma per gli investigatori ha delle responsabilità in quello che è successo. Mentre è ancora caccia ai due nomadi che erano a bordo dell'auto. Al setaccio i campi nomadi della Capitale. I due ricercati sono riusciti a dileguarsi a piedi.

L’odissea dei migranti di Ponte Mammolo

  • Mercoledì, 27 Maggio 2015 11:13 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
27 05 2015

di Redattore sociale

C’è chi mangia in piedi, chi si accovaccia vicino ad alcuni wc rotti e ammassati in un angolo, e chi, nonostante la sporcizia, si siede per terra. Altri, ancora in fila per un piatto di pasta al pomodoro, gridano :“Hungry, we are hungry!”. È l’ora del pasto al centro Baobab, di via Cupa, una traversa della Tiburtina, non distante dalla stazione degli autobus, da cui arrivano a Roma molti dei migranti che sbarcano in Sicilia e transitano per la capitale, prima di continuare il viaggio verso Nord.

Il Baobab è un centro culturale, che ha al suo interno anche un ristorante di cucina africana. Nel 2014 salì agli onori delle cronache perché proprio qui fu scattata la famosa foto che ritraeva insieme Salvatore Buzzi, il principale indagato nell’inchiesta Mafia Capitale, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’ex presidente di Legacoop, oggi ministro del Welfare, Giuliano Poletti. Nel tempo la struttura si è trasformata in un centro per l’accoglienza straordinaria dei migranti.

Sgomberato e demolito insediamento di migranti

In questi giorni al Baobab ci sono dai cinquecento ai settecento migranti al giorno, nella stragrande maggioranza eritrei ed etiopi. Alcuni arrivano solo nelle ore dei pasti, altri si fermano anche a dormire. In tanti vengono da Ponte Mammolo. Si sono riversati qui dopo lo sgombero, due settimane fa, del borghetto di via delle Messi d’Oro, conosciuto anche come Comunità della pace. Altri sono arrivati quando si è saputo che lì c’era un posto dove dormire. Ma nel giro di pochissimo la situazione è diventata esplosiva. Il centro ha in tutto 194 posti letto, ma normalmente ospita circa il triplo delle persone: non solo transitanti ma anche rifugiati, e tanti di coloro che vivevano in maniera stanziale nel campo appena sgomberato.

“I servizi igienici sono al limite della decenza”. Ci sono 12 docce per le donne e 15 per gli uomini, una ogni 30 persone circa. Il risultato è che i bagno sono perennemente allagati. Come conferma Josè, che qui è venuto a stare subito dopo che la sua casa è andata distrutta, l’11 maggio scorso. “Sono rimasto al Baobab una settimana, di più non ho resistito. Per fortuna mia moglie e mia figlia hanno trovato una sistemazione da alcuni amici – afferma – perché quello non era un posto adatto a loro. Che cos’è il Baobab non si può descrivere. In un carcere si sta meglio. I bagni sono uno schifo. La gente sta ammassata dappertutto”. La maggiora parte delle persone ospitate sono uomini, ma ci sono anche donne e bambini. L’ala femminile è piena ma meno affollata di quella maschile. Nel corridoio una mamma cerca di far addormentare su una panchina il suo bambino di pochi mesi. Un’altra ha appena messo a dormire i suoi quattro figli in uno dei letti a castello della camera che condivide con altre persone. E ci sono anche alcune ragazze incinte. Le camere sono da quattro, ma normalmente in quelle femminili ci dormono in sei o sette. Decisamente peggiore è la situazione delle stanze per gli uomini. Molti dormono per terra, nei corridoi, altri si sistemano nel piazzale di fronte l’ingresso. Nelle camere, spiegano, non si riesce a stare, manca l’aria.

Anche i pasti sono stati ridotti. Nella cucina, stipati in un angolo ci sono gli scatoloni con il cibo. Provengono dalle raccolte alimentari delle associazioni. Latte, pasta, pelati e tonno. File fino al soffitto di cibo. Eppure non basta. La cuoca che ha appena cucinato seicento coperti, sbuffa e dice che non si può andare avanti così. Negli ultimi giorni i pasti sono stati ridotti: si fa solo la colazione e la cena, il pranzo non viene più servito. Di conseguenza, nei giorni scorsi alcuni degli ospitati al Baobab sono andati a mangiare a Ponte Mammolo, nella tendopoli dove si sono sistemati gli altri sgomberati che non hanno voluto trasferirsi nel centro. “È paradossale – spiega Fabiola Zanetti dell’associazione Prime Italia – ma è successo spesso che alcuni venissero al piazzale davanti la stazione a cercare cibo. Ci dicevano che lì c’era poco da mangiare”.

Migranti sgomberati da 5 giorni vivono per la strada.

Moltissimi sono i transitanti presenti nella struttura, per la sua posizione strategica a metà strada tra la stazione Tiburtina, da cui si arriva a Roma con il pullman dalla Sicilia, e la stazione Termini, in cui si può prendere un treno che porti verso il nord. Dopo il pasto serale, in tanti chiudono lo zaino e si dirigono verso la stazione. Sono tutti giovanissimi, dai venti ai trent’anni. Alcuni si avviano a piedi, altri vengono accompagnati dal factotum del centro, un signore eritreo. Il treno per Bolzano parte alle 22,24, dicono genericamente che stanno andando al nord, qualcuno aggiunge “Germany”. Si sistemano tutti nei primi vagoni del treno, finalmente dentro guardano e salutano fuori sorridendo. Ai piedi della banchina, due poliziotti in divisa, assistono alla scena.

Il Comune: “È’ una soluzione temporanea”. L’assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma, fa saper che il Baobab è un centro di accoglienza che si è messo a disposizione “volontariamente” e che svolge l’attività in maniera “gratuita”. Il Comune si occupa dei pasti e dei servizi di assistenza sanitaria, che sono regolati da un protocollo d’intesa. “In questo momento, ogni soluzione, incluso il Baobab è per definizione temporanea – spiega in una nota l’assessora Francesca Danese – il primo step di un percorso che mira a conferire, finalmente, integrazione e piena autonomia a persone che, è bene ricordare, non sono criminali, bensì donne e uomini con uno status preciso e una sofferenza atroce alle spalle.” (ec)

La “bella” politica e le “bestie”

  • Lunedì, 25 Maggio 2015 10:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
25 05 2015

Pochissimi ne parlano. Ma quanto sta accadendo a Torino in queste ultime ore è grave. Tutto comincia qualche giorno fa. Il 16 maggio, il quotidiano La Stampa (l’unico che sta seguendo in modo continuativo la vicenda) pubblica un articolo su un raid vandalico compiuto ai danni del canile dell’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), in via Germagnano 8, preso di mira e devastato per la quarta volta in pochi mesi (“I vandali tornano a colpire il canile dell’Enpa”). Sembrerebbe un mero e triste fatto di cronaca locale ai danni di povere e indifese bestiole. Ma nel testo, fra le righe, viene fornito un primo dettaglio “non indifferente”: “il canile confina col campo nomadi autorizzato del Comune”. A pochi giorni di distanza, è l’Enpa stesso a dare notizia della quinta devastazione. I danni constatati al canile sono pesanti: distrutte attrezzature, danneggiato l’ambulatorio, staccati gli infissi, per un valore totale stimato in circa 100 mila euro. Sulla pagina Facebook della sezione animalista torinese, mentre la stampa locale comincia a far circolare la notizia, il 21 maggio, viene pubblicato un post con le foto delle devastazioni ed un lungo testo che contiene accuse ben precise dirette agli abitanti del campo rom che sorge poco distante: “Raid dal campo rom: distrutta completamente la sede, Enpa Torino sarà costretta a chiudere il canile“.

Questo post, da solo, ha ottenuto qualcosa come 9000 condivisioni ed uno stuolo di commenti (per lo più dichiaratamente razzisti e apertamente inneggianti all’odio e alla violenza) che sono ancora tutti lì, visibili, e che noi per “decenza” non riportiamo. Comincia così, in parallelo, la “devastazione” social-mediatica, e piovono accuse precise. Il tutto mentre i Carabinieri stanno ancora indagando e la miglior cosa da fare in questi casi sarebbe tacere, aspettando, con cautela, gli sviluppi delle indagini. E invece scorrono fiumi di dichiarazioni (di guerra!).

A cominciare proprio dall’Enpa. Tiziana Berno, responsabile del canile, racconta a NeXtQuotidiano: «I responsabili sono stati visti dai carabinieri che rientravano nel campo Rom qui vicino, quando siamo arrivati erano ancora dentro e poi sono scappati». E spiega che i Carabinieri non sono intervenuti quando le persone responsabili dell’attacco sono uscite dalla sede di via Germignano e sono rientrate nel campo. E Marco Bravi, presidente Enpa Torino, punta il dito: «Si vede che facciamo fastidio ai loro traffici. Queste persone sono informate dai mediatori culturali che gli dicono anche che cosa scrivono sui giornali» (La Stampa, 21/05/2015).

Seguono, poi, gli interventi dei politici, volti a strumentalizzare l’accaduto ai fini di una propaganda elettorale a senso unico (proprio qualche giorno fa riflettevamo sulla strumentalizzazione di un fatto di cronaca che vedeva protagonisti dei minori: cambia il soggetto, adesso sono gli animali). Sul caso interviene Claudia Porchietto, consigliera regionale di Forza Italia: “L’assalto è il fallimento della politica dell’accoglienza e della tolleranza che da anni vende il centrosinistra nella città e nella provincia di Torino. Atti vandalici quali quelli avvenuti questa notte sono inaccettabili ancor di più perché sono la recidiva di precedenti episodi. Da anni la sinistra si riempie la bocca con parole quali solidarietà, tolleranza, tregua: io lo chiamo solo buonismo a buon mercato. Presenterò una interrogazione alla Giunta regionale per domandare l’intervento del Prefetto”. Marco Racca, coordinatore regionale di CasaPound Italia, dichiara: “Circa 30 persone dal campo rom assaltano e distruggono il canile di Via Germagnano, che sarà costretto a chiudere avendo subito oltre 100.000€ di danni, se nessuno interviene. Stiamo valutando come poter aiutare i volontari dell’Enpa a riaprire la struttura. Non possiamo tollerare che l’intolleranza e la violenza vincano: dobbiamo difendere la civiltà contro la barbarie”.

enpaForza Nuova annuncia, con un comunicato stampa, un presidio “senza bandiere” (di fatto poi non lo è stato, ndr): “Andremo lì a dare una mano nel rimettere a posto”. Analoga iniziativa viene annunciata da Maurizio Marrone, capogruppo in Comune di Fratelli d’Italia.

E poi c’è la Lega. Fabrizio Ricca, capogruppo in Comune per la Lega Nord, annuncia una manifestazione (tenutasi questa mattina, ndr) in via Germagnano: “Oltre ai militanti e simpatizzanti porteremo con noi anche una ruspa e sul momento decideremo se accenderla. La pazienza dei torinesi nei confronti di questa gente è definitivamente finita, i campi vanno rasi al suolo e i rom fatti allontanare da Torino”. Il compagno di partito Stefano Allasia, deputato, non usa mezzi termini: “Al presidio di protesta saremo pronti ad accendere la ruspa per radere al suolo il campo rom. Il campo di via Germagnano e tutti gli altri devono essere rasi al suolo. Se gli ospiti sono nomadi transitino altrove, se sono sedentari si paghino l’affitto di una casa o accendano un mutuo, come fanno tutti i cittadini. I torinesi non sono più disposti a pagare un centesimo per mantenere gente che depreda, distrugge, semina terrore. Un paese civile certa gente la mette in galera e getta la chiave”. Parte addirittura una petizione online: “Giustizia per Enpa Torino, distrutta da vandali rom!”.

In città la vicenda si gonfia e diventa un caso, mentre sui social si diffonde un minaccioso tam tam che promette rappresaglie contro i rom, e nulla di buono. Il sindaco Fassino, chiamato in causa risponde con la promessa di “una più intensa attività di controllo e presidio per assicurare legalità, intensificando i controlli diretti e continui sul campo e il potenziamento dell’attività della postazione fissa del Nucleo nomadi (!!!) dei vigili urbani in zona”. Insomma, una risposta repressiva e “contenitiva”. Non una parola di più.

Intanto questa mattina, alla manifestazione della Lega Nord bandiere, cartelli (“Io sto con Fido”, “Più ruspe, meno rom”, “Tutelare i volontari dell’Enpa e non i rom”.) e striscioni (“Difendiamo gli animali, cacciamo le bestie”) non certo dai toni pacati. Per fortuna, della ruspa annunciata non c’è traccia, poiché non autorizzata dalla questura. Presente al presidio, anche Roberto Cota che “stranamente” non parla di diritti degli animali o della condizione del canile, ma piuttosto parla di “frontiere colabrodo”, di “campi rom da smantellare”, definendo “gli sbarchi dei profughi e i l’insediamento dei nomadi in città le due facce della stessa medaglia”. E dichiara: «Mentre dall’Italia esportiamo cervelli, qui importiamo immigrazione cattiva: terroristi, presunti profughi e altro. Ai nomadi bisogna impedire di sostare dappertutto, costringendoli ad andare via». Ricca e Allasia chiariscono bene l’intento della loro presenza: “La nostra battaglia, però, non si fermerà. Il prossimo anno, quando governeremo Torino, manderemo non una, ma cinquanta ruspe in ogni insediamento. I campi nomadi vanno chiusi e gli zingari vanno mandati via dalla nostra Città”. Via Twitter, Matteo Salvini non fa mancare il suo supporto: “Adesso i rom devastano pure i canili. La risposta ai vandali è sempre una. Ruspa!”

Ferma restando la gravità di quanto accaduto al canile e ai poveri animali indifesi, il buonsenso inviterebbe tutti, politici e non, ad evitare che prendano il sopravvento il sentimento razzista ed il pregiudizio, ormai strutturati e sempre pronti a scatenarsi preventivamente (attraverso vari canali), prima ancora dell’identificazione dei colpevoli. A pagare le conseguenze del danneggiamento, dev’essere chi effettivamente lo ha compiuto, non una intera comunità di persone strumentalmente (e per l’ennesima volta) stigmatizzata nella sua totalità.

Ma non è ancora finita. Circola in rete una locandina, non firmata, per una fiaccolata che si svolgerà il 27 maggio contro “i delinquenti rom”.

L’invito, ancora una volta, è a mantenere un profilo basso e non soffiare sul fuoco dell’odio, non dimenticando quanto accaduto, proprio a Torino, tempo fa alla Continassa (leggi qui e qui oppure consulta nel terzo libro bianco sul razzismo a pagina 123).

Check Point Ponte Mammolo

  • Martedì, 19 Maggio 2015 08:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Qcodemag
19 05 2015

UNA SETTIMANA DOPO LO SGOMBERO DEL CAMPO SPONTANEO DI PONTE MAMMOLO A ROMA, CONOSCIUTO COME LA “COMUNITÀ DELLA PACE”, SONO ANCORA IN TANTI A VIVERE NEL PARCHEGGIO. SOLO POCHE PERSONE DIROTTATE IN ALCUNI CENTRI DI ACCOGLIENZA


testo, video e foto di Andrea Cardoni

Mancano sette mesi al Giubileo straordinario annunciato da Papa Francesco e quando i pellegrini parcheggeranno i loro autobus nel check point D, a Ponte Mammolo, non avranno davanti agli occhi un insediamento spontaneo di 400 persone che c’era fino a lunedì scorso, 11 maggio. Oggi troverebbero un pallone da calcio sgonfio, una sedia da ufficio di quelle girevoli, un carrello, la camera di sicurezza dell’Atac sopra la colonnina dell’SOS, una scacchiera di cartone, pedine fatte con i tappi colorati, bagni pubblici chiusi, sedie bianche di plastica, una scritta su un marciapiede “Hanno preso la mia casa, ma non prenderanno il mio futuro” e una (“Casa dolce casa”) sul una colonnina dell’acqua all’ingresso del parcheggio.

Troverebbero delle tende che entrano precise nelle piazzole disegnate con il contorno blu sull’asfalto per i loro autobus, e poi, nel caso i pellegrini arrivassero stasera, troverebbero un po’ di coperte con dentro persone. Le stesse persone che erano dentro al campo di fronte al parcheggio fino a una settimana fa. Poi sono arrivate le ruspe e hanno buttato giù tutto, senza preavviso. A oggi ancora non si è capito chi le ha mandate

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Sabato 16 maggio è arrivato l’assessore alle politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese e ha detto che non le ha mandate lei. Dopo lo sgombero, alle persone rimaste a Ponte Mammolo è stato proposto di andare al centro Baobab, a Via Cupa, ma è da lì che sono scappate. Non ci sono mediatori culturali e una trattativa basata sulla fiducia, visto quel che è stato fatto lunedì scorso, non può avere buon esito: c’è la paura del riconoscimento attraverso le impronte digitali e molte delle persone che sono qui non vogliono essere riconosciute. Il rischio è poi di essere “dublinati” (spostarsi in un paese diverso da quello in cui è entrato in Europa e che, per l’applicazione del rego­la­mento di Dublino, essere rispediti dove gli sono state prese le impronte digi­tali per la prima volta). Non vogliono restare in Italia e in tanti stanno partendo: “dice che vanno a Bolzano, poi a Berlino”, dice uno dei tanti del quartiere che è venuto a dare una mano. Tutti stanno avvertendo familiari, amici, che si stanno mettendo in viaggio per l’Italia e Roma, che la “Comunità della Pace” (così era chiamato il campo di Ponte Mammolo), dove ci è venuto pure il Papa pochi giorni fa, è stato butatto giù dalle ruspe.

Per i bus turistici la sosta prevista non può superare le 24 ore, c’è scritto su tutti i cartelli del parcheggio, ma se stasera i pellegrini dovessero restare, come le persone del campo che questa notte dormiranno qui, di fronte a quella che era la loro casa, si sentirebbero urlare “A merde!” da una macchina blu che corre sulla strada e poi vedrebbero la scritta “LIBERO” fatta con le luci gialle sotto il cartello del parcheggio per le macchine. Poi vedrebbero le persone del quartiere portare casse d’acqua e marmellata, l’amuchina, le frittate e le coperte per chi ha lasciato le tende alle donne e ai bambini. Ancora non si sa cosa accadrà tra sette mesi. Di sicuro, appena usciti dal parcheggio i pellegrini incontreranno il centro di raccolta per rifiuti ingombranti, faranno una grande curva a destra con un cartello con scritto “sottocosto letto matrimoniale a 279 euro”, poi una curva a sinistra e la promozione di “sistema d’allarme a 299 euro, per avere una casa più sicura”. E poi torneranno nelle loro case.
Buona strada.

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