Redattore Sociale
06 05 2015

ROMA - Sono dedicati a ospitare quasi esclusivamente persone Rom e sono privi dei requisiti minimi stabiliti dalla norma regionale n.41 del 2003che regolamenta l'apertura e il funzionamento di qualsiasi struttura di assistenza, consentendo entrate per oltre 7 milioni di euro alle cooperative sociali che - senza alcun bando - se ne sono aggiudicate la gestione dal 2009 in poi. Con il rapporto “Centri di Raccolta Spa” l'Associazione 21 Luglio denuncia il business delle strutture del Comune di Roma istituite per ospitare famiglie sgomberate da altri insediamenti ma che continuano a esistere anche anni dopo la situazione di “emergenza” che ne ha motivato la sistemazione precaria.

Con il rapporto l'associazione ha analizzato nel dettaglio la forma e l'entità delle spese destinate al mantenimento di queste strutture scoprendo che, nel solo 2014, per un totale di 242 famiglie, l'amministrazione capitolina ha speso 8.053.544 euro, ovvero oltre 33 mila euro per famiglia. Di questi fondi, il 90,6 per cento sono andati in attività di gestione delle strutture, il 4 per cento sono stati spesi per il mantenimento della sicurezza e solo il 5,4 per cento è andato a finanziare attività di scolarizzazione. Nulla, evidenzia il rapporto, è andato in programmi di inclusione finalizzati a emancipare le comunità ospiti dalla condizione di dipendenza e bisogno.


Dallo studio emerge come le cooperative affidatarie della gestione delle strutture abbiano avuto l'incarico attraverso affidamento diretto: il consorzio Casa della Solidarietà che ha ottenuto quasi la metà dei fondi (49,2 per cento) ovvero 3.960.667 euro. Il 32 per cento è andato alla cooperativa Inopera (2.579.091 euro), Domus Caritatis ha avuto il 7,1 per cento, ovvero 569.941 euro, Osa Mayor il 3,1 per cento (251.351 euro). Opera Nomadi l'1,8 per cento (144mila euro) per uno sportello sociale.

L'affidamento attraverso bandi pubblici appare limitato alle attività di scolarizzazione, gestite principalmente dall'associazione Casa dei Diritti Sociali che ha lo 0,7 per cento ovvero 57.787 euro e dalla cooperativa sociale Ermes con 50.258 euro (0,6 per cento). Parte delle spese per scolarizzazione vanno all'Atac per il trasporto: 43.815 euro, lo 0,5 per cento del totale. In generale la spesa del 2014 risulta aumentata del 29,8 per cento rispetto a 2013.
Le strutture analizzate, vengono chiamate dall'associazione 21 Luglio “centri di raccolta” in riferimento ai centri di raccolta profughi allestiti nel secondo dopoguerra per l'accoglienza dei profughi che abbandonarono la Venezia Giulia non più italiana e che, spiegano gli attivisti dell'organizzazione “dalle testimonianze raccolte vivevano in condizioni assai simili a quelle descritte dalle famiglie rom” presenti nelle nuove strutture del Comune di Roma.
In riferimento ad esse, e alla condizione di “trasparenza” e “mancanza di rivendicazione di diritti” che impongono alle famiglie rom ospitate, il presidente dell'associazione 21 Luglio Carlo Stasolla afferma nell'introduzione al rapporto: “Spazzare la polvere sotto il tappeto costa molto, ma nell'immediato rende di più agli amministratori”. 

Le persone e la dignità
04 05 2015

Dopo quella contro la Repubblica Ceca, la Commissione europea ha deciso di avviare la procedura d’infrazione anche nei confronti della Slovacchia per violazione della direttiva anti-discriminazione.

Il motivo è sempre lo stesso: la sistematica discriminazione subita dai bambini e dalle bambine rom nel sistema scolastico nazionale.

Il governo di Bratislava sostiene che tutti gli alunni godono dello stesso trattamento. Lo ha affermato, l’anno scorso, anche davanti alle Nazioni Unite, in occasione dell’Esame periodico universale.

La realtà appare diversa.

Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, nel 2012 il 43 per cento degli alunni rom era segregato in classi mono-etniche. L’anno dopo il Difensore pubblico dei diritti, una sorta di Ombudsman nazionale, ha reso noto che i rom rappresentano oltre l’88 per cento dei bambini e delle bambine assegnati a classi speciali e a scuole per alunni con lieve disabilità mentale.

Nonostante nel 2012 la corte regionale di Prešov avesse stabilito che la prassi di separare i bambini rom dai non-rom è illegale, negli ultimi anni il governo ha finanziato e attuato il cosiddetto progetto delle “scuole container”, poste direttamente all’interno degli insediamenti rom.

Invece d’impegnarsi a garantire l’integrazione – per il bene di tutta la collettività, non solo dei rom – dei bambini e delle bambine rom nelle scuole ordinarie, il governo in questo modo non ha fatto altro che rafforzare la segregazione già esistente.

Si spera che la procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea possa cambiare la situazione.

 

Il Fatto Quotidiano
28 04 2015

L'iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix e con la partnership dell'associazione 21 luglio, del Comune e del consorzio Indaco: "Su 180mila che abitano in Italia", spiegano gli oganizzatori, "ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

Susi è una barista, ha i capelli chiari legati sulla nuca, gli occhi scuri e, forse, se siete passati da Lucca vi avrà servito il caffè. Lei, come altre 130 mila persone in Italia, è una rom, paga le tasse regolarmente, abita tra le mura di una casa, e no, non vive di furti o di elemosina raccolte per strada. La sua storia è una delle 13 ritratte nella mostra “Viaggio tra rom e sinti nell’Italia che lavora”, inaugurata a Bologna il 22 aprile sotto il portico della corte Roncati, e aperta al pubblico per due settimane. Una piccola esposizione, un corridoio di immagini in un angolo nascosto della città, che però riesce ad aprire una finestra e a illuminare un intero pezzo del nostro paese. Una realtà troppo spesso schiacciata da stereotipi, inchiodata da opinioni grossolane e superficiali, e filtrata dalle immagini distorte della propaganda politica.

“La mostra – spiegano gli organizzatori – vuole scattare un’istantanea della condizione lavorativa delle comunità rom e sinti insediate in Italia. Il pensiero comune spesso associa l’universo rom all’immagine di uomini che rovistano nei cassonetti o chiedono l’elemosina per strada. Invece, su 180mila che abitano in Italia, ce ne sono 130mila che vivono in case di muratura, versano le tasse, hanno un impiego regolare e si guadagnano il pane onestamente, come qualunque altra famiglia italiana”.

L’iniziativa è nata grazie al contributo di Roma Matrix, progetto internazionale per l’inclusione di rom e sinti nell’Unione europea, e con la partnership dell’associazione 21 luglio, del Comune di Bologna e del consorzio Indaco, realtà che unisce diverse cooperative sociali. L’obiettivo è smantellare i cliché e i pregiudizi, per mostrare come la maggior parte di rom e sinti si guadagni lo stipendio onestamente, e abbia abitudini di vita identiche a quelle del resto della popolazione, italiana e straniera. Basterebbe un episodio per dimostrarlo. Alla presentazione della mostra avrebbe dovuto partecipare anche uno dei rom catturati dagli obiettivi dei fotografi. Essendo però una giornata feriale, il giovane ha dovuto rinunciare per mancanza di permesso lavorativo.

E se questo non fosse sufficiente, ci sono i numeri a parlare: solo uno su cinque dei rom e dei sinti in Italia ha dimora in un campo, in casette mobili. Un gruppo ristretto rispetto a una maggioranza che è in Italia da generazioni, vive e lavora in mezzo a noi, invisibile e mimetizzata. Anche perché spesso queste persone preferiscono non rivelare le loro origini, per evitare il rischio di essere emarginati o penalizzati nelle questioni di ogni giorno. Colpa del razzismo diffuso, che spinge anche chi riesce a riscattarsi dalla vita nei campi a tenere nell’ombra la propria identità, talvolta la propria famiglia e le proprie amicizie.

Dietro i 13 volti della mostra di Bologna ci sono storie e testimonianze, raccolte da nord a sud. Ciascuno di loro si mostra, con il proprio carico di coraggio e speranza. C’è chi, come Concetta è impegnata a sistemare uno degli abiti da lei disegnati, in un atelier di Isernia. O Gordon, sorridente davanti al suo camion. Ma poi ci sono anche Dolores, giovane videomaker di Melfi, Laura, regista di Torino, e Manuel, infermiere a Lucca. La mostra è gratuita e visitabile fino al 5 maggio, nella corte Roncati di via Sant’Isaia 90, a Bologna.

di Giulia Zaccariello

 

Roma, un Eur poco eur…opeo

  • Martedì, 28 Aprile 2015 10:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
28 04 2015


Il quartiere dell’Eur, a Roma, fu progettato negli anni Trenta in previsione di un Expo. Il suo nome non ha nulla a che vedere con l’euro, la moneta che usiamo tutti i giorni, e nemmeno con l’Unione Europea: si tratta di un acronimo, che sta per “Esposizione Universale di Roma”, per l’appunto. Eppure, la tentazione di associare quella sigla ai cosiddetti “tecnocrati di Bruxelles”, o ai “tecnici di Strasburgo”, è forte. Soprattutto se gli amministratori del quartiere promuovono politiche in contrasto con gli indirizzi europei.

Proprio in questi giorni, infatti, il IX Municipio di Roma – l’ente che governa la zona Sud-Est della città, di cui fa parte anche l’Eur – ha cominciato ad attuare un Piano per la Sicurezza, tutto centrato su un obiettivo: sgomberare i venti campi «abusivi» della zona, abitati prevalentemente da rom romeni. E poiché la politica degli sgomberi è stata di recente criticata proprio da Strasburgo, il gioco di parole viene spontaneo: l’«Eur», a Roma, è assai poco «europeo». Almeno da questo punto di vista.

Sicurezza e “campi”
Ma partiamo dall’inizio. Tutto comincia, dicevamo, da un Piano per la Sicurezza di cui gli amministratori discutono da mesi. A dir la verità, la «sicurezza» avrebbe poco a che vedere con i rom, e lo stesso Andrea Santoro – Presidente del Municipio, nonché principale artefice del Piano – ha avuto modo di precisarlo. A una giornalista che gli chiedeva conto dei «timori dei residenti» per i furti di auto, Santoro ha spiegato che i responsabili non sono i rom. «Pensi», ha detto, «che nelle scorse settimane hanno arrestato persone che rubavano i cerchioni delle auto, ed erano romani al 100%».

Però, si sa, le parole le porta via il vento. E gli amministratori sono sensibili agli «umori» – veri, presunti o sopravvalutati – dei propri cittadini. Così, dato che parlare di ladri «romani al 100%» non porta voti (almeno così si pensa), il Presidente Santoro ha cambiato rapidamente registro. E nelle ultime settimane è tornato ad associare, con la consueta disinvoltura, la presenza dei campi rom alla «sicurezza dei residenti».

«Con la rimozione delle baracche e delle roulotte che abusivamente stazionano nel nostro Municipio», ha dichiarato Santoro all’Agenzia di Stampa Dire, «vogliamo dare una risposta concreta sulla sicurezza, che rappresenta una delle preoccupazioni più sentite dalla cittadinanza». Appunto.

Fuori i rom dall’Eur
Il piano prevede di smantellare i venti campi «abusivi» presenti nel IX Municipio. Le operazioni cominceranno con lo sgombero degli insediamenti di via Cina e di via Dodecaneso, per poi proseguire con le altre aree. Secondo quanto dicono gli stessi amministratori, il piano coinvolgerà 243 tra rom romeni e rom bulgari.

Che fine faranno queste persone? Interpellato sul punto, il Presidente del Municipio ha dichiarato al Corriere della Sera che «l’aspetto sociale dell’intera operazione è per noi molto importante: nel momento degli sgomberi sarà sempre presente anche il personale della Sala Operativa Sociale che offrirà assistenza alloggiativa a mamme e bambini e assistenza sanitaria ai malati».

Per chi conosce le modalità di conduzione degli sgomberi nella Capitale, quelle parole – «offriremo assistenza alloggiativa a mamme e bambini» – hanno un suono sinistro. Già, perché di solito, quando arrivano le ruspe in un campo, gli agenti della Polizia Municipale si premurano di proporre ai rom una «soluzione»: di solito si tratta di un’accoglienza temporanea – pochi giorni, a volte solo ventiquattro ore – riservata alle donne e ai bambini (ne abbiamo parlato in un nostro reportage). È una proposta umiliante, che costringe le famiglie a separarsi: quasi sempre, i rom la rifiutano (e c’è da capirli), e gli amministratori possono scaricare le responsabilità («sono stati loro a rifiutare…»). Un gioco crudele e senza senso.

È (anche) per questo che i gruppi di tutela dei diritti umani sono sul piede di guerra. «Seguiremo le operazioni», dice l’Associazione 21 Luglio, «ed esprimiamo profonda preoccupazione per le azioni annunciate, che potrebbero configurarsi come una violazione delle garanzie procedurali previste dalle Nazioni Unite». Staremo a vedere.

Sergio Bontempelli

Centocelle Today
20 04 2015

Il Casilino 900 rinasce: famiglie rom bonificano il parco e vivono nell'ex distributore Agip

C'è vita nell'ex campo rom Casilino 900. Calcinacci e montagne di immondizia cresciute a dismisura con lo sgombero dell'insediamento non ci sono più, fiori piantati in aiuole curate arredano il giardino insieme a un orticello di pomodori e zucchine, e il vecchio distributore dell'Agip, fatiscente da anni, è diventato metà casa metà uffici.

LA BONIFICA - "Abbiamo pulito tutto, sono sei mesi che ci lavoriamo, siamo arrivati qui ad agosto, è stata dura ma ora che lo guardiamo siamo veramente orgogliosi, ora è accogliente". A farci strada in quello che è rimasto dell'ex campo, Suzana, una delle donne e madri che ha ristrutturato il casottino di proprietà dell'Eni, trasformandolo nella sua abitazione. Letti, mobili, tappeti, una televisione, un cucinotto e un bagno.

"Non sai come abbiamo trovato questo edificio, era occupato da prostitute e quattro marocchini, non ci si poteva muovere da quanto era pieno di immondizia. Piano piano gli abbiamo ridato vita, e ora i miei bambini hanno un tetto degno sulla testa". Suzana ci fa da Cicerone tra le mura della nuova casa e il parco, dove mostra soddisfatta i risultati della bonifica. Erba tagliata, cumuli di rifiuti in un angolo che aspettano il ritiro di Ama, nuove piantine che spuntano dal prato, e una fungaia, "restituita ai cittadini dopo averla liberata dall'immondizia".

 

"UN PARCO PER I ROMANI" - Sì, perché sulla fruizione del giardino messo a nuovo i rom non ammettono equivoci. "Questo non è nostro, non ci siamo voluti appropriare di niente, è per i romani, per tutti coloro che vorranno venire qui le porte sono aperte". Un fazzoletto di verde dietro gli sfasciacarrozze della Togliatti pensato perché tutta la città possa goderne. Loro, i rom, sono i custodi, si occupano della manutenzione. E guai a chi parla di occupazione del parco. Si chiama "inserimento nella società".

"E' un modo per mettere insieme integrazione e impegno sociale per la città - spiega Suzana - qui i bambini si sentono liberi e tranquilli, imparano a essere responsabili nei confronti del posto dove vivono, e nello stesso tempo fanno qualcosa per la comunità, non per i rom, per tutti i cittadini di Roma". Un'altra vita, dopo il caos vissuto nel villaggio di Salone.

LA FUGA DA SALONE - "Siamo tra quelli che sono stati allontanati dal Casilino 900 e portati a Salone, veniamo da lì, ma non era più possibile starci, era un inferno". La donna racconta di un'intollerabile guerra fra etnie. "Ad agosto nel campo volevano prendere mia figlia con la forza, ci siamo ribellati perché non tutte le ragazze di 18 anni vogliono sposarsi, e invece le famiglie bosniache la vedevano bella e volevano prenderla". Da qui la fuga. E il ritorno tra i ricordi del vecchio campo. Ma non sono arrivati da soli.

L'ASSOCIAZIONE NUOVA VITA - Dietro l'iniziativa c'è l'associazione Nuova Vita, di Najo Adzovic, l'ex delegato ai rom dell'amministrazione Alemanno, che nella porzione anteriore dell'edificio Eni, davanti alle stanze delle famiglie, sta attrezzando l'ufficio dell'associazione, un oratorio per bambini, una cucina dove distribuire pasti caldi agli indigenti.

"Con le due famiglie rom abbiamo cominciato un percorso innovativo di integrazione - spiega Adzovic - a loro va una possibilità concreta di inserimento nel contesto sociale, ai romani il parco bonificato e un punto di riferimento sul territorio per tanti servizi che metteremo a disposizione per tutti". Anche per i residenti del quartiere. "Qui verranno avvocati, medici, un vescovo, ci sarà anche un commercialista a disposizione delle esigenze dei più sfortunati, che non possono permettersi servizi a pagamento". Come vengono retribuiti?

"Sono tutti volontari, persone di buona volontà che ci stanno aiutando". E l'amministrazione è a conoscenza del progetto? Ha rilasciato dei permessi? "Abbiamo firmato un patrocinio del Municipio per bonificare il parco, per quanto riguarda invece la struttura di Eni è proprietà privata, il Comune non può deliberare in merito".

PERMESSI E OCCUPAZIONE - Il minisindaco Palmieri conferma di conoscere tutto, e di aver firmato un patrocinio "per un progetto di attività culturali e sociali da fare nel parco". Altra cosa però è l'occupazione del vecchio distributore. Difficile chiamarla in altro modo, perché la struttura è di proprietà di Eni. "Abbiamo invitato più volte Eni, qualora volesse, a denunciare il fatto, ma al momento nessuno si è fatto vivo alla Polizia Locale". Per quanto riguarda invece la pulizia del parco, "ci sono tante associazioni che lo fanno, in sè è una cosa buona per tutto il territorio".

In attesa, a breve, del taglio del nastro, assicura Najo. E tutti saranno invitati, "anche le istituzioni".

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