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Attacco al salario

  • Mercoledì, 07 Maggio 2014 08:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
07 05 2014

Ci siamo. Le prime con­se­guenze del com­mis­sa­ria­mento di Roma comin­ciano a sca­ri­care i loro acidi effetti.

Il taglio agli sti­pendi dei dipen­denti comu­nali romani è una di quelle deci­sioni che potrebbe ter­re­mo­tare i già pre­cari equi­li­bri dell’amministrazione Marino, che, di suo, certo non gode di buona salute. Le mani­fe­sta­zioni, i cor­tei spon­ta­nei, l’occupazione di piazza del Cam­pi­do­glio, i bloc­chi stra­dali e per­fino il dirot­ta­mento di un auto­bus che ieri si sono visti in città stanno lì a segna­lare non solo l’entità delle poli­ti­che restrit­tive che il Comune è obbli­gato a pra­ti­care, ma anche l’individuazione del ber­sa­glio che tali poli­ti­che hanno scelto di col­pire. Pren­der­sela con impie­gati, mae­stre, assi­stenti sociali, vigili urbani, tec­nici, custodi, ecc. signi­fica col­pire que­gli strati di occu­pati che vivono con red­diti bassi, eco­no­mie fami­liari già stre­mate e al limite della soprav­vi­venza. E certo non saranno le indi­ca­zioni della Corte dei conti a giu­sti­fi­care que­sta deci­sione, né pos­sono rap­pre­sen­tare una coper­tura poli­tica per un’amministrazione che nei fatti non sa come andare avanti, stran­go­lata dal debito e sotto stretta sor­ve­glianza governativa.

Il sala­rio acces­so­rio che il sin­daco vuole eli­mi­nare dalle buste paga dei dipen­denti comu­nali altro non è se non quello stretto mar­gine inte­gra­tivo di sti­pendi bloc­cati da quasi un decennio.

L’unica pos­si­bi­lità lasciata alla con­trat­ta­zione sin­da­cale, l’unica pos­si­bi­lità di ade­guare (ma solo in parte) retri­bu­zioni basse e bassissime.

Ed è per que­sta ragione che la rea­zione dei lavo­ra­tori comu­nali ieri è stata così intensa: dif­fi­cile ricor­dare epi­sodi ana­lo­ghi nella sto­ria recente della città. Una rea­zione che di sicuro si svi­lup­perà ulte­rior­mente, con scio­peri e chissà cos’altro. Assi­ste­remo al primo con­flitto sociale deri­vante dalle poli­ti­che assas­sine del patto di stabilità.

Si pas­serà poi a nuovi e ulte­riori ridu­zioni delle dispo­ni­bi­lità di stato sociale, ser­vizi ridi­men­sio­nati o del tutto eli­mi­nati. Toc­cherà poi all’alienazione del patri­mo­nio pub­blico, alla ven­dita ai pri­vati di quote socie­ta­rie delle aziende comu­nali, alla pri­va­tiz­za­zione di seg­menti di wel­fare. E tutto ciò in paral­lelo ai morsi che la crisi eco­no­mica con­ti­nuerà a distri­buire sulle fasce sociali più espo­ste. Lad­dove cre­scerà la domanda di soste­gno, ser­vizi, tutele di vario genere, cor­ri­spon­derà una ridu­zione dell’offerta comunale.

Marino ha scelto l’obbedienza. Non si disco­sterà dalle impo­si­zioni finan­zia­rie che gli hanno rita­gliato addosso, come con­tro­par­tita per il tra­sfe­ri­mento finan­zia­rio di cui ha goduto. E si ritro­verà nel pieno del con­flitto sociale, di cui la gior­nata di ieri è solo la prima avvi­sa­glia. Intanto, Roma con­ti­nuerà a depe­rire e sfio­rire, senza pro­grammi né pro­spet­tive, sem­pre più impo­ve­rita e depressa.

Dinamopress
06 05 2014

Una città commissariata e in mano ai poteri forti: questa è Roma al tempo del governo di unità nazionale Renzi-Alfano, quello che ha inaugurato la guerra ai poveri sotto il dettato della troika europea. Il decreto Lupi, il decreto "Salva Roma" e il Jobs Act rappresentano un attacco diretto ai diritti sociali e ai diritti del lavoro : il primo prevede una vera e propria rappresaglia preventiva contro chi occupa case o spazi per recuperarli ad un uso abitativo e sociale; il secondo impone ulteriori tagli e privatizzazioni dei servizi; il terzo istituzionalizza la precarietà e lo sfruttamento, rendendo legali contratti di lavoro al limite della schiavitù.

In questo contesto, l'amministrazione comunale e la sua maggioranza sembrano esautorate da ogni funzione di mediazione politica o di rappresentanza democratica, inermi e silenti davanti alla gestione militare delle questioni sociali - auspicata dal ministro dell'interno Alfano - e alle politiche di austerità imposte dal governo.

Gli sgomberi violenti di alcune occupazioni abitative e di spazi sociali, avvenute nonostante la presenza di tavoli di confronto istituzionali, servono a mandare due segnali precisi: uno a chi si oppone dentro la crisi, l'altro alla politica locale, ridotta a puro esercizio di controllo e di burocrazia punitiva.

Una giunta prigioniera delle politiche liberiste del debito, che producono politiche di tagli e privatizzazione, dismissione del patrimonio pubblico e una resa pressoché generale di poteri privati immobiliarti e finanziari.

Ma c'è un pezzo di città che resiste, lo ha fatto in piazza il 19 ottobre scorso e il 12 aprile, che lo fa ogni giorno ridisegnando dal basso la metropoli, liberando immobili dalla speculazione, affermando il diritto all'abitare e l'accesso alla cultura, costruendo forme di mutualismo nel lavoro povero e precario, autonomo e dipendente, difendendo e risocializzando i beni comuni, a partire dall'acqua, dal patrimonio e dai servizi pubblici.

Questa città vuole tornare in piazza per affermare il diritto alla città dei molti contro gli interessi dei pochi, per difendere le lotte e gli spazi conquistati, per liberarsi dai divieti del governo e della questura. Questa città ha diverse cose da dire al sindaco e alla giunta, che il tempo degli alibi è finito, che non è più possibile far pagare la crisi ai soliti noti.

Lunedì 12 maggio corteo da Piazza della Repubblica al Campidoglio, martedì 6 conferenza stampa ore 11,30 piazza Santa Maria Maggiore di fronte al ministero degli Interni.

Movimenti per il diritto all'abitare e contro la precarietà e l'austerity

Casa, sgombero delle occupazioni a Tuscolana e Centocelle

  • Mercoledì, 23 Aprile 2014 11:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Paese Sera
23 04 2014

L'immobile in via delle Acacie e l'ex istituto Hertz erano stati già sequestrati il 19 marzo scorso, quando erano stati posti i sigilli anche all'Angelo Mai. Le famiglie erano rientrate in seguito a una sospensione del provvedimento. Gli occupanti: "Comune latitante". Peciola (Sel): "Comune cambi passo”.

Nuovo sgombero in corso in via delle Acacie 56 e via Tuscolana 1113. In particolare, forze dell'ordine stanno liberando due degli immobili sequestrati il 19 marzo durante un'operazione svolta nell'ambito di un'inchiesta sui Movimenti per il diritto all'abitare. Allora furono posti i sigilli anche all'Angelo Mai in via delle Terme di Caracalla. Il sequestro del 19 marzo era stato momentaneamente sospeso e gli occupanti erano rientrati, oggi lo sgombero.

Sgombero ex istituto Hertz
Al momento, racconta Silvia del Comitato popolare, "con le 50 famiglie di via delle Acacie siamo ancora dentro lo stabile, sorvegliate a vista dagli agenti di pubblica sicurezza". Lo sgombero è iniziato, spiega, "questa mattina alle otto e mezza, quando la Polizia è arrivata dicendo che le famiglie dovevano uscire dal palazzo". Una misura che "non ci aspettavamo, perché con l'assessore comunale alla Casa Daniele Ozzimo avevamo concordato un piano di uscita a blocchi a partire dal 23 aprile, anche se mancava ancora il censimento delle famiglie nelle due occupazioni, da noi richiesto". Agli occupanti "è stata proposta la soluzione dei residence: inizialmente quattro stabili diversi, poi invece ci hanno parlato di uno stabile nuovo acquisito dal Comune dove ci deporteranno tutti", aggiunge Silvia. Nel frattempo, accusa, "il Comune non risponde neanche al telefono, è latitante dal 19 marzo e ci ha già condannato, lasciando le famiglie per strada. Se via delle Acacie è uno stabile privato, perché almeno per l'ex Hertz che è pubblico non se ne riappropria?", conclude l'attivista. Nell'ex istituto Hertz sono stati allontanati 6 nuclei, mentre restano da collocare altri 12 famiglie, tra cui molti bambini e un signore affetto dal morbo di Parkinson.

E su Twitter il consigliere di Sel Gianluca Peciola scrive: "Nuovi #Sgomberi a Roma:o cambia passo il Comune o cambia passo Sel. Stabili pubblici per famiglie in emergenza abitativa e bonus casa subito".

deLiberiamoRoma, occupato il Governo Vecchio

  • Martedì, 22 Aprile 2014 14:32 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
22 04 2014

Centinaia di persone aderenti alla campagna deLiberiamo Roma hanno aperto le porte del Governo Vecchio, la vecchia sede della casa delle donne per pretendere l'utilizzo sociale del patrimonio immobiliare pubblico. Oggi pomeriggio alle 15 in Campidoglio saranno consegnate le proposte sulle quattro delibere cittadine d'iniziativa popolare su acqua, scuola, patrimonio, finanza pubblica.

I cultori dell’estimo edilizio definiscono Palazzo Nardini di via del Governo Vecchio (rimasta nell’immaginario cittadino “la casa delle donne” che nel 1976 l’occuparono a seguito di una manifestazione notturna dipanatasi nell’intera città al grido “riprendiamoci la notte”) “un limbo catastale” perché le istituzioni (Comune e Regione) che, da decenni nulla fanno per la sua manutenzione, si scaricano a vicenda la proprietà. Il risultato? Oggi un arrugginito catenaccio e un altrettanto terrificante lucchetto, serra il portone quattrocentesco di questo edificio misurando, come un qualsiasi metro alla Moccia, il doppio bugnato a punta di diamante che l’incornicia.

Eppure siamo all’interno di quel sistema viario che il Papa del Rinascimento Sisto IV, su suggerimento del Bramante (che alcuni vogliono come autore anche di questo edificio), volle realizzare per aprire e connettere il Vaticano, ad oriente, oltre il Tevere, con lo sviluppo della città.

Quella che oggi chiamiamo “Governo Vecchio” è infatti la vecchia via del Parione che, con via di Panico e dei Coronari rappresentava il sistema dei percorsi urbani disegnati nella pianta della città “a ventaglio” che, convergenti verso il ponte di Castel S.Angelo, esaltavano l’accesso al Vaticano. Una via importantissima che ha determinato una sistemazione urbanistica restata immutata fino agli sventramenti fascisti degli anni ’30.
Oggi Palazzo Nardini è stato riaperto con un occupazione simbolica fatta dai molti (oltre 70 le organizzazioni che animano la campagna “deLiberiamo Roma”) che lo hanno assunto quale convitato di pietra del riutilizzo a fini sociali del tanto abbandonato e inutilizzato patrimonio immobiliare cittadino, che Renzi e Marino vorrebbero alienare per “fare cassa”. Riprendersi l’esistente come “diritto alla città” però non basta. Le delibere d’iniziativa popolare, che oggi stesso saranno presentate al Comune per iniziare la raccolta delle firme e poi discuterle in aula Giulio Cesare, così come impone lo statuto capitolino, sono quattro. Insieme a strappare agli energumeni della rendita e all’appetito del mercato immobiliare il patrimonio pubblico, le delibere interessano la ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero: la difesa del referendum del 2011; spezzare il Patto di Stabilità interno con "l’introduzione di altre misure di finanza pubblica e sociale che contrastino gli effetti che la crisi economico-finanziaria rovocano nella popolazione"; il diritto allo studio, il potenziamento delle risorse per le scuole pubbliche e dire basta ai finanziamenti alle scuole private.

Un panorama "romano"molto diverso da quello che Marino e i suoi assessori si accingono a disegnare, in ossequio a Renzi e al co-sindaco Alfano, fatto di austerità, tasse e privatizzazioni. L’inizio della raccolta delle firme è fissato per il 25 Aprile nel corso delle molte iniziative che ricordano la fine della tirannide fascista.

Firme e parole per continuare a riportare Roma a riprendersi i propri diritti non poteva che avere inizio, molto più che simbolicamente, dal palazzo di via del Governo Vecchio, dove le donne riuscirono a reinventare, con quella lunga occupazione sul finire degli anni ’70, le tematiche del movimento con cui seppero parlare alla città. Governo e Sindaco oggi vogliono continuare a minare questo rudere e criminalmente abbandonarlo a vantaggio di una miriade di luoghi del consumo alimentare e del vestiario, che giorno dopo giorno cancellano il suo essere stato nel corso dei secoli, pur per motivi differenti, uno spazio pubblico della città. A noi impedire questo e tanto altro.

Aree verdi di Roma, nessuno le vuole

  • Giovedì, 17 Aprile 2014 09:30 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
17 04 2014

È la città con più alberi e prati d’Italia, ma la maggior parte dei parchi versa in situazioni di abbandono e il Comune lamenta: “Non ci sono risorse”

A Roma ci sono più alberi e prati che palazzi. Tra i comuni italiani con oltre 250mila abitanti non esiste una città con la stessa quantità di parchi e riserve. Ogni romano ha 130,7 metri quadrati di natura a disposizione, molto più dei palermitani che ne hanno 77,8 o dei catanesi con 73,4. Nessun confronto con tutte le altre città.

Si fa fatica a immaginarlo quando si è imbottigliati nel traffico del Grande Raccordo Anulare o circondati dai palazzoni tutti uguali della Tuscolana ma i due terzi dell’intero territorio di Roma sono protetti, in totale si tratta di 86 ettari. E all’interno del Gra vivono 5200 specie di insetti, il 14% delle specie presenti in Italia, il 27% delle specie di anfibi in Italia, il 32% degli uccelli nidificanti in Italia e il 30% di mammiferi italiani.

Che cosa se ne facciano i romani dei quasi 131 metri quadrati di natura a loro disposizione è una storia triste da raccontare. Ci sarebbe di che vivere di natura e turismo e cultura per i secoli a venire. Invece quello che si nasconde sotto alberi secolari o tra i cespugli della capitale è spesso inguardabile. Rifiuti di ogni tipo, dai cumuli di mattoni e piastrelle lasciati da chi non sapeva dove abbandonare i resti di un lavoro di ristrutturazione, ai divani, le carcasse di auto rubate e bruciate, montagne di pneumatici da riciclare al momento opportuno, interi campi da calcetto in materiale sintetico smantellati.

Come se non bastasse, una delibera della giunta della regione Lazio ha anche chiesto la cancellazione dell’ente Roma Natura che gestisce la gran parte dei parchi e delle riserve della capitale, e vuole trasferire tutto il verde al Campidoglio. Dal Campidoglio l’assessore all’Ambiente Estella Marino risponde che, sì, grazie del regalo ma senza risorse non se ne parla.

Nessuno fa carte false per occuparsi di parchi e riserve di Roma, insomma. Tanto verde sembra quasi un peso, uno di quei doveri di famiglia che si ereditano e che si rispettano perché è giusto. Ma, se si potesse, si farebbe altro. Non è facile gestire un parco come quello dell’Appia Antica dove c’è un guardiaparco ogni 210 ettari di territorio e per ogni ettaro si possono spendere 104 euro. Più difficile ancora doversi occupare di uno dei parchi che fanno capo a Roma Natura (Monte Mario, valle dell’Aniene, Litorale Romano etc....) dove le risorse sono ridicole, c’è un guardiaparco ogni 410 ettari e per ogni ettaro si spendono meno di 15 euro.

Flavia Amabile


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