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#iodecido

  • Mercoledì, 12 Febbraio 2014 09:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
12 02 2014

Pubblichiamo il documento con cui la Rete cittadina #iodecido verso #8marzo Invita tutte e tutti ad un’Assemblea pubblica il 13 febbraio ore 19.00 a Communia, via dello Scalo San Lorenzo, 33, Roma


Abbiamo deciso di partire di nuovo da noi, dai nostri corpi, dai nostri desideri e dalla nostra autonomia dopo aver appreso cosa sta accadendo in Spagna. Il Ministro Gallardòn ha proposto una modifica della legge sull’aborto, limitando la possibilità di abortire a due soli casi: la violenza sessuale e il comprovato rischio per la salute psichica e fisica della donna. Al di fuori di questi casi scegliere di abortire sarà un reato. Anche in Grecia tra i durissimi tagli alla sanità e il controllo sempre più feroce sui corpi (su parto, aborto, malattie sessualmente trasmissibili) l’autonomia delle donne viene soffocata.

In tutta l’Europa dei PIGS, nei paesi che più visibilmente stanno subendo gli effetti delle politiche di austerity i tagli alla sanità fanno il paio con il controllo sempre più feroce sui corpi delle donne. In alcuni casi (soprattutto Italia e Spagna) è evidente l’influenza della cultura cattolica e misogina sulle scelte politiche dei governi.

In Italia esiste una legge -frutto delle lotte- che garantisce la possibilità per le donne di abortire liberamente e gratuitamente: la legge 194, che viene però quotidianamente resa inefficace dalla presenza enorme di medici obiettori (il 90% solo nel Lazio). L’obiezione di coscienza sull’aborto garantisce la carriera di molti medici, diventa la pratica più diffusa in tutti gli ospedali e di fatto impedisce a migliaia di donne di poter scegliere per sé. Di fronte agli ostacoli e alle umiliazioni che ogni donna deve subire, non è un caso che in Italia stia crescendo il numero degli aborti clandestini e “fai-da-te”, fatti in casa con mezzi impropri, che portano a seri rischi per la vita delle donne.


Se legislativamente la possibilità dell’aborto farmacologico (RU486) è già garantita da anni di fatto essa non viene contemplata negli ospedali italiani, così come è impossibile nelle città nostrane trovare in tempi rapidi la pillola contraccettiva di emergenza.


Vogliamo ripartire dalla libertà di scelta, dalla capacità di decidere sui nostri corpi, dall’autodeterminazione, per opporci a questa situazione in cui ci vogliono spingere all’angolo.


Vogliamo ripartire dalle parole d’ordine della Spagna: #iodecido, per dare vita a una campagna che rivendichi la possibilità concreta di un aborto libero, gratuito e garantito; una campagna che garantisca la possibilità dell’aborto farmacologico, la completa accessibilità alla pillola del giorno dopo e la sicurezza che ci siano luoghi come i consultori che realmente ne assicurino la prescrizione.

Vogliamo sostenere la laicità dello Stato e respingere le politiche europee sui nostri corpi.


Vogliamo che consultori e ospedali vengano rifinanziati e che sia garantito il supporto e l’assistenza a tutte le donne migranti.


Vogliamo autodeterminarci, come donne, lesbiche, trans e queer!

Estendiamo questo appello a tutte e tutti, per dare corpo alla campagna #iodecido, per immaginare insieme un 8 marzo fuori dai soliti riti, invadendo con manifestazioni, cortei e azioni tutte le città.


Immaginiamo un 8 marzo di lotta e di festa, insieme ai movimenti antirazzisti, antisessisti e antifascisti, con i migranti e le migranti che si mobilitano dentro e fuori i Cie, con chi lotta per i beni comuni, il lavoro, il reddito, il lavoro, la sanità e le grandi opere.

Invitiamo tutte e tutti ad un’Assemblea pubblica il 13 febbraio ore 19.00 a Communia, via dello Scalo San Lorenzo, 33.

Rete cittadina #iodecido verso #8marzo

http://www.communianet.org/news/13-febbraio-iodecido

Strappare l'erba al proibizionismo. Corteo a Roma

  • Venerdì, 07 Febbraio 2014 09:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
07 02 2014

L'8 febbraio nella Capitale una manifestazione per l'abolizione della Fini-Giovanardi che intasa le carceri e favorisce le cosche.

«Il proibizionismo ha fallito, la "guerra alla droga" è persa, lo ha compreso tutto il mondo tranne quei pochi ancora barricati nell'ultima isola proibizionista in un mondo che volta pagina e accerchiati da un oceano antiproibizionista che sabato 8 febbraio manifesterà a Roma».

Alessandro Buccolieri, per tutti Mefisto, è il portavoce della Rete Legge Illegale, promotrice della street parade che attraverserà Roma tra 48 ore.

«Non si può, nel 2014, anche in buona fede, essere proibizionisti, perchè l'evidenza dei danni creati ed il potere delle narcomafie, è evidente. I fatti ci hanno dato, purtroppo ragione: un arresto in ogni famiglia. C'è un universo in movimento che reclama un approccio diverso al fenomeno del consumo di sostanze che il proibizionismo con le sue speculazioni trasforma in problema sociale invitiamo quindi il presidente del Consiglio Letta a fare retromarcia e a ritirare l'avvocatura dello stato da lui sollecitata a difesa della tanto socialmente devastante e odiata legge illegale».

Ieri, la presentazione ufficiale in Campidoglio della Campagna di Abolizione della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe in vista del pronunciamento della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità della Legge 49/06, dopo che diverse corti hanno bloccato i processi agli imputati e inviato la legge alla Consulta. Una legge che fu approvata con l'inganno parlamentare, by-passando i vincoli di costituzionalità sulla necessità e l'urgenza che sono i requisiti indispensabili che deve avere ogni decreto legge. Quel decreto conteneva norme sulla sicurezza per le Olimpiadi di Torino. Durante la discussione alle Camere il Governo Berlusconi introdusse un'intera legge di impianto punitivo e proibizionista sulle sostanze stupefacenti. Sono intervenuti oltre a Mefisto, Patrizio Gonnella di Antigone, Giorgio Bignami di Forum Droghe, Valeria Grasso, imprenditrice antimafia di "Legalità è Libertà".

«Dagli ultimi dati risulta che il 40% dei detenuti è in carcere per la Legge Fini-Giovanardi. La maggioranza di governo è sotto ricatto da parte della compagine nella quale Giovanardi ha ancora una posizione rilevante - ha detto Gonnella con una certa indulgenza verso il Pd che in verità non ha mai dato sfoggio di una concreta cultura antipro - Noi non ci accontentiamo dell'abrogazione della legge per ragioni etico-filosofiche, di politiche anticriminalità, per ragioni legate all'affollamento delle carceri. La manifestazione dell'8 febbraio andrà oltre questo passaggio, verso la depenalizzazione. Noi non siamo estremisti. Lo siamo come lo sono l'Uruguay ed il Colorado». "Nessun altro paese europeo ha così tanti detenuti per reati connessi alle sostanze illegali - ricorda l'appello stilato il 15 dicembre scorso dai promotori - la pesante criminalizzazione dei consumatori stride di fatto con l'impunità riservata dal nostro sistema giudiziario ad autori di reati di ben altra natura, i cui effetti nuocciono alla salute della società intera, come se le categorie da individuare e perseguire fossero pre-costruite a suon di stigma". «La tabella unica delle sostanze rappresenta un falso scientifico - ha spiegato Bignami - Non esiste sostanza farmacologicamente attiva di cui non esista possibilità di abuso. Questa concezione è un attacco diretto alla Costituzione».

Valeria Grasso, imprenditrice antimafia non avrebbe «mai pensato di aderire ad un'iniziatica come questa. Ma sono cambiata dopo la mia esperienza. Il compromesso con la mafia è un compromesso di morte. Ho deciso di portare, tra i giovani, nelle scuole, la mia testimonianza. Ho incontrato figli di detenuti che mi hanno fatto avvicinare a queste problematiche. La cosa che mi ha colpito sono gli effetti medici e che la cannabis non ha mai provocato alcun morto. Finora ho avuto le idee confuse o forse me le hanno confuse volontariamente. Mi farò promotrice perciò di questa battaglia, perchè così si potranno sottrarre tanti ragazzi dalla strada, dove trovano guadagni facili. Vorrei lanciare un appello alle mamme, perchè comincino a vedere un mondo diverso».

Sabato, a Roma, scenderà in piazza l'Italia dei diritti, dalla galassia dell'autorganizzazione, con i centri sociali da tutto il paese all'associazionismo di base, dalla rete degli operatori di riduzione del danno, con le loro cooperative e comunità di accoglienza fino ai comitati della lotta alle mafie, tutti insieme per dire che "Questa legge è illegale e il suo costo è reale".

Ci saranno, tra gli altri, i promotori della campagna "Tre leggi per la giustizia e i diritti" forti di decine di migliaia di firme anche per l'abrogazione della legge Fini-Giovanardi, oltre che contro la tortura, che in Parlamento non han trovato granché ascolto. Per far cessare la vergogna dell'intasamento delle prigioni basterebbe separare il reato di possesso da quello di spaccio ma «dal dl carceri è stata stralciata proprio la parte che riguarda l'ingiusta detenzione dei tossicodipiendenti - spiegano Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Giovanni Russo Spena, responsabile Giustizia del Prc - Questo sarebbe stato un provvedimento vero ma evidentemente in Italia anche il carcere è di classe, se sei ricco e tossicodipendente te ne stai fuori, se sei povero e non hai i soldi per gli avvocati stai a marcire in galera. A questo punto per tenere fede agli impegni presi con l'Unione europea le uniche misure praticabili sarebbero l'amnistia e l'indulto».

Checchino Antonini

Violenzadonne. Marino: insegnare rispetto già dalla scuola

  • Giovedì, 06 Febbraio 2014 15:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Dire
06 02 2014

"Dobbiamo partire da bambini, Roma si stringe intorno a Chiara".

"Bisogna insegnare il rispetto della donna ai bambini gia' dalla scuola, per eliminare quell'odioso sentimento che la vede come oggetto e che porta a fatti drammatici come questo. Con tutta Roma mi stringo intorno a Chiara e alla sua famiglia".

Cosi' il sindaco della Capitale, Ignazio Marino, intervenendo ai microfoni di Radio Radio.

Roma. Colle Oppio, nuovo sgombero Abbattute 50 baracche

  • Martedì, 28 Gennaio 2014 13:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Paese Sera
28 01 2014

Un nuovo sgombero stamattina dopo lo sfratto di ieri dei 50 rom che vivevano negli ex uffici delle Fs a Casalbertone. Oggi i vigili urbani hanno abbattuto 50 baracche vicino alla foce dell'Aniene sotto la tangenziale est, subito dopo l'uscita Salaria. Lì vivevano persone di nazionalità sudamericana, filippina e romena. La Polizia locale è intervenuta sulla base di un'ordinanza del sindaco che stabilisce lo sgombero per motivi di sicurezza e igiene ambientale.


L'OPERAZIONE - L'operazione è stata condotta dagli agenti del gruppo Spe (Sicurezza Pubblica Emergenziale) della Polizia Locale di Roma Capitale. L’intervento, secondo il Campidoglio, si è reso necessario per motivi di sicurezza, igiene e decoro: le baracche, ad oggi disabitate, sorgevano infatti in prossimità del fiume, a circa 8 -9 metri dal greto, rischiando di essere travolte e di crollare con le piogge stagionali. I lavori di messa in sicurezza dell’area e di demolizione completa delle strutture richiederà 20 giorni. Agli abitanti dell’insediamento abusivo, assistiti della Protezione Civile e della Sala Operativa Sociale, era già stata offerta un mese fa una sistemazione presso i locali della Ex Fiera di Roma Capitale. Questa mattina, prima dell’inizio dell’abbattimento delle baracche, hanno recuperato gli ultimi effetti personali.

IL COMMENTO - Duro il commento del deputato Pd Khalid Chaouki: “Pensavamo davvero che la strategia degli sgomberi appartenesse ad un altro modo di fare politica e che fosse una pratica ormai archiviata. Invece gli sgomberi a Colle Oppio e Casal Bertone, che hanno visto senzatetto e rom evacuati ci hanno riportato ad una gestione securitaria ed emergenziale". E aggiunge: "Roma vive una situazione molto delicata perché chiamata a gestire numeri importanti di rifugiati, rom e senzatetto, ciononostante non sono ammissibili sgomberi per ragioni di decoro pubblico. La giunta dovrebbe uscire al più presto da un approccio emergenziale e favorire reali politiche di accoglienza e assistenza, sfruttando al meglio le risorse europee e regionali e avviando un dialogo positivo con gli operatori da anni impegnati sul fronte dell'integrazione”.

Arte e femminismo a Roma negli anni settanta

  • Martedì, 21 Gennaio 2014 13:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
21 01 2014

Per gentile concessione di Biblink editori, pubblichiamo l’introduzione al libro di Marta Seravalli "Arte e femminismo a Roma". Il volume, assumendo il caso romano come campione d’indagine la ricerca, guidata e sostenuta da cinque interviste originali, mira a verificare l’apporto del femminismo allo sviluppo di determinati percorsi estetici e getta nuova luce sull’importante presenza artistica femminile dell’epoca, ancora oggi scarsamente riconosciuta.

Nel 1931, alla vigilia dell’avvento del Terzo Reich, Leontine Sagan,
regista austriaca trapiantata in Germania, gira il suo Mädchen in Uniform (Ragazze in uniforme). Il film è incentrato sulla storia di un
amore lesbico tra una studentessa e un’insegnante all’interno di un collegio femminile; il tema scabroso dell’omosessualità, appena celato da un presunto rapporto madre-­‐‐figlia tra la professoressa e la giovane scolara orfana, viene affrontato con grande coraggio, acquisendo rara forza drammatica nell’inquietante analisi della psicologia femminile, espressione del desiderio della regista di parlare dell’omosessualità tra donne, questione ancor più ‘vietata’ rispetto a quella maschile, che da non molto tempo aveva conquistato un suo diritto di cittadinanza almeno in ambito letterario .

Mädchen in Uniform , costruito su un cast rigorosamente femminile, non prevede alcuna presenza maschile, neanche una comparsa. Un film di donne, fatto da una donna, sull’amore tra donne. Contenuto, si direbbe, tutto femminile.

Allieva di Max Reinhardt, Sagan costruisce la propria opera sul linguaggio del cinema di avanguardia degli anni Venti e Trenta, attingendo
dall’espressionismo tedesco della linea di Murnau l’uso incisivo delle
luci e delle ombre, e elaborando i suggerimenti futuristico-costruttivisti del cinema russo e degli esiti della Bauhaus nelle inquadrature delle architetture e nell’uso rapido della macchina da presa. Leontine Sagan: regista, donna, lesbica.

La ragione per cui mi è parso interessante introdurre la mia ricerca sui rapporti tra arte e femminismo a Roma negli anni Settanta del Novecento con il caso di Mädchen in Uniform risiede nel fatto che il film mi pare particolarmente adeguato a porre una domanda che mi sono fatta continuamente nel corso dell’indagine, rispetto alla quale il neo-­‐‐femminismo ha cercato di dare risposta senza tuttavia, a mio parere, giungere a una soluzione definitiva.
Prendendo in prestito le parole di Anne-­‐‐Marie Sauzeau Boetti, la domanda è questa: dove si inscrive la differenza sessuale in arte?

Riflettendo sul film di Sagan, tale quesito mi è sembrato porsi con grande chiarezza, poiché si tratta di un prodotto femminile, realizzato in una prospettiva completamente femminile, dove anche il sentimento, ambito nel quale sarebbe previsto l’altro sesso, è diretto invece ancora sulla donna. Se la differenza sessuale si inscrivesse nel contenuto, mi dicevo, la questione sarebbe presto risolta.

Nella vicenda delle protagoniste – l’alunna Manuela e l’insegnante Frau von Humboldt – emerge con evidenza la condizione delle donne nella
società repressiva e autoritaria della Germania di Weimar, e nella
narrazione è rintracciabile una certa insistenza sulla quotidianità femminile delle studentesse in età adolescenziale, con le prime pulsioni sessuali e la repressione delle stesse nella disciplina. I problemi sono emersi, tuttavia, nel momento in cui ho cercato uno specifico femminile nel linguaggio cinematografico di Sagan: la ‘forma’ del film mi pareva resistente a un qualsivoglia riconoscimento di genere.

La questione della forma e del linguaggio ritorna nella trattazione come un tema centrale, largamente dibattuto dal neo-­‐‐femminismo italiano e internazionale che propose, insieme al sovvertimento dell’ordine sociale patriarcale, un sovvertimento altrettanto rivoluzionario a livello di struttura culturale, allargato anche al campo dell’immagine e in generale delle arti visive.

Nella mia ricerca, quindi, ho cercato di capire se si potesse individuare, nell’opera delle artiste che ebbero contatti con il femminismo, una discriminante femminile specifica, e quanto la vicinanza al movimento avesse influito nella ricerca estetica di queste stesse artiste. L’indagine si inscrive in un campo ancora molto inesplorato e perciò ha assunto spesso un carattere pionieristico, muovendo dalla raccolta di cinque testimonianze di alcune protagoniste della vicenda artistica romana degli anni Settanta e, contemporaneamente, della stagione femminista
italiana.

Si tratta di quattro artiste e una storica dell’arte, con percorsi estetici, culturali e femministi di diverso tipo. Suzanne Santoro, americana trasferitasi a Roma dagli anni Settanta, frequentò il primo nucleo del collettivo Rivolta femminile, fondato da Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti tra il 1969 e il 1970, e successivamente prese parte insieme ad Accardi alla cooperativa di artiste Beato Angelico.

Anche Simona Weller partecipò a Rivolta, entrandovi al secondo anno
di attività e, successivamente, aderì al collettivo Controstampa,
un’idea di Elena Gianini Belotti, che riuniva intellettuali, giornaliste,
magistrate e artiste.
Dagli anni Ottanta collaborò regolarmente con “Noi Donne” e nel 1987 partecipò alla fondazione di Duna (Unione Nazionale di Donne Artiste). Attraverso Rivolta femminile passò anche Cloti Ricciardi, aderendovi precocemente (fine del 1969 circa), ma distaccandosene in un secondo momento per dare vita al collettivo femminista di via Pompeo Magno, successivamente denominato Movimento femminista romano.

La vicenda femminista di Ida Gerosa è cronologicamente più tarda, e si colloca intorno alla seconda metà del decennio, quando l’artista comincia a frequentare l’associazione Donna&Arte, un gruppo di artiste di vario indirizzo, che operano in linea con le istanze femministe.

Silvia Bordini, invece, è una storica dell’arte che partecipò dal 1971 al Collettivo femminista comunista di via Pomponazzi, all’interno della commissione Donne e Cultura.

Riprodotte per intero in Appendice, le testimonianze sono di diversa natura. Santoro e Ricciardi hanno scelto la forma dell’intervista, e i loro
contributi sono un po’ più elaborati degli altri poiché, essendo io presente al momento della registrazione, ho avuto modo di aggiungere qualche domanda allo schema base posto alle intervistate.

Weller, Gerosa e Bordini hanno preferito rispondere per iscritto, inviandomi un testo da loro elaborato, che ha il pregio di fornire riferimenti cronologici molto precisi.
A proposito delle domande poste alle intervistate, esse risentono di un mio iniziale disorientamento rispetto alla situazione storica relativa alla materia della ricerca.
Ancora prive di un adeguato supporto bibliografico, le ricerche relative ai rapporti tra arte e femminismo sul suolo italiano, a differenza di altri Paesi, sono solo da pochi anni diventate oggetto di interesse della storia dell’arte. Per questa ragione ho inizialmente dato per certa una situazione artistica femminista, sotto forma di fenomeno riconosciuto, che invece in corso di ricerca si è verificata tutt’altro che unitaria, tanto da far dubitare la stessa ipotesi di ‘arte femminista’ sia nello specifico romano sia, più in generale, nel contesto nazionale.

Altra questione che solo attraverso le interviste ho avuto modo di mettere a fuoco, è la netta distinzione tra attività artistica e militanza femminista che alcune protagoniste operarono.
Successivamente alla raccolta e all’analisi delle testimonianze, ho cercato di verificare l’ipotesi della presenza di un fenomeno artistico riconducibile all’idea di ‘arte femminista’ o comunque di produzione artistica femminile, legata, più o meno consapevolmente, alle istanze del movimento di liberazione delle donne, sviluppatosi in maniera consistente proprio nel corso degli anni Settanta, per poi defluire negli anni Ottanta.

In questo contesto lo specifico riferimento a Roma, espresso nel titolo del
volume, è stato motivato in primo luogo dal fatto che il materiale da
me raccolto, a partire dalle testimonianze, riguarda in larga parte vicende avvenute nella capitale; la scelta di Roma come campione
geografico di indagine è inoltre stata sollecitata dal fatto che la capitale fu in quegli anni e nel decennio precedente centro propulsore della ricerca artistica e sede fondamentale degli sviluppi della lotta e del pensiero femminista, a partire dalla fondazione di Rivolta femminile su iniziativa di Carla Lonzi e Carla Accardi, critica d’arte la prima e artista la seconda.

Tuttavia gli esiti della ricerca, lungi dall’essere esclusivamente interni al perimetro romano, mi sembrano estendibili anche al contesto nazionale, anche perché Roma non ebbe uno specifico artistico femminista rispetto alle altre esperienze italiane, ma ogni artista visse il femminismo in maniera piuttosto autonoma, indipendentemente dal luogo in cui viveva.
Se il contesto italiano non vide una stagione di arte femminista come fenomeno compatto e riconoscibile sotto una denominazione comune, rimane un dato certo che in quel decennio, rispetto al periodo precedente, emersero in maniera massiccia molte figure di artiste.
Mi pare inoppugnabile il fatto che questa novità sia stata in certa misura sollecitata dal femminismo, che permise un sostanziale ampliamento delle prospettive femminili, contribuendo all’ingresso a tutto campo delle donne negli ambiti più disparati, compreso quello dell’arte, e soprattutto proponendo un modello di donna differente, dichiarando pubblicamente il sesso femminile in posizione soggettiva e non più oggettiva, novità assoluta.
In effetti, prima ancora che a livello politico, nel raggiungimento della parità di diritti e nelle lotte a favore dell’aborto e del divorzio, il movimento produsse cambiamento a livello di percezione di sé (da parte delle donne) e delle proprie possibilità.

La presa di coscienza della propria condizione di oppresse e l’auto-­‐‐riconoscimento come soggetti attivi, supportati dall’idea dell’aggregazione di genere, del separatismo come metodo indispensabile alla liberazione, spinsero molte donne ad avvicinarsi a campi ancora scarsamente frequentati.
L’idea di unione tra donne, alla base del femminismo, deve aver funzionato come potente supporto concreto, ma anche psicologico, stimolando molte alla ricerca di una collocazione sociale nuova, estranea dal ruolo femminile tradizionale.

Lungi dal voler rendere il femminismo un’etichetta da applicare meccanicamente all’opera delle artiste che abbiano avuto una qualche frequentazione con il movimento, nell’analisi degli esiti artistici ho cercato di utilizzare con molta cautela il termine ‘arte femminista’, favorendo piuttosto l’idea di ‘clima femminista’, come atmosfera di influenza di determinati sviluppi estetici.
Data la diversità dei percorsi femministi intrapresi da ciascuna artista e la molteplicità degli orientamenti del movimento, è necessario precisare che l’esperienza politica delle figure di artiste prese in analisi deve essere letta in maniera abbastanza autonoma.

In linea generale, quando si parla di ‘femminismo militante’ o di
‘militanza attiva’, si vuole intendere quella parte del movimento che
ha adottato la manifestazione di piazza come metodo di lotta, prassi
alla quale molte formazioni furono estranee, a partire da Rivolta femminile.
Un punto di riferimento basilare per questa parte del movimento è stato individuato nella rivista “Effe”, principale organo di diffusione del pensiero femminista e di coordinamento della lotta politica sul territorio nazionale.

A conclusione dell’introduzione mi permetto una breve nota autobiografica e alcuni ringraziamenti. Il femminismo l’ho vissuto in casa fin da bambina con mia madre Anna Rita, comunista e femminista, alla quale devo la mia sensibilità politica e di donna.
Dall’autunno del 2010, data in cui ho cominciato le ricerche, ad oggi,
ho visto trasformarsi la mia tesi di laurea in un libro. Il volume è
dedicato a mia madre, a cui avrebbe fatto molto piacere sapere che la figlia ha scritto un libro sul femminismo.
Rivolgo i miei più sentiti ringraziamenti alla Commissione del Premio Franca Pieroni Bortolotti 2012, alla Società Italiana delle Storiche, al Consiglio Regionale della Toscana e alla Commissione regionale per le pari opportunità della Toscana, per avermi offerto questa straordinaria occasione.
La notizia della pubblicazione mi ha raggiunta mentre svolgevo in Germania un tirocinio lavorativo in un museo del Nordrhein-­‐‐Westfalen.
Episodi di questo genere, purtroppo tanto rari, fanno desiderare a chi è all’estero di tornare in Italia, danno la conferma – in un momento storico così complicato – che il nostro studio ha un valore e sollecitano l’idea che in questo Paese esistano ancora dei margini di movimento. È un grande senso di speranza quello che mi viene concesso, di cui sarò sempre infinitamente grata.

Ringrazio il mio relatore, Claudio Zambianchi e la mia correlatrice, Laura Iamurri, per l’entusiasmo con cui all’epoca accolsero la mia ricerca, e oggi per l’amicizia dimostratami. Alle artiste e alla storica dell’arte che mi hanno rilasciato le testimonianze – Suzanne Santoro,
Cloti Ricciardi, Simona Weller, Ida Gerosa e Silvia Bordini – sono
infinitamente grata, per la simpatia e la generosità con cui mi hanno
accolto nelle loro case, mettendomi a disposizione le loro eccezionali
esperienze femministe e artistiche.

Ringrazio di cuore le donne di Archivia-­‐‐Biblioteca Archivi Centri Documentazione delle Donne di Roma, in modo particolare Mila Corvino e Gabriella Nisticò.
Un ringraziamento particolarmente sentito va ad Alessia Muroni, storica dell’arte esperta in materia di donne, che la commissione Bortolotti mi ha sapientemente affiancato in qualità di tutor. Alessia mi ha messo a disposizione la sua preziosa esperienza, con lei ho lavorato con grande serenità e armonia.

Un ulteriore ringraziamento rivolgo a Chiara Palmisani, Bruno e Carlo Seravalli, Maria Teresa Palleschi, Matthias Kanka, Giulia Calace, Alice e Lucio Campoli, e alle mie nonne Delia Roncaccia e Anna Maria Scarici, per l’affetto e il fertile confronto generazionale da donna a donna.

 

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