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Il Fatto Quotidiano
17 01 2014

Una denuncia che suona come un refrain. Ancora un’aggressione, ancora una squadraccia e ancora al quartiere ebraico di Roma.

Era il 18 novembre 2012 quando il FattoTv raccolse e pubblicò la testimonianza di alcuni attivisti del Teatro Valle vittime, qualche giorno prima, di un pestaggio ad opera di ignoti nei vicoli dell’antico ghetto della Capitale. “Sabato scorso la storia si è ripetuta”, raccontano quattro ragazzi finiti malconci al pronto soccorso. Simile, se non uguale, la reazione del presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici: “Le ronde da noi non esistono. Abbiamo un servizio d’ordine composto da genitori e nonni che operano congiuntamente alle forze dell’ordine”.

Ma la ricostruzione dei quattro ragazzi racconta un’altra storia e assomiglia in maniera inquietante all’episodio dell’autunno 2012.

“Erano circa le quattro del mattino e, dopo una serata trascorsa in un locale in centro, siamo andati a mangiare una pizzetta in un forno aperto di notte dalle parti di via del Portico d’Ottavia”, racconta Vladimiro, una delle vittime. Dopo lo spuntino i giovani si incamminano verso casa e si imbattono in un cartello con scritto “Sharon uno di noi” dedicato all’ex premier israeliano scomparso proprio quel giorno. A quel punto il ragazzo, inconsapevole delle conseguenze del suo gesto, ha una pessima idea: strappa dal muro l’epitaffio in memoria dell’anziano leader. “Dopo neanche un minuto – spiega Andrea, un’altra vittima – ci siamo visti piombare addosso una quindicina di giovani armati di mazze da baseball, spranghe di ferro e un martello”.

Prima le minacce, poi le botte. “Ci intimidiscono al grido di ‘da qui non uscite vivi’ e ‘vi spacchiamo la faccia‘ – continua Vladimiro – In seguito ci intimano di inginocchiarci, ma subito dopo di andarcene. Quando tentiamo la fuga sono iniziate le mazzate”.

Contusioni pesanti, tutte refertate dai medici del pronto soccorso. Il protagonista dell’azione contro il manifesto di Sharon subisce il colpo più duro: una mazza gli apre una ferita sulla nuca ricucita con alcuni punti di sutura. Gli altri se la cavano con ematomi, lividi e escoriazioni sulla schiena e sugli arti. Di corsa riescono a raggiungere il gabbiotto dei Carabinieri di fronte alla Sinagoga, i militari li soccorrono, chiamano il 118 e in ambulanza arrivano all’ospedale.

Sono finalmente al sicuro e sanno che poteva andare molto peggio, rimane lo spavento e una serie di interrogativi. Primo su tutti l’identità degli aggressori: “Non avevano simboli politici, ma barbe folte e alcuni di loro indossavano la kippah (tradizionale copricapo ebraico, ndr)”, ricostruisce Vladimiro che continua: “La cosa che più ci ha colpito, a parte la violenza, è il fatto che sembrava un’azione coordinata e premeditata, come se ci stessero aspettando. Il capobanda a un certo punto ha intimato ai suoi sgherri di andare a prendere altre spranghe nascoste in un’auto posteggiata lì vicino”.

A differenza del pestaggio di novembre 2012, le vittime non sono riuscite a filmare l’aggressione e, in assenza di immagini, le uniche prove sono i loro ricordi. Infatti per il numero uno della comunità ebraica sono “episodi tutti da verificare, sarà stata una rissa da sabato sera”. Poi Pacifici si lancia in un paragone quanto mai azzardato: “Se qualcuno va a togliere una bandiera sotto Casa Pound, secondo lei cosa succede? La provocazione viene fatta passare indenne?”. Come se la sede dei fascisti del terzo millennio e le vie di un rione di Roma fossero la stessa cosa, luoghi in cui all’occorrenza si può anche fare valere la legge del taglione.

“Non avrei dovuto strappare quel manifesto e mi assumo la responsabilità del mio gesto”, ammette Vladimiro che però non riesce a capacitarsi “come nel 2014 certa gente possa considerare parte della città ‘roba loro’ tanto da auto-organizzare gang di delinquenti”.

In attesa delle indagini dei Carabinieri, ai quali le vittime hanno sporto denuncia, la risposta la fornisce sempre Pacifici: “Questa è una comunità che in qualche maniera si deve tutelare. Conosciamo bene i gruppi neonazisti di Roma. Se vengono qui trovano qualcuno che li aspetta, fa parte del gioco”. Ma non chiamatele ronde.

Lorenzo Galeazzi e Tommaso Rodano

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Roma, nuovi attacchi omofobici: quando finirà?

Il Fatto Quotidiano
14 01 2014

Leggo oggi dell’ennesima aggressione contro una coppia di ragazzi in pieno centro a Roma. Si tratta di un attivista dell’associazione studentesca LGBT Luiss Arcobaleno, e del suo ragazzo. È l’ennesimo atto di violenza contro le persone omosessuali. “Ci stavamo solo baciando”, raccontano uno dei due ragazzi. Eppure, questo semplice gesto è stata l’occasione per un turista per scatenare una violenza inaudita.

Un caso isolato? Assolutamente no.

Ieri su ItaliaUno, in occasione della puntata di Lucignolo 2.0, è andato in onda un servizio sull’omofobia in Italia, i cui risultati sono a dir poco sconvolgenti. Il servizio osservava le reazioni di gente comune alla vista di due ragazzi che passeggiano mano nella mano. “Sono gay? Spariamogli“, dice qualcuno.

Che questi non siano casi sparuti ma episodi ordinari. Secondo dati Istat del 2012, il 53,7% delle persone che si sono dichiarate omosessuali ha subito nell’arco della sua vita discriminazioni di vario tipo. Non solo.

E siamo in Italia, a Roma, già città dell’Europride. Non siamo in Uganda, dove il Parlamento ha da poco approvato una legge che prevede l’ergastolo per le persone omosessuali; non siamo in Russia, dove da un anno è in vigore una legge contro la “propaganda gay” grazie alla quale ora si organizzano dei “safari” a caccia di gay e lesbiche nelle città. Siamo in Italia, nel cuore dell’Europa dove tutti gli Stati hanno leggi che sanzionano con pene severe la violenza contro le minoranze vulnerabili.

Ma da noi no.

Da noi no, perchè c’è Angelino Alfano che a Che tempo che fa dichiara a Fabio Fazio – non che non l’avessimo capito, visto che in tre giorni l’ha ripetuto tre volte – che se il Pd propone “i matrimoni gay“, il suo partito se ne va a gambe levate. Già, perché per Alfano “nessun governo può giustificare un cedimento sui valori“.

Da noi no, perché il pericolo paventato da Alfano non esiste. Oggi dalla segreteria di Matteo Renzi è emerso che non ci saranno né matrimoni, né adozioni. Ah davvero? Quella del Pd che intendeva proporre matrimoni e adozioni veramente mi mancava.

Da noi no, perché c’è una buona fetta del centrodestra che organizza e partecipa a marce a favore della famiglia e contro matrimoni e adozioni per le coppie omosessuali, come se l’omosessualità fosse qualcosa che “…per carità…”; come se famiglia e omosessualità fossero intimamente incompatibili; come se gli omosessuali sbarcassero da Marte e volessero più diritti non perché spettano loro in quanto persone, ma per puro capriccio; come esistesse un copyright delle persone eterosessuali sul matrimonio, sulla famiglia e sulla società; come se quella delle coppie dello stesso sesso fosse esclusivamente una questione morale o etica, e non una questione di relazione, di affetto e di responsabilità individuale; come se la risposta alle aggressioni, alla violenza e alla discriminazione sia la trincea dell’odio mascherato da libera manifestazione del pensiero.

È come se la nostra Costituzione non esistesse.

Vorrei allora solo ricordare che per la Corte costituzionale ha chiarito ormai tre anni fa che gay e lesbiche “hanno il diritto fondamentale di vivere liberamente la loro condizione di coppia“, quindi anche di baciarsi e tenersi per mano per strada, se lo desiderano. Che niente se non la becera ignoranza e il pregiudizio più medievale possono giustificare la violenza verbale o fisica nei confronti di una coppia gay o lesbica. Che scagliarsi apertamente contro i “matrimoni gay” come fanno Alfano & Co. non esprime in realtà alcun valore morale o etico, ma solo il disprezzo e il disgusto per una popolazione che reclama libertà, dignità e protezione dalla violenza. Popolazione la cui unica colpa è quella di essere gay in un Paese sempre più omofobo.

Quello che angoscia è l’assenza nella classe politica di un’affermazione di principio, limpida e incondizionata, che legittimamente ci aspettiamo di sentire: quella per cui non si può ammettere alcuna discussione o compromesso sulla dignità dei cittadini con orientamento omosessuale. Dovrebbe essere il minimo sindacale di uno Stato democratico rispettoso sella persona.

Ma da noi no.

Daniele adorava scherzare, anche sulla sua omosessualità. Faceva il parrucchiere ed era un attivista per i diritti dei gay e nel quartiere, alla Magliana - alla periferia di Roma - lo conoscevano tutti, ma nessuno avrebbe mai immaginato il suo destino. ...
21 luglio
30 12 2013

I rom si rivolgono al Commissario Europeo per i Diritti Umani

Roma – 30 dicembre 2013 – «Veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città senza essere interpellati, e nel timore di essere dimenticati all’interno di un centro segregato, dove gli spazi sono angusti e asfittici, le condizioni igienico-sanitarie difficili e dove ci è proibito ricevere visite».
 
Si sono rivolte direttamente al Commissario Europeo per i Diritti Umani Nils Muižnieks alcune delle famiglie rom che nelle scorse settimane sono state trasferite dal “villaggio attrezzato” della Cesarina al centro per soli rom di via Visso, a Roma.
 
Con la lettera a Strasburgo, i rom vogliono portare all’attenzione del Commissario la «grave condotta da parte dell’Amministrazione di Roma» nei loro confronti dopo che, il mese scorso, lo stesso Muižnieks aveva esortato la Giunta Marino ad individuare «soluzioni abitative ordinarie» per rom e sinti nella Capitale.
 
Il 16 dicembre, i 180 rom della Cesarina sono stati trasferiti nel centro di accoglienza per soli rom di via Visso 12, denominato “Best House Rom” e dove già vivono altri 180 rom. Nella lettera al Commissario le famiglie rom denunciano come all’interno del “villaggio attrezzato” le condizioni di vita fossero effettivamente «inaccettabili», a causa di «condizioni alloggiative totalmente inadeguate e dei ripetuti episodi vessatori» ai quali erano sottoposte.
 
La soluzione individuata dall’Amministrazione capitolina, tuttavia, è stata il trasferimento nell’ennesimo luogo di segregazione per soli rom. Un trasferimento, secondo le famiglie rom firmatarie, avvenuto peraltro senza alcuna consultazione adeguata.
 
«Contestiamo fortemente la totale assenza di consultazioni e il fatto che non si sia esplorata alcuna ulteriore alternativa rispetto all’unica opzione messa a disposizione dal Comune, che riteniamo inadeguata dato che replica una condizione di segregazione, essendo riservata a soli rom», si legge nella lettera al Commissario Muižnieks.  
 
«Inoltre – proseguono i rom – non solo veniamo trattati come “pacchi”, spostati da una parte all’altra della città, ma ci ritroviamo anche in una condizione di estrema incertezza riguardo al futuro nostro e dei nostri figli».
 
Nelle intenzioni del Comune, il trasferimento sarebbe una misura temporanea in attesa del rifacimento del “villaggio attrezzato” della Cesarina. Tuttavia, scrivono i rom al Commissario, nessuna tempistica sulla loro permanenza nel centro è stata loro comunicata dall’Amministrazione né tantomeno sull’inizio dei lavori di rifacimento del “campo”.
 
Tutto ciò alimenta «il nostro timore di venire dimenticati all’interno di un centro segregato e inadeguato per chissà quanto tempo, come già successo ad altre persone rom che in precedenza sono state trasferite in questo e in altri centri di accoglienza per soli rom della città di Roma».
 
Nella risposta alla lettera di novembre inviata da Strasburgo al sindaco Marino, l’Assessore al Sostegno Sociale e Sussidiarietà Rita Cutini aveva garantito al Commissario Muižnieks che «la volontà e i passi intrapresi dalla nostra amministrazione vanno nella direzione di una piena attuazione delle indicazioni contenute nella Stratega nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, abbandonando definitivamente l’approccio emergenziale in favore di una gestione di sistema del fenomeno».
 
Nella loro lettera, però, i rom mettono in evidenza un’altra realtà: «Come le ha recentemente scritto l’Assessore Cutini, anche noi - scrivono i rom a Muižnieks - le inviamo il nostro invito a venire a visitarci nel nuovo centro per riscontrare di persona la condizione in cui siamo stati costretti dalle autorità della città di Roma: spazi angusti e asfittici, proibizione di ricevere visite, condizioni igienico-sanitarie difficili, regolamenti vessatori».

Per maggiori informazioni:
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Immigrati, sit-in sotto sede Pd "Chiudete quei centri galera"

  • Venerdì, 27 Dicembre 2013 13:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unità
27 12 2013

La chiusura dei Cie e dei Cara «che tengono in galera persone che non hanno commesso alcun reato». La modifica della legge Bossi-Fini e «norme più moderne sullo Ius Soli».

Queste le richieste che arrivano dalla manifestazione di protesta contro i Centri di identificazione ed espulsione organizzata sotto la sede nazionale del Pd a Roma. In piazza sono scese circa duecento persone, per lo più immigrati di colore, insieme agli antagonisti dei movimenti per la casa.

La manifestazione si sta svolgendo in maniera pacifica.

I manifestanti stanno chiedendo un incontro tra alcuni rappresentanti del Pd ed una delegazione del movimento. «Chiediamo al Pd - ha spiegato Semmy, uno dei portavoci del movimento - la chiusura dei Cie, che sono delle vere e proprie galere, l'abolizione della legge Bossi-Fini, perché non si può mercificare sulle persone, e la modifica della norma dello Ius Soli perchè su questo tema l'Italia è davvero indietro».

FINITA LA PROTESTA BOCCHE CUCITE
AL CIE DI PONTE GALERIA

Si è intanto conclusa la protesta delle bocche cucite al Cie di Ponte Galeria, a Roma. Da quanto si apprende da fonti della struttura, anche l'ultimo marocchino che aveva la bocca cucita si è fatto togliere i 'punti' dai sanitari. La maggior parte dei migranti che tenevano le loro bocche cucite aveva deciso di fermare la contestazione già ieri, come molti di coloro che erano giorni in sciopero della fame avrebbero ripreso ad alimentarsi.

Nei giorni scorsi in quindici, soprattutto nordafricani, utilizzando come ago di fortuna la parte metallica 'modificata' di un accendino e il filo delle coperte si sono cuciti le bocche per dire basta alla permanenza dei migranti nei centri di identificazione ed espulsione e anche per denunciare le precarie condizioni in cui versa la struttura alla periferia sud della Capitale.


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