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La spia del Ghetto (Wladimiro Settimelli, L'Unità)

La tragedia del Ghetto ebraico di Roma, con il rastrellamento del 10 ottobre del 1943, ha riproposto all'attenzione di tutti il dolore, la sofferenza, il terrore e la morte di migliaia di persone portate via, verso le camere a gas, in una città incupita e sconvolta dall'occupazione e dalle scorribande quotidiane dei torturatori fascisti e nazisti. ...

#31O #StopSfratti #Roma – Vi presento i “violenti”!

  • Venerdì, 01 Novembre 2013 11:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbattoimuri
01 11 2013

Sara ha un bambino piccolo. Gli agenti sono arrivati e l’hanno messo fuori dalla porta assieme alla culla che lo custodiva. Ora il bambino vede un cielo strano, fatto di divise e manganelli. Sara piange e il piccolo non capirà mai perché.

Giovanni ha un brutto carattere ma fa l’aggiusta tutto. In casa occupata ha messo a posto infissi e idraulica. Poi siede sui gradini dell’edificio e arrotola un po’ di tabacco. Guarda anche lui il cielo e aspetta.

Michele è uno del movimento che va ad aiutare e va anche a imparare. Incontra quel ragazzo scampato alla morte lì nel mediterraneo e che per quanto sia precario non ha proprio voglia di mollare. Ché certe volte impari la resistenza proprio da chi non vuol saperne di lasciarsi andare.

Francesca si è trovata a fare occupazione perché sfrattata. La sua famiglia senza un soldo. Suo padre che voleva suicidarsi. Mamma senza lavoro. Fratellino piccolo.

Enrica non ne poteva più di fare tre lavori per riuscire a pagare le tasse universitarie, sopravvivere a stento per poi trovare alloggi di fortuna. Perché c’è anche una qualità della vita che viene negata e questo non va bene. A mantenerti in un costante stato di necessità tu pensi poco, non elabori e analizzi, dunque non fai massa critica e non metti in discussione niente. E pare proprio che sfinire una generazione di tante persone che sanno perfettamente quello che succede sia più che un obiettivo.

C’è tanta gente in quelle occupazioni e se apri le orecchie riesci ad ascoltare tutte le loro storie. Mille ricchezze, buttate via come immondizia, come quando arrivano a sgomberare all'alba e se ne fregano se tu sei vivo o morta, se tuo figlio piange, se non sai dove andare, se il tuo destino sarà la miseria nera.

Sarà incredibile da recepire ma giuro che parliamo di persone. Le stesse che poi arrivano in piazza, rivendicano diritti, vedono la strada sbarrata e si fanno spazio avendo tutti contro, coi titoli dei giornali che fanno favori ai padroni, i proprietari, gli speculatori o alimentano la guerra tra poveri. Lanciare un uovo e fare una frittata in direzione di chi ti blocca è “violenza”. Urlare “spostati, vergogna” è altra violenza.

Violenti sono i poveri che tentano un riscatto. Non sono utili a titoli colmi di retorica in cui l’amor cristiano può esercitarsi a fare finta dopo aver letto dell’ennesimo caso di suicidio. Qui c’è invece “solo” gente che vuole vivere. Lo esige. Vivere. Respirare. Avere un tetto sulla testa.

In una società che fa la differenza tra chi può indebitarsi in banca e chi invece no. Se resti lì impassibile a non muovere un muscolo mentre ti sfrattano e ti pignorano la casa allora sei braverrimo. Se scendi in piazza sei “violento”. E ti arrestano.

Violento in questa Italia è chi reagisce e non subisce a testa bassa ogni sopruso e ogni furto di diritti.

Quegli altri no. Loro non sono violenti. E’ tutta brava gente. Molto brava.

Huffington Post
01 11 2013

Sono trascorse poche ore dai funerali di Simone D., il 21enne gay che si è tolto la vita sabato scorso a Roma. A colpire tutti, in particolare, la rispettosa compostezza con cui è stato accolto il feretro sul sagrato della chiesa parrocchiale di San Giustino all’Alessandrino: non parole né applausi ma un eloquente silenzio, prolungamento e simbolo di quella solitudine che ha spinto Simone a gettarsi dalla terrazza dell’ex pastificio Pantanella. Un silenzio, questo, che scuote soprattutto gli animi di chi sa che cosa significhi e comporti l’essere omosessuali in Italia. HuffPost ha raccolto alcune testimonianze al riguardo.

Alessandro Bentivegna, 46 anni, - che a Dublino, due anni fa, si è unito cilvilmente col compagno Eduardo – ha detto: «Ieri sono andato alla veglia per Simone, il ragazzo morto suicida lasciando un biglietto con su scritto “Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza”… Io penso che con la coscienza dovrebbero farci i conti anche gli omosessuali italiani. Viviamo in uno Stato omofobo, i diritti che abbiamo avuto dalla nascita, come tutti gli altri, ci sono stati tolti appena abbiamo esternato la nostra condizione, di fatto siamo stati declassati a cittadini di serie B, di fatto la nostra dignità sentimentale e i nostri progetti di vita immediatamente declassati con una enorme lettera B. Ora mi chiedo, se il primo a discriminare è lo Stato stesso… come pretende poi di indignarsi ed essere credibile, verso l’ennesimo caso di bullismo, di vessazione e di suicidio? Non è tutto schifosamente e politicamente ipocrita?».

Per Francesco Ziantoni, 43 anni, la sua omosessualità non è mai stata un problema, perché sempre «vissuta alla luce del sole senza esibirla ma nemmeno nasconderla. La maggioranza delle persone a me vicine non l'ha mai considerata come un qualcosa da tollerare». Tuttavia, continua Francesco, «episodi spiacevoli e dolorosi ci sono stati eccome. Sono passati vent'anni dalla mia giovinezza, ed è triste che nulla, sul piano sociale, legislativo, normativo sia cambiato. Ci sono ancora tante persone costrette a vivere la propria sessualità nascosti come fosse un crimine. Questa, e l'assenza di una legge vera anti-omofobia, per non parlare del rifiuto tutto italico di legiferare sulle unioni omosessuali, fa sì che il nostro Paese sia ancora un posto dove essere omosessuale può essere motivo sufficiente per togliersi la vita. Questa è l'ennesima triste realtà del nostro Paese incapace di adeguarsi all'evolversi della società civile».

Per Alessandro Michetti, 40 anni, le persone lgbt in Italia si trovano a vivere «aspirazioni riflesse, che provengono dall'estero dove l'impegno c'è e c'è sempre stato. Qui manca quasi del tutto. È facile quindi capire come delle persone, giovani o anche adulte, vivano il disagio della propria condizione non per il fatto di essere gay ma per le stigma che l'ambiente circostante ributta loro addosso».

Come leggere il suicidio di Simone? «Per me – dichiara Alessandro - pensare che un ragazzo scelga di lanciarsi dall'undicesimo piano è un atto d'accusa fortissimo non solo verso gli omofobi propriamente detti ma anche verso tutti quelli che non operano, affinché le cose cambino e si crei un ambiente accogliente e civile. Forse non basterà neppure questo ma un'azione è necessaria».

Giulio, 28 anni, originario d’un paesino del Viterbese, è uno che al suicidio pensò seriamente anni fa: «Quando, anni fa, presi pienamente consapevolezza d’essere gay, tentai più volte di togliermi la vita. I discorsi dei miei amici sui “froci”, le battute di qualche familiare sull’argomento, avevano ingenerato in me la convinzione d’essere uno sbaglio. Meglio farla finita. Se ho superato questo lungo momento difficile, lo debbo, strano a dirsi, a un prete, che mi fece capire di essere tutto fuorché uno sbaglio. Posso, quindi, immaginare che cosa abbia vissuto Simone».

E prete è stato fino al 2007 Francesco, 37 anni, che ha poi deciso d’abbandonare il ministero, per vivere alla luce del sole la propria condizione omosessuale. Il passo fu vissuto con drammaticità anche per la volontà di voler rivelare ai suoi le motivazioni, che lo spingevano ad abbandonare la tonaca. «Oggi, sotto questo punto di vista, sono una persona pacificata – così Francesco – eppure ripensare a quel periodo mi procura ancora amarezza. L’essere additato come l’ex-prete, che ha lasciato il ministero perché gay (ma le definizioni erano più volgari), non è una cosa che fa piacere».

Riguardo al suicidio di Simone «auspico – continua il 37enne – che, col passar del tempo, non venga considerato un mero nominativo nella serie dei gay italiani che si sono tolti la vita. Che la sua morte possa risvegliare tutti dal sonno dell’indifferenza e spingere a un’azione congiunta, finalizzata a una legge che non solo contrasti l’omofobia ma veda finalmente tutelati i diritti delle persone lgbt. Solo in questo modo si potranno evitare per il futuro episodi tristi come il suicidio di Simone».

Francesco Lepore

gli Altri
31 10 2013

Le assenze nei momenti del ricordo, della riflessione, della volontà di andare avanti, contano e sono pesanti. Così senza riflettere da stanotte mi gira in mente il fatto di non aver visto Ignazio Marino, il mio Sindaco, alla manifestazione di ieri sera alla Gay Street.

Di pancia questa mattina su Facebook ho dato conto del mio dispiacere per non averlo visto ieri sera: “Caro Sindaco Ignazio Marino, ieri sera alla manifestazione alla Gay Street hanno partecipato diversi consiglieri comunali, presidenti di Municipio, rappresentanze della Regione, deputati e senatori, molti politici di sinistra e di destra, ma tu non c’eri. Così come non venisti al Pride, a una settimana dalla tua elezione in Campidoglio, perché dovevi riposare, ieri sera si dice tu fossi impegnato nella redazione del bilancio. Eppure in bici, in cinque minuti dal Campidoglio in via San Giovanni in Laterano, ce la potevi fare, a esser presente, magari solo per un momento.

La comunità lgbt ti ha fortemente sostenuto in campagna elettorale, certa che la tua elezione segnasse una discontinuità rispetto all’amministrazione Alemanno. Ti ho sostenuto fin dalle Primarie, ho contribuito a scrivere il tuo programma sulla parte riguardante i diritti civili di tutte e tutti, mi son sentito tradito, perché tu come Sindaco ieri sera ci dovevi essere.

Non sottovaluto, i gesti approvati all’unanimità dall’Assemblea Capitolina, di voler esporre la bandiera rainbow dal 5 al 15 gennaio, o il tuo impegno per licenziare al più presto il Registro delle Unioni Civili, ma la tua assenza non è giustificabile, perché al netto delle decisioni simboliche, la morte di tre ragazzi gay in un anno, evidenzia un dramma sociale enorme, che attiene all’abbandono in questa città.

Tu come Sindaco di tutti, avresti dovuto esser con noi, assumerti degli impegni, non per i gay e le lesbiche, ma per rispondere con strumenti concreti alla solitudine e all’emarginazione di tutti gli adolescenti e giovani romani.”

Cosa aggiungere? Che stamattina ho letto sul Corriere della Sera la risposta di Marino alle personalità che l’altro giorno hanno scritto un appello contro l’omofobia. Un testo importante, pieno d’impegni e vicinanza, ma non esaustivo, non all’altezza delle sue battaglie degli anni scorsi sui diritti civili, uno dei pochi leader del Pd che si è schierato sulle libertà in modo fermo, dalla drammatica vicenda di Eluana Englaro al referendum, contro l’orribile legge quaranta sulla fecondazione assistita.

Sbollita l’arrabbiatura, a Ignazio voglio dire che ieri sera c’è davvero mancato, che doveva esserci. Quando un corpo si lancia dall’undicesimo piano di un palazzo amplificando la sfiducia e la paura di non farcela, sono necessari tanti altri corpi in piedi, per affermare che noi non vogliamo essere vittime, ma protagonisti e soggetti politici impegnati a sconfiggere vittimismi e paure.

Tra quei corpi, il primo cittadino di Roma, doveva essere in prima fila.

Aurelio Mancuso

Scontri a Roma di fronte a Montecitorio

Internazionale
31 10 2013

Scontri a Roma, in via del Tritone, tra i manifestanti per il diritto alla casa e le forze dell’ordine. Un carabiniere e un poliziotto sono rimasti feriti, mentre una manifestante ha avuto un malore.

La polizia è schierata di fronte al palazzo della Stamperia, dove è in corso la conferenza tra stato e regioni sulle politiche abitative con la partecipazione dei ministri Lupi, Delrio e Kyenge.

Un gruppo di manifestanti ha lanciato delle bombe carta contro il cordone delle forze dell’ordine. C’è stato un tentativo, respinto, di assaltare un blindato dei carabinieri. Nove manifestanti sono stati fermati, e per ora non sono ancora stati rilasciati.

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