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Huffington Post
31 10 2013

Un sit-in nella 'Gay Street' di Roma per chiedere al governo di approvare urgentemente un decreto legge contro l'omofobia.

Sono centinaia le persone scese in piazza questa sera, all'ombra del Colosseo, portando un fiore giallo "contro le solitudini e le discriminazioni". Il mondo gay della Capitale si mobilita dopo il suicidio di Simone, il giovane romano di 21 anni che si è tolto la vita nella notte tra sabato e domenica dopo avere scritto una lettera in cui diceva di avere subito vessazioni perché gay.

In piazza anche politici: dal candidato alla segreteria del Pd Gianni Cuperlo al vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio.

La manifestazione è iniziata con un minuto di silenzio in ricordo di Simone. In tanti hanno portato candele e fiori gialli per ricordarlo. Sul palco allestito con sfondo Colosseo campeggia la scritta 'Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza'.

"Negli ultimi mesi è il terzo caso che avviene a Roma - commenta il portavoce di Gay Center Fabrizio Marrazzo - e noi vogliamo richiamare l'attenzione delle istituzioni. Serve al più presto una vera legge contro l'omofobia. Nel frattempo il governo deve varare un decreto d'urgenza che sia l'estensione della legge Mancino".

E la tragedia del ragazzo suicidato a Roma testimonia come il problema dell'omofobia sia ancora vivo tra i giovani. Proprio oggi, da un'indagine svolta dal portale specializzato Skuola.net, è emerso che uno studente su cinque avrebbe problemi se il suo migliore amico gli confessasse di essere gay. Di questi, il 12% addirittura sarebbero indecisi se rompere o meno l'amicizia, mentre più dell'8% consiglierebbe al suo amico di incontrare uno psicologo. Questo nonostante per quasi l'80% dei ragazzi l'omosessualità dell'amico non influenzerebbe il rapporto di amicizia.

E per contrastare l'omofobia scende in campo anche il Campidoglio che si colorerà d'arcobaleno. La bandiera Rainbow, simbolo dei movimenti omossessuali e Lgbt, sventolerà su Palazzo Senatorio dal 9 al 15 gennaio. A deciderlo l'Aula Giulio Cesare che ha approvato una mozione a firma Imma Battaglia (Sel) in cui si fissa inoltre per la giornata del 13 gennaio 2014 una seduta dell'assemblea capitolina straordinaria alla quale parteciperanno le associazioni e i rappresentanti delle 'famiglie arcobaleno'.

"E' un grande successo della politica - commenta Battaglia - ed è la risposta all'omofobia che una città a vocazione internazionale come Roma deve dare al mondo. Il vessillo colorato, infatti, è il simbolo universale della comunità Lgbt". Domani intanto ci saranno i funerali di Simone: le esequie si svolgeranno alle 11 nella chiesa San Giustino Martire al quartiere Alessandrino dove il giovane viveva.

Davide Muscillo, Ansa

La 27 Ora
30 10 2013

Caro Sindaco di Roma,
in questi giorni un altro ragazzo romano si è gettato dall’undicesimo piano perché gay.

O meglio perché nessuno è riuscito a dirgli, prima che si gettasse, che essere gay non è solo quello che ha provato fino a quel momento. È ben altro.

Ti chiediamo aiuto. Aiuto per diffondere nelle scuole romane un messaggio positivo, un messaggio di vita e non di morte.

Per dire ai bulli, ai professori e ai genitori che essere omosessuali non è qualcosa da respingere, osteggiare e dileggiare; ma soprattutto ti chiediamo aiuto per dare strumenti agli adolescenti gay, lesbiche e transessuali romani per affrontare quel momento difficile. E per dire loro che non sono soli.

Alcuni di noi hanno partecipato al progetto Le Cose Cambiano, un sito e un libro che raccoglie testimonianze persino di Barack Obama, di Hillary Clinton e di David Cameron.

L’abbiamo fatto per poter raccontare – come già accaduto negli USA con il progetto It Gets Better, nato dopo un’ondata di suicidi tra adolescenti – che quel dolore può passare e trasformarsi in forza e che essere gay non è brutto, ma è normale.

Che le cose, appunto, cambiano, e non andranno solo meglio, ma andranno semplicemente bene, come per chiunque altro al mondo.

Sappiamo che il Comune ha un grosso buco di bilancio e non ti chiediamo di finanziare progetti.

Ma ci sono delle cose che come sindaco puoi autorevolmente fare.

Puoi chiedere alle scuole di aprire le porte a chi può raccontare che essere gay, lesbiche, bisessuali e transessuali è bello tanto quanto essere eterosessuali.

Puoi scrivere personalmente ai professori delle scuole romane e chiedere loro di parlare di omosessualità, bisessualità e transessualità senza pregiudizi.

Puoi aprire gli spazi pubblici a momenti di scambio con i ragazzi e le famiglie.

Ti chiediamo una presa di posizione forte, un tentativo di inversione culturale in questa città che inghiotte la diversità e ne fa poltiglia.

L’omofobia, anche quella interiorizzata, di chi non si accetta o non crede di essere dalla parte giusta, a Roma sta diventando una vera e propria emergenza.

Noi siamo a tua completa disposizione come testimoni per entrare nelle scuole, per raccontare con la nostra voce che nessuno deve più sentirsi da solo in questa città, come in nessun'altra città o provincia italiana, perché omosessuale.

Cominciamo col chiedere aiuto a te perché il teatro delle tragedie più recenti, e più gravi, è stata proprio la Capitale, ma il nostro appello è rivolto a tutti i sindaci d’Italia, e speriamo che tu possa darci una mano per farlo arrivare a tutti loro.

Ivan Cotroneo
Francesca Vecchioni
Cristiana Alicata
Ferzan Ozpetek
Walter Siti
Vittorio Lingiardi
Renato de Maria
Isabella Ferrari
Maria Sole Tognazzi
Sonia Bergamasco
Fabrizio Gifuni
Roberto Vecchioni
Piergiorgio Paterlini
Ernesto Maria Ruffini
Lucia Mascino
Massimo Coppola
Matteo B. Bianchi
Valentina Cervi
Barbara Stefanelli
Fulvio Marcello Zendrini
Nicla Vassallo
Serena Dandini
Monica Rametta
Francesca Marciano
Francesca Cima
Delia Vaccarello
Francesca Fornario
Alessandro Gilioli
Fabio Cinti
Ilaria Fraioli
Lorenza Soldani
Ingrid Lamminpaa
Federico Novaro
Antonia Monopoli
Francesco Bilotta
Marcello Signore
Nicola Giuliano
Tommaso Giartosio
Viola Di Grado
Liliana Rampello
Alcide Pierantozzi
Luca Formenton
Milena Cannavacciuolo
Linda Fava
Elena Tebano
Maso Notarianni
Stefano Mordini
Camilla Paternò

"Mia madre mi obbligava a prostituirmi"

  • Mercoledì, 30 Ottobre 2013 10:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
30 10 2013

Un giro di clienti continuo, più di uno al giorno, da inizio ottobre fino allo scorso lunedì, quando i carabinieri hanno fermato i loro sfruttatori. Tutti i pomeriggi le due baby squillo di 14 e 15 anni si concedevano, dopo la scuola, nella casa di appuntamenti ai Parioli, preso in affitto da Mirko Ieni, tra i 5 arrestati. L’impressione è che la lista dei clienti sia più lunga rispetto ai 9 indagati già individuati dagli inquirenti: secondo Repubblica non si esclude la possibilità che tra gli “ospiti” delle due giovani che – attratte da droga e guadagni facili – avevano accettato di prostituirsi, ci siano anche persone facoltose, professionisti e commercianti. Di certo c’è chi ha tentanto di ricattarle: un’estorsione da 1500 euro, per non mettere on line la prestazione filmata di nascosto.

LE BABY SQUILLO DEI PARIOLI E LE INDAGINI - In giornata saranno previsti gli interrogatori di garanzia in carcere per le persone fermate. L’accusa resta quella di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile. Tra gli arrestati c’è anche la madre di una delle due ragazze, la più piccola delle due. Come spiega il quotidiano diretto da Ezio Mauro, sapeva bene le attività della figlia. Anzi, la sfruttava, trattenendo parte dei compensi. La conferma è arrivata dalla stessa ragazza, interrogata a sua volta. Non ha resistito alla pressione: ha ceduto dopo poco tempo, raccontando di aver continuato proprio per l’insistenza del genitore.

«Mia madre mi obbligava ad andare avanti. Avevamo bisogno di soldi, ma io sognavo soltanto di tornare a scuola», si è difesa.

L’altra madre, invece, aveva denunciato tutto. Era rimasta colpita dalla trasformazione della figlia, che era arrivata anche a minacciarla di morte e a picchiarla: insospettita, anche dalla sua disponibilità economica (tale da averle permesso di andare via di casa, ndr), aveva deciso di rivolgersi alle autorità. La ragazza più piccola ha raccontato agli inquirenti di essere stata quindi spinta dalla madre e dall’amica a fare un lavoro che non le piaceva. Da lunedì lei e la ragazza più grande sono state separate: la prima sta con i nonni, mentre la 15enne è stata affidata a una comunità. Repubblica svela alcuni dettagli della loro amicizia, tra foto postate su Facebook, la volontà di emanciparsi – soprattutto a livello economico – e quel vizio di sniffare cocaina:

«Inizia sui banchi di scuola, in un liceo classico della capitale, l’amicizia spericolata di Emanuela (nomi di fantasia, ndr) 14 anni, la famiglia che tira a campare con un bar sulla via Prenestina, e di Serena (così le abbiamo chiamate), 15 anni, orfana di padre, una rabbia che le devasta vita e la porta più volte a scappare di casa. Su Facebook si fotografano insieme, trucco pesante, pose sexy e broncio sensuale, tatuaggi che parlano di “disperati amori”, ma anche cuoricini e ogni tanto immagini di giovinezza normale con i compagni di classe. Insieme hanno oltre quattromila amici, condividono il motto “freghiamo il mondo”, ma anche “vita ti odio”, e poi “scopate, non studiate”. L’estremo dell’età incerta, il buio e la luce dell’adolescenza. Ogni tanto spacciano. «Mai senza di te», si scrivono l’una all’altra».

LA VICENDA – Tutto sembrava cominciato quasi per scherzo, con le foto sexi postate su un sito di annunci, “Bakekaincontrii.com”. Era la più grande e smaliziata delle due ad averle caricate. Lei che, figlia di benestanti, era in lotta con la madre. A 12 anni aveva già avuto il primo rapporto sessuale ed era arrivata a picchiare il genitore, minacciandola: «Ti mando i miei amici cocainomani a sgozzarti, ti brucio i vestiti, ti sgozzo con le mie mani».

Pian piano lei e l’amica, che aveva accettato di seguirla in questa storia fatta di stupefacenti, sesso e sfruttatori, erano entrate in un giro di prostituzione reale, cominciando a fare soldi. Con guadagni che potevano raggiungere anche trecento euro a prestazione. In generale, invece, erano tra i cinque e i sei i clienti al giorno, circa 600 euro da dividere con quattro sfruttatori, che trattenevano parte dei profitti.

Gli inquirenti hanno ricostruito come le due giovani si prostituissero quasi ogni pomeriggio, di ritorno da scuola (un liceo classico, ndr), utilizzando poi i soldi guadagnati anche per il consumo di cocaina. Le indagini sono iniziate a maggio, dopo la denuncia della madre della 14enne, sconvolta dalla trasformazione della figlia, diventata intrattabile. Aveva deciso di fare seguire la ragazza da un investigatore privato. Intanto i clienti aumentavano e le ragazze piacevano.

Nei primi di giorni di ottobre uno degli sfruttatori aveva capito come le due teenager potevano trasformarsi in un vero business: «Ste due stronze mi fanno guadagnare 600 euro al giorno», spiega il 3 ottobre al telefono con un’amica alla quale chiede aiuto per trovare un appartamento in cui farle ricevere i clienti. Quello poi individuato proprio nel quartiere chic dei Parioli. C’erano giorni in cui – ha spiegato Repubblica – dove le due ragazze si lamentavano e non volevano lavorare: era allora che il loro “pappone” andava su tutte le furie. «Adesso devi farti questo obbligatoriamente perché te sta a porta’ 250euro di cui una piotta e mezza (150 euro, ndr) è mia perché sto a paga’ io casa».

Dopo il blitz contro gli sfruttatori (oltre alla madre e a un cliente, sono stati arrestati Nunzio Pizzacalla, militare abruzzese di 34 anni, Mirko Ieni, 38 anni e romano dei Parioli, Riccardo Sbarra, 35, anche lui romano), adesso gli atti arriveranno al Tribunale dei minori. Sarà questo a dover valutare la posizione delle due ragazzine. Dopo la difesa della più piccola, che ha accusato la madre e la 15enne di averla costretta, c’è la possibilità che quest’ultima venga accusata proprio di aver indotto l’amica a prostituirsi. Lei però ha negato di fronte agli inquirenti: «Nessuno ci ha mai costretto, facevamo tutto in modo volontario».

Alberto Sofia

Liberi tutti

  • Venerdì, 25 Ottobre 2013 14:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
25 10 2013

Per una volta la realtà dei fatti ha resistito alla coazione giudiziaria, che è un qualcosa che va ben oltre le disposizioni di un codice, perchè investe i mille piani del potere, il suo ventre fisiologicamente repressivo. Certo, la maggiore o minore correttezza di un giudice può fare la differenza, ma in fondo anche essa è una variabile all'interno di un contesto ed è condizionata dal clima che dentro quel contesto si genera.

Per questo lo schiudersi delle porte del carcere e la restituzione di tutti gli/le arrestati/e alla propria vita nasce da un qualcosa che va oltre la rigorosa applicazione delle garanzie codicistiche, un qualcosa che affonda le proprie radici nella manifestazione stessa del 19 ottobre, nella sua capacità di conquistare un inedito spazio politico e di espressione all'interno del quale il tema della conflittualità sociale torna a proporsi non come dimensione ideologico-identitaria ma come dimensione reale dell'agire sociale dentro e contro la crisi.

Nel mezzo della tante analisi sociologiche, politiche, strategiche, che nel volgere di poche ore hanno già tirato da una parte o dall'altra la coperta di quel corteo, nel chiasso bizzarro di proclami improbabili, nelle ansie di chi vorrebbe tirar subito le somme, viene una gran voglia di semplificare e di ricercare proprio nella semplicità, libera dalle sovrastrutture ideologiche, il senso più autentico di una manifestazione che prima di ogni altra cosa ha parlato proprio il linguaggio della libertà.

Libertà dalla povertà e dal bisogno, libertà da una vita miserabile espropriata del bene primario della casa, libertà di autodeterminare i territori in cui viviamo, libertà di accesso allo spazio europeo da parte di migranti in fuga da condizioni di esistenza disumane, libertà di essere protagonisti per ciò che si è e ciò che si fa e non per l'appartenenza ad un qualcosa di precostituito.

Ma anche libertà dalle retoriche consunte, dalla ricerca ossessiva e paranoica del “marchio” da imprimere alla manifestazione, che porta sempre con sé una buona dose di finzione, dalla velleità delle piccole egemonie. Sono tanti i tappi che i movimenti possono trovare lungo i loro percorsi, non ultimo quello costituito dall'inadeguatezza delle interpretazioni di ciò che realmente si muove a livello sociale, costretto dentro schemi precostituiti in cui l'interprete è sempre quello che ha ragione, a cui il futuro regala sempre l'immancabile conferma delle sue ipotesi.

La manifestazione del 19 ottobre ha oltrepassato tutti: coloro che volevano vederci l'insurrezione di una sollevazione generale e quelli che pensavano che si sarebbe ridotta ad un mero rituale; quelli che l'avrebbero comunque esaltata e quelli che, al contrario, l'avrebbero ad ogni costo ridimensionata; tutti coloro che, in un verso o nell'altro, avrebbero voluto trovare nella sua riuscita o nel suo fallimento la conferma delle proprie ragioni “sovrastrutturali”, nate e sedimentate al di fuori della diretta espressione dei bisogni sociali in lotta di cui la manifestazione si è fatta interprete.

Il 19 ottobre è andato semplicemente da un'altra parte ponendo tutti difronte ad una nuova necessità di prospettiva. Ed in questo oltrepassamento, così denso di nuove potenzialità e nuovi interrogativi, scopriamo, rubando un'espressione al poeta dell'infinito, che il “naufragar c'è dolce”, perchè esso, se non siamo piccoli e non ci perdiamo nella ricerca delle medaglie di latta, restituisce a tutti non solo un orizzonte ma anche un po' di libertà. Quella stessa libertà che ha premuto sulle porte di Regina Coeli e di Rebibbia riuscendo alla fine ad aprirle.

Paolo Cognini

Hanno deciso di stare ai patti, dopo aver registrato il successo del lungo corteo del sabato che ha attraversato lento e corposo il centro di Roma. Hanno attutito i guai previsti. "Ai blackbloc non frega niente di noi ecco perché li abbiamo cacciati via". ...

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