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La maternità non è un destino ma una scelta

  • Domenica, 04 Ottobre 2015 09:15 ,
  • Pubblicato in Il Commento
GravidanzeMarina Mengarelli Flamigni, Left
3 ottobre 2015

Che qualcuno, ai piani alti delle istituzioni, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, si renda conto che esiste un problema sociale che si chiama Fertilità, è una buona notizia. ...

Lega Tumori e Lorenzin, ritirate quella campagna

  • Giovedì, 01 Ottobre 2015 09:03 ,
  • Pubblicato in Flash news
Le Amazzoni furiose
01 10 2015

Lettera aperta alla Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT) Nazionale e al Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin. Per adesioni, inviate una mail con il vostro nome, cognome e, se lo desiderate, professione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Spettabile Lega Italiana per Lotta ai Tumori (LILT) Nazionale,

Gentile Ministro della Salute Beatrice Lorenzin,

le sottoscritte desiderano esprimere profondo sconcerto di fronte alla campagna Nastro Rosa 2015, la cui testimonial è una nota cantante ritratta a torso nudo, con le braccia a coprirne in parte i seni. Una posa che rappresenta un salto di qualità, di segno negativo, rispetto alle edizioni precedenti della campagna. Negli anni passati, infatti, a rappresentarla erano state scelte donne, sempre appartenenti al mondo dello spettacolo o dello sport e non colpite dalla malattia, che, tuttavia, erano state ritratte vestite e in atteggiamenti più consoni al tema.

Per l’anno in corso, invece, la campagna punta ad offrire un’immagine sessualizzata e trivializzante della malattia, utilizzando in maniera pretestuosa l’invito a “fare prevenzione”, espressione ambigua con la quale ci si riferisce comunemente all’adesione ai programmi di screening per la diagnosi precoce del cancro al seno attraverso mammografia. Anche a livello nazionale dunque la LILT ha scelto di avvalersi di un uso strumentale del corpo femminile, come è già accaduto negli anni scorsi per campagne di gusto per lo meno dubbio, quali quelle promosse ad esempio dalla sezione di Torino che, nell’ottobre del 2014, ha patrocinato l’iniziativa Posso toccarti le tette? .

Desideriamo ricordare che solo nel 2012 sono morte di cancro al seno 12.004 donne (dati Istat) e  nel 2014 si sono registrate 48.200 diagnosi tra la popolazione femminile del nostro paese (dati Aiom-Airtum). La patologia colpisce, inoltre, sebbene in misura minore rispetto alle donne, anche gli uomini. I programmi di screening si rivolgono alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni alle quali si raccomanda di effettuare una mammografia ogni 2 anni. La morte per cancro al seno sopravviene a seguito della diffusione dal seno ad altri distretti corporei (ossa, fegato, cervello e polmoni nella maggioranza dei casi).

Cosa ha a che fare l’immagine di una donna chiaramente al di sotto della fascia d’età per la quale sono designati i programmi di screening con la “prevenzione”? Perchè concentrare l’attenzione del pubblico sul suo décolleté florido (a cui fanno da contorno gli addominali scolpiti) se il rischio di morte si presenta solo nel caso in cui la patologia interessi altri organi?

Una risposta la offrono i marchi di noti prodotti di consumo in calce al manifesto che pubblicizza la campagna. Tra questi, quello della nota casa automobilistica Peugeot. Studi scientifici recenti  dimostrano l’elevata incidenza del cancro al seno tra le donne impiegate nella produzione di materie plastiche per il settore automobilistico. Evidenze che hanno portato, nel 2014, l’American Public Health Association a chiedere alle massime autorità sanitarie degli Stati Uniti di porre in essere politiche di prevenzione atte a ridurre drastricamente l’esposizione sui luoghi di lavoro a sostanze associate al cancro al seno.

La partnership tra LILT e Peugeot si configura chiaramente come un caso di pinkwashing, termine con cui si indica la pratica di pubblicizzare e/o vendere prodotti che aumentano il rischio di ammalarsi di cancro al seno, attraverso ingredienti e/o processi di lavorazione, collegandoli a campagne di sensibilizzazione o a raccolte fondi per la ricerca. Una strategia di marketing tristemente diffusa e che risulta estremamente efficace proprio perchè il cancro al seno offre la possibilità di esporre il seno femminile per finalità benefiche, attirando così l’attenzione del pubblico di ambo i sessi.

Chiediamo pertanto il ritiro della campagna Nastro Rosa 2015 che consideriamo lesiva della dignità e della salute delle donne.

Distinti saluti,

Sandra Castiello, docente di latino e greco, pagina Facebook Col seno di poi, ma col senno di sempre

Grazia De Michele, precaria, blogger de Le Amazzoni Furiose

Alberta Ferrari, chirurga senologa, blogger di Ferite Vincenti

Daniela Fregosi, consulente e formatrice free lance, blogger di Afrodite K

Emma Schiavon, insegnante e storica

Carla Zagatti, psicologa e psicoterapeuta

Per adesioni scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; per visualizzare le adesioni cliccate qui

Ma l'orologio biologico è soprattutto culturale

Perché una donna senza un figlio [...] non è risolta. E purtroppo siamo noi le prime a crederci, o a non credere fino in fondo che nel XXI secolo per sentirci felici e realizzate non sia tassativo procreare, come non lo è per gli uomini. E se quell'orologio, più che biologico, fosse culturale?
Lia Celi, Il Fatto Quotidiano ...

Quando partorire è un rischio

  • Venerdì, 20 Febbraio 2015 09:49 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
20 02 2015

Fuori standard quasi 3 punti nascita su 10 secondo un rapporto di Save The Children

Partorire può essere molto rischioso. La vicenda di Catania dove una neonata è morta in una clinica privata dopo una serie impressionante di superficialità, errori, approssimazioni, lo ha dimostrato ancora una volta ma al di là di questo triste caso ce ne sono purtroppo molti altri. E' irregolare il 29% dei Punti Nascita - dove avviene la maggioranza dei parti - perché non in linea con i parametri: vi si effettuano meno di 500 parti l’anno ed è insufficiente il loro personale medico/ostetrico e di servizi di trasporto materno e neonatale di emergenza. Il numero più alto di queste strutture è in Campania (20), Sicilia (18), Lazio (12), Sardegna (10). Lo sottolinea Save The Children nel rapporto “Mamme in arrivo”.

Quando si tratta di parti cesarei c'è chi esagera. Sono in media più di 1 su 3, il 36,3% dei parti, quasi 10 punti sopra la media UE 27 (26,7% nel 2011) e più del doppio rispetto a quanto raccomandato dall’OMS. Troppi soprattutto in Campania (61,5%), Molise (47,3%), Puglia (44,6%), Sicilia (44,8%).

Ancora troppi neonati muoiono soprattutto in alcune parti della penisola. La mortalità infantile è tra le più basse al mondo ma fa registrare un +30% nel Mezzogiorno, con picchi in Sicilia (4,8 bambini che perdono la vita entro il primo anno, su 1000 nati vivi), Campania (4,1), Lazio (3,9) e Liguria (3,8).

L'età delle mamme è sempre più avanzata. 11 neonati su 100 in Italia hanno una mamma sotto i 25 anni, 8 su 100 invece di 40 anni e più e 280 sono state le mamme over 50. Tra l’8 e il 12% delle neo madri, pari a un numero compreso tra le 45 e le 50 mila donne l’anno, soffre di depressione post partum; circa 400 neonati, ogni anno, non sono riconosciuti dalle madri e vengono lasciati in ospedale.

"Per prevenire situazioni di maltrattamento, abuso o di grave disagio materno è necessario definire protocolli che escludano, in qualsiasi circostanza, le dimissioni ospedaliere di una neo mamma che mostri gravi condizioni di fragilità sociale o psicologica, senza una adeguata presa in carico, da attivarsi già durante il ricovero ospedaliero", chiede Raffaella Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children presentando i risultati del progetto "Fiocchi in arrivo" che ha accompagnato e sostenuto madri e padri in tre ospedali italiani, a Milano, Napoli e Bari. Per quanto riguarda i servizi territoriali per la salute materno-infantile, i consultori si sono ridotti di numero negli anni e attualmente sono 1.911: circa 1 ogni 29 mila abitanti.

La copertura degli asili nido pubblici riguarda solo il 13% dei bambini 0-2 anni e scende ulteriormente in alcune regioni,toccando quota 2% circa in Calabria e Campania: d’altra parte è appena del 4,8% la percentuale di risorse destinate alle famiglie, sul totale della spesa sociale.

Flavia Amabile

Se la menopausa dura 14 anni, come cambia la vita delle donne

  • Venerdì, 20 Febbraio 2015 09:39 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

la Repubblica
20 02 2015

Arriva come una tempesta preceduta da mille fastidi, intrusa nella vita di donne che si sentono, spesso, assai più giovani del loro certificato di nascita. Dinamiche, attive, a volte addirittura madri da poco. Si chiude una fase, se ne apre un'altra, ma parlare di menopausa, dichiarare di essere in menopausa, confessare vampate di caldo, depressione e notti insonni, è tutt'altro che semplice. Come se la fine della fertilità in una donna volesse dire, ancora, vecchiaia. Non più tabù, però...

Soprattutto se poi quegli "assalti" di calore improvviso, o bagni di sudore, irrompono inopportuni mentre si è al lavoro, con gli amici, correndo di qua e di là nelle acrobazie quotidiane di una vita al femminile. Una condizione di transizione fisica dalle mille variabili. Tra le quali, afferma una nuova e inquietante ricerca americana della "Wake forest school of medicine", c'è la possibilità che i sintomi della menopausa durino anche fino a quattordici anni. Sì, quattordici lunghissimi anni di vampate di calore e senso di depressione cosmica. Da scoraggiarsi al solo pensiero.

La ricerca, pubblicata sulla rivista specializzata "Jama Internal Medicine", ha seguito un campione di millecinquecento donne per oltre sette anni, registrandone i cambiamenti prima, durante e dopo la menopausa. Arrivando alla conclusione che per una piccola percentuale quei sintomi, in particolare gli hot flashes, lampi di caldo bruciante, sono destinati a durare addirittura quattordici anni. Un tempo infinito. Diviso tra le fortunate che i fastidi non li avvertono affatto, e quelle che invece ne sono schiave. Per molte la media globale dei "disagi" sarebbe comunque di sette anni. Una statistica capillare, ma la menopausa oggi sembra essere più che un problema medico, un confronto-scontro con il proprio tempo interiore. Nel quale far convivere più età: anagrafica, biologica, sociale.

Suggerisce Annibale Volpe, presidente della Società italiana menopausa: "È sbagliato soffrire per anni di vampate e insonnia quando esistono terapie ormonali in grado di far scomparire tutti questi sintomi. Bisogna essere concreti: ci sono donne che ne hanno bisogno e altre no. L'importante è iniziare non appena compaiono i sintomi e non proseguire mai oltre i sessant'anni. È vero, la "Tos" aumenta il rischio di cancro al seno di otto casi su diecimila. Un numero davvero piccolo però se si calcola che di tumore alla mammella si ammala oggi una donna ogni otto... ". Analisi lucida, ma lo scetticismo prevale.

In Italia ricorre agli ormoni in menopausa l'8% delle donne, contro il 52% delle americane. Libertà di scelta. Lisa Canitano, ginecologa "di frontiera", presidente dell'associazione "Vita di donna", conferma: "Ci sono tanti modi di affrontare la menopausa, tante quante sono le donne. C'è chi sceglie la terapia ormonale, chi utilizza l'omeopatia, chi nulla. Ci sono le madri over quaranta, arrivano a questo appuntamento con una tale dose di ormoni in circolo che i sintomi non li sentono affatto.

Oggi la menopausa compare in una fase assolutamente attiva della vita femminile, impatta con il lavoro, con la sessualità, ma le donne hanno imparato a gestirla. Quello che invece resiste al cambiamento è il retaggio maschile e sociale, per cui la scomparsa del ciclo mestruale segna l'inizio della vecchiaia". E allora, suggerisce Lisa Canitano, è utile rileggere quanto scrive Germaine Greer, una delle più famose femministe americane. Con una tesi forse provocatoria ma profonda. "Dopo la menopausa, quando le è concesso di smettere di essere figlia, amante, moglie e madre, la donna può diventare se stessa".

Maria Novella De Luca

 

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