Atlasweb
11 12 2013

Un tribunale di Marsiglia ha condannato a quattro anni di carcere Jean-Claude Mas, fondatore dell’impresa Pip (Poly Implant Prothèse) che ha inventato e fabbricato delle protesi mammarie fraudolenti impiantate in centinaia di migliaia di pazienti in tutto il mondo.franciaprotesi-mammarie

Lo scandalo legato alle protesi al seno prodotte dalla Pip – nata nel 1991 e fallita nel 2010, realizzava una linea economica delle sue protesi utilizzando un gel fraudolentemente adulterato che sembra sia stato la causa di un tasso anomalo di rottura delle protesi – è iniziato in Francia ma si è rapidamente esteso in tutto il mondo. Almeno 60 differenti distributori commercializzavano a chirurghi, ospedali e cliniche il prodotto della Pip in 65 paesi del mondo.

Oltre 300.000 donne nel mondo avrebbero impiantato negli ultimi anni delle protesi al seno dell’azienda francese. Dopo la Francia, altri 28 paesi hanno raccomandato alle donne con un impianto Pip di ricorrere a un medico per un consulto.

Essendo le protesi più economiche presenti sul mercato, i seni al silicone della Pip venivano commercializzati soprattutto in America Latina (Venezuela, Brasile, Colombia, Argentina) che, nel 2007, aveva acquistato il 58% delle esportazioni dell’azienda e anche negli anni successivi assorbiva in media la metà delle esportazioni.

La seconda regione di maggior esportazione, circa il 28%, era l’Europa occidentale: Spagna, Gran Bretagna, Svezia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Svizzera.

Nella sola Inghilterra le autorità sanitarie stimano che vi siano tra le 40.000 e le 50.000 donne con impiantate questo tipo di protesi.

Il Messaggero
26 04 2013

L'odissea di una giovane dell'Est ignorata per 4 ore in ospedale. Arriva Letizia, l'aiuta e la ospita in casa con il bimbo: «aveva paura glielo togliessereo perché non ha soldi e casa»

ROMA - Rannicchiata su una sedia, piange, si dispera. Ha il volto da bambina, occhi chiarissimi affogati in un mare di dolore. È sola, incinta di nove mesi, non parla italiano e crede di essere in un pronto soccorso. Da 4 ore aspetta che un medico la visiti, ma nessuno le si avvicina. Romena, vent'anni, la chiameremo Maria, incontra il suo angelo solo quando Letizia Pietrangeli, 48 anni, impiegata romana, entra nell'ambulatorio di Ginecologia dell'ospedale Umberto I per una visita: «Ho visto quella giovane disperata con il pancione e ho cercato di aiutarla».

Maria è stremata, è arrivata in ospedale dopo un lungo viaggio da una città del Sud. Poi nero sul suo destino: era andata in Italia in vacanza con il compagno che dopo qualche giorno è scomparso. A Maria resta solo qualche euro e un biglietto scritto dall’ex: «Torna in Romania da sola». La giovane prende il treno, a Termini si sente male: inizia la corsa in ospedale dopo aver chiesto aiuto a un tassista. Questa è la storia di Maria, di una giovane che si ritrova da sola, incinta di nove mesi, in una città caotica che per quattro ore la ignora. Ma è anche la storia dell’altra Roma, quella degli occhi di una mamma romana che ruggiscono quando si tratta di difendere la vita di un’altra madre. Letizia, separata, con un figlio, in quella sala d’attesa grida, cerca un medico: «Mi hanno detto - racconta - di andare al pronto soccorso, per la visita a Ginecologia erano necessari la prenotazione e il ticket. Al pronto soccorso un'infermiera credeva che volessimo saltare la fila nell’ambulatorio, ma Maria stava veramente male».

Dopo la visita di un medico, la giovane viene subito ricoverata. Maria sdraiata su una barella lascia la mano di Letizia ma i loro sguardi restano impigliati nel mare mosso degli affetti. L'impiegata lascia il numero di cellulare alle infermiere che continuano a chiedere: «Ma lei è una parente?». No, Letizia è solo una sconosciuta con un gran cuore. Dopo qualche giorno arriva la telefonata: «Maria sta per partorire». L’impiegata lascia tutto, corre in ospedale, non vuole che la giovane sia sola. Assiste al parto, la consola e piange con lei quando nasce il piccolo.

Ma intanto la legge fa il suo corso. Arriva l’assistente sociale: Maria non ha soldi, casa, lavoro. La giovane è terrorizzata, teme che possano portarle via il bimbo, chiama Letizia che racconta: «Mi si è stretto il cuore ho pensato a quale futuro potessero avere, soli, senza un euro». Letizia firma i documenti per il rilascio dall’ospedale, parla con l’assistente sociale, in pratica adotta Maria e il bimbo: li porta a casa. «Non potevo rimanere indifferente», dice mentre culla il fagottino seduta sul divano. «Ora la cosa più urgente è attivare la procedura per farle assegnare un medico di base», sussurra Letizia. Intanto è scattata l’ora della poppata, Maria prende il biberon: il latte materno non c’è più, scomparso per il trauma.

Il Messaggero
10 04 2013

La famiglia denuncia un grave caso di malasanità

LATINA - Doveva essere una semplice influenza, invece si trattava di un'appendicite. Ma nessun medico se ne è accorto, fin quando il padre di una ragazza di 26 anni ha deciso di portarla al pronto soccorso. La morte Karin Dalla Senta, così come denunciata dai suoi familiari, ha dell'incredibile. La ragazza è deceduta stanotte all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina in circostanze tutte da chiarire.

Secondo la ricostruzione dei familiari la ragazza aveva cominciato a sentire dei dolori piuttosto forti circa venti giorni fa. Il medico di famiglia, dopo averla visitata, le aveva diagnosticato una semplice influenza prescrivendole un normale antibiotico.

Ma i dolori, anziché diminuire, aumentavano sempre di più. Fino a quando i genitori di Karin, venerdì, hanno chiamato l’ambulanza del 118. Il personale avrebbe confermato che non si trattava di "nulla di preoccupante". Poi addirittura un rimprovero: "L’ambulanza va chiamata per cose più serie”.

Karin resta a casa, afflitta dai dolori sempre più forti. Domenica, però, il padre non ce la fa più e decide di portarla al pronto soccorso dell'ospedale di Latina. Lì, dopo quattro ore di attesa su una barella con codice verde assegnato, la giovane viene sottoposta a un'ecografia dalla quale emerge la verità: la ragazza è colpita da una grave peritonite, probabile conseguenza di un'appendicite trascurata.

Immediatamente i sanitari sottopongono la 26enne a un delicato intervento chirurgico definendo la situazione “molto grave”. Dopo l'operazione Karin resta ricoverata in Rianimazione, ma lunedì sera si verifica un improvviso aggravamento e la ragazza muore all'alba di martedì per setticemia.

La ricostruzione fornita dalla famiglia dovrà ora essere verificata durante l'inchiesta, visto che è stata presentata una denuncia dettagliata. Dall'autopsia e dall'esame delle cartelle cliniche si dovrebbe chiarire perché è morta la 26 enne e chi, eventualmente, ne è responsabile. Indagano i carabinieri coordinati dalla Procura di Latina.

Nate libere di partorire

  • Martedì, 19 Febbraio 2013 09:42 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
Blog per il cambiamento
19 02 2013

Poco meno di un mese fa la stampa italiana diffondeva i dati di un’indagine commissionata dal Ministero della Salute per verificare l’appropriatezza del ricorso al cesareo nei nostri ospedali. Il risultato – che il 43 per cento dei cesarei in Italia è ingiustificato – è stato definito “scioccante”. In realtà il dato è sotto gli occhi di tutte, e di tutti, da molto tempo. E ci sarebbe da scioccarsi, più che sui giornali, direttamente sul lettino, quando si assiste a quello che io chiamo “il parto del dottore”, nel senso che di solito è il medico (uomo o donna che sia) a decidere tempi, modo e posizione a seconda di quel che ha da fare, di come sta più comodo e dei soldi che prende.

Da anni ci sono attiviste e professioniste che si stanno battendo per contrastare questa cultura della medicalizzazione dei corpi, la stessa che prevede una delega completa a medici e ginecologi, la stessa che impone dinamiche in sala parto troppo spesso molto vicine a quelle di “uno stupro di gruppo”, e che propone pratiche di mutilazione diventate di routine anche se non necessarie, come l’episiotomia (incisione chirurgica del perineo).

Questa settimana una delle mie radio preferite, Terranave, che ascolto sempre con grande interesse, ha dedicato l’ultima puntata proprio alla questione del parto libero, e ne ha parlato con Gabriella Pacini, Ostetrica dell’Associazione Vita di Donna – che ho avuto il piacere di conoscere e incontrare più volte -, e Virginia Giocoli, avvocata, entrambe attiviste del Freedom for birth Rome Action Group, un collettivo nato nel settembre 2012 per desiderio di donne, ostetriche, psicologhe, avvocate, esperte di comunicazione, per sostenere la libertà di scelta attraverso l’informazione e la presa di coscienza sui modi e sui luoghi in cui è possibile partorire.

La maggior parte delle donne (e degli uomini) è convinta infatti, che partorire in ospedale o in clinica, sdraiata su un lettino, sia l’unica soluzione “sicura” e possibile. Invece non è così. Una donna può partorire in diverse posizioni, e quella supina decisamente non è stata studiata a misura del suo corpo, né per rendere più fluida la fuoriuscita, dato che tutto il peso preme sulla colonna vertebrale e la forza di gravità non viene sfruttata come aiuto al movimento ma come ostacolo. Inoltre, è possibile decidere di partorire in una delle case del ‘parto attivo’ presenti in Italia, e in caso di gravidanze non particolarmente problematiche, si può anche scegliere di partorire in casa, pratica che – al contrario di quanto abbiamo imparato a pensare a partire dagli anni ’50 – non aumenta le possibilità di infezioni, patologie, esiti negativi tanto che in molti paesi è tornata a diffondersi. 

Ad esempio in Olanda, dove il 30% delle donne oggi decide di partorire in casa. In Italia questa tendenza è ancora poco diffusa, e le ostetriche che lavorano a domicilio sono percepite quasi come streghe da cui tenersi alla larga. Questa cultura è il motivo per cui partorire ‘diversamente’, non è qualcosa di immediatamente accessibile a tutte (e non è soltanto una questione di informazione, ma anche spesso una questione economica).

Sempre più spesso mi capita di pensare che diamo così tanto per scontata la nostra idea di progresso che quando si parla di corpi, sessualità, libertà, donne, pensiamo subito agli altri paesi del mondo, in cui esportare democrazia, modelli, protocolli, salute, parità, educazione. Perché diamo per scontato che noi siamo “già arrivati”. Se pensiamo alla violenza sulle donne, pensiamo subito alle donne del Sud del mondo. Se pensiamo alle mutilazioni genitali, pensiamo alle africane.

E  invece la strada è ancora lunga, dovremmo interrogarci sulla qualità della nostra evoluzione. Per esempio, se ogni donna potesse scegliere come e dove partorire, senza pagare di tasca propria per questo, sarebbe evolutissimo.

Il Fatto Quotidiano
12 02 2013

Meno fiocchi azzurri e rosa nelle sale parto italiane. Vietato nascere infatti oggi per 1.100 bambini perché i cesarei programmati per il 12 febbraio sono stati tutti rinviati (o anticipati) causa sciopero. Il primo, clamoroso stop di ginecologi e ostetriche - anticipato il 16 gennaio scorso – che incroceranno le braccia per 24 ore per chiedere alla politica di occuparsi dei loro problemi, a poco meno di due settimane dal voto.

Chiedono prima di tutto che vengano messi in sicurezza i punti nascita, dando seguito a un piano approvato già dal 2010 che non è mai diventato realtà. E che si intervenga per mettere un freno al contenzioso medico-legale ma anche alle assicurazioni per il rischio professionale, che hanno ormai costi proibitivi, arrivando anche, come denunciano i sindacati e le stesse società scientifiche, a polizze da 20-30 mila euro l’anno.

Si fermeranno anche le attività di ambulatori ostetrici e consultori familiari sul territorio, con una mobilitazione che riguarderà in totale circa 15mila professionisti e che vedrà a Palermo la manifestazione nazionale, indetta da Fesmed, Aogoi, Sigo, Agui, Agite, Sieog e Aio, le principali sigle di categoria. Che non intendono recedere nonostante i tentativi (falliti) di mediazione da parte del ministero della Salute e l’ultimo appello arrivato da parte dal Garante sugli scioperi Roberto Alesse che sulla pagina Facebook dell’Autorità di garanzia ha invitato a riflettere sull’opportunità di differire la data dello sciopero data l’attuale emergenza meteo che sta mettendo in difficoltà larga parte del Paese, soprattutto al Nord.

Ma le urgenze saranno garantite, assicurano ginecologi e ostetriche, e i parti naturali saranno assistiti. “Non vogliamo che le donne subiscano danni – assicura Carmine Gigli, presidente Fesmed – ma vogliamo garanzie per poter lavorare al meglio in strutture sicure e moderne. Per noi medici, ma soprattutto per le nostre assistite”. E poi servono “nuove norme di legge per il contenzioso medico legale e tariffe controllate per le polizze assicurative”. Anche l’Anaao, il principale sindacato dei medici ospedalieri, chiede che si regolamenti subito la responsabilità professionale, con una “legge che riveda il concetto di colpa medica e consideri gli eventi avversi responsabilità oggettiva delle strutture sanitarie”.

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