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Il Corriere della Sera
24 03 2015

Corpi delle donne vietati nei cartelloni. La svolta di roma sulle pubblicità


Non ci saranno più cartelloni che “usano” il corpo femminile. Per vendere occhiali, jeans o pomodori pelati. La Capitale dichiara guerra alla pubblicità che offende le donne, paragonandole ad oggetti o spot che lascino intuire realtà di sottomissione e di supremazia di genere

Delibera anti sessista del Comune. Boldrini: mortificante considerare normali certi spot. Non ci saranno più cartelloni pubblicitari che "usano" il corpo femminile. Per vendere occhiali, jeans o pomodori pelati.
La Capitale dichiara guerra alla pubblicità che offende le donne, paragonandole ad oggetti o spot che lascino intuire realtà di sottomissione e di supremazia di genere.
Maria Rosaria Spadaccino, Corriere della Sera ...

Sessismi quotidiani

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 12:48 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
09 03 2015

La testata spagnola El Diario dedica un video alle testimonianze raccolte a proposito di stereotipi di genere e sessismi quotidiani

Il blog "micromachismos" sulla testata El Diario compie un anno e dedica questo video alle testimonianze raccolte a proposito di stereotipi di genere e sessismi quotidiani riscontrati nelle case, sui luoghi di lavoro, nelle strade, dentro locali pubblici come bar o negozi.

"Negli ultimi mesi abbiamo ricevuto centinaia di messaggi di posta elettronica che hanno denunciato situazioni e atteggiamenti sessisti. In questo video abbiamo voluto raccogliere alcune delle esperienze quotidiane più frequenti" spiegano le autrici del blog.

Il Fatto Quotidiano
01 02 2014

di Monica Lanfranco
Giornalista femminista, formatrice sui temi della differenza di genere

Ne La tribù del calcio Desmond Morris, nel 1981, descrisse una partita di calcio con gli occhi di un extraterreste: dall’astronave la creatura aliena avrebbe visto due gruppi ristetti (di un solo genere sessuato) in rappresentanza di due tribù avversarie mentre compivano un rituale legato ad un oggetto rotondo da spingere in un determinato luogo. Lo scienziato antropologo introduceva dunque il discorso sul senso del simbolico delle azioni, individuali e collettive.

Che penserebbe un extraterreste leggendo un articolo di giornale che racconta la proposta, da parte di diverse associazioni di donne, supportate da un lungo lavoro nelle scuole, di intitolare alcune strade e luoghi pubblici ancora senza nome a donne che hanno lasciato un segno nella società, articolo corredato con la foto del nome di una strada scelta con chiaro intento a doppio senso?

Che cosa racconta questa scelta, che a molti sembrerà divertente, arguta, dissacrante, persino una lezione di leggerezza a queste donne, così seriose e incapaci di pensare a questione più serie rispetto alla toponomastica?

Il movimento trasversale di toponomastica femminile, nato nel 2012 per volontà della studiosa Maria Pia Ercolini che lo lanciò su Facebook raccogliendo subito entusiasmo e consenso è un progetto culturale e sociale che ha coinvolto centinaia di associazioni e gruppi, ma anche scuole e istituzioni locali, nella consapevolezza che l’esclusione delle donne e del femminile passa anche attraverso la cancellazione dei nomi, delle storie e delle vite delle donne che raramente sono nominate nelle strade delle città, e che quindi non entrano nel quotidiano del nostro vivere i luoghi.

Quando Lidia Menapace, decana del femminismo, scrive nel 1990 che per esistere socialmente bisogna essere memorabili, e quindi nominate, anticipa l’intento del progetto: posto che nella storia le donne degne di memoria sono davvero un numero esiguo, dai testi scolastici alle strade, è necessaria una riparazione del danno causato dall’invisibilità. Cominciare a chiamare le strade con nomi di donne è già un passo significativo.

Si tratta di una questione, mi pare, di buon senso e di civiltà, che non prevede manifestazioni, turbativa di traffico, urla e disturbo alcuno: in tutte le città le donne che hanno accolto il progetto hanno coinvolto istituzioni e scuole, quindi cosa c’è che non va? Perché il giornale di Imola La voce correda l’articolo che racconta il percorso dell’associazione Perledonne per l’intitolazione di strade e luoghi pubblici a personalità femminili con l’immagine di Via della sega?

Una delle risposte possibili (oltre a quella che chi ha preso questa decisione sia un adolescente un po’ immaturo) è che se il direttore del settimanale che pubblica le foto di una ministra che mangia un gelato con commenti esplicitamente di allusione sessuale se la cava con le scuse, applaudite in una trasmissione tv a sfondo culturale (Che tempo che fa) e poi con una lunga intervista nella quale presenta il suo ultimo libro (Le invasione barbariche), ovvio che un piccolo giornale di provincia può farsi una grassa risata alla faccia della toponomastica femminile. Un consiglio alla redazione, da collega: darsi una occhiata al video sulla responsabilità della categoria sull’uso delle parole, ideato dalle rete di giornaliste Gulia.

Magari la visione e la riflessione possono aiutare a migliorare il livello della comunicazione.

Corriere della Sera
05 01 2015

Dopo le proteste perchè alcune mogli avevano dovuto sedersi accanto a uomini non di famiglia

di Sara Gandolfi

Sulle rotte aeree è nata una nuova classe. Dopo la prima, la business, l’economica e la generalista low cost, i sauditi hanno inventato anche la classe “solo maschile”, (o solo femminile, se si vuole essere generose). Sui voli della compagnia di bandiera, Saudi Airlines, uomini e donne saranno rigorosamente separati, come già avviene in molta parte degli spazi sociali pubblici sulla terraferma saudita. Possiamo chiamarlo “nuovo apartheid”?

Il provvedimento, secondo quanto riferito nei giorni scorsi dalle agenzie di stampa, è stato ufficialmente deciso dopo le proteste di alcuni passeggeri: le mogli erano state “costrette” dall’assegnazione dei posti al check-in a sedersi accanto a dei viaggiatori di sesso maschile, non appartenenti alla famiglia. Inconcepibile, secondo la tradizione (oscurantista?) di quel pezzo di mondo arabo.E così, a meno che non ci sia uno stretto vincolo di parentela, d’ora in poi il personale di bordo dovrà fare rispettare la “linea invalicabile di separazione”: di qua gli uomini, di là le donne.

Intervistato dal quotidiano saudita Ajel, il responsabile marketing della Saudi Arabian Airlines, Abdul Rahman Al Fahd, ha assicurato che le nuove norme saranno «presto» operative per «soddisfare le richieste di tutti i passeggeri».

Sugli aerei della compagnia sono già in vigore le norme previste dalla legge islamica, applicata nella rigida versione wahabita dell’Arabia Saudita: ad esempio, a bordo non vengono servite bevande alcoliche e prodotti a base di carne di maiale ed è prevista una sala di preghiere, solo per uomini ça va sans dire.

Il divieto più rigido, e molto ipocrita a dire il vero, riguarda proprio il personale di bordo: le hostess non possono essere saudite ma solo di altre nazionalità. Come fossero due “razze” diverse. E all’estero si sprecano gli annunci di impiego, sotto il titolo: “Female flight attendants required”. Devono essere almeno diplomate, tra i 22 e i 30 anni, alte tra 1,60 e 1,80 e “di peso proporzionato”, con una buona conoscenza degli affari internazionali e della geografia.

Non va molto meglio alle saudite che vogliono cimentarsi con il giornalismo o la conduzione in Tv. Rigorosamente vestite di nero, il capo coperto: anche le anchorwomen devono utilizzare la tradizionale “abaya”. Anche se il codice di abbigliamento della governativa Saudi Broadcasting Corporation lascia un piccolo spiraglio di colore alle donne che appaiono nei suoi programmi tv: la possibilità di utilizzare nastri rossi, verdi, gialli o blu, i colori dei quattro canali dell’emittente televisiva.

La piccola “apertura”, secondo la lettura più ottimista dell’agenzia Arab News, potrebbe in realtà anticipare la decisione dello Shoura Council, l’ente consultivo della monarchia saudita, di introdurre nuove regole di abbigliamento femminile in tutto il Paese.

La strada per la liberazione, delle vesti ipercoprenti e non solo, resta però ancora molto lunga. Ne sanno qualcosa le donne che osano sfidare lo strisciante apartheid di genere nel Regno saudita. Da queste parti, una donna finisce in carcere solo perché vuole vedere una partita di pallavolo o perché vuole guidare, da sola, un’auto. Le ultime note sono Loujain al-Hathloul, 25 anni, e Maysa al-Amoudi, 33, arrestate più di un mese fa per aver sfidato il divieto di guida e accusate per questo di “terrorismo”.

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