×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Il Fatto Quotidiano
23 09 2014

Essere uomini e portarsi dietro ogni luogo comune sulle intenzioni, sui modi di essere, di pensare e di agire, su dove si vuole andare a parare quando si intavola una discussione con una donna, su quale sia la considerazione generale che si ha nei confronti dell’altro sesso, è faticoso.

Essere uomini, in questo modo e in questo mondo, è cosa ingrata. Perché tutti questi luoghi comuni? Perché esistono e sono ben presenti in ogni uomo. A livello individuale, possono forse trovarsi degli argini o una dimensione più contenitiva, a livello di gruppo, di solito, invece bisogna adeguarsi e seguire le linee comuni che vanno in esternazioni verbali ed agiti poco rispettosi, quando non invadenti o addirittura aggressivi. Attenzione, non voglio semplificare, cercherò di spiegarmi al meglio. Non voglio dire che per tutti gli uomini sia così, ma che per tutti valgano delle tendenze su cui poi ognuno ha sì libertà di scelta e di opposizione, ma relativa.

In circostanze frequenti, tra uomini, se qualcuno fa una battuta sessista, si assiste ad una cooperazione per sostenerlo, se non per entrarvi in competizione con battute o espressioni di tenore analogo. Il gruppo di maschi sperimenta una sorta di temporanea unione di intenti in grado di abbattere qualsiasi differenza precedente. È una gara a chi ce l’ha più lungo senza temere il confronto. Tacere significa far passare che non si è abbastanza uomini. Non sia mai!

Ogni uomo sa di cosa sto parlando, senza voler generalizzare, in realtà, possiamo tranquillamente permettercelo. Anche per uscire fuori da certe tendenze bisogna prima consapevolizzarle e prendere atto che ci si vive immersi. Il luogo comune siamo anche noi.

In passato gli stereotipi di genere erano rigide regole della società che non venivano messe in discussione perché funzionali all’ordine costituito che doveva essere preservato, per farlo gli uomini utilizzavano la forza, la costrizione e l’assuefazione. La società ci credeva davvero, non si pensava in torto. Lo stereotipo non veniva certo classificato come tale, era l’espressione dell’andamento naturale delle cose.

Oggi possiamo permetterci di evidenziare e criticare tutto questo, grazie ai movimenti delle donne, ma non ancora di risolverlo. Molte cose sono cambiate e stanno cambiando, ma è anche un momento di stasi prodotto, a mio avviso, dal fatto che le donne hanno ormai fatto il possibile per indicare le strade percorribili, ora sta agli uomini e, sebbene fasce di popolazione maschile si muovano in direzioni adeguate, esse sono nettamente minoritarie.

Non è un atto di accusa nei confronti del genere maschile, un tale atteggiamento altrimenti non farebbe altro che frenare un cambiamento che già di per sé viaggia a velocità ridotta. Chiunque si senta accusato si difende ed invece di stare sul contenuto dell’accusa è più facile attacchi o si sottragga al confronto. La mia quindi è solo una constatazione dalla quale partire. Sono stato abbastanza uomo e ho frequentato abbastanza uomini per parlare con cognizione di causa, all’incirca per 36 anni. Ogni uomo è legato con le catene agli stereotipi sessisti, c’è chi ha una catena più lunga e chi una più corta, ma l’uomo veramente libero da stereotipi non può essere un singolo individuo. Egli può realmente esserlo solo a livello collettivo.

L’individuo non può che rappresentare la comunità in cui vive, se ne può distanziare certo, ma la rappresenta perché ne è frutto, anche il suo dissenso nasce comunque dal suo particolare modo di stare nella collettività. L’uomo emancipato, in una comunità portatrice di stereotipi, è solo uno schiavo ben agghindato per il giorno di festa, ma che negli altri giorni rivela tutta la sua sottomissione. L’uomo libero vive in una collettività libera.

Non mi sento esente da stereotipi sessisti, proprio in virtù del fatto che la realtà sociale ne è piena e ci faccio i conti con parenti, amici, colleghi di lavoro, sconosciuti, fino ad arrivare a farli con me stesso davanti allo specchio. Con gli altri uomini, in presenza di sessismo conclamato o strisciante, a volte posso intervenire, a volte non mi è possibile, a volte non saprei come spiegarmi, a volte mi sembra uno spreco di energie. Sempre di più però ne sento il bisogno.

Faccio azioni di sensibilizzazione, ma queste sembrano per lo più mirate a uomini già sensibilizzati, con più fatica raggiungo tutti gli altri che rimangono la maggior parte. Numerose volte gli uomini che mi circondano fanno battute sessiste senza che gli passi minimamente per la testa non solo la svalutazione della donna, ma anche la loro che ne è conseguenza diretta. Spesso farlo notare suscita sguardi un po’ sorpresi ,un po’ ridanciani, un po’ rabbiosi come a dire: “Ma chi sei tu? Non sei dei nostri?Cosa vuoi?”.

Arrivare ad una unica consapevolezza maschile generale è l’obiettivo che dobbiamo porci, dal livello individuale è necessario partire, ma la strada da percorrere è la collettività maschile, altrimenti è una battaglia che non si vince. Ecco perché rilancio la necessità dei gruppi di autoconsapevolezza maschile come strumento di elezione per il cambiamento nelle questioni di genere.

Insulti alle donne, altro che gaffe del politico

  • Giovedì, 18 Settembre 2014 08:32 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
18 09 2014

Insulti alle donne, altro che gaffe del politico. Quanti commenti sessisti da sinistra a destra

"L'informazione locale in mano alle donne. Alcune dimostrano di saper usare meglio la bocca che la mano". È il commento scritto su Facebook dall'ex sindaco di Brindisi, Giovanni Antonino. Che, nel tentativo di metterci una pezza, fa ancora peggio: "E vi garantisco che non è maschilismo".

Sarà, ma il linguaggio sessista, scambiato per boutade, serpeggia sulla scena politica. E non solo. Il presidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio, ha tentato di dare al pregiudizio veste scientifica : "Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio"

Ma la lista è lunga. E spesso, come nel caso di Antonino, legato all'oralità. La democratica Alessandra Moretti riferì in diretta tv l'insulto del 5 Stelle Massimo De Rose. Durante l'occupazione della Commissione Giustizia, il grillino urlò: "Le donne del Pd sono arrivate qui soltanto perché capaci di fare pompini". Un gergo che non dispiace al leader del Movimento. Il 23 agosto, un post sul blog di Beppe Grillo accusa di partigianeria la giornalista del Tg1 Claudia Mazzola. Il titolo? "Basta servizietti".

Una pioggia di insulti sessisti era piovuta sul blog anche quando Grillo chiese alla Rete: "Cosa fareste in auto con la Boldrini?". In quell'occasione i commenti vennero cancellati e arrivarono le scuse ufficiale. Anche il portavoce del M5s, Claudio Messora (lo stesso che scrisse "Ho fatto una cosetta a tre con Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo") ha ammesso di aver esagerato in un tweet rivolto alla presidente della Camera. Il 2 febbraio cinguettò: "Cara Laura (Boldrini) volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori...tu non correresti nessun rischio".

Guai a fermarsi al blog però. Il partito del sessismo è trasversale. Va da Sel alla Lega. Appena nominati i ministri del governo Renzi, Matteo Salvini si lanciò in difesa del focolare, chiedendosi: "Come farà Marianna Madia a fare il ministro se dovrà fare la mamma?".
Il senatore montiamo Tito Di Maggio, proprio nel corso del dibattito parlamentare sulla parità di genere, si era rivolto alle senatrici tacciandole di "codardia". La loro proposta era figlia di "gravidanza isterica".

Il 13 luglio c'è la finale di coppa del mondo. Argentina contro Germania. Il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, twitta una fine analisi tra calcio e geopolitica: "Impietoso il paragone tra orrenda Merkel e giovani argentine inquadrate poco fa".

I machismi spuntano però ogni giorno. Basta scorrere i commenti a un post (uno qualunque) delle pagine Facebook (autentiche) di Moretti, Boldrini, Carfagna. O su quella (fake) di Maria Elena Boschi. Che siano complimenti ("Con quella bocca Mara può dire ciò che vuole") o insulti (in un profluvio di frutti oblunghi e mercimonio del proprio corpo) non importa: la valutazione politica arriva dopo quella estetica.

Ma è in provincia che l'umorismo maschio dà il meglio di sé. A Molfetta, Forza Italia ha firmato con orgoglio un manifesto contro il sindaco Pd Paola Natalicchio. Slogan: "Le pene di Paola".

A Nichelino, nel torinese, il sindaco è stato accusato di sessismo per aver consentito di girare nel suo ufficio comunale un video dall'intento parodistico e dal risultato quantomeno trash.

A Brescia ha fatto discutere l'accostamento tra defecazione e prostituzione ardito dal Comune. Proposito encomiabile: il decoro urbano. Risultato discutibile. Sui manifesti campeggia un escremento, con lo slogan "non sono una tipa da strada".

In Provincia di Vercelli c'è un paesino, Borgosesia, con un sindaco famoso: il leghista Gianluca Buonanno, l'uomo che si presentò in Parlamento con una spigola . Sabato 6 settembre c'è stata la Sagra del Würstel. L'elegante locandina promozionale mette insieme luoghi comuni, riferimenti sessuali e omofobi e la faccia di Buonanno in pochi centimetri quadrati.

Fino al cortocircuito sessista Made in Veneto del luglio 2013. La consigliera di zona, padovana e leghista, Dolores Valandro, si augura che qualcuno stupri l'allora ministro Kyenge. Gli risponde un consigliere comunale di Cavarzere, Venezia. Angelo Garbini (Sel) ha un'idea sul trattamento da riservare alla Valandro: "Sarebbe da mollare in un recinto con una ventina di negri assatanati".

Paolo Fiore

La premessa è questa: se è possibile utilizzare forme linguistiche non sessiste senza violare la grammatica e la sintassi, usiamole. Il proposito, tra i tanti, è quello di sensibilizzare alla cultura di genere attraverso un'attenzione particolare al linguaggio. ...

Sessismo: il disprezzo per le donne in una maglietta

Il Fatto Quotidiano
11 09 2014

La buona notizia: grazie alla segnalazione in rete e sui social network, tra le altre, dell’associazione Il Cacomela che promuove sulle alture di Modena una scuola autogestita libertaria per bambine e bambini delle elementari, la Società autostrade ha provveduto a far rimuovere da un autogrill nella zona di Anagni, una collezione di magliette sessiste diffuse in molte altre stazioni di servizio.

Le scritte sono un repertorio non nuovo, assimilabile al refrain senza fantasia che mette insieme la sottocultura da ‘donne e motori’, il virile eloquio da casanova esperto, lo stile ‘spigliato’ da cabaret televisivo per il quale la sessualità è geometria e il corpo femminile strumento da consumare deprivato dall’emozione, e via così.

Quello che colpisce, oltre allo sdegno per l’esposizione in un luogo pubblico come l’autogrill di tanto odio verso le donne (se non fosse abbastanza chiaro dalle immagini ecco alcune perle: ‘ho cambiato la macchina e la donna: una succhiava troppo, l’altra troppo poco’; ‘la donna (con accanto una lavatrice) dà il massimo a 90 gradi’; ‘la mia auto 4 euro, una mia amica 60 euro all’ora’) sono le reazioni alla segnalazione.

Escludendo quelle preoccupate e addolorate per come il sessismo ancora imperi indisturbato (qualche forma di denuncia forse una maglietta antisemita, blasfema o omofoba l’avrebbe raccolta) le reazioni sono raggruppabili in due grandi filoni: quelle mosse da convinzione benaltrista e quelle della serie le ‘femministe non sanno ridere’. C’è ben altro di cui occuparsi, afferma la corrente benaltrista: c’è la crisi, manca il lavoro, il governo fa schifo, troppi stranieri in giro.

Poi il secondo gruppo: che sarà mai una scritta su una maglietta? E farsi una risata? Non vorremo mica giudicare le persone da quello che indossano? L’umorismo è solo umorismo e via così.

Fermiamoci un istante a ragionare, come suggerisce, in una pagina Facebook dove è partito lo scambio, chi sostiene che “quelle ‘innocue’ magliette veicolano un immaginario e un’idea della donna che mi offende, un’idea molto diffusa nelle giovani e nelle vecchie generazioni, dall’ex premier al ragazzino e se ne vedono le conseguenze. A me il sorriso non lo strappano più, né al maschile né al femminile, sono stanca di vivere in un Paese così intrinsecamente sessista. Non è un problema di gusti, le magliette comunicano, il messaggio è molto chiaro”.


Mettere le donne al loro posto: volenti o nolenti è questo il messaggio che passa.

Puoi essere intelligente, affermata e capace sul lavoro, ma quella maglietta ti rimette al tuo posto nella catena, perché non c’è come ridurre una donna al suo sesso per depotenziarla. Certo, è possibile depotenziare anche il più potente degli uomini, ma non c’è partita tra i generi, nell’avvilente gara dell’insulto e della mancanza di rispetto. Il problema non è il senso dell’umorismo è la mancanza di educazione alla relazione, (in famiglia, a scuola, nella società) l’assenza della percezione del pericolo che la cultura sessista rappresenta nella vita quotidiana, il vuoto di responsabilità individuale e collettiva per gli effetti che produce il rappresentare, il parlare, il ridere delle donne in modo così odioso e offensivo.

Tra la dissacrazione del potere (il re è nudo) e la violenza di queste scritte c’è un mondo. Cominciamo con il dire che queste magliette sono violente, scriviamo civilmente a chi le espone affinché le rimuova, facciamo lavorare i neuroni, creiamo discussioni perché serve cultura, condivisione e attivazione di spirito critico, non stiamo in silenzio. In questo caso le magliette sono state tolte, ed è già un primo passo.

Monica Lanfranco

Lego apre le porte alle donne in carriera

  • Giovedì, 28 Agosto 2014 10:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
28 07 2014

Uno dei giochi preferiti dell’infanzia sono i Lego, celebri costruzioni che solleticano la fantasia e tirano fuori la creatività insita in ognuno di noi. Impeccabili i colorati mattoncini dell’azienda danese che, da decenni, mettono d’accordo intere generazioni: c’è però un “ma”, quello di Charlotte Benjamin, una bambina di sette anni che, nonostante la tenera età, ha fatto luce su una questione importante, quella della parità dei sessi.


Proprio così: entrando in un negozio di giocattoli quello che balza all’occhio è la presenza di innumerevoli attività per i maschietti che hanno come protagonista proprio il “sesso forte” alle prese con svariate professioni, attività intraprendenti e stimolanti mentre, il mondo dipinto di rosa, è tutto concentrato tra le mura domestiche o dietro a camerini e vetrine.

La donna anche ha i suoi diritti e la voce della giovane fan dei mattoncini si è fatta sentire, tanto da aver inviato una lettera chiedendo all’azienda di tenere in considerazione anche l’universo femminile con maggiore realismo, considerando conto le esigenze del gentil sesso, persone che vogliono vivere la vita, emozionarsi, divertirsi e avere una propria carriera all'interno della società.


A quanto pare le richieste sono entrate in punta di piedi in azienda innescando un meccanismo funzionale tanto che, accanto a scienziati, medici e Indiana Jones, niente mamme e casalinghe, ecco volti moderni, quelli di donne emancipate, un trio di scienziate composto da una paleontologa, presentata con uno scheletro di tirannosauro, microscopio e lente d’ingrandimento o ancora un’astronoma ed il suo telescopio e una chimica, conosciuta come la professoressa C. Bodin: porta gli occhiali, i capelli raccolti, un camice bianco e in mano ha due ampolle per i suoi esperimenti da laboratorio. Sono loro le protagoniste del Research Institute, il nuovo gioco in commercio nei principali negozi di giocattoli a partire dal mese di agosto.

Si tratta solo del primo passo, il girl power non intende porsi limiti anzi, l’ideatrice, Ellen Kooijman, ha in mente nuove professioni passando dalla geologa all’ingegnere, dal giudice al postino fino all'operaio edile, tutto in chiave rosa, ovviamente, per dimostrare che anche le ragazze possono diventare quello che vogliono.

facebook