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I nemici dell'amore

  • Lunedì, 20 Aprile 2015 07:34 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Anna Meldolesi, Corriere della Sera
18 aprile 2015

Niente sesso, siamo connessi. Isso, essa e 'o smartphone. Possiamo scherzarci su parafrasando commedie inglesi o sceneggiate napoletane, ma il copione non è allegro. La sera sempre più persone preferiscono digitare su tablet e telefoni piuttosto che toccare il partner con cui dividono la camera da letto. Un touchscreen è spesso l'ultima cosa che accarezziamo prima di addormentarci e la prima che sfioriamo appena svegli. ...

I nemici dell'amore

Niente sesso, siamo connessi. Isso, essa e 'o smartphone. Possiamo scherzarci su parafrasando commedie inglesi o sceneggiate napoletane, ma il copione non è allegro. La sera sempre più persone preferiscono digitare su tablet e telefoni piuttosto che toccare il partner con cui dividono la camera da letto. Un touchscreen è spesso l'ultima cosa che accarezziamo prima di addormentarci e la prima che sfioriamo appena svegli. Siamo circondati da immagini sessualizzate, flirtiamo con i nostri contatti sui social network, magari non disdegniamo l'eros virtuale, ma nella vita vera facciamo poco sesso in carne e ossa.
Anna Meldolesi, Corriere della Sera ...

Globalist
10 04 2015

"Spesso le disabilitate si sentono porre bizzarre domande, tipo: 'Ma tu, qui, senti?' come se fossero una parabolica. Allora, non disabilitati di qualunque sesso siate, sappiate che: il 'sentire' non è solo questione tattile ma anche, e forse soprattutto, di fantasia, immaginazione, gioco. Quindi, abbandonate le vostre paure sensoriali e buttatevi a capofitto sulla vostra disabilitata. Ne trarrete solo vantaggi e sollucheri. Entrambi". Eccola, la lesson number 6 di Barbara Garlaschelli, scrittrice milanese che, sul suo profilo Facebook, tiene lezioni sul sesso con persone 'disabilitate': "Odio la parola disabili, così ho scelto di usare 'disabilitati' e 'non disabilitati' - racconta -. Volevo proprio dare l'idea di meccanico, immaginarci macchine".

Garlaschelli, in sedia a ruote dall'età di 16 anni, è arrivata alla sesta lezione: "Facebook è un mezzo potentissimo. Quando ho cominciato, l'ho fatto per divertimento, volevo vedere cosa sarebbe successo. Spesso mi hanno fatto domande su come, dai disabili, è affrontato il 'problema' del sesso, che già chiamarlo 'problema' la dice lunga. Ma in fondo io credo che il sesso sia un tabù in tutte le sue declinazioni, a maggior ragione se legato a disabili".

Stile divertente, ironico, senza scadere in tecnicismi né melodrammi: "Volevo sdrammatizzare, mi sono ispirata a Sex & the City, e ora mi sono fatta un po' prendere la mano. Diciamo che la comicità di certi racconti spero possa incuriosire chi capita sulla mia pagina, spingerlo a volerne sapere di più". L'argomento per le varie puntate arriva da spunti trovati e qua e là ed esperienze vissute in prima persona: "La mia vita è stata molto ricca, in proposito. Mi sono capitate tante cose incredibili, ho sentito tante domande assurde, tipo: 'E le gambe dove le metto?' Ma che domanda è? Non so, vuoi provare a smontarle?".

Tra i commenti che accompagnano ogni lesson, anche quelli di 'non disabilitati': "Alcuni rimangono un po' spiazzati. Il fatto che sia una donna a scrivere di certi argomenti, sembra fatto ancora più eccezionale: il sesso per un uomo viene sempre dato più per scontato. Ma la realtà è ben diversa: le persone con la mia disabilità che hanno problemi legati al sesso sono in maggior parte uomini. E poi, troppo spesso le persone disabili vengono immaginate senza pulsioni né desideri: e perché mai? Alcuni non disabilitati pensano che una volta che troviamo qualcuno che ci sta, ce lo accalappiamo per la vita, per farne il nostro badante.

Non è così! Anche noi viviamo le nostre bellissime avventure! Altri hanno soggezione, diffidenza, paura. Altri ancora ci credono di cristallo, troppo fragili per essere mossi". Tante le lezioni in cantiere, liberamente ispirate a fatti realmente accaduti, strizzando l'occhio al Kamasutra. "Spesso è il disabilitato stesso ad avere nella testa la sedia a ruote, e il problema parte proprio da lì, dal non sentirsi liberi, dal percepirsi come manchevoli di qualcosa: ma gli arti non sono indispensabili per vivere un rapporto.
Io, per esempio, dove non sento sopperisco con quello che immagino. Chi non si sente libero, non si lascerà mai andare".

Nelle lesson, nessuna pretesa pedagogica o filosofica, solo spunti divertenti "per far capire che le persone disabili sono esattamente come tutti gli altri: le nostre disabilità sono ricchezze, non solo un limite". La scrittrice, finalista nel 2010 del Premio Strega con "Non ti voglio vicino", ammette che, però, la strada verso l'uguaglianza è ancora molto lunga: "Di sesso dei disabili se ne parla in due modi: o morbosamente o tecnicamente. Il linguaggio tecnico è una noia mortale, non si capisce nulla: aria fritta, di concreto non c'è nulla. E poi c'è l'altra faccia della medaglia, lo stile morboso. Io provo a mettermi nel mezzo, perché occorre trovare il modo di parlarne, perché bisogna farlo: il sesso, per i disabili, può essere anche un dispiacere molto grande se non vissuto serenamente".

Ambra Notari

Globalist
27 03 2015

Vendere il proprio corpo per pagarsi la retta o un migliore stile di vita all'università non è affatto un tabù in Gran Bretagna. Anzi, secondo un sorprendente studio condotto dalla Swansea University, il 22% degli studenti negli Atenei del Regno ha considerato come una opzione i cosiddetti lavori nell'industria del sesso, che vanno dalle chat erotiche, agli spogliarelli fino alla vera e propria prostituzione. E il 5% ha ammesso di aver fatto soldi in questo settore: si contano più uomini di donne.

Sarebbero secondo gli esperti, di decine di migliaia di studenti che si sono già 'messi in vendita': un dato allarmante per le università britanniche che dovrebbero offrire sostegno a queste persone. Lo studio, dal titolo emblematico di 'Student Sex Work Project', ha chiesto anche agli studenti di motivare questa scelta. I due terzi afferma che la priorità sono i soldi per uno stile di vita migliore, mentre il 45% vuole evitare di finire l'università coi debiti accumulati per pagarsi le costose rette nel Regno. Ma c'è anche chi mette prima di tutto il piacere fisico.

Si lavora in questo settore per periodi brevi e con orari part-time, meno di cinque ore a settimana, per non togliere troppa attenzione agli studi.

Abbatto i muri
27 03 2015

Da piccola avevo l’hobby di legare le Barbie. Poi cominciò a piacermi il Bondage o lo Shibari. Pensavo di essere anormale e allo stesso modo mi sentivo quando mi piaceva stare con una mia compagna. La sensazione era sempre che qualcuno potesse vedermi e dire “ti comporti come una lesbica”. Mi piacevano i ragazzi e anche le ragazze. Tutto di me diceva che i miei comportamenti sarebbero stati percepiti dal mondo come “malsani”. La mia curiosità però mi spinse oltre. Volevo seguire l’itinerario delle mie attrazioni. Lo feci, seppur tra mille difficoltà.

Dovete sapere che pensarsi strane, un po’ malate, in special modo se qualcuno rilascia giudizi pessimi su quel che non capisce, o ti giudica una sadica se pieghi una bambola per realizzare legamenti degni di Udinì, inibisce la possibilità di curiosare, ricevere corrette informazioni, trovare le persone giuste con le quali soddisfare le tue curiosità. Lo stigma, la censura, che ti obbligano all’autocensura, ti impongono di restare nascosta in una zona grigia in cui non puoi chiedere e se chiedi qualcuno potrebbe prenderti per matta. Si cresce male con certe preferenze. O trovi gente che ti ride in faccia o trovi persone che si fingono esperte e sono quelle delle quali non mi fido.

Il bondage si pratica con persone delle quali ti fidi. Ed è un’arte, per davvero. Io, per lo meno, la vedo così. Non ho mai fatto cose superlative, giusto le basiche, applicate in senso attivo e passivo. Provavo e provo soddisfazione a essere legata e a legare. L’ho fatto con entrambi i sessi e anche questo è un grande tabù. Dirsi bisessuali non è una cosa semplice. Unisci questo ai miei gusti sessuali e immagina come sono cresciuta. Attorno a me il silenzio. A fingere interesse per situazioni delle quali non mi fregava un cazzo. Le attenzioni pudiche condivise dalla compagna di scuola, le esibizioni vanitose di quell’altra. E io pensavo solo a come avrei potuto godere se solo mi fosse stato semplice poterne parlare, almeno per essere rassicurata circa il fatto che non ero sbagliata.

Come intercetti qualcuno che ama quello che ami tu? Con chi lo scopri? La gente non ce l’ha mica scritto in fronte che pratica bdsm. E’ un segreto, non si dice, così come non si dice che ti piacciono gli uomini e le donne. Si vive doppiamente nell’oscurità, per quanto si possa leggere e trovare un po’ di riferimenti almeno su internet. Pensate però a me come una persona che vive in una realtà non molto affollata. Immagina che se avessi proposto a qualcuna di farsi legare, nel giro di un paio d’ore, lo avrebbero saputo tutti. Pensa a quel che potrebbe dire tuo padre, tua madre, persone alle quali ho appena accennato, da poco, di essere bisessuale e loro a dirmi “evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa”.

E non si rendono conto che ad essere sbagliato è questo loro modo di reagire chiudendosi a riccio e rifiutando ogni altra possibile opzione a parte l’eterosessualità. Pensa che nella mentalità comune ancora, se pur ti dedicano tempo e risorse per farti studiare, il tuo destino è quello di sposarti, fare dei figli, dare dei nipotini ai nonni. A che altro serviamo noi se non a riprodurci? Non è minimamente contemplata la valutazione del mio desiderio sessuale senza riproduzione conseguente. Dove si trova una persona che non ti giudica malata se invece che provare il dolore del parto a te piace patire, piacevolmente, per le corde che stringono la tua pelle?

Come è possibile che non si riesca a parlare di queste cose così come si parla di smalti e profumi? Non sai che liberazione poterne parlare ogni tanto senza essere giudicata. Sapendo di potermi fidare e di non vedere violata la mia privacy. Perché sono all’inizio di questo percorso che mi incuriosisce molto e non ho neppure, ancora, la forza di rivendicare tutto. È troppo forte il vincolo con una mentalità che mi ferisce e dalla quale non riesco ancora a liberarmi. Quando non mi farà più male, quando sarò forte abbastanza allora potrò raccontare di me a viso aperto, senza il timore di essere scoperta. Per il momento godo almeno di questo momento liberatorio. L’ho detto. E ora vado a studiare come fare nuovi nodi.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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