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Le lacrime hanno bagnato i feretri di 175 bosniaci, inumati l'11 luglio durante le celebrazioni del 19° anniversario della mattanza di Srebrenica. Un rito che si perpetua ogni anno. Eppure quello appena trascorso passerà alla storia per quanto accaduto ieri, quando la Corte di Giustizia dell'Aja ha condannato civilmente l'Olanda e i suoi caschi blu. ...

La Stampa
16 07 2014

La Corte di giustizia riconosce il ruolo dei caschi blu nel massacro dei musulmani nel luglio del 1995. A sollevare il caso i famigliari delle vittime


La giustizia dell’Aja riconosce l’Olanda civilmente responsabile per la morte di centinaia di musulmani a Srebrenica. Per il giudice «lo Stato è responsabile della perdita subita dai familiari dei deportati dai serbi di Bosnia dal Dutchbat a Potocari nel pomeriggio del 13 luglio 1995» perché i caschi blu avrebbero dovuto proteggerli.

I parenti delle vittime hanno intentato una causa contro i peacekepers olandesi accusandoli di non avere protetto oltre 8mila uomini e ragazzi musulmani, barbaramente uccisi durante il conflitto in Bosnia.

La memoria di Srebrenica

Internazionale
11 07 2014

Nel luglio del 1995 a Srebrenica, una città nell’est della Bosnia Erzegovina, i soldati serbobosniaci guidati dal generale Ratko Mladić hanno massacrato circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci di religione musulmana. La città, che era stata dichiarata zona di sicurezza delle Nazioni Unite, fu conquistata l’11 luglio, nonostante la presenza di un contingente di caschi blu olandesi.

Quello di Srebrenica è il più grave massacro avvenuto in Europa dalla seconda guerra mondiale, ed è considerato dalla giustizia internazionale un atto di genocidio. La tragedia avvenne nel corso della guerra in Bosnia Erzegovina, cominciata alla fine di marzo del 1992.

Nel 19° anniversario della strage, 175 salme saranno seppellite a Potočari, dove si trova il memoriale del massacro. I corpi sono stati ritrovati in fosse comuni e sono stati identificati solo nel 2013. Tra le vittime che saranno seppellite l’11 luglio 2014 ci sono una decina di ragazzi che al momento del massacro avevano tra i 15 e i 17 anni.

Al momento sono state identificate solamente 6.066 vittime del massacro di Srebrenica.

Gilles Peress (1946) è un fotografo francese e lavora per l’agenzia Magnum dal 1971. Dal 1972 segue con particolare attenzione l’immigrazione in Europa. Oltre ai Balcani, ha documentato i conflitti in Irlanda del Nord, Iran e Ruanda. Le sue immagini sono state pubblicate nelle riviste più importanti del mondo ed esposte in molti musei. Attualmente Peress affianca l’attività di fotoreporter a quella di professore per il Bard college e l’università di Berkeley.

In questa foto: alcuni rifugiati in fuga da Srebrenica arrivano a Tuzla nel 1993 trasportati dagli elicotteri delle Nazioni Unite. Nel 1993 fu permesso all’Onu di portare via da Srebrenica circa 500 feriti tra quelli più gravi.

Frontiere news
09 05 2014

Quaranta studenti hanno viaggiato per i luoghi della guerra, attraversando la Sarajevo dei mille giorni d’assedio, la Srebrenica del massacro, il memoriale di Potocari dove riposano quasi novemila vittime innocenti che i Caschi Blu hanno mandato al macello. Un viaggio in cui hanno potuto conoscere e confrontarsi con i loro pari età bosniaci e farsi raccontare le trappole dell’odio etnico, le vigliaccherie del nazionalismo e le difficoltà di trovare risposte a chi addita nel “diverso” la causa di ogni male, istigando alla violenza e alla xenofobia.

Nel suo Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, Alex Langer insisteva sulla importanza di coloro che lui definiva “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”.

Oggi, quasi vent’anni dopo il tragico epilogo della sua vita a Pian dei Giullari, ci viene da pensare che l’ambientalista altoatesino sarebbe certamente contento nel vedere che una quarantina di studenti di due scuole superiori ferraresi ha voluto “continuare in ciò che era giusto” ed ha compiuto un intenso viaggio in quella Bosnia dove lui travasò tutto se stesso e dove, ancora oggi, la fine della guerra non ha portato la pace.

Fa anche piacere ogni tanto, a noi che scriviamo, riportare qualcuna di quelle “buone notizie” che per un certo giornalismo non è neppure “notizia” e constatare che la nostra scuola riesce ancora a dare agli studenti qualcosa che non sia solo un insieme di nozioni. Certo, il merito va più a quei pochi docenti che ancora riescono a trovare motivazioni nell’insegnamento, più che nei programmi scolatici o nei disastrosi tagli all’istruzione.

“Portare i nostri ragazzi a Saraievo e Srebrenica è stata una vera impresa! – mi ha confessato Grazia Satta -. Chi organizza ‘gite culturali’ a Mirabilandia o una settimana bianca per sciare trova tutte le porte aperte… ma se proponi un viaggio di istruzione in Bosnia per discutere di pace e dei problemi della convivenza interetnica vai a sbattere contro i muri. Ma non è forse questo che la scuola dovrebbe fare?”

Sempre quei muri che Langer ci chiedeva di saltare. Ed è quanto hanno fatto 26 studenti del triennio dell’Iti Ipsia Niccolò Copernico Carpeggiani di Ferrara e 14 l’Iti Ipsia di Portomaggiore. Quaranta ragazzi in tutto che – anche questo sarebbe piaciuto a Langer – rispecchiavano quel melting pot di culture e lingue che è la migliore Italia, che è l’Europa che verrà, che è il mondo. Tra loro c’erano ragazzi provenienti dal Pakistan, dall’Ucraina, dai Paesi Baltici, dall’Olanda… alcuni già cittadini italiani, altri col permesso di soggiorno in mezzo al passaporto da esibire alla frontiera europea per essere guardati con occhi sospetti dalle guardie. Come fossero diversi dagli altri!

Ancora muri da saltare, ancora ponti da costruire. Ma se un giorno riusciremo a costruire una Europa aperta e migliore, il merito sarà anche di chi si è speso per realizzare viaggi come questo. A chi, come i docenti Sergio Golinelli, Riccardo Rimondi e la già citata Grazia Satta sono convinti che la scuola pubblica non possa esimersi dal trattare tematiche di pace e convivenza. O come i due presidi, Francesco Borciani e Roberto Giovannetti, che hanno avuto la sensibilità di aiutarli arrabattandosi con la terrificante scarsità di risorse economiche che sta strangolando la scuola. Ed a questo proposito, un grazie va anche alla Rete Lilliput che ha contribuito generosamente alle spese.

E così, per una settimana, la carovana di studenti emiliani ha potuto viaggiare per i luoghi della guerra, attraversando la Sarajevo dei mille giorni d’assedio, la Srebrenica del massacro, il memoriale di Potocari dove riposano quasi novemila vittime innocenti che i Caschi Blu hanno mandato al macello. Un viaggio in cui hanno potuto conoscere e confrontarsi con i loro pari età bosniaci e farsi raccontare le trappole dell’odio etnico, le vigliaccherie del nazionalismo e le difficoltà di trovare risposte a chi addita nel “diverso” la causa di ogni male, istigando alla violenza e alla xenofobia.

Quelle stesse risposte che, grazie a questo viaggio, ora i quaranta ragazzi ferraresi sono pronti a dare anche in Italia.

Riccardo Bottazzo

L'Onu, nel momento di maggiore crudeltà della guerra che stava sbriciolando la ex Jugoslavia, dichiarò Srebrenica area sicura, e così tutti i bosniaci musulmani che vi riuscirono la raggiunsero. Ma facilitarono il lavoro dei loro carnefici. ...

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