Accendiamo la verità: 1000 candele per Stefano Cucchi

  • Mercoledì, 05 Novembre 2014 12:13 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
05 11 2014

La famiglia di Stefano Cucchi e Acad (l'Associazione contro gli abusi in divisa), promuovono per sabato 8 novembre alle ore 18,30 a Piazza Indipendenza una manifestazione pubblica davanti al Consiglio superiore della magistratura.

Stefano è stato ucciso ancora e ancora.

Le sentenze che si sono succedute raccontano più di ogni altra cosa lo stato della democrazia e della giustizia nel nostro paese.

Non servono troppe parole per raccontare quello che accade ogni giorno nelle carceri, nelle celle di sicurezza dei tribunali, nelle caserme e nelle strade. La lista delle persone uccise dagli abusi di potere è già troppo lunga, è già insopportabile. Insopportabile come l'impunità che copre, istiga, assolve gli autori di quelle violenze.

Sappiamo che in tante e tanti riteniamo inaccettabile questa impunità, non vediamo giustizia in uno Stato che si assolve tra i commenti beffardi di alcuni suoi rappresentati che insultano Stefano dicendo che è colpa sua, per il suo stile di vita sbagliato. Stefano è stato ucciso dalle botte subite mentre era detenuto, dai medici che non lo hanno aiutato, dai depistaggi per coprire i colpevoli.

C'è bisogno di luce per illuminare quei luoghi bui dove ogni giorno si umiliano le esistenze e si calpesta la democrazia. E dobbiamo accenderla tutti e tutte insieme.

Per questo lanciamo l'idea di "1000 candele per Stefano Cucchi" per "Accendere la Verità" davanti al Consiglio Superiore della Magistratura in Piazza Indipendenza Sabato 8 Novembre alle ore 18.30 a Roma.

Contro le bugie, contro l'impunità, contro la tortura.

Perchè non accada mai più.

Promuovono: famiglia Cucchi e ACAD [Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus]

per adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Hanno ri-ucciso Stefano, Stefano è vivo

  • Martedì, 04 Novembre 2014 10:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
04 11 2014

"Se il fatto non sussiste, se l'imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un'altra ragione il giudice pronuncia sentenza di assoluzione indicandone la causa nel dispositivo".

Recita così il primo comma dell'art. 530 del c p, e in base a questo articolo è stata emessa la sentenza da parte della Corte d'Appello di Roma che assolve l primario del reparto detenuti del Pertini di Roma Aldo Fierro, i medici ,gli infermieri,gli agenti di polizia penitenziaria che erano coinvolti nella morte di Stefano Cucchi.

"Erano coinvolti",adesso sono assolti perché non c'erano prove,come che quel povero corpo martoriato, quel viso scavato di dolore , quegli occhi vuoti di vita non fossero una prova, come che la morte di una persona detenuta, che in pochi giorni appassisce come un frutto, sia un caso, un tragico caso del destino,e rimbombano le orribili parole di Gianni Tonelli,segretario del sindacato di polizia Sap sulla sentenza "Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie" e svelano come la vita di un giovane detenuto valga di meno rispetto alla dissolutezza della propria vita, perché ci sono vite che meritano e che, evidentemente, non meritano di essere considerate. Come che chi sbaglia nella via, chi commette un crimine di qualsiasi entità, una volta detenuto smetta di essere uomo o donna,smetta di essere un soggetto di diritto, resti sospeso in un limbo in cui se va bene si troverà in cella in condizioni umane,altrimenti dovrà dividere pochi metri con tre , quattro compagni di detenzione, mangerà e cagherà e penserà e dormirà in un luogo comune, lo scandalo delle carceri italiane è mondiale,l'Europa ne chiede conto da anni, che intervenga l'Europa dei diritti e non solo quella delle banche e della finanza,che sveli la vergogna di un paese che non riesce a uscire da un codice fascista, lo sanno in Europa che esiste, nel sistema giudiziario italiano, la base fascista del codice Rocco e che, nonostante le modifiche che ha subito negli anni è sostanzialmente in vigore?

Nonostante le esperienze delle commissioni ministeriali Pagliaro e Grosso, del 1988 e 2001, nonostante l'esigenza di un codice moderno e nonostante si dica che dal 1989 è in vigore il nuovo codice di procedura penale la situazione carceraria non è cambiata?

Una società civile deve occuparsi di temi importanti come questo,non possiamo immaginare che casi eclatanti come quello di Stefano Cucchi odi Beppe Uva, per citarne solo due, sollevino scandalo per poi tornare alla"normalità". La normalità, in una paese democratico, riguarda l rispetto dei diritti di tutti i cittadini, detenuti compresi, la normalità, in un paese democratico e civile, riguarda una giustizia giusta, processi seri, eliminazione dell'abuso della detenzione preventiva, un paese democratico deve condannare il reato di tortura, non fingere che la tortura non esista.

Fino a quando smetteremo di occuparci di questi temi ci sarà sempre uno Stefano Cucchi da torturare, e se muore era solo colpa sua, era un drogato e quindi peggio per lui.

Il Fatto Quotidiano
02 11 2014

di Furio Colombo

È una situazione da fiaba malefica, quella che ti trovi di fronte con il caso Cucchi. E non ha niente a che fare con il diritto e la procedura penale. Dunque: c’è un corpo martoriato di botte, lesioni, denutrizione, abbandono, complicazioni curabili ma non curate, e questo Cucchi muore per tutte queste ragioni, da solo. Ma non nel senso della solitudine, che è sempre una brutta cosa. E noi sappiamo che non può essere morto di sua iniziativa perché uno non può picchiarsi da solo, non può essere morto per denutrizione (e relative conseguenze fisiche) perché è sempre stato ospite di istituzioni (polizia di Stato, polizia carceraria, ospedale) e non può essere morto per mancanza di cure perché intorno al suo caso si alternavano ben sette medici in una rispettabile Azienda ospedaliera italiana. 

Adesso una sentenza d’appello, che segue una sentenza di parziale condanna, decide le seguenti tre cose: primo: Cucchi è certamente morto nelle tragiche circostanze descritte. Secondo, Cucchi è stato certamente ospite detenuto di diverse strutture pubbliche. Terzo, Cucchi è morto nelle condizioni fisiche descritte (dunque non suicida ma per grave e indotto deterioramento fisico) mentre era scortato e “assistito”. Però non ci sono colpevoli. Per esempio, non uno dei medici, che erano tutti sul luogo della sua morte e responsabili del suo corpo da vivo, lo hanno visto passare da vivo a morto senza avere la minima nozione dell’evento e del che fare.

Il vento gelido della morgue per pestaggio, poi per abbandono, poi per celebrazione, ultimo scandalo (sentiamo dire: “vedete? Accuse ingiuste! Siamo tutti innocenti!” frase che implica: “Adesso chiedeteci scusa”) si sente in queste ore in Italia.
Una cosa capisci, o almeno intravedi: l’abbandono crudele e totale che ha provato, morendo, Cucchi. E ti rendi conto che non una sola voce politica (ovvero a nome e in rappresentanza dei cittadini) si sente in giro, né dal “partido blanco” né dal “partido colorado” (federati insieme, dicono, causa “riforme”) per dire che l’indignazione, ma anche lo stupore, non è sul diritto della sentenza, ma sul fatto, che si spiega solo con un rito voodoo contro il povero Cucchi.

Qui mi tocca ricordare, come spesso in questi casi, che i diritti umani e civili non sono apprezzati dagli apparati politici italiani di tutti i tipi, tranne quegli strani personaggi del partito Radicale e delle sue associazioni, che in questi giorni sono riuniti a congresso e di Cucchi parlano. Come parlano, da soli, dei campi di prigionia e di abbandono degli immigrati o delle carceri. Ma del loro congresso, opportunamente, per non scomporre la grande armonia, non parla nessuno.

È giusto ricordare gli immigrati accanto a Cucchi. Restiamo nella categoria dei deboli, che sta diventando gran moda mettere subito e disinvoltamente sotto i piedi. Gli immigrati, infatti, se li soccorrete costano troppo (e nessuno nelle istituzioni ha speso una parola per il lavoro solitario della Marina italiana, che ne ha salvati a decine di migliaia in pochi mesi), se arrivano vivi portano tubercolosi, nella mite visione della Lega Nord. E possono essere infetti da Ebola, nella più vigorosa descrizione di Grillo, che moralmente si è messo sul piano di Salvini, ma scientificamente è più informato.

Ricordiamoci però che, proprio mentre stavo scrivendo e mentre voi state leggendo, è stato posto fine all’unico impegno internazionale davvero di pace che ha onorato l’Italia in molti anni: l’operazione “Mare Nostrum”. Non ho visto invadere l’emiciclo di almeno una delle Camere da deputati o senatori decisi a denunciare che si è trattato di un delitto. All’operazione italiana di vasto soccorso a persone morenti, tra cui molti bambini e molte mamme, è infatti subentrata una molto più economica operazione di sorveglianza delle coste con bandiera europea, con un modesto finanziamento che consente di fare la guardia alle coste ma non di salvare.C’è un documento rigorosamente narrato e scrupolosamente provato su come l’Italia tratta chi soppravvive al deserto e al mare credendo di trovare rifugio nel nostro Paese. È un libretto di Donatella Di Cesare, ‘Crimini contro l’ospitalità’ (Il Melangolo). L’autrice è docente di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma. Ma in questo testo esemplare è implacabile investigatrice e cronista di uno dei più malfamati “centri di identificazione e di espulsione” che il crollo della nostra cultura ha costruito come un bunker di massima sicurezza guardato da mezzi militari blindati, in località Ponte Galeria, periferia di Roma. È importante leggerlo per capire come è stata devastata la cultura italiana in alcuni suoi aspetti che il mondo riteneva tipici, e che persino l’ultimo conflitto aveva confermato: accoglienza, tolleranza e un aiuto, almeno un aiuto, ai più deboli.
Ecco spiegate le botte violente, ingiuste, inspiegabili con cui sono stati accolti a un ministero di Roma gli operai di Terni in cerca di solidarietà e di salvezza per il loro lavoro. Tutti sappiamo che i poliziotti non picchiano per gusto. Ma nessuno (certo non Alfano) ha confessato da dove è venuto un ordine così incivile.

E come non provare disorientamento di fronte a sindacati di polizia che, invece di difendere (come merita) l’onore della divisa, si schierano con chi picchia, come se fosse un gesto volontario dei poliziotti, e non una strategia imposta dall’alto e da altri, per ragioni che noi (e gli agenti di polizia) non sappiamo. È una brutta epidemia dei periodi peggiori, la caccia ai deboli. Come dimostrano gli eventi, questo è il contagio che dobbiamo temere di più.

Lo spirito di corpo e la tortura

Ingiustizia è fatta. Nessun colpevole, dunque tutti innocenti. Nessun colpevole dunque tutti colpevoli. Nel processo per la morte di Stefano Cucchi ha vinto lo spirito di corpo, quello stesso spirito di corpo che da 25 anni impedisce al nostro Paese di introdurre il crimine di tortura nel codice penale.
Patrizio Gonnella, Il Manifesto ...

Cucchi, la colpa delle istituzioni

  • Sabato, 01 Novembre 2014 09:36 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
AcadLuigi Manconi-Valentina Calderone, Il Manifesto
31 ottobre 2014

Una cosa, la sap­piamo e non dob­biamo mai dimen­ti­carla. Già la sen­tenza di primo grado ha dovuto rico­no­scerlo e quella di appello non ha potuto negarlo, se pure fosse stata que­sta l'intenzione. Il dato ine­qui­vo­ca­bile è che Ste­fano Cuc­chi ha subito vio­lenze dopo l'arresto.

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