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Corriere della Sera
03 12 2014

Con Triangle che incrocia il racconto dell'incendio a New York nel 1911 in cui morirono 146 operaie tessili e il crollo del maglificio fantasma di Barletta del 2011 che lasciò sotto le macerie quattro lavoratrici più la figlia quattordicenne del proprietario la regista ha vinto il Premio Cipputi al TFF32

di Stefania Ulivi

«In `Triangle´ ci interessa lo sguardo dell’autrice Costanza Quatriglio. Qualsiasi cosa Costanza abbia fatto è stata degna di nota. In questo caso prende di petto la questione delle morti sul lavoro, due stragi: una del 1911 e una del 2011, una a New York e una a Barletta, entrambe in un maglificio, entrambe con vittime delle donne spesso giovanissime». Sarà stato contento Paolo Virzì – che come guest director del 32esimo Torino Film Festival l’aveva scelto per la sua sezione Diritti & Rovesci – di sapere che Triangle di Costanza Quatriglio sabato scorso ha vinto il Premio Cipputi. Meritatissimo. La regista di Terramatta ha intrecciato il racconto della tragedia del 25 marzo 1911 – l’incendio alla Triangle di New York, all’ottavo piano del grattacielo tra Washington Place e Greene Street, dove morirono 146 lavoratrici tessili, in gran parte immigrate (almeno 39 erano italiane) – con un’altra strage sul lavoro, quella di Barletta, cento anni dopo, in cui sotto le macerie di un maglificio fantasma finirono quattro lavoratrici più la figlia, quattordicene, del proprietario. La giuria (Francesco Tullio Altan, Antonietta De Lillo e Carlo Freccero) l’ha premiata «per la sua capacità di intrecciare in maniera non rituale, storie che si legano in un filo che danno continuità alla memoria del tempo. Il tutto con un’idea forte di regia, attraverso la storia di un personaggio “unico”. Un documentario che dimostra quanto ci sia bisogno di immagini che facciano riflettere lo spettatore».

Come quelle di repertorio vecchie di un secolo di quell’incendio alla Triangle Waist Company preso a simbolo per l’8 marzo che Costanza riesce a rendere attuali e cariche di emozioni con le voci delle sopravvissute di allora che richiamano la voce di Mariella Fasanella, l’unica che dal crollo di Barletta è uscita viva. Ci lavoravano in 500 in quel laboratorio di New York, tutte ra 15 e i 25 anni. Sessanta ore di lavoro settimanale, paghe ridotte all’osso, condizioni al limite dell’incredibile. Morirono perché i portoni erano chiusi a chiave perché a ogni fine turno venivano perquisite una ad una dai sorveglianti per essere certi che non si portassero a casa pezzi di stoffa, pizzi, rocchetti. A Barletta sono morte perché non avrebbero neanche entrarci in quella palazzina pericolante.

«In Triangle ho cercato di mostrare come la condizione operaia oggi sia la stessa di quando c’era la fabbrica, anche nel rapporto con la macchina. Nel 2011 a Barletta a crollare non è stata solo una palazzina ma una intera civiltà. Qui post-globalizzazione è sinonimo delle rovine sotto cui hanno perso la vita tanti nuovi schiavi. Il 1911 era tutto una promessa, una novità: le città industriali, le fabbriche, luoghi in cui si costruivano nuovi equilibri. C’erano promesse, qualcosa da mantenere, ma anche premesse: il Novecento è stato il secolo dell’acquisizione dei propri diritti, delle lotte, del conflitto, dell’identificazione della controparte. Adesso tutto questo non c’è più, manca la possibilità di conflitto, il senso schiavitù è inglobato nella solitudine, nel vuoto».

È sola con il ricordo delle amiche Mariella e sola anche con la sua passione per il lavoro ben fatto, con la sua capacità e la passione che non trovano sbocco. Un lavoro non ce l’ha più anche se, da come parla, si capisce che è brava. Sembra una di quelle operaie che il giovane Virzì conobbe in fabbrica. «Quando ero al ginnasio ho lavorato in una fabbrica tessile di Livorno. Le operaie erano tutte donne che avevano l’orgoglio di saper fare bene qualcosa e fra loro mi sentivo imbranato. Io ero un ragazzino bischero che si sentiva parte della classe operaia», ha raccontato. Si resta incantati a sentire Mariella che spiega come far lavorare meglio la macchina con cui, racconta, ogni operaia instaura un rapporto unico. E’ un sapere che custodisce e illustra con orgoglio, più importante ai suoi occhi delle denunce contro il lavoro nero, il lavoro a cottimo vanamente vietato dal codice civile. Zero tutele sindacali, come un secolo fa dall’altra parte dell’oceano. Con l’aggravante, allora come oggi, della debolezza della mano d’opera femminile. Ancor meno tutelata, più ricattabile. E, dunque, più esposta.

Mariella alla fine del doc dice: «Se eravamo in regola era uguale». «Cioé il palazzo sarebbe crollato lo stesso» traduce Quatriglio. «Quello che lei dice è che è un sistema, la civiltà del lavoro, ad essere crollato, ad aver fallito. Ho dovuto rinunciare a tutte le mie certezze e alla mia lezione di diritto e ripensare le categorie attaverso cui leggere questo film e la sua idea stessa».

Ha ragione Costanza, e ha ragione pure Mariella. E’ il momento di ripensare onestamente a cosa parliamo quando parliamo di diritti. E anche di rovesci.

Sono loro i quattro personaggi del Triptyque du naufrage, trilogia della drammaturga Lina Prosa che ha portato a Parigi lo scandalo dei naufragi nel Mediterraneo e l'ipocrisia dell'accoglienza. ...
Ma da quel venerdì è cambiato qualcosa: "Temo che quando vorrò di nuovo sentirmi libero di baciare per strada sarò condizionato dal ricordo". In quel pugno c'era un messaggio, diceva a Claudio "la strada non è tua, devi nasconderti". ...
Proveremo a essere leggeri, scrivendo di questo Libro infame di Gianluca Nicoletti, soprattutto perché l'autore, ci vien spiegato in questo originalissimo memoir, ama la pratica del sollevamento delle femmine. ...

Clara, Barbara e la lotta contro le discriminazioni nel 1800

  • Lunedì, 16 Settembre 2013 06:19 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
16 09 2013


di Giovanni Ziccardi *

Clara Shortridge Foltz voleva fare l’avvocato. Lo desiderava con tutte le forze. Già figlia di un avvocato, ambiva a diventarlo anche lei, sin da bambina, mossa da una vera e propria passione per la giustizia. C’era, però, un problema non da poco: viveva in California nel 1870, e le donne, allora, non potevano esercitare la professione legale. Non solo: non c’erano facoltà di giurisprudenza dove studiare il diritto, gli studi legali non assumevano praticanti femmine e i giudici non accettavano assistenti con la gonna. In conclusione: o se ne stava buona buona a casa ad accudire i cinque figli o, al massimo, per i pregiudizi del tempo, avrebbe potuto fare la maestra.

Barbara Babcock, dal canto suo, voleva fare la professoressa di diritto. E a quasi cent’anni di distanza dalle vicende che occorsero a Clara, fu la prima donna a riuscire a entrare come professore di ruolo nell’organico della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Stanford: rimase l’unica per cinque anni. Se Clara è passata alla storia come il primo avvocato donna della California, Barbara è diventata la sua più appassionata biografa: ha dedicato gli ultimi 25 anni di attività di ricerca a celebrare, e a tenere viva, l’avventura di quella incredibile donna con un libro recente, Woman Lawyer, e con saggi, articoli e considerazioni sul tema.

Il filo che lega queste due donne, e la loro lotta contro le discriminazioni, aprono il campo a riflessioni di grande attualità.
La storia (e le battaglie)
Clara Shortridge Foltz, la “Porzia del Pacifico”, è stata la prima donna ammessa ad esercitare come avvocato in California. Ha vissuto dal 1849 al 1934 e, nonostante fosse molto conosciuta nella sua epoca, è stata pian piano dimenticata sino a quando un’altra giurista, Barbara Babcock, non ha deciso, sin dall’inizio degli anni Ottanta, di riproporla quale esempio per le nuove generazioni e di celebrare le attività di una avvocatessa che è stata protagonista di tante battaglie.

    Nel 1878, in tutti gli Stati Uniti d’America, meno di cinquanta donne esercitavano la professione di avvocato. Ma c’è di più: le donne non avevano diritto di voto e in California, dove viveva Clara, la legge permetteva solamente ai cittadini bianchi maschi (“white male”) di fare domanda per diventare avvocati, e di sostenere il relativo esame.

La ragazza aveva, allora, 29 anni: madre di cinque figli, era stata abbandonata dal marito. Non si perse d’animo e iniziò, come prima cosa, un’azione di lobbying feroce e insistente per far cambiare la legge. La legge doveva mutare. Doveva stabilire per chiunque la possibilità di fare l’avvocato in California, e non solo per “i maschi”. Clara girò la California gridando che quel “white male” della legge doveva diventare, subito, “person”. E, incredibile ma vero, in meno di un anno di attivismo riuscì nell’obiettivo, anche se per un soffio di voti, e incassò la sua prima, grande vittoria: era riuscita a scardinare le modalità discriminatorie di accesso a una professione, quella legale, che, per tradizione, era riservata al solo genere maschile.

La prima vittoria le aprì la strada, e le diede la forza, per la seconda: il diventare avvocato, il guadagnarsi da vivere facendo l’avvocato e il combattere da avvocato per i diritti dei più deboli e delle donne e per portare a una riforma del processo penale. Anche in questo secondo viaggio, Clara non ebbe vita facile, e la ricerca di Barbara Babcock per ricostruire quegli anni è stata molto problematica: gran parte del materiale che riguarda Clara è andato disperso. Il motivo è semplice: in quei tempi le biblioteche raramente custodivano lettere, appunti e fotografie di donne. Vi era spesso una sorta di “selezione” del materiale da archiviare in base al genere. Non erano solo le biblioteche che operavano in tal modo, ma anche gli stessi nuclei familiari che raramente custodivano ricordi o documenti di figlie o sorelle. Barbara si è dovuta affidare alle fonti pubbliche e ai ricordi, ed è riuscita comunque a disegnare la figura di una donna dinamica e coraggiosa, desiderosa di fare dell’avvocatura la sua professione, sempre attenta ai diritti degli indigenti.
Una lettera, recuperata dalla studiosa, è significativa: a un certo punto Clara inviò una missiva a uno studio legale di San Jose per fare pratica. La classica lettera che un giovane invia a uno studio domandando di poter iniziare a collaborare. L’avvocato Francis Spencer, il destinatario, le rispose facendole notare come la sua richiesta fosse non solo “ridicola”, ma come il posto giusto per una donna fosse a casa a meno che non volesse diventare un insegnante. E, in tal caso, si diceva disponibile a “raccomandarla” per trovare una buona scuola, viste le sue indubbie capacità.

    I numerosi “no” da parte di studi legali importanti non la scoraggiarono, e decise comunque di frequentare il ben più modesto studio del padre (e del suo socio) per cercare di apprendere il più possibile. Nel frattempo, la sua mamma si impegnava per aiutarla economicamente mentre lei inseguiva il suo sogno.
L’ambiente legale attorno a lei non facilitò di certo i suoi successi, anzi. Nelle simulazioni di casi, e nei dibattiti pubblici, che gli aspiranti avvocati organizzavano, le donne non erano invitate o, se presenti, erano malviste. Quando Clara, nel settembre del 1878, si presentò davanti alla commissione d’esame per diventare avvocato, fu interrogata per tre ore e riuscì a farsi promuovere approfittando anche della sicurezza oratoria che aveva acquisito e sviluppato negli anni di attivismo precedenti.
    Era diventata avvocato. Aveva aperto una porta che, sino a quel momento, era stata chiusa per le donne californiane.
Ma le battaglie di Clara non erano finite. Nel 1879 era stato inaugurato a San Francisco l’Hastings College of Law, la prima scuola di diritto in California e dell’Ovest, e anche in quel caso la domanda di Clara causò disagi e discriminazioni. Esclusa dal college perché donna, dovette ricorrere alla Corte Suprema della California per far disporre l’ammissione femminile alla struttura. Fu, però, una vittoria di Pirro: a causa delle sue condizioni economiche e famigliari, e della durata della vertenza, non si potè permettere la frequenza e dovette continuare a lavorare.

Il lavoro: come prevedibile, Clara non ebbe vita facile neppure nei suoi numerosi processi. Era spesso derisa e discriminata in aula, in un ambiente legale che era esclusivamente maschile negli atteggiamenti, nei discorsi, nei toni, negli argomenti, nelle battute.

La donna non poteva essere una protagonista del sistema processuale, ma solo una cliente o una spettatrice, e Barbara Babcock nota come le due grandi battaglie di Clara, quella per il diritto delle donna a votare e quella per il diritto delle donne a essere avvocati, si basarono sull’opposizione a due pregiudizi del tempo molto simili. La donna non doveva votare perché avrebbe sicuramente “abusato” del sistema elettorale votando il politico più affascinante. La donna non doveva essere ascoltata nei tribunali come avvocato perché avrebbe sicuramente sedotto le giurie maschili portandole ad assolvere il colpevole o a dare ragione a chi non se lo meritava. E se le donne fossero state nominate giurate (ma non era possibile, allora, in quanto la figura del giurato presupponeva il diritto di voto, che le donne ancora non avevano) sarebbe stato anche quello un guaio, dal momento che le donne avrebbero sicuramente dato ragione all’avvocato più carino.
Clara ebbe la fortuna di vivere abbastanza per vedere pian piano realizzate le sue battaglie contro questi ottusi e volgari pregiudizi, e osservarli cadere. Nel 1878 diventò avvocato, nel 1879 le donne furono ammesse come avvocati davanti alla Corte Suprema, nel 1912 potè votare in California e, infine, nel 1920 vide l’approvazione del suffragio universale.
 
Le riflessioni
Mi sono imbattuto nella storia di Clara quasi per caso, il mese scorso. Ero al Max Planck di Friburgo per un periodo di ricerca sui temi a me cari, soprattutto la criminalità informatica, e sfogliando l’annata 2013 della Stanford Law Review alla ricerca di studi interessanti sui miei argomenti, ho notato questa breve recensione del libro di Barbara Babcock a opera del giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, la seconda donna nella storia a rivestire questo ruolo dopo Sandra Day O’Connor.
Non ho letto il libro, che è in arrivo dagli Stati Uniti, e la ricostruzione dei fatti che ho riportato poco sopra riprende la rigorosa recensione di Ruth Bader Ginsburg, ma i precisi cenni biografici “di seconda mano” contenuti nell’articolo e i brevi stralci riportati su quelle pagine mi hanno suggerito alcuni spunti di riflessione che condivido volentieri.
    In primis, mi ha affascinato la forza di questa “vocazione” per il diritto, questo voler fare l’avvocato nonostante la legge stessa lo impedisse e, quindi, cercare di cambiare la legge per raggiungere un obiettivo nobile.
Non è una novità, lo so, che un giovane abbia il sogno di fare l’avvocato. Lo sento ribadire quotidianamente nelle frasi di molti miei studenti. Che sia per difendere i deboli e per sanare le ingiustizie, per avere “il titolo” o perché essere avvocato “serve sempre”, per diventare ricchi e famosi o per emulare gli avvocati dei VIP che si vedono in televisione, le motivazioni possono essere le più varie.
Quando io frequentai la facoltà di giurisprudenza, alla fine degli anni Ottanta, ci fu il boom di iscrizioni e molti miei compagni di studi volevano diventare magistrati semplicemente per emulare i giudici di Mani Pulite. Questa di Clara, però, era una vocazione diversa, “pura” e ricca di ostacoli apparentemente insormontabili. Soprattutto, si batteva contro il fattore più grave, la discriminazione per legge. Voleva fare l’avvocato, ma la passione non bastava. Non era sufficiente studiare, imparare, sudare, lavorare ventisette ore al giorno. Era la legge stessa che non lo permetteva. E allora non restava che scardinare il sistema combattendo prima la legge che discriminava e, una volta che il campo fosse stato aperto, facendo vedere il proprio valore. Per Clara diventare avvocato significava cambiare la legge, sostenere l’esame, cercare qualcuno che le insegnasse il mestiere e operare sempre e comunque in salita. Ma fare l’avvocato le avrebbe permesso di far valere quei diritti per i quali combatteva sin da ragazzina.

Molto interessante, poi, è l’idea che Clara portava avanti del Public Defender, ossia del fatto che a tutti, anche alle persone più indigenti, debba sempre essere garantita una difesa che sia allo stesso livello dell’accusa e dei mezzi dell’accusa. Un diritto anche per i più deboli e i più poveri a essere sempre rappresentati da bravi professionisti. Clara, scrive la sua biografa, “recuperava” molti clienti che non si potevano permettere di pagare le “tariffe maschili”, e forniva loro il miglior servizio possibile con tutte le sue energie. Nel 1913 la città di Los Angeles fu la prima a istituire il Public Defender Office, istituto basato sulle idee di Clara.

    Infine: Clara voleva fare l’avvocato anche per garantire un reddito e un tenore di vita decoroso alla sua famiglia. Voleva, insomma, poter vivere soltanto con i proventi della professione: la dignità di una libera professione correlata alla dignità della vita.
E anche questo aspetto non può non far pensare alla situazione attuale di molti giovani avvocati, soprattutto nella fascia d’età dai 30 ai 40 anni, che stanno vivendo, o hanno vissuto, la crisi economica e l’ombra del fallimento e si sono visti costretti a chiudere l’attività o a cambiare completamente lavoro rinunciando forse, in alcuni casi, a quella “vocazione” e a quell’amore incondizionato per il diritto e per la giustizia che, anche se non forti come quelli di Clara e, soprattutto, sempre più rari, sono uno degli aspetti più nobili dell’avvocatura.

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