No Triv. Le nostre vite e i loro profitti

  • Mercoledì, 16 Settembre 2015 07:29 ,
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Comune - info
16 09 2015

Venerdì 11 settembre, si è svolta a Roma l’assemblea della Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali in cui si è affrontato il tema delle trivellazioni: le regioni hanno convenuto all’unanimità sulla necessità di deliberare per i referendum abrogativi dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo del 2012 e degli articoli 37 e 38 della legge Sblocca Italia. In questo modo si bloccherebbero tutte le concessioni date, a partire dal 2010, entro le 12 miglia marine (art. 35) e si annullerebbero gli effetti dirompenti delle concessioni per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi e del gas naturale e delle opere ad esse connesse. Di certo, la richiesta di deliberare inviata dal Coordinamento No Triv Nazionale – sottoscritta da più di 200 tra associazioni e movimenti territoriali e cento personalità di rilievo -, è stata una spinta per raggiungere quel traguardo.

Si seguito, l’appello per la manifestazione (confermata) dei No Triv di venerdì 18 settembre a Bari (ore 10, Fire del Levante). Qui l’evento facebook.

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Con il decreto “Sblocca Italia” e le nuove concessioni per le ricerche di idrocarburi, il governo Renzi sta lanciando un’offensiva terrificante contro i nostri territori: li sta trasformando in un terreno di conquista privo di qualsiasi regola per le multinazionali del petrolio, pronte a distruggere l’ambiente, rovinare la nostra salute e calpestare i nostri diritti in nome dei propri profitti.

La Puglia ad oggi è una delle regioni nel mirino dei petrolieri. Ben 9, infatti, dei 12 permessi di ricerca iscritti in Gazzetta Ufficiale e rilasciati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare riguardano le nostre coste, dell’Adriatico e dello Ionio.

La retorica, ormai stantia, è sempre la stessa: il petrolio porta ricchezza. Eppure, la distruzione della Basilicata, un territorio ricco di natura e storia, ad opera dei petrolieri, dovrebbe dimostrare più di tante chiacchiere quali siano i veri effetti delle trivellazioni.

Non vogliamo però affatto essere un movimento No Triv “non nel mio giardino”. È la ragione per cui, come Coordinamento No Triv – Terra di Bari, convochiamo una manifestazione interregionale il 18 settembre 2015, giorno in cui, presso la Fiera del Levante, si terrà un incontro tra i Presidenti di Regione proprio sul tema delle trivellazioni.

Chiediamo un impegno da parte dei consigli regionali – ne sono sufficienti cinque – nell’adozione di una delibera volta a indire un referendum popolare per:

– l’abolizione dell’art. 35 del Decreto Sviluppo, che riguarda i procedimenti in mare entro le 12 miglia, potrebbe bloccare ben 50 nuove concessioni, tra cui le più recenti pugliesi;

– l’abolizione degli artt. 37 e 38 dello Sblocca Italia, che oggi consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e che venga chiarito il “piano delle aree”, come previsto dalle leggi vigenti, e senza che si applichi la Valutazione Ambientale Strategica. L’abolizione dei suddetti articoli, inoltre, restituirebbe alle Regioni la competenza sulla Valutazione di Impatto Ambientale, mettendo fine ad un ignobile commissariamento da parte del Ministero dell’Ambiente, volto a facilitare le multinazionali del petrolio.

Vogliamo che sia una manifestazione aperta, partecipata e costruita dal basso, che non cerchi sterili tavoli, ma ribadisca alle istituzioni regionali che è necessario agire velocemente. Le dichiarazioni cui non seguono azioni concrete resteranno per noi inutili chiacchiere da campagna elettorale.

Ribadiamo con profonda convinzione che le nostre vite valgono più dei loro profitti.

Migranti-CooperazioneUna buona integrazione può far bene allo sviluppo in molti Paesi europei. Gli immigrati, e spesso anche i loro discendenti, risultano sovrarappresentati in pressoché tutte le categorie svantaggiate: dai drop out scolastici ai disoccupati, dai poveri ai soggetti a rischio di esclusione sociale. Ciò ne fa, per un verso, testimoni viventi di quanto non ha funzionato nelle politiche per l'inclusione sociale e l'empowerment individuale, decretando il sostanziale fallimento dell'ambizione storica delle democrazie europee: quella di costruire società fondate sull'uguaglianza.
Laura Zanfrini, Avvenire ...

I contadini non vogliono il T-tip

  • Lunedì, 20 Aprile 2015 08:23 ,
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Comune - info
20 04 2015

Via Campesina

La Via Campesina Internazionale ha definito il 17 aprile ‘Giornata Internazionale delle Lotte Contadine’, per rendere visibile e denunciare la criminalizzazione delle proteste, le persecuzioni e la violenza che i contadini devono affrontare quotidianamente a causa dell’instaurazione del modello neoliberista e dell’agrobusiness nelle campagne. Per il Movimento Contadino internazionale è urgente facilitare l’approvazione della Dichiarazione dell’Onu sui Diritti dei Contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali, come strumento di lotta per garantire una vita dignitosa nelle campagne.

Questo 17 aprile 2015, la Via Campesina Internazionale centrerà la sua mobilitazione sugli impatti delle Imprese Transnazionali e dei Trattati di Libero Commercio rispetto all’Agricoltura Contadina e alla Sovranità Nazionale. Per questo, nella Giornata di Azione Globale vi invitiamo a rafforzare la lotta sociale e l’organizzazione dei popoli in tutto il mondo per rivendicare la terra e la riforma agraria, così come il diritto ancestrale alla terra e ai territori, come condizioni indispensabili per l’Agricoltura Contadina e la Sovranità Alimentare dei Popoli.

Dal 1996 – in memoria del massacro di 19 contadini senza terra del Brasile – nel movimento contadino internazionale cresce e si consolida la giornata di azione e mobilitazione globale, rafforzando solidarietà e resistenza, così come approfondendo l’alleanza tra campo e città a favore di un progetto di società basata sulla giustizia sociale e la dignità dei popoli.


Noi contadine e contadini, indigeni, afrodiscendenti, senza terra lottiamo per un modello di Agricoltura Contadina e sovrana per la quale i Trattati di Libero Commercio (T-tip) costituiscono in realtà trattati di libera spoliazione, espulsione e scomparsa dei contadini, poiché si basano su un’agricoltura capitalista, industriale, sussidiata e altamente tossica che si negozia sotto l’influenza e gli interessi di poche transnazionali.

Per la Via Campesina le politiche di apertura e i processi di deregolamentazione favoriscono solo le transnazionali, visto che i Trattati e Accordi Commerciali che siano multilaterali o bilaterali tendono fondamentalmente a proteggere le imprese straniere stabilendo un insieme di condizioni, misure e regole per assicurare la piena protezione degli investimenti delle imprese straniere, mentre questa liberalizzazione del mercato produce gravi impatti economici e sociali sui contadini tanto del nord come del sud. Con i TLC i diritti commerciali sovrastano tutti gli altri diritti.

Per esemplificare, attualmente, si discutono gli Accordi di Libero Commercio e Liberalizzazione degli Investimenti tra Ue, Usa e Canada, che sarebbero i più importanti accordi mai firmati. Questi avranno un impatto globale e determineranno nuove norme in favore delle transnazionali. E queste forniranno gli strumenti per manipolare tutti i regolamenti, le norme e le politiche pubbliche per accrescere i propri benefici: il meccanismo di Risoluzione dei Conflitti tra Investitori e Stati (RCIE/ISDR) e il Consiglio di Cooperazione Regolativo. Pertanto, gli Stati, le regioni e le comunità perderanno il loro potere di proteggere i cittadini e il loro ambiente.


In questo contesto, denunciamo l’ “arbitrato”, meccanismo che usano queste imprese transnazionali, che è costituito da una sorte di globalizzazione, transnazionalizzazione e privatizzazione del sistema giuridico, nel quale le imprese private dettano le norme, come strategia per rendere più deboli gli stati e la sovranità nazionale. Nel caso della tristemente celebre Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO) che tenta di reinventarsi per non perdere di significato, quest’anno porta avanti una nuova offensiva contro i sistemi nazionali di produzione, distribuzione e stoccaggio degli alimenti, cercando di indebolire i sistemi pubblici di protezione nei confronti del popolo.

In questa Giornata di Azione Globale, la Via Campesina invita le proprie organizzazioni, alleati e amici a realizzare una serie di azioni nei vari paesi e territori con il fine di rafforzare questa lotta globale. Queste attività possono essere mobilitazioni, occupazioni di terre, scambio di semi, mercati della sovranità alimentare, dibattiti, eventi culturali, ecc.

Vi chiediamo di registrare queste azioni inviando informazioni perché possiamo renderle visibile questa grande giornata mondiale di lotta (mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) Pubblicheremo una mappa delle azioni in tutto il mondo www.viacampesina.org Per condividere foto, video ecc il sito è www.tv.viacampesina.org

 

 

 

 

Guatemala, l'ennesima diga che viola i diritti umani

  • Martedì, 31 Marzo 2015 11:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Recommon
31 03 2015

di Luca Manes

La realizzazione del mega impianto idroelettrico di Santa Rita, in Guatemala, avrebbe causato la morte di sei indigeni, tra cui due bambini. Si tratta di un progetto che “genererà” crediti di carbonio poi negoziabili in base al sistema di scambio di emissioni dell’UE, finanziato da alcuni enti europei e dalla Banca Mondiale tramite il suo ramo che presta ai privati, l’International Finance Corporation (IFC), per un totale di circa 250 milioni di dollari. La diga produrrà 25 MW di energia, soprattutto per l’esportazione verso i paesi confinanti.

Le comunità indigene locali non sono mai state consultate prima dell’inizio dei lavori, che hanno causato lo spostamento forzato di migliaia di persone, come denunciano varie organizzazioni per la tutela dei diritti umani. La protesta, la cui eco è giunta anche sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian, ha assunto dimensioni nazionali. Nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione molto partecipata a Città del Guatemala, purtroppo repressa con violenza dalle forze di sicurezza.

“Al momento la nostra comunità sta rivivendo le stesse condizioni patite durante la guerra civile” ha dichiarato Maximo Ba Tiul, uno dei portavoce del Consiglio dei Popoli Tezulutlán. Ba Tiul si riferisce a quando oltre 200mila Maya sono morti o sono “scomparsi” durante il conflitto dei primi anni 1980. Al riguardo, nel 2013, l’ex presidente Efraín Ríos Montt è stato condannato con l’accusa di genocidio.

Augusto Sandino Ponce, figlio di un proprietario terriero locale che, sostengono i leader della comunità, ha lavorato come un imprenditore per la giunta di Montt durante la guerra civile, è al centro di nuove accuse di violazioni dei diritti umani. Lo scorso aprile Ponce e le sue guardie del corpo avrebbero aperto il fuoco sui partecipanti a una cerimonia maya durante la quale le famiglie chiedevano alla Madre Terra il permesso di seminare le loro coltivazioni. Un uomo del posto, Victor Juc, è stato ucciso e diversi sono rimasti feriti. Ponce sostiene di aver agito per legittima difesa.

L’incidente è avvenuto due mesi dopo che il comitato esecutivo del Clean Development Mechanism (CDM) previsto dalla la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) registrasse ufficialmente l’impianto, consentendo così che quote di carbonio legate alla diga fossero negoziate in futuro in base al sistema di scambio di emissioni previsto dall’UE.

In una lettera fatta recapitare al comitato, il Consiglio dei Popoli Tezulutlán ha denunciato una lunga serie di abusi dei diritti umani avvenuti nella regione, tra i quali rapimenti, incendi di abitazioni, attacchi da parte di uomini armati di machete e pistole e l’arresto di leader della comunità.

Il Consiglio sosteneva anche che la valutazione di impatto ambientale del progetto evidenziava come lo sbarramento avrebbe fatto sì che le terre abitate dalle comunità locali sarebbero state inondate, privandole in questo modo dell’accesso all’acqua, al cibo e ai trasporti.

La situazione in Guatemala è peggiorata ulteriormente lo scorso agosto, quando il governo ha inviato 1.500 poliziotti nelle comunità Q’eqchi di Coban, Chisec e Raxruhá con, tra gli altri, l’obiettivo di sfollare i residenti dell’area del Monte Olivo per poter avviare i lavori di costruzione della diga. I rappresentanti della comunità hanno affermato che nel corso delle operazioni sono state uccise tre persone nel villaggio di Semococh.

Forse l’episodio più sconvolgente è avvenuto il 23 agosto 2013, quando due bambini di 11 e 13 anni sono stati uccisi da un dipendente della società idroelettrica Santa Rita che stava cercando loro zio David Chen, un leader della comunità della zona di Monte Olivo. L’omicida è poi risultato essere ubriaco.

La relazione annuale dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha segnalato i fatti, implicitamente “puntando il dito” contro il progetto per quanto successo.
Val la pena rammentare che non è la prima volta che la Banca mondiale si trova coinvolta in un progetto idroelettrico in Guatemala macchiato da pesantissimi abusi dei diritti umani. Negli stessi anni in cui la dittatura militare decimava il popolo maya e annientava brutalmente ogni tentativo di resistenza, la Banca mondiale finanziava la diga Chixoy, costruita nei primi anni Ottanta sull’omonimo fiume del paese centroamericano. La sua realizzazione causò la morte di 444 indigeni maya Achi. Furono oltre tremila le persone sfollate, mentre almeno seimila famiglie si videro private delle proprie terre. Chiunque si oppose al progetto e ai piani di reinsediamento forzato venne torturato o fatto sparire.

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