La misura della felicità

Il Fatto Quotidiano
10 04 2014

Sono passati almeno 25 anni. Come tanti altri della mia generazione, giravo l’Europa con l’interrail. Scopro con entusiasmo che ancora esiste.

Avevo comprato delle guide scadenti. C’erano tantissime inesattezze. Ma la prima cosa che lessi, appena arrivato in Danimarca, mi sembrò inconfutabile. Quello danese era definito “il popolo più felice d’Europa”. Ciò che scoprii poco dopo, ovvero che fossero uno dei Paesi con il più alto tasso di suicidi, non scalfì minimamente la convinzione di trovarmi di fronte a un semplice dato di fatto.

Mi sono chiesto per anni come si potesse misurare “il tasso di felicità”. Allo stesso modo: come si misura l’infelicità? Perché – secondo uno studio di qualche anno fa dell’Università di Cambridge – l’Italia, invece, è il Paese con il più alto tasso di gente triste. Se si pensa che i parametri presi in considerazione sono prevalentemente tre (fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire), la cosa non sorprende minimamente.

Fiducia.

Speranza.

Futuro.

Avrete notato che non c’è Pil. O tagli. O risparmi.

Non passa giorno in cui non riceva una mail di richiesta di aiuto. O meglio: mi si chiede di parlare o scrivere di casi di malasanità, di cattiva gestione, di piccolo o grande malaffare nella pubblica amministrazione, nel privato. Ma la maggior parte delle richieste è legata alla mancanza di assistenza medica per persone con problemi di salute.

L’ultima di cui sono venuto a conoscenza, solo in ordine cronologico, è la richiesta inviata al Presidente della Regione Lazio Zingaretti da parte di un’associazione che si chiama Irene e si occupa di assistenza domiciliare per i malati di tumore cerebrale. Per 12 anni è stata gestita dal reparto di neuro-oncologia dell’istituto Regina Elena di Roma. Ora non più. Il motivo della sospensione di questo tipo di servizio (che si occupa di persone con malattie incurabili e degenerative) è sempre lo stesso: tagli e risparmi. Secondo la responsabile di questa onlus non sarebbe neanche la ragione vera, dato che il tipo di assistenza garantita adesso costerebbe addirittura di più.

A me, sinceramente, non interessa.

Visto che sono i famigliari delle persone coinvolte a chiedere aiuto e visibilità, vuol dire che queste persone erano in gamba e alleggerivano la vita a donne e uomini in così grande difficoltà.

Non so come si misura la felicità di un popolo. Ma l’infelicità, sicuramente, sta nel sapere che se sarai così sfortunato da avere un parente o un amico malato, te la dovrai sbrigare da solo. E un popolo felice non risparmia sulla solidarietà.

Gabriele Corsi


E 2,2 miliardi dalla stretta sulle cosiddette spese di settore, dalla difesa alla sanità passando per le pensioni. Ai quali vanno aggiunti 400 milioni dall'abbattimento dei costi della politica, partendo dalla riduzione dei consiglieri comunali e regionali (e dei loro stipendi e vitalizi) e 200 milioni dalla riforma delle province e dalla potatura degli enti pubblici. ...
Attilio Maggiulli, fondatore della "Comédie Italienne", si è lanciato volontariamente con la sua auto contro la cancellata dell'Eliseo, un gesto disperato, per protestare contro i tagli alla cultura del governo francese, di Frangois Hollande che, come altri leader europei, ha dovuto stringere la cinghia davanti alla crisi economica. ...
Il Fatto Quotidiano
11 07 2013

I 47 lavoratori del Teatro Biondo sono saliti sul tetto, hanno occupato lo Stabile e da un mese sono in assemblea permanente: non ricevono lo stipendio da aprile e non hanno idea di chi dovrà curare il cartellone del prossimo anno.

I 147 dipendenti dell’Orchestra sinfonica siciliana sono stati più originali: hanno allestito un carro funebre in piena regola e giovedì sfilano per la città per dare l’ultimo saluto alla musica sinfonica. Anche loro senza stipendio, vivono da mesi una situazione di autogestione, con un sovrintendente dimissionario da maggio.

Non è Atene, non è Grecia. Non ci sono ultimi concerti e non ci sono lacrime. È Palermo, dove la cultura non è morta, non ancora. È, al massimo, emarginata, stritolata da giochi politici imperscrutabili e abbandonata a sé stessa. La fine del Biondo, dell’orchestra sinfonica, del Brass Group è all’orizzonte: a Palermo, un tempo città animata da fiorenti iniziative culturali, la belle époque è finita da un pezzo, inghiottita insieme alle primavere degli anni ’90. Oggi quasi tutti gli enti culturali cittadini navigano in cattivissime acque.

La punta dell’iceberg è rappresentata sicuramente dal Teatro Biondo Stabile, inaugurato nel lontano 1903 e oggi finito nelle fauci della spending review di Mario Monti.
Il penultimo governo nazionale aveva varato uno strano meccanismo che prevedeva la restituzione da parte dei Teatri di alcune somme già inserite in bilancio.

Nel caso del Biondo, dovrebbero essere eliminati dalle entrate 300mila euro nel bilancio 2012 e ben 600mila in quello del 2013. Un taglio che si va a sommare ai 700mila euro venuti a mancare dopo il commissariamento della provincia, che fa parte del consiglio d’amministrazione del teatro, ma che è stata cancellata dal governo regionale di Rosario Crocetta. Con un bilancio di circa 5 milioni l’anno, tagliare 700mila euro di fondi provinciali, che si vanno a sommare ai 900mila che dovrebbero essere restituiti allo Stato, diventa praticamente impossibile. Ai 47 dipendenti del Biondo non arrivano gli stipendi da aprile. Una piccola pezza potrebbe essere messa dall’anticipazione di circa mezzo milione arrivata dal Comune, che però servirebbero al massimo a coprire un mese di stipendio, senza nessuna assicurazione per il futuro del teatro.

L’impressione è che l’empasse del Biondo sia dovuta soprattutto ai rapporti tra Crocetta e Leoluca Orlando, entrambi componenti del consiglio d’amministrazione, che però faticano ad interloquire per motivi squisitamente politici. Il direttore artistico Pietro Carriglio, inviso ad Orlando, ha già annunciato l’intenzione di voler mollare le redini prima che il suo contratto scada nel dicembre prossimo. Ad oggi, dopo i rifiuti di Emma Dante e Roberto Andò, non si ha nessuna idea di chi dovrà curare il prossimo cartellone, con quali soldi dovrà farlo e soprattutto se una programmazione al Teatro Biondo l’anno prossimo ci sarà.

Sarebbe la prima volta in 110 anni.

In bilico anche il futuro dell’orchestra sinfonica siciliana. Nata nel 1951 su input della Regione Sicilia, oggi gli orchestrali si devono adattare ai continui tagli ordinati da Palazzo d’Orleans. Il contributo di 10 milioni e 200 mila euro del 2012 è stato ridotto di un milione e mezzo: troppo poco per un ente che di soli stipendi per i147 dipendenti spende più di 9 milioni l’anno. In più dal 2012 gli orchestrali sono praticamente senza guida.

Nel 2007 il governo regionale di Totò Cuffaro aveva nominato come sovrintendente Ester Bonafede, che nel dicembre scorso è diventata assessore regionale alla Famiglia, in quota Udc, della nuova giunta Crocetta. Bonafede, però, si è dimessa soltanto lo scorso maggio e per alcuni mesi ha mantenuto la doppia poltrona, intascando il doppio stipendio: quello cospicuo da assessore e quello per nulla modesto (si parla di circa diecimila euro al mese) da sovrintendente. “In teatro però non mette piede da dicembre”, raccontano i dipendenti dell’orchestra, che adesso saranno costretti a ridursi gli stipendi per evitare di appendere gli strumenti al chiodo.

Prossimo alla chiusura anche il Brass Group, che ha subito più di tutti i pesanti tagli regionali: a fronte di un contributo di circa di un milione di euro nel 2008, oggi i fondi per il jazz a Palermo sono stati completamente azzerati.

“Mentre agli altri enti venivano tagliati fondi mediamente per il 25 per cento, al Brass la media dei tagli è stata del 65”, denuncia il presidente Ignazio Garsia, che ha anche ricevuto dal comune di Palermo una richiesta di pagamento di circa 186mila euro, per l’occupazione dello storico complesso monumentale dello Spasimo.

Cultura in agonia, quindi, ma come in tutte le storie siciliane ecco che il paradosso è dietro l’angolo. Mentre a Palermo sta andando in scena un domino di bilanci in rosso e proteste che rischia di soffocare ogni rantolo culturale, da settimane in città non si fa che parlare della candidatura a capitale europea della cultura del 2019.

“Meriteremmo di essere capitale della cultura soltanto per i monumenti che abbiamo”, gongola il sindaco Leoluca Orlando, che ha voluto fortissimamente la candidatura del capoluogo.

“Ci chiediamo come Palermo possa ambire a diventare capitale europea della Cultura, quando le massime istituzioni teatrali della città sono sull’orlo del fallimento”, denuncia invece la Cisl.

Essere scelta come capitale della cultura sgancerebbe in effetti sulla città un bel po’ di fondi e implementerebbe l’indotto turistico. Il 2019 però è lontano. E nel frattempo a Palermo, gli operatori culturali rischiano di scomparire.

Giuseppe Pipitone

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