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Zeroviolenza
30 luglio 2014

Christian Raimo, perché bisogna difendere l'esperienza del Teatro Valle Occupato (qui il punto della situazione) e cosa ci vogliono fare secondo te?

Non bisogna difendere l'esperienza del Teatro Valle, bisogna elaborarla, utilizzarla, proseguirla, farla propria, criticarla anche: bisogna insomma non prescinderne, non ignorarla.

E' finito il Valle?

  • Mercoledì, 30 Luglio 2014 08:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
30 07 2014

Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.
Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato.

Comunque vada l’esperienza del Teatro Valle occupato – per ciò che è stata in questi tre anni – è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c’è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l’entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L’incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l’occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c’è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

Il comunicato del Teatro Valle è qui. Quello del Comune di Roma è qui.

È strana questa lotta tra due teatri, no?, mi dicevo ieri – ero presente all’incontro – e sembrava veramente che le due parti fossero le persone di un dramma il cui conflitto era da un’altra parte. La scena di un conflitto politico, che per certi versi Valle e Argentina erano obbligati a combattere in un gioco delle parti, o in una specie di arena del Colossero: sembra l’ultima chance, forse una mezza vittoria per i contendenti ed è invece un po’ più di una mezza sconfitta per entrambi.
La rappresentazione, la messa in scena, di questo conflitto è lo sgombero (immediato? procrastinato? violento? dolce?). Il significato simbolico dello sgombero è la distanza tra due modi di vedere i rapporti di governo.

Sinibaldi, De Biase, Calbi e Marinelli sono persone intelligenti, e hanno dalla loro un paio di vantaggi in questa trattativa che trattativa lo è poco: conoscono il Valle, non sono dei politici caduti dal pero, e trattano per la prima volta, sono vergini. Sono persone che conoscono il teatro, hanno la stima degli occupanti, e non possono essere accusati di aver fatto già manovre a favore o contro. In questo senso il loro intervento di fatto squalifica e contraddice tutto quello che ha fatto il Comune di Roma finora. Alemanno e Marino, Gasperini e Barca (i precedenti assessori alla cultura): il tentativo della Barca, soprattutto, e fra un attimo vediamo perché.

L’altro vantaggio se lo sono rivendicato ed è l’unico terreno di vicinanza. A leggere il comunicato del Comune di Roma, a sentire ieri le loro parole, a fidarsi (e perché non si dovrebbe?) c’è una parte della battaglia del Valle che viene riconosciuta. Una parte molto ampia e insufficiente al tempo stesso.

Si riconosce agli occupanti che 1. hanno fatto bene a occupare tre anni fa – dopo la dismissione dell’Eti (Marinelli ha lavorato all’Eti per molto tempo) evitando la minaccia del degrado o della privatizzazione; 2. sono stati un modello dal punto di vista culturale e artistico: un teatro sempre aperto, i laboratori tecnici e artistici, l’attenzione alla formazione, quella per il contemporaneo e quella per la multidisciplinarietà…; 3. devono essere parte attiva di questa eventuale – auspicata da parte loro – trasformazione da occupazione in un teatro partecipato (attraverso una convenzione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune?). Questa dichiarazione, nel suo significato minimo, liquida di fatto tutti quei soloni che in questi tre anni hanno sproloquiato insultando il valore artistico e culturale di questo progetto. Quelli da Pierluigi Battista in giù per capirci, quelli che ogni tanto scrivevano degli editoriali che dipingevano gli occupanti come peones, e provocavano dicendo: fatemela fare a me la programmazione, sono tanto esperto di teatro io.

Ieri Sinibaldi sintetizzava questa posizione dicendo: avete vinto, abbiamo riconosciuto il valore della vostra lotta, non c’è più bisogno di occupare il Valle.

Qual è allora l’oggetto del contendere che rimane fuori? È una questione sostanziale o di orgoglio?

Il duello si gioca su un principio, e perciò questa storia – in qualunque caso, a parte i proclami e a parte le sincere intenzioni di chi si è impegnato a portare fino in fondo questo dramma – non finirà bene; foss’anche solo perché – l’abbiamo detto – il vero conflitto qui è solo rappresentato.

La distanza incolmabile, lo strappo irricucibile, la vera tragedia uno potrebbe dire facendo propri i termini di Peter Szondi, è quella di un dramma borghese. Siamo dalle parti di Pirandello, di Ibsen, di Cechov, e capite bene che se è così non può finire bene.
Come per Casa di bambola o per Il gabbiano è una questione di soldi e di governo.

Se leggete il comunicato del Valle, in fondo tutto potrebbe essere firmato a quattro mani anche dal Comune di Roma. Tutto, tranne le righe in cui si ricordano i principi economici e gestionali:

Principi di natura gestionale-economica: tutela dei diritti dei lavoratori; rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità; una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti. Principi di governo del teatro: cariche esecutive turnarie; partecipazione democratica nei processi decisionali.
La lotta degli occupanti e della Fondazione Valle Bene Comune (5600 soci, mica pochi) è stata di due tipi: una battaglia di resistenza e una battaglia di proposta. Quella di resistenza è chiara a tutti – non fate che questo posto venga lasciato al degrado, alla insignificanza, alla privatizzazione, alla disperazione che nutre chiunque oggi abbia deciso di fare cultura in Italia. Ma l’imprudenza che veniva rivendicata è stata anche un’altra: si è voluto pensare, provandolo a praticare prima di tutto e poi stilando dispositivi giuridici ad hoc, un diverso modello di governo della cosa pubblica. È possibile una gestione senza un cda? È possibile dare cariche turnarie a chi deve amministrare? E, domande ancora più scabrose: è possibile contrastare il governo insensato della Siae? è possibile livellare gli stipendi dei vari lavoratori? è possibile rendere popolari i prezzi dei biglietti?

Su questi punti qui non c’è stato riconoscimento ieri. Questi sono i motivi principali per cui il teatro ha continuato a essere occupato in questi tre anni. Il Valle è stato un modello di educazione politica, studiato, promosso, premiato anche all’estero. Non solo, ovviamente, per la simbolicità della lotta. Ma anche semplicemente perché altrove provano a muoversi lungo la stessa linea. Provano a rispondere alla crisi politica e economica del settore culturale, coinvolgendo le persone in un processo partecipativo, inventandoselo con tutti. Sinibaldi sembrava forse almeno sulla carta più aperto al confronto, Marinelli sicuramente no.

Ma comunque questo è il senso di quello striscione che campeggia ora davanti al teatro, ora in platea, ora in galleria, dal giugno del 2011, Com’è triste la prudenza. La frase è del drammaturgo Rafael Spregelburd, e la sfida era simile: una battaglia di una nuova classe – quella degli artisti, dei lavoratori della cultura – nel trasformare un desiderio artistico in un modo diverso di vedere il mondo. La sensibilità di una narrazione del contemporaneo che si lancia a immaginare nuovi modelli gestionali. Il nostro mondo non ci piace così, ma vorremmo che cambiarlo fosse una parentesi, un rovesciamento rabelesiano. Ci piacerebbe strutturarli i cambiamenti. E del resto, insomma, non è un caso che tutto questo si sia sviluppato nella debacle sociale dell’Argentina post-Menem.

In una delle ultime assemblee, meravigliosamente inutili verrebbe da dire, che si sono svolte al Valle, erano stati convocati alcuni giuristi, proprio per continuare questo tipo di percorso politico. E sicuramente l’esperienza più innovativa che era venuta fuori era quella del Labsus, il laboratorio per la sussidarietà che in questi anni, in tutta Italia, sta cercando di organizzare le esperienze di governo dal basso attraverso strumenti legali specifici. Flavia Barca, con tutti i limiti suoi (la procrastinazione e la dispersione dell’interlocuzione) e non suoi (la sfiducia di Marino e del PD), aveva provato a far propria l’esperienza di Labsus, si era cominciata a studiare il regolamento per l’amministrazione condivisa che era stato presentato a Bologna lo scorso febbraio.

Sembrava una decisione complicata e lunga, ma soprattutto era necessaria una conoscenza e una volontà politica che, in tempi di vere e false emergenze, nessuno vuole spendersi. Mentre al Valle si discuteva su nuovi modelli gestionale, da altre parti politiche si capiva come far arrivare tutto al cul-de-sac che oggi è simboleggiato da una Corte dei Conti che mette il fiato sul collo al Comune, minacciandolo di denunce per danni all’erario – ed è questo uno dei motivi di questa fretta. Non siamo distanti anni luce?
L’altro nodo del contrasto è il luogo. Quella del Valle è (cavolo, mi viene da dire è stata) un’occupazione anomala. Diversa da quella degli anni ’70 o ’90 o anche ’10. Non si è occupato un luogo dismesso e lo si è riqualificato. Si è scelto un luogo storico e lo si è si è tutelato. Si è scelto, per certi versi, di sostituire una legalità formale (non rispettata) con una iperlegalità (la responsabilità nei confronti del bene). Il Valle non si è trasformato in un centro sociale, ma è stato più teatro. Chi dice che il Valle ha buttato, rubato, sprecato soldi, mettendo in mezzo la questione delle bollette, dice il falso. Il Valle, a costi ridottissimi, ha prodotto un indotto incredibile. Soltanto per la preservazione del luogo, quanti soldi si sono risparmiate? Ve lo ricordate Alemanno che pagò 400.000 euro l’anno solo di guardiania per il dismesso Teatro del Lido. Ma non ricominciamo con l’elenco. Queste cose, chi le ha seguite in questi anni con un minimo di curiosità e di onestà intellettuale, le sa. Nelle occupazioni delle case, in genere si chiede cento (si occupano cento case a San Basilio) e poi si media e si ottiene cinquanta (cinquanta case a Tor Marancia). In questo caso questo tipo di mediazione non è traducibile: non c’è un mezzo Valle a Porta Maggiore. Ma soprattutto non c’è un mezzo modello di teatro amministrato in modo condiviso. E va dato atto che Sinibaldi ci ha provato o ci sta provando a offrire una soluzione del genere con una sua proposta di teatro partecipato o teatro dei diritti (sono proposte nel comunicato); ma le distanze tra le due visioni gestionali forse sono più grandi di quelle che sembrano.

C’è un ultima cosa da dire, ed è un’impressione forte che si ha sulla questione Valle in questi giorni. Che tutte le parti i causa siano deboli. Il sistema culturale a Roma, e non solo a Roma, è al tracollo. Questa data simbolica del 31 luglio sembra quella di un film catastrofista. I giornali che chiudono (qui il comunicato ieri dell’Unità, qui l’articolo sulla probabile chiusura proprio del giornale del Teatro di Roma), davanti al teatro Eliseo (ieri ci sono passato davanti mentre tornavo dall’incontro) campeggiano degli striscioni che invocano la salvezza dalla chiusura, al Teatro Quarticciolo che tutti indicano sempre come un modello di gestione hanno tolto 40000 euro dei già magrissimi fondi e quindi avrà una programmazione decurtata il prossimo anno, e quest’estate romana ha tutto fuorché l’allegria dell’effimero… È una crisi sistemica, come si dice, data dalla mancanza di investimenti economici, e dalla mancanza di immaginazione. I soldi non arriveranno e un bel pezzo d’immaginazione con lo sgombero del Valle se ne andrà.

I quattro rappresentanti delle istituzioni si stanno spendendo in questa iniziativa per non far passare una linea politica che è sicuramente peggiore. Questa però non è una buona notizia, ma solo la consapevolezza che la loro offerta è un boccone avvelenato di cui però loro stessi non possono che nutrirsi. Investire sulla cultura non frega quasi a nessuno, e il confronto di ieri è quello tra due attori marginali. La questione Valle forse nelle prossime ore diventerà, come paventato o sperato da molti, una questione di ordine pubblico. Il conflitto reale è tra queste due parti: chi ha la capacità di riconoscerlo sa che si tratta di una lunga lotta e che in questo momento – con una vulgata neoliberista ormai introiettata e un’indifferenza totale rispetto alle sorti della cultura – si parte comunque sconflitti; e chi ha l’occhio allenato scorge anche in filigrana un regolamento di conti interno a quel partito della nazione che è il Pd.

E quindi? E quindi c’è questa assemblea oggi appunto, alle 17 al teatro. Si deciderà di mediare (leggi: arrendersi) o di rimanere nel teatro (aspettare lo sgombero). È una decisione che ha senso prendano le persone che in questi anni il teatro l’anno vissuto, animato, ne hanno fruito. Quei 5600 soci, per primi. Ma anche le famiglie che si sono andati a vedere uno spettacolo per bambini una domenica pomeriggio, quelli che hanno fatto un’ora di fila per il concerto di Jovanotti, quelli che hanno frequentato gratis i laboratori… Sono loro che sono di fatto coinvolti. Se l’occupazione è stata illegale, loro hanno partecipato a quell’illegalità. Ognuno ha voce in capitolo, è giusto che sia così. Spero veramente che oggi ci sia un sacco di gente.

Ecco, questa, anche nei toni, sembra l’ennesima chiamata all’emergenza. Ma su questo punto il comunicato del Valle, come dire, mente in buona fede. Non è un’emergenza. Anche domani ci sarà la stessa battaglia, anche il mese prossimo, anche fra un anno. Si tratta di capire non cosa accadrà al Valle, ma cosa accadrà a noi. E questa invece è sempre un’emergenza vera. Si tratta di capire quando cominceremmo a pensare a un modo diverso di fare politica. Si tratta di capire quando penseremo che questa crisi economica e sociale non ci vede solo come vittime. Si tratta di capire quando vorremo smettere di delegare, ma studiare, agire, intervenire. Se continuo a ringraziare i compagni del Valle è perché in questi tre anni mi hanno insegnato molte di queste cose. E sono convinto che continueranno a farlo.

Solidarietà alla Fondazione Teatro Valle Bene Comune

  • Martedì, 29 Luglio 2014 13:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
29 07 2014

COMUNICATO STAMPA

CIRCOLO MARIO MIELI: SOLIDARIETA’ ALLA FONDAZIONE TEATRO VALLE BENE COMUNE.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli apprende con sconcerto che il Comune di Roma, attraverso la Presidente della Commissione Cultura e la neo Assessora alla Cultura, ha comunicato la propria volontà di far uscire gli occupanti dal Teatro Valle entro e non oltre il 31 Luglio, consegnando l’immobile al Teatro di Roma e alla Soprintendenza Nazionale.

A nulla è valso lo spirito di collaborazione della Fondazione e la disponibilità ad un dialogo esteso di partecipazione attiva e condivisa proprio per dirimere i problemi legati all’occupazione per fare uscire dall'incertezza le sorti del teatro e l'esperienza di gestione e promozione culturale maturata in questi anni, proponendo agli interlocutori del Comune e del Teatro di Roma una soluzione che venga incontro alle esigenze dell'amministrazione e che non getti al vento questi anni importantissimi di elaborazione culturale e politica. L’aut aut è stato improvviso e, per quanto ci riguarda, inaccettabile.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è stato un partecipante attivo dell’esperienza della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, avendo organizzato con Queerlab e il Teatro Valle Occupato la fantastica esperienza del “Festival da Mieli a Queer” che si è tenuto in una coinvolgente tre giorni nel mese di Aprile 2013 proprio al Teatro Valle.

“E’ inaccettabile che un’esperienza come quella del Teatro Valle venga liquidata così frettolosamente. E’ una perdita incommensurabile per Roma e il Paese, un’esperienza positiva, un laboratorio politico, sociale e artistico che è stato propulsore di innovazione, confronto, elaborazione e sperimentazione aperto alla città e che molti ci invidiano, anche all’estero” commenta Andrea Maccarrone, Presidente del Circolo Mario Mieli. “Chiediamo con forza che il Comune di Roma ripensi con attenzione all’ultimatum imposto alla Fondazione Teatro Valle Bene Comune e che prenda in considerazione una nuova e sinergica interlocuzione con gli attuali occupanti. Non getti al vento tutti questi anni di lavoro proficuo, a salvaguardia dell’autentica vocazione artistica che la Fondazione ha profuso all’interno del Teatro Valle”.

 

Quale futuro per il Valle Occupato?

  • Venerdì, 11 Luglio 2014 10:38 ,
  • Pubblicato in Flash news
DoppioZero
09 07 2014

Su queste pagine abbiamo seguito da vicino le evoluzioni della vicenda culturale romana cercando di dedicare attenzione sia alla scena teatrale più istituzionale sia a quella rappresentata da realtà diverse, tra cui spazi autogestiti o occupati, che allo stesso modo perseguono originali politiche artistiche. All’incirca un anno fa avevamo parlato, proprio in merito a questi ultimi soggetti, di una “rivolta culturale” che era in corso nella Capitale in grado di rispondere con progettualità e strumenti nuovi a una crisi di cui il lato economico era ed è solo il più evidente. In questo anno che è passato di stravolgimenti rispetto a quella situazione che avevamo descritto ce ne sono stati e non pochi. L’Angelo Mai Altrove Occupato è stato sgomberato e posto sotto sequestro preventivo assieme a due occupazioni abitative cui era legato: dopo diverse settimane di chiusura forzata, lo storico centro vicino alle Terme di Caracalla sta lentamente riprendendo le attività, grazie anche al riconoscimento del suo ruolo culturale per il tessuto cittadino in cui è immerso. Sempre a Roma, notizia di pochi giorni fa, il Teatro Eliseo è sotto sfratto, il provvedimento scatterà domani, 10 luglio. I lavoratori sono in assemblea permanente e hanno richiesto l’intervento delle istituzioni per evitare che la situazione scivoli verso l’irreparabile.

Un clima simile si respira anche al Teatro Valle Occupato di Roma, il cui destino in questi giorni sembra essere racchiuso in una fugace nota del Sindaco Ignazio Marino che, dopo un lunghissimo silenzio sulla questione, ora sembra voglia riprendersi quell’antico teatro nel centro della città, trascurando l’esperienza che all’interno di quelle mura è andata maturando in questi tre anni di occupazione. Ricapitoliamo velocemente questa vicenda che in molti luoghi, all’estero ma anche in Italia, è vista con una punta di ammirazione e speranza. Nel giugno del 2011, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo decisero di occupare il Teatro Valle, fino ad allora gestito dall’Eti e con la soppressione dell’ente, destinato alla chiusura. Doveva essere una breve avventura quella dell’occupazione, invece è diventata un’esperienza che ha scavallato i limiti della questione meramente artistica e culturale. Difatti l’anno scorso è nata la Fondazione Teatro Valle Bene Comune che già nel nome suggerisce un nuovo modo di considerare questo luogo e di immaginarne un futuro. Nata dalla volontà di più di cinquemila soci e dotata di un proprio capitale sociale, la Fondazione e il suo Statuto sono stati il risultato di un percorso di grande e inedita partecipazione dal basso che ha coinvolto illuminate menti: attraverso incontri e decine e decine di assemblee con la cittadinanza è stato creato un sistema in grado di subentrare in modo democratico e aperto al ruolo degli occupanti, senza tradirne la storia. La futura gestione del Valle immaginata nello Statuto (per lungo tempo disponibile online per eventuali emendamenti e ulteriori proposte) risponde a un modello basato su partecipazione attiva, decisioni collettive e, importantissimo, turnazione delle cariche. Una affollatissima conferenza stampa nel settembre scorso salutò la nascita della Fondazione e a lungo applaudì giuristi come Ugo Mattei e Stefano Rodotà (che in quell’occasione pronunciò una frase che ben riassumeva la portata di quella giornata: “Ci stiamo inventando le istituzioni dei beni comuni”).

L’occupazione del Valle e la nascita della Fondazione sono avvenute nel silenzio dell’amministrazione comunale che, in un certo senso, ha lasciato fare, permettendo la programmazione e accollandosi giusto il peso economico delle utenze. Terminato il mandato dell’ex sindaco Alemanno, si pensava che con il nuovo arrivato, Ignazio Marino, qualche spiraglio di luce si sarebbe aperto sulle sorti del Valle. In realtà, con Flavia Barca, assessore alla Cultura della città, vi erano stati diversi incontri di avvicinamento e dialogo, interrotti però dalle sue anticipate dimissioni sul finire di maggio. La scorsa settimana, per lanciare una provocazione ma anche per accendere un riflettore sulla questione, gli occupanti del Valle hanno intrapreso una nuova simbolica missione: quella di occupare per un giorno i locali dell’assessorato alla Cultura per denunciare la “vacanza culturale” in cui verte la città di Roma. Hanno atteso invano per tutta la giornata un colloquio con il sindaco che non si è fatto vivo. Si è fatto vivo solo lo scorso venerdì sera con la nota cui abbiamo accennato che sembra cancellare in poche righe la nuova vita e le strade aperte da questo teatro che era destinato a una tragica e silenziosa chiusura.

Si tratta di una nota che ritorna, ancora una volta, a porre rigidamente la questione in termini di legalità/illegalità che mal si adattano a una esperienza così eterogenea, ricca e multiforme come quella del Valle. Gli occupanti hanno tracciato un nuovo cammino che ha saputo porre in essere una sperimentazione giuridica e assolutamente innovativa nella gestione dei beni comuni, essenzialmente dei beni che appartengono a tutti noi. Hanno costruito un contenitore del tutto originale che sapesse proteggere e valorizzare per il futuro quel luogo che avevano “salvato” dall’abbandono. In questa nota del sindaco, l’esperienza di questi ultimi tre anni viene derubricata a “una forma di contraddizione evidente” (evidente per chi?). Ed è quantomeno torbido come giudizio perché non tiene conto delle migliaia di spettatori che con la loro partecipazione massiccia sono diventati allora complici di tale contraddizione. Si parla di restituire il teatro Valle ai romani come se fosse stato chiuso e utilizzato per fini personalistici, quando invece è accaduto proprio il contrario: questo teatro è stato vissuto e messo a disposizione della città come mai lo era stato prima. E anzi gli occupanti lo hanno posto al riparo dall’incapacità di prendersene cura dimostrata dall’amministrazione comunale e dallo Stato, alla metà del 2011.

L’altro problema che a mio avviso emerge dalla nota del sindaco è la soluzione che viene prospettata per il futuro del Teatro Valle. Si parla di bandire al più presto una “gara di evidenza pubblica di intesa con il Mibact”: anche qui, i precedenti quanto meno fanno sollevare qualche dubbio. Ma quel che è certo è che oggi non si può più immaginare un Teatro Valle al netto di tutta l’esperienza di questi oltre trenta mesi di occupazione, come se niente fosse stato. Sarebbe sciocco e miope. Come miope è quell’ultima frase della nota di Marino che chiede agli occupanti di farsi da parte, di “rendere disponibile la struttura”. Ma cosa significa? Un imminente sgombero? È ovvio che chi ha difeso questo posto non lo lascerà per vedere cancellata in un batter d’occhio la propria azione e il proprio sforzo con la promessa che verrà “fatto tesoro” dell’esperienza fino ad ora maturata. Ma in che termini? Con quali garanzie?

Ieri ci si aspettava quantomeno qualche delucidazione in merito a questa situazione: il sindaco Marino era, infatti, presente alla conferenza stampa di presentazione della stagione del Teatro di Roma. Ma andiamo con ordine nel raccontare anche qualche novità positiva. Antonio Calbi, nuovo direttore artistico e in carica per i prossimi quattro anni, ha raccontato con entusiasmo il suo interessante progetto per il Teatro di Roma, destinato a essere l’anno prossimo Teatro Nazionale. Una delle più importanti novità è certamente la riapertura del Teatro India, dopo i lavori di ristrutturazione che sono iniziati in questi giorni. Immaginato come polo contemporaneo del circuito dello Stabile romano, l’India dovrebbe riaprire i battenti a ottobre e ospitare un cartellone di spettacoli in grado di dare spazio e valorizzare artisti come Lucia Calamaro, Fabrizio Arcuri, Deflorian/Tagliarini, Veronica Cruciani (per dirne solo alcuni) che stanno portando avanti una ricerca composita e innovativa e che sembrava stessero finendo nel dimenticatoio romano. Anche per quanto riguarda il Teatro Argentina la stagione 2014/2015 è all’insegna di tanti progetti. “Cantiere.Roma.Italia” è il cappello che deve racchiudere la politica culturale inaugurata dalla direzione artistica di Calbi per il Teatro di Roma: un cantiere, appunto, che rimanda al fare, al costruire, ma prima ancora al progettare, possibilmente su un periodo medio lungo. Il teatro, secondo Calbi, deve ritornare ad essere “agorà civile e casa pubblica di tutte le arti” e per farlo deve aprirsi alla città, lasciarsi attraversare dalla città e attraversarla a sua volta, respirare la stessa aria dei cittadini, non perdere di vista quello che si vive nella dimensione urbana e nella dimensione Paese (che altrove non può portare, se non a relazionarsi con il mondo stesso). Sono numerosissimi i progetti in partenza: c’è “Prospettiva Stein” che darà vita a una Compagnia in Residenza stabile guidata dal regista tedesco; c’è “Prospettiva Roma” che persegue il fine, cui in parte abbiamo accennato, di valorizzare quella (“non) scuola” romana che è cresciuta e si è fatta le ossa nonostante le difficoltà e la mancanza di spazi. Tra le innumerevoli altre iniziative ci sono anche due omaggi dedicati a due artisti scomparsi: De Filippo nel trentennale dalla morte e Pier Paolo Pasolini, a quasi quaranta dall’uccisione. Tornando alla conferenza stampa di presentazione di ieri, data la presenza del sindaco, ci si aspettava un accenno alla situazione del Valle e dato anche il contenuto della sua nota che chiamava in causa il Teatro di Roma per un aiuto nel “disciplinare la situazione”. Quell’occasione poteva essere utilizzata da Marino per spiegare meglio la propria posizione, considerata l’accelerazione impressa alla questione. Occasione immancabile persa, trincerato dietro un silenzio che non avremmo voluto.


È davvero un peccato perdere queste occasioni. Sono convinta che l’amministratore della città in cui vivo non dovrebbe perdere occasioni simili per riflettere sulla portata culturale che una struttura come il Teatro Valle Bene Comune riveste per Roma. Ma sono anche convinta che questa esperienza non deve essere assolutamente repressa perché racchiude in sé una fortissima vocazione pubblica. Scelte partecipate, programmazione artistica trasversale e sperimentale, prezzo accessibile, stretto rapporto con la città e i suoi abitanti: ma non è questo quello che si chiede alle politiche culturali? È necessario intavolare al più presto un dialogo con coloro che questa esperienza l’hanno costruita, anche servendosi di facilitatori come era stato durante le prime riunioni con Flavia Barca. Ma il punto di partenza imprescindibile di questo dialogo deve essere la considerazione del Valle Occupato come un bene comune: questo deve essere un punto di non ritorno, una conquista anche e soprattutto per la città di Roma. È arrivato il momento di inaugurare una stagione nuova in questo senso che tocchi anche la storia delle amministrazioni in cui finalmente si aprono gli occhi su nuove modalità e su nuove definizioni che costituiscono un’evidente ricchezza per l’intera comunità.

Ilenia Carrone

Il Fatto Quotidiano
09 07 2014

“Come è triste la prudenza” recita lo striscione appeso nella sala settecentesca occupata tre anni fa da un collettivo di artisti e lavoratori dello spettacolo. Ed è quello che deve aver pensato Ignazio Marino quando, dopo mesi di silenzio, ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e annunciare che il tempo è scaduto: “Il teatro Valle deve tornare libero”. Nessuna forma di mediazione e, una volta sloggiati gli attivisti, semaforo verde a una gara per assegnare il prestigioso palco nel centro della Capitale.

Eppure da metà giugno negli uffici del Comune di Roma c’è un corposo dossier, commissionato dall’amministrazione a un gruppo di esperti, che suggerisce delle soluzioni molto diverse: qualsiasi ipotesi sulla futura governance della sala deve tener conto “dell’esperienza di gestione informale” degli occupanti e di quanto di buono “ha prodotto in termini di innovazione teatrale, culturale, gestionale e sociale”. Nello studio, che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere in esclusiva, c’è scritto: “E’ importante consentire ai valori e all’esperienza che TVBC (Teatro Valle Bene comune, il soggetto giuridico elaborato dagli occupanti, ndr) ha prodotto di essere parte del codice genetico della futura soluzione gestionale”.

Lorenzo Galeazzi

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