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Corriere della Sera
28 09 2014

Se non siamo madri, sorelle o spose (di dio o di un uomo), quali abiti possiamo indossare per poter essere rispettate e amate?

di Livia Grossi

«Tra le montagne a nord dell’Albania, quando non ci sono più maschi in famiglia le donne sole e nubili, ancora vergini che non desiderano sposarsi, per proteggere la loro casa e i suoi abitanti, hanno una sola chance: diventare uomini; un cambio d’identità dove il sesso non c’entra, è l’abito sociale che conta. La donna rinuncia a farsi una famiglia, si veste con abiti maschili, e inizia a comportarsi come un vero uomo. Solo così può dirigere la casa e i suoi affari, dal commercio della terra alla scelta dei matrimoni e delle amicizie. Se la donna lo desidera può addirittura decidere di vendicarsi ordinando di uccidere chi ha procurato la morte a un membro della sua famiglia. Una tradizione ancora seguita, al confine tra il Kossovo e il Montenegro, dove per fortuna sempre più raramente, è in uso la legge del Kanun; un antichissimo codice d’onore composto da numerosi capitoli che si può ancora acquistare nella piazza principale di Tirana. Un testo che per lungo tempo, dal Medioevo alla seconda guerra mondiale, ha regolato comportamenti e faide tra le montagne sopra Scutari, esattamente la zona dove io mi trovo».

Inizia così PUSKA, il reading che propongo oggi pomeriggio alle ore 15.30, Triennale Lab. Una testimonianza detta in prima persona, che pone al centro della scena le parole della protagonista che qui, per l’occasione, avrà la mia voce. Già da qualche tempo, ho deciso di fare informazione non solo scrivendo il pezzo, ma anche dicendolo. Dopo una quindicina di anni di collaborazione con il Corriere della Sera scrivendo di teatro e cultura, la mia passione per i viaggi e il reportage è diventata una sola cosa. I miei servizi realizzati in Africa, in Albania e in Sud America, sono diventati reading teatrali, o meglio “Reportage Teatrali”: una forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una pagina di un magazine, con contributi fotografici, interviste in video e la giornalista che “dice il pezzo” guardando negli occhi il lettore. Rai 3 ne ha parlato il 9 febbraio 2014 con Persone approfondimento del TG3.

Ma torniamo alla nostra Puska, qui al centro del lavoro c’è la questione Identità. Nel 2005 sono andata in Albania per incontrare Puska, una donna di 66 anni che a 28 anni ha deciso di diventare un “uomo” per ottenere dignità ed esercitare i diritti ereditari. Una modalità sociale prevista dal codice del Kanun del 1400 (riconosciuto dal Tribunale di Tirana) e dalla cultura più tradizionalista della zona sopra Skutari.

Secondo l’antica legge del Kanum una donna che ha visto morire (ammazzati dalla faida o meno) tutti i suoi maschi, e non desidera sposarsi, può riscattare diritti e dignità in un solo modo: diventare un uomo. Questo è possibile solo se la donna è vergine, e decide di rinunciare per sempre a essere moglie e madre. Il cambio d’identità consiste nel vestirsi, pensare e comportarsi da uomo. Una volta riconquistata la voce in capitolo, entra a far parte della comunità maschile, il suo potere viene legittimato; se desidera vendicare la morte del suo famigliare, può anche impartire l’ordine di uccidere (reato non punibile come fino a poco tempo fa era per il nostro delitto d’onore).

Il reading è stato ospite anche sul palco del teatro Noh’ma diretto da Livia Pomodoro, (presidente uscente del Tribunale di Milano); a lei il compito di riflettere con il pubblico subito dopo il pezzo.

Il tema identità è vasto e questi sono alcuni pensieri che mi hanno accompagnato mentre tornavo dall’Albania: «Qual è la differenza tra loro e noi, donne emancipate dal femminismo? Certo, qui i diritti non sono un problema, ma sul fronte ruoli e dignità, se non siamo madri, sorelle o spose (di dio o di un uomo), quali abiti possiamo indossare per poter essere rispettate e amate?» Ne parleremo insieme domenica, vi aspetto.

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