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Je suis Zineb

Il giorno dell'agguato a Charlie Hebdo non era andata in redazione. La sua colpa è di aver scritto, insieme a Charb, "La vita di Maometto". Ma soprattutto è quella di essere donna, marocchina e atea: "Tutte cose insopportabili per gli integralisti". Che ora l'hanno condannata a morte.
Anais Ginori, La Repubblica ...

Nigeria: Boko Haram fa strage di "spose schiave"

  • Venerdì, 20 Marzo 2015 15:37 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

la Repubblica
20 03 2015

Decine di cadaveri di donne, massacrate da Boko Haram, sono stati scoperti dall'esercito nigeriano gettati nei pozzi insieme ad altri corpi al momento della liberazione del villaggio di Bama: lo affermano diversi media nigeriani e internazionali, che ipotizzano si tratti di donne rapite e rese spose-schiave dai terroristi islamici. Le donne sarebbero state uccise dai Boko Haram, per non farle cadere in mani "infedeli", prima del loro ritiro dal villaggio.

Intanto il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, in un'intervista alla Bbc, si dice convinto che i terroristi di Boko Haram saranno sconfitti entro un mese: "Diventano sempre più deboli", ha aggiunto ammettendo però che le forze di sicurezza sono state lente a rispondere all'avanzata di Boko Haram nel nord est della Nigeria. "Abbiamo sottovalutato le loro capacità", ha detto Jonathan. Nelle violenze tra esercito e terroristi sono morte oltre 15.000 persone negli ultimi tre anni.

Sostenuto dalle forze armate dei vicini Ciad, Niger e Camerun, il governo nigeriano ha rivendicato nelle ultime settimane la conquista di diverse città e villaggi controllati da Boko Haram nel Nord-Est del paese. Tuttavia, ieri i miliziani hanno attaccato una città che l'esercito aveva detto di aver riconquistato, uccidendo almeno 11 persone. Già in passato, il governo di Abuja ha annunciato la riconquista del territorio in mano a Boko Haram entro un determinato lasso di tempo, venendo poi smentito dagli eventi.

Interpellato sul voto in programma il prossimo 28 marzo, il presidente uscente si è detto "sicuro della vittoria", perché "il mio partito è ancora il partito più forte".

 

Bardo: al di là del dolore, i pericoli per la Tunisia

  • Venerdì, 20 Marzo 2015 11:00 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
20 03 2015

Mettendo da parte la cronaca, è necessario riflettere su cosa significhi per la Tunisa il nuovo scenario che si va profilando, a partire dal messaggio politico che i terroristi hanno voluta lanciare al popolo tunisino con l'attacco al mueso del Bardo

Con un pensiero a tutte le vittime del 18 marzo.

L’attacco al museo del Bardo del 18 marzo 2015 rappresenta un tornante storico per la Tunisia: mai prima d’ora erano stati colpiti civili, mai prima d’ora la città di Tunisi era stata al centro di attacchi terroristici. Nelle mirino degli jihadisti finora erano stati poliziotti, militari e membri della Guardia nazionale, una sessantina di vittime uccise in scontri diretti con i terroristi nei pressi del monte Chaâmbi, nella regione di Kasserine, dilaniati dalle mine o in agguati in altre regioni dell’interno del paese*.

L’attacco al Bardo non sembra essere stato attuato dall’Isis: secondo il quotidiano‘ Assabahnews’’ l’identità dei due terroristi, di nazionalità tunisina uccisi dalla BAT (Brigate Anti terrorismo), rivelerebbe la loro affiliazione a Katiba Okba Ibn Nafaâ, un ramo di Al-Quaeda nel Magreb, molti dei cui membri da anni sono asserragliati sulle alture di Chaâmbi, ai confini con l’Algeria. Si tratta di Hatem Khachnaoui, originario di Sbeitla et Yassine Laâbidi, della cité Ibn Khaldoun, periferia di Tunisi, come ha rivelato il Primo Ministro Habib Essid.

Ma, al di là della cronaca, diviene urgente cercare di riflettere su cosa significhi per il paese il nuovo scenario che si va profilando, a partire dal messaggio altamente politico e polivalente che i terroristi hanno voluta lanciare al popolo tunisino: l’uccisione di turisti è un colpo al cuore delle attività turistiche della Tunisia che, più nel male che nel bene, ha rappresentato finora la fonte maggiore di entrate, ma la prossimità del Museo del Bardo alla sede del Parlamento ci dice anche che i terroristi hanno voluto attaccare la transizione democratica tunisina che, pur tra discrepanze e ombre del passato e certamente non grazie ai partiti politici, si stava facendo faticosamente strada, sotto l’occhio vigile di una società civile che non ha mai cessato di far sentire la propria voce. I tre partiti al governo( tra cui il partito islamico Ennahadha) già strepitano contro i movimenti politici e sociali, chiedendo di farla finita con le rivendicazioni economiche e sociali per lasciare che gli apparati della sicurezza si dedichino indisturbati alla lotta contro il terrorismo.

Apparati che anche in questo frangente sembrano rivelare molti punti deboli: ci si chiede infatti come individui armati siano potuti entrare così facilmente nella cinta del museo. Ma ci si chiede anche perché la polizia tunisina sembra essere più efficiente quando si tratta di reprimere i giovani della rivoluzione o schiaffeggiare giornalisti o avvocati.

Occorre anche tener presente che nella giornata di ieri l’assemblea parlamentare si stava riunendo per discutere la nuova legge antiterrorismo che avrebbe dovuto mostrare quanto l’attuale compagine parlamentare sarebbe stata capace di coniugare diritti umani e sicurezza.

Altro scopo ottenuto dai mandanti dell’attentato del Bardo, forse il principale, è l’occupazione totale dello spazio mediatico con le conseguenze facilmente immaginabili sul resto delle tematiche legate alla transizione democratica. Un meccanismo già consolidatosi altrove e in altri periodi storici.

La fragilissima democrazia tunisina ha (aveva?) infatti all’ordine del giorno molteplici punti essenziali come quello riguardante la giustizia di transizione e l’organo addetto alla raccolta delle testimonianze degli abusi commessi sotto le dittature di Bourghiba e di Ben Alì, l’Instance Verité et Dignité, proprio mentre da parte del presidente della Repubblica Caid Essebsi, ex ministro di Ben Alì si tenta un colpo di spugna sul passato per mezzo di una soi-disant riconciliazione nazionale. Così come la lotta contro la corruzione imperante in seno a tutte le istituzioni principali del paese o il contrasto fra potere esecutivo e le associazioni dei magistrati e degli avvocati sulla formazione del Consiglio Superiore della Magistratura in cui il nuovo governo vorrebbe inserire elementi da lui nominati.

Ma uno dei pericoli più grandi, del resto preannunciato qualche giorno fa dall’insipido primo ministro Essid (un burocrate proveniente dall’amministrazione di Ben Alì), viene dalle misure economiche che presto verranno imposte a un paese le cui spese per ripagare il debito estero rappresentano il 20% del budget dello stato, il doppio del budget, per esempio, del Ministero degli Interni, per non parlare della cultura a cui viene indirizzato solo lo 0,64%.

L’innesto delle privatizzazioni e delle altre misure non porteranno soltanto a impoverire ulteriormente i cittadini tunisini, così come è avvenuto in altri paesi, ma potrebbero innescare nel migliore dei casi proteste e movimenti forse più maturi dei precedenti, insieme però a un’escalation dell’estremismo religioso.

Sarebbe il momento di tornare a reclamare una moratoria del debito per incanalare le già scarse risorse statali verso l’incremento della sicurezza dei cittadini, certamente, ma anche verso la riduzione delle fratture sociali che dilaniano il paese e che non sono state attenuate da nessun governo post-rivoluzione. Perché la sconfitta della rivoluzione tunisina deriva principalmente da questo, cioè dall’enorme aspettativa che la caduta della dittatura aveva creato fra le fasce sociali più emarginate. Di fronte a questa aspettativa di giustizia e di dignità, una classe politica incosciente e più che mediocre si è riempita la bocca di promesse non mantenute e non è stata capace d’altro se non di dividersi ulteriormente su questioni di potere e di ego spropositati.

Una migliore redistribuzione della ricchezza, la messa in valore delle competenze giovanili, mortificate dall’indifferenza dei poteri, l’avvio di progetti per un turismo sostenibile rispettoso dell’ambiente e che si indirizzi anche nelle regioni dell’interno insieme alle grandi sfide della giustizia di transizione, dell’ampliamento dei diritti, l’avviamento di un dialogo nei confronti dei gruppi salafiti non jihadisti sfidandoli nell’arena democratica, sono solo una parte delle questioni misconosciute finora da tutti i governi (e da buona parte delle opposizioni).

Non sarà facile, ma da domani, quando i riflettori dell’Occidente si spegneranno nuovamente su questo piccolo paese e l’emozione per quanto è accaduto (inimmaginabile per molti, ma prevedibile per altri) si attenuerà, spetterà ai cittadini e alle cittadine della Tunisia riprendere in mano il proprio destino, dimostrando a chi ha voluto colpire il cuore di una democrazia nascente di non aver paura e di andare avanti, senza ascoltare il canto stonato delle sirene locali che vorrebbero il ritorno della dittatura.

Nel frattempo la prossima settimana, nonostante quanto è accaduto, si svolgeranno per la seconda volta in Tunisia le attività del World Social Forum: il segnale migliore, forse, per ripartire di slancio.

* Per una visione dettagliata delle attività terroristiche all’interno del paese:
https://inkyfada.com/maps/carte-du-terrorisme-en-tunisie-depuis-la-revolution/

Patrizia Mancini

L'attentato al Museo del Bardo, a Tunisi, riassume gli obiettivi dell'islamismo jihadista. È avvenuto in un rito luogo di cultura, dove si trova una delle più ricche collezioni di mosaici romani; ha investito dei kafir, miscredenti occidentali; ha colpito il Paese in cui si sta dimostrando che la democrazia è compatibile con una società musulmana. È probabile che gli autori non abbiano calcolato tutti questi tre aspetti della loro azione; o che comunque non fossero consapevoli di quanto essi sintetizzino insieme la natura del conflitto che hanno scatenato. 
Bernardo Valli, la Repubblica ...

Tunisi, le ragioni di un massacro

Internazionale
19 03 2015

L’obiettivo dell’attentato di ieri non è ancora chiaro: era il parlamento tunisino, dove i deputati stavano discutendo una legge antiterrorismo? Oppure era proprio il museo del Bardo, dove i terroristi hanno colpito e che è situato a fianco del parlamento?

Le indagini daranno un risposta a questi interrogativi, ma ciò che è certo è che questo massacro – 22 morti e 42 feriti, di cui alcuni molto gravi – non è nato da un folle desiderio sanguinario ma da un progetto ben preciso con scopi estremamente chiari.

Se la Tunisia è stata colpita è perché gli esremisti islamici odiano profondamente tutto ciò che rappresenta: non solo è un paese dove le donne sono libere, dove la società rifiuta ogni forma di estremismo e dove la mobilitazione civica ha impedito qualsiasi deriva oscurantista dopo il crollo della dittatura, ma è un paese dove il grande partito islamico, Ennahda, ha voltato le spalle alla violenza, rispetta la democrazia e segue la via del compromesso politico.

Dopo la caduta dell’ex presidente Ben Ali, nel gennaio del 2011, Ennahda aveva vinto le prime elezioni libere. Tuttavia la vittoria del partito islamico non nasceva della volontà dei tunisini di imporre il velo alle donne e inserire la sharia nella costituzione, ma dal fatto che il fronte laico era diviso, mentre gli islamici erano stati i più colpiti dalla dittatura e il loro programma – economicamente liberista, socialmente conservatore e puritano – aveva rassicurato la piccola borghesia dei commercianti e dei dipendenti pubblici.

Ennahda ha perso rapidamente il sostegno della popolazione perché si è rivelata incapace di risanare l’encomia e ha preferito integrare i gruppi jihadisti piuttosto che reprimerli prima che avessero un peso eccessivo. La tensione è pericolosamente aumentata, ma anziché imporsi con la forza Ennahda ha scelto di negoziare con gli altri partiti, di farsi da parte prima delle elezioni anticipate e governare insieme ai laici, ormai in maggioranza.

La Tunisia è un successo democratico, un esempio che i jihadisti disprezzano per paura che possa ispirare il Medio Oriente e il Maghreb così come la rivoluzione tunisina ha ispirato la primavera araba. I terroristi vogliono veder fallire la Tunisia anche perché il governo di Tunisi li combatte alla frontiera libica, e l’obiettivo del massacro di mercoledì è quello di far fuggire investitori e turisti dal paese, colpendo la sua economia già fragile per trascinare la società nel caos.

Per quanto riguarda l’economia, purtroppo, i jihadisti raggiungeranno il loro obiettivo, perché investitori e turisti abbandoneranno il paese. Ma la Tunisia non sprofonderà nel caos, perché le sue forze politiche e la sua società, compresi gli islamici moderati, combatteranno come e più di prima per difendere la democrazia.

Bernard Guetta

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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