L'Espresso
01 10 2014

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla-


VITTORIA (RG) - «Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde - e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

FESTINI

Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.

Uno squillo

«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.

In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».

Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.

Lontano da Seva

La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo. Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».

Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.

Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.

Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.

Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età, prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.

L’anima non me la toccano

È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

L’uomo cacciatore

Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.

Il Fatto Quotidiano
17 09 2014

Una guerra di donne contro donne quella della tratta di nigeriane in Italia. E che, ora come ora, ha un solo vincitore, il business: secondo i dati dell’International Organization il traffico di esseri umani frutta 150 miliardi di dollari l’anno. Le vittime, quelle che passano al nostro fianco in treno o per strada, sono fantasmi senza nome, diritti, documenti. Persone che arrivano in Italia illuse dal sogno di un impiego e che finiscono segregate e autorecluse per paura di subire o far subire ai loro familiari altre violenze. Le uniche persone con cui parlano sono i clienti che le stuprano a pagamento e le loro sfruttatrici. Che dicono loro di non fidarsi dei bianchi.

“Attenzione, non parliamo di donne sprovvedute. Ci sono anche persone molto colte, che magari hanno frequentato il liceo, l’università. Parliamo di ingegneri e avvocati in Nigeria che però qui in Italia sono vittime della tratta e non sanno come uscirne”, spiega Elisabeth Aguebor, mediatrice nata a Benin City e cresciuta a Lagos, la prima nigeriana a dirigere uno sportello di consulenza per donne nigeriane e dell’Africa Sud Sahariana, Women In One. Il 35% delle donne vittime dello sfruttamento proviene dalla Nigeria. Lo stesso Paese delle ragazze rapite di BringBackOurGirls, slogan (e hashtag) scandito anche da Michelle Obama a Angelina Jolie. Giovani finora mai ritrovate e che, probabilmente, sono già state vendute ai trafficanti per finanziare i fondamentalisti Boko Haram. La stessa Nigeria che nel 2014 è diventata la prima economia africana, entrando di fatto nel gruppo dei nuovi paesi in ascesa, i Mint – in nuovi Brics, per intenderci, che includono Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia – ma i cui abitanti vivono in gran parte nell’indigenza.

“Dobbiamo tornare in Nigeria per capire perché queste ragazze sono schiave, tornare al rito voodoo cui sono sottoposte prima di partire”, spiega Elisabeth con il tono di chi ha conosciuto la vera disperazione, soprattutto nei primi anni del Duemila, quando faceva parte dei “nuclei di strada” tra Novara e Milano e come volontaria aiutava le ragazze sulle statali in cui si vendevano. “Per chi non è africano è difficile capire il grado di manipolazione mentale che il voodoo ha sulla sua vittima, che è convinta che, se si ribellerà agli ordini, impazzirà, avrà sfortuna, condizionandola all’immobilità. Ecco perché la maggior parte di chi ha subito un rito è molto religioso, si circonda di santini e canta inni pentecostali. Cerca in Dio una protezione dal male”.

Women in One, finanziato dalla Fondazione Padri Somaschi, parla la stessa lingua di chi deve aiutare, tentando di contrastare l’isolamento culturale e sociale delle donne nigeriane, facendo da ponte tra loro e altre realtà del territorio, fornendo consulenza legale e sanitaria, offrendo una prospettiva a chi magari ha un passato di tratta e ora non sa che fare, aiutandolo a costruirsi un curriculum lavorativo e affettivo. Se il 90% delle donne che si rivolge allo sportello di Piazza XXV Aprile, a Milano, è vittima di tratta o lo è stata, il 100% ignora i diritti di cui gode, che siano essi relativi a permessi di soggiorno, casa o maternità. Anche se, magari, sono già da tanti anni in Italia.

“Quello che mi spaventa più di tutto è che chi si rivolge a noi non ha la minima idea di godere del diritto alla salute. Cioè di potersi rivolgere liberamente a un pronto soccorso, a un medico. E questo perché uno dei mantra delle madam – le loro carceriere – è che qualora dovessero finire in ospedale, verrebbero immediatamente spedite nei Cie. Quindi molte rinunciano a curarsi, peggiorando le loro condizioni di salute”.

La guerra alla tratta, infatti, è una guerra di donne contro donne. Le peggiori nemiche di Elisabeth sono proprio le madam, donne spesso sposate, con un doppio lavoro: badanti o cameriere di giorno, sfruttatrici e strozzine di notte. Donne che considerano altre donne “animali da mungere”, da prendere a cinghiate perché obbediscano. Che le costringono a prostituirsi venti ore al giorno, a trasferirsi per seguire i flussi di clienti, levando loro dignità e qualunque sogno di potersi costruire una vita autonoma. “Sono pericolose – dice Elisabeth scura in viso. – Se le madame sapessero di questo sportello, chiuderemmo domani mattina”.

L’Espresso
28 07 2014

racconta M., diciottenne rumena - la mia vita era molto difficile, non avevo da mangiare e dormivo fuori casa da quando avevo 5 anni perché i miei genitori mi picchiavano. Una mia vicina di casa mi ha proposto di venire in Italia e mi ha detto che mi avrebbe trovato un lavoro, così ho deciso di partire. Sono arrivata in Italia il giorno del mio diciassettesimo compleanno e quel giorno lei mi ha detto: “adesso andiamo a fare i soldi”».

Questa è solo una delle tante impressionanti storie raccolte da Save The Children nel dossier «Piccoli schiavi invisibili» sulla tratta e sullo sfruttamento minorile. Come dice a L’Espresso Carlotta Bellini, responsabile protezione minori dell’associazione, «è un fenomeno gravissimo, con una fortissima incidenza proprio nel nostro Paese e che riguarda sia minori stranieri che italiani». Se nel 2010 il nostro Paese registrava 2.400 vittime (dati Eurostat), secondo l’ultimo aggiornamento dell’associazione umanitaria, quest'anno i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti sono circa 340.000. E l’11% dei 14-15enni che lavora, ossia circa 28.000 minori, è coinvolto in attività definibili «a rischio di sfruttamento». Dall’artigianato ai lavori in campagna. Fino alla prostituzione.

«Dalle indagini – continua la Bellini - sono emersi anche casi di tratta allo scopo di sfruttamento: significa che ci sono minori intercettati nei loro Paesi e spostati per essere sfruttati in Italia. E questo riguarda soprattutto le minori, soprattutto rumene e nigeriane, per la prostituzione». È il caso di L., diciassettenne nigeriana: «Ho perso i miei genitori quando avevo 16 anni. Due uomini del mio paese in Nigeria mi hanno promesso un lavoro di parrucchiera in Italia, ma quando sono arrivata qui mi hanno costretta a fare la prostituta, ogni notte dalle 10 alle 5 di mattina in strada per restituire il costo del mio viaggio, 40.000 euro. Quando piangevo e mi rifiutavo, la Madam (la figura femminile che svolge un ruolo-chiave in tutte le fasi dello sfruttamento, ndr) mi picchiava con bastone e cinghia, voleva almeno 500 euro a settimana». Ripagare il costo del viaggio, però, è praticamente impossibile. Al debito iniziale, che varia dai 30.000 ai 60.000 euro, si aggiunge il costo mensile (100/250 euro) della postazione su strada e l’affitto (200/500 euro) delle stanze in cui le ragazze dormono, anche in sei assieme.

Bambini drogati per alleviare il dolore fisico
Storie incredibili, che non toccano però solo il mondo della prostituzione femminile, ma anche quello dello sfruttamento maschile. Nell’ultimo anno, denuncia Save The Children, è impressionante il numero dei bambini non accompagnati provenienti soprattutto dall’Egitto. Uno degli “schiavi invisibili” arrivati in Italia è M. Ha solo tredici anni: «Sono stanco, la sera non riesco nemmeno a dormire da quanto sono stanco. Non voglio più lavorare così tanto, voglio vivere tranquillo e avere qualcuno che mi dice di andare a scuola. Io voglio studiare. Ho lavorato per 4 settimane dalle 7 del mattino all'1 di notte. Dormivo 3 ore, guadagnavo 150 euro alla settimana. Vorrei guadagnare almeno 200 euro da mandare a casa. Se potessi esprimere un desiderio vorrei fare lo chef e girare il mondo».

E, così come per gli altri casi, anche su M. grava il peso del debito contratto per l’organizzazione del viaggio: circa 3.000 euro, impossibili da ripagare: «I minori – racconta Carlotta Bellini - lavorano per 12 ore di fila pagati a circa 2-3 euro all’ora». Non solo: «Spesso i bambini sfruttati fanno lavori molto pesanti, per cui poi, per alleviare il dolore fisico, assumono farmaci antidolorifici, oppiacei, che creano dipendenza, facilmente reperibili anche perché costano molto meno delle sostanze stupefacenti pur avendo gli stessi effetti. Una cosa, peraltro, che abbiamo registrato anche sulle minori dell’Est che vengono proprio drogate proprio per far sì che le ragazze abbiano un atteggiamento di maggiore rilassatezza».

I ritardi del governo: manca la firma di Renzi per il Piano anti-tratta
Il 6 agosto 2013 il Parlamento delega al governo il compito di ricevere la direttiva europea sulla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime. Una direttiva che risale al 5 aprile 2011. Insomma, ci sono voluti due anni prima che il Parlamento impegnasse l'esecutivo. Sono passati altri otto mesi prima della ratifica del governo, siglata con un decreto legislativo il 4 marzo 2014.

Tutto risolto? Niente affatto. Sebbene nel testo siano state apportate modifiche importanti soprattutto al codice penale (come la reclusione da 8 a 20 anni per chiunque si rende responsabile della tratta, sia che trasporti soltanto o che recluti o che infine ceda l’autorità sulla persona), è sul piano della prevenzione e del monitoraggio del fenomeno che ci sarebbe ancora molto da fare. L’articolo 7 del decreto assegna un ruolo centrale al Dipartimento delle Pari Opportunità, soprattutto nel coordinamento di «interventi di prevenzione sociale del fenomeno della tratta degli esseri umani e di assistenza delle relative vittime, nonché di programmazione delle risorse finanziarie in ordine ai programmi di assistenza ed integrazione sociale» e nel «monitoraggio posto in essere anche attraverso la raccolta di dati statistici».

Per realizzare tutto questo si prevede l’istituzione di un «Piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani». Ed ecco il punto. Quali i tempi? Lo si legge all’articolo 9: «Il Piano è adottato entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione». Considerando che il decreto è entrato in vigore il 4 marzo, siamo in ritardo di oltre due mesi. Del quale deve rendere conto anche Matteo Renzi, dato che il Piano diventerà operativo «previa delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro dell'interno nell'ambito delle rispettive competenze». Senza dimenticare - come L’Espresso ha già rilevato per un’altra questione delicata come il femminicidio - che Renzi, a differenza dei suoi predecessori, ha tenuto per sé la delega alle Pari Opportunità, cosa che contribuisce a rallentare l’iter e a frenare i ruoli operativi dello stesso Dipartimento (come denuncia anche Save The Children).

«Per l’ennesima volta – commenta Save The Children - registriamo spaventosi ritardi. Basti questo: noi curiamo questo dossier da anni e ogni anno chiediamo le stesse cose. Non solo. Abbiamo dato anche la nostra disponibilità a dare un supporto ma nessuno ci ha coinvolto, né ci ha dato una risposta. Vorremmo sapere quali sono le difficoltà, ma è praticamente impossibile saperlo».

Il Fondo? Insufficiente
Ammettiamo che a breve il Piano diventi funzionante. Per il 2014 sono stati assegnati in totale 5 milioni di euro che, secondo l’associazione umanitaria, sarebbero assolutamente insufficienti. «Considerato che dall’attuazione del decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, l’ammontare del Fondo non sembra essere adeguato e sufficiente a garantirne l’attuazione, se consideriamo che la previsione di risarcimento per ogni vittime di sfruttamento è di 1.500 euro». Visti i numeri, il fondo non basterebbe all’indennizzo nemmeno della metà delle persone coinvolte.

Insomma, il sistema così com’è oggi non funziona anche perché, sino ad ora, «sono state adottate solo soluzioni tampone senza un piano concreto, spesso in condizioni del tutto inaccettabili per un Paese civile come l’Italia. E allora ecco che i minori scappano. Se i minori vanno a lavorare ai mercati generali bisogna chiedersi anche il perché». Per creare un sistema ad hoc, Save The Children ha presentato anche una proposta di legge. Peccato che da tempo sia ferma in Commissione Affari Costituzionali.

Tratta, schiavitù, sfruttamento. La giornata internazionale che celebra oggi la prima rivolta di schiavi e l'abolizione della schiavitù serve a ricordarci che questa piaga esiste ancora. Nel mondo sono quasi 30 milioni (29,5 per la precisione) le persone soggette a sfruttamento lavorativo o sessuale, e 5 milioni e mezzo sono minori. ...
Un dramma nascosto sotto una sigla, Msna, minori stranieri non accompagnati. Le navi militari di Mare Nostrum li affidano alla polizia, e la polizia ai Comuni. Quasi diecimila. Chi sono, dove pensano di andare? "Sono prede, facili prede per il peggio dell'umanità". ...

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