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La primavera dell’Europa sociale

  • Giovedì, 19 Marzo 2015 09:46 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
19 03 2015

Blockupy. Decine di migliaia alla manifestazione di Francoforte contro l'inaugurazione della nuova sede della Bce. Scontri con la polizia, fermati e poi rilasciati decine di attivisti italiani. Per l'IgMetal, "l'Unione europea deve abbandonare le politiche di austerity. Per i movimenti è stato svelato il volto innominabile delle politiche di pareggio del bilancio proprio nel ventre della bestia: precarizzazione e aumento della povertà"

Forse per­ché i dician­nove sele­zio­na­tis­simi ospiti sono stati costretti a rag­giun­gere la ceri­mo­nia inau­gu­rale della Euro­to­wer solo gra­zie all’elicottero, Mario Dra­ghi ha dedi­cato il cuore del suo discorso ai «molti che stanno pro­te­stando qui fuori. Pen­sate che que­sta Europa stia facendo troppo poco. E chie­dete un’Europa più inte­grata con una mag­giore soli­da­rietà finan­zia­ria tra i diversi Paesi».

Al con­tra­rio dei popu­li­sti, ha aggiunto il pre­si­dente della Banca Cen­trale, che cre­dono che l’Europa «stia facendo troppo». Entrambi espri­mono una radi­cale e com­pren­si­bile «domanda di cam­bia­mento». E ha così difeso il ruolo della Bce, che avrebbe fun­zio­nato da «cusci­netto» evi­tando che la crisi avesse effetti peggiori.

La lunga gior­nata di Bloc­kupy Fran­co­forte era ini­ziata molto pre­sto: verso le 5 i mani­fe­stanti arri­vati con pull­man e treni da tutta la Ger­ma­nia e da una decina di diversi Paesi euro­pei hanno ini­ziato a rag­giun­gere le strade di accesso alla nuova Euro­to­wer. Nono­stante il mas­sic­cio dispo­si­tivo di sicu­rezza e diverse cari­che con idranti, la sede Bce è stata cinta d’assedio per tutta la durata dell’inaugurazione. Decine di improv­vi­sate bar­ri­cate, alcune delle quali date alle fiamme, hanno reso più effi­caci i bloc­chi. Men­tre sull’incendio di alcune auto della poli­zia, che tanto hanno ecci­tato i media ita­liani, restano a com­mento le lapi­da­rie parole rivolte ai ban­chieri da Naomi Klein: «i veri van­dali, i deva­sta­tori siete voi, voi non bru­ciate le auto, ma state bru­ciando l’intero pianeta!».

Non sono man­cate in mat­ti­nata alcune pro­vo­ca­zioni, come il ten­ta­tivo di pro­ce­dere al fermo di 250 atti­vi­sti ita­liani, in mag­gio­ranza del «rain­bo­w­bloc» dei Cen­tri sociali, cir­con­dati in una strada late­rale dalla poli­zia. Qui la resi­stenza pas­siva degli asse­diati, insieme all’arrivo di un migliaio di mani­fe­stanti soli­dali e all’intervento dei par­la­men­tari di Sel Fra­to­ianni e Zac­ca­gnini e di Eleo­nora Forenza della lista Tsi­pras, ha otte­nuto che la poli­zia tede­sca rila­sciasse tutti dopo una som­ma­ria identificazione.

A par­tire dalle 14 a migliaia si sono ritro­vati nella cen­tra­lis­sima Römer­platz per due ore di comizi, che hanno dato voce alle tante anime della coa­li­zione Bloc­kupy: oltre all’applauditissimo inter­vento della Klein, hanno preso la parola tra gli altri la co-portavoce di «Die Linke» Sahra Wagen­k­ne­cht, Gior­gios Chon­dros del comi­tato cen­trale di Syriza, Miguel Urban di Pode­mos, Nasim Lomani della rete greca di soli­da­rietà Dyk­tio, atti­vi­sti di movi­mento tede­schi, ita­liani e fran­cesi e diversi sin­da­ca­li­sti tra cui Valen­tina Oraz­zini della Fiom, Jochen Nagel del sin­da­cato tede­sco degli inse­gnati Gew e un espo­nente dell’organizzazione dei metal­mec­ca­nici che, in mat­ti­nata, aveva sfi­lato insieme alla con­fe­de­ra­zione Dgb in una mar­cia di quat­tro­mila tra dele­gati e lavo­ra­tori.

Pro­prio ad Hans– Jür­gen Urban della segre­te­ria della IG Metall abbiamo chie­sto di spie­garci il senso della loro inu­suale par­te­cia­pa­zione. «A dif­fe­renza di gran parte dell’opinione pub­blica tede­sca – ha affer­mato – noi pen­siamo che il cam­bia­mento della Gre­cia non rap­pre­senti una minac­cia, ma un’opportunità per ripen­sare a fondo le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali dell’Unione e dei Paesi più forti. Per que­sto chie­diamo a Mer­kel di nego­ziare sul serio con Atene, e ai ver­tici della Bce di non tenere com­por­ta­menti discri­mi­na­tori nei con­fronti della Gre­cia. Il tanto deplo­rato ma non ancora supe­rato defi­cit demo­cra­tico a livello euro­peo non può essere aggra­vato da un’ulteriore limi­ta­zione della demo­cra­zia negli stati mem­bri, come acca­drebbe se con­ti­nuasse que­sto ricatto – pro­se­gue Urban – senza dimen­ti­care che le poli­ti­che di auste­rity hanno ini­ziato a pena­liz­zare anche l’economia mani­fat­tu­riera tede­sca: se con­ti­nuiamo a stran­go­lare i con­su­ma­tori del Medi­ter­ra­neo, lo vogliamo dire ai padroni e al governo di Grosse Koa­li­tion, chi com­prerà più le auto pro­dotte a Wol­fsburg?» Insomma, con­clude l’esponente dei metal­mec­ca­nici «il cam­bia­mento in Gre­cia è una grande occa­sione per rifon­dare dal basso un’Europa sociale e demo­cra­tica. E que­sto è nell’interesse degli ope­rai tede­schi per primi».

Un pen­siero con­ver­gente con la sod­di­sfa­zione espressa, al ter­mine di un cor­teo che ha visto oltre tren­ta­mila per­sone inva­dere le strade del cen­tro com­mer­ciale e finan­zia­rio di Fran­co­forte, dagli atti­vi­sti della Inter­ven­tio­ni­sti­sche Linke, la rete di movi­mento tra i pro­ta­go­ni­sti della costru­zione del per­corso di Bloc­kupy. «Oggi pos­siamo dire – insi­ste Mario Neu­mann – che la crisi è arri­vata anche in Ger­ma­nia, nel cuore della bestia. Sia per­ché sono cre­sciuti anche qui feno­meni di impo­ve­ri­mento e pre­ca­riz­za­zione di massa, sia per­ché oggi nelle strade di Fran­co­forte si è espressa con forza la rab­bia di tutta Europa. E la domanda di un cam­bia­mento radi­cale, con­di­viso da tanti e diversi, fa sì che la paura per una volta non sia solo dalla parte degli inde­bi­tati, ma anche da quella delle élite».

Certo è che, nell’anniversario della Comune di Parigi, la pri­ma­vera d’Europa a Fran­co­forte è arri­vata con tre giorni di anticipo.

Giuseppe Caccia

Sgomberi, non ce li chiede l’Europa

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 12:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
09 03 2015

«Ce lo chiede l’Europa». Di solito questa frase corre sulla bocca di chi – a torto o a ragione – invoca sacrifici, austerità e «tagli» di vario tipo. Ma l’Europa non ci chiede solo questo: da vari anni, il nostro paese è sotto osservazione anche per le politiche in materia di rom e sinti. Perché alle istituzioni internazionali, si sa, i «campi nomadi» nostrani non piacciono proprio. Così come non piacciono gli sgomberi, né certi provvedimenti «sbrigativi» – diciamo così – presi dai Comuni.

L’ultima «bordata» contro l’Italia è arrivata proprio in questi giorni. E per la verità non viene da Bruxelles ma da Strasburgo, cioè dal Consiglio d’Europa. Un ente che, nonostante il nome, non ha niente a che fare con l’Unione Europea ma è un’istituzione sopranazionale a sé stante [per la differenza tra i due organismi vedi qui] Tanto che alcuni paesi (ad esempio la Turchia, la Russia o la piccola Albania) non fanno parte della UE ma aderiscono al COE (acronimo, appunto, del Consiglio d’Europa).

Il COE nasce nel lontano 1949 per promuovere lo «stato di diritto», per tutelare i diritti umani e rafforzare l’identità democratica europea. È un’istituzione meno potente della «cugina» di Bruxelles, ma è anche più attenta alle persone e alle minoranze. E ha attivato da tempo l’ECRI, cioè l’European Commission against Racism and Intolerance (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza), che tiene sotto controllo le politiche degli Stati Membri in materia di rom.

È legale sgomberare un campo «abusivo»?
Proprio dall’ECRI, dicevamo, arriva l’ennesima strigliata alle politiche del nostro paese. Gli esperti di Strasburgo avevano già inviato, nel 2012, delle «raccomandazioni» al Governo italiano: a tre anni di distanza, l’organismo del COE è tornato alla carica, e ha stilato un report (qui il testo, in lingua inglese) sull’effettiva attuazione di quelle raccomandazioni.

A mandare su tutte le furie i tecnici dell’ECRI sono soprattutto gli sgomberi dei campi cosiddetti «abusivi», che secondo Strasburgo sono condotti in modo illegale. E questo è un punto interessante, perché di solito si pensa che se un insediamento non è autorizzato, smantellarlo e allontanarne gli abitanti è un atto doveroso, o almeno conforme alla legge: invece, le cose non stanno affatto così.

Come tutti i paesi aderenti al COE, l’Italia ha infatti firmato alcune convenzioni internazionali che stabiliscono il «diritto ad un alloggio adeguato». Quando un insediamento è «abusivo», dunque, si può certamente smantellarlo, ma bisogna tener conto dei suoi abitanti e delle loro necessità abitative. Non basta buttar giù le baracche, insomma: bisogna offrire alle famiglie le necessarie garanzie.

Sul punto, la normativa è ormai chiarissima (per saperne di più vedi qui). Quando si fa uno sgombero, gli abitanti devono essere avvertiti per tempo, e devono potersi rivolgere a un avvocato o comunque accedere a forme di tutela legale. L’ente pubblico che ordina lo smantellamento del campo deve farsi carico di sistemazioni abitative dignitose, concordate con i diretti interessati. Non solo: nel reperimento di alloggi adeguati, si deve tener conto della vita familiare. Quindi, ad esempio, non si può dare un alloggio temporaneo ad una madre e al figlio piccolo, e lasciare in mezzo alla strada il padre, come avviene comunemente in Italia…

ECRI: «troppi sgomberi in Italia»
Ecco, a quanto pare queste garanzie procedurali non sono state seguite nel nostro paese. «L’ECRI», si legge nel report pubblicato da Strasburgo, «è stata informata del fatto che gli sgomberi di rom e sinti sono proseguiti anche nel 2012 e 2013, e ancor più di recente, nel Luglio 2014. Questi sgomberi sono stati spesso effettuati senza le necessarie garanzie procedurali, e senza proporre alcuna sistemazione alternativa agli abitanti».

Bisogna dire che, secondo i tecnici del COE, l’Italia ha fatto qualche progresso. Ad esempio, ha abrogato i decreti della cosiddetta emergenza nomadi, che avevano equiparato rom e sinti a una calamità naturale: come se fossero un terremoto o un’inondazione. E ha varato una «Strategia Nazionale» che prevede – almeno sulla carta – la fine della politica dei campi (e degli sgomberi), e l’avvio di percorsi di effettivo inserimento.

«I recenti sviluppi politici e legislativi», spiega ancora l’ECRI, «mostrano l’inizio di un processo positivo, ma, per il momento, lento (…). E tuttavia, questo processo non può ancora garantire pienamente che tutti i rom vittime di sgomberi possano godere delle necessarie garanzie».

Il linguaggio, come si vede, è «felpato», cauto, prudente: come si conviene a una istituzione internazionale. Ma la conclusione è chiara: «di conseguenza, l’ECRI ritiene che le sue raccomandazioni siano state attuate solo in parte». L’Italia, ancora una volta, è bocciata. O almeno – come si diceva un tempo – «rimandata a Settembre».

Sergio Bontempelli

 

Redattore Sociale
20 02 2015

Ancora una bufera su Frontex. Dopo la notizia che l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Ue sapesse già che con l’operazione Triton, una volta cessati i pattugliamenti italiani con Mare Nostrum, era probabile un aumento degli immigrati morti in mare, ora il principale canale televisivo tedesco Ard denuncia che Frontex non avrebbe detto la verità sulle cosiddette navi fantasma nel Mediterraneo, che in realtà non erano tali.

Risale a inizio gennaio la notizia che i criminali responsabili della tratta e del traffico di migliaia di esseri umani avevano cominciato a usare navi senza bandiera per portare gli immigrati a largo delle coste italiane per poi abbandonarli alla deriva in balia del loro destino, navi spesso lasciate guidare da alcuni fra gli immigrati stessi, senza addestramento né la minima conoscenza del mare e delle imbarcazioni. Frontex, allora, su tutti i giornali parlava di un ulteriore salto di qualità nella crudeltà dei trafficanti e di veri e propri assassini e naufragi programmati e premeditati.

La trasmissione tedesca Panorama, invece, esaminando il caso della più grande di queste presunte navi fantasma, la Blue Sky M, che ha portato in Europa oltre 750 persone, per la maggior parte profughi siriani, ha scoperto che le cose non stavano proprio come Frontex le raccontava.

La nave in realtà non era stata lasciata senza equipaggio, era attrezzata per affrontare il mare e guidata da marinai professionisti, anch’essi siriani, che hanno portato sé stessi e i passeggeri in salvo, sbarcando sulle coste italiane, senza nessun pericolo di naufragio.

E infatti la Blue Sky M è approdata, la notte di San Silvestro del 2014, nel porto di Gallipoli. Secondo lo stesso sostituto procuratore di Lecce, Guglielmo Cataldi, sia la struttura della nave, sia l’elettronica di bordo che il motore erano in buone condizioni.

Ma allora perché Frontex avrebbe mentito? La trasmissione Panorama, in cui il reportage è andato in onda, ipotizza che il tutto rientri in un’operazione di propaganda da parte di Frontex e delle guardie costiere europee per convincere l’opinione pubblica che il problema dell’immigrazione irregolare sia da ascrivere solo all’operato di scafisti, trafficanti e facilitatori sempre più senza scrupoli.

La stessa portavoce di Frontex, Ewa Moncure, ha ammesso in un’intervista con i giornalisti del programma dell’Ard, che le informazioni in possesso dell’agenzia sei settimane fa erano diverse rispetto a quelle che hanno a disposizione ora. Questo, però, non sembra sufficiente per un ripensamento da parte di Frontex della sua strategia di comunicazione e di informazione.

Maurizio Molinari

In piazza anche per noi

Popolo unito E' per la nostra vita che manifestiamo domani, a Roma, contro le politiche dell'Europa, che ne decide per tutti. Il nuovo governo greco ha il coraggio e il merito di combatterle per tutte e tutti. Un governo di sinistra - certo in alleanza con un partito di destra come Anel - che persegue un chiaro programma: proteggere le persone colpite dalla crisi, migliorarne la vita per quanto possibile. 
Bia Sarasini, Il Manifesto ...

Tutti in piazza sabato per Tsipras

Huffington Post
12 02 2015

Sabato 14 febbraio una quantità di personalità e di organizzazioni - Cgil, Fiom, Arci, Attac, Flc-Cgil, Fp-Cgil, Rete della conoscenza, Act, Tilt, Forum italiano dei movimenti per l'acqua, L'altraEuropa, partiti della sinistra ed esponenti della sinistra di partiti che fanno ormai fatica a connotarsi come tali - tutti quelli, insomma, che avevano firmato l'appello 'Cambia la Grecia Cambia l'Europa' a favore del nuovo governo greco, si ritroveranno in piazza a Roma.

Analoghe manifestazioni e sit in sono promossi in questi giorni in moltissime città italiane così come in altri paesi europei. Per dire che sarebbe fatale per l'Europa se a Bruxelles non capissero che occorre cambiare politica, a cominciare dal caso greco.

La novità è che oramai una parte importante dell'opinione pubblica - anche tedesca, come dimostra fra l'altro il sostegno offerto dai sindacati di quel paese alle proposte di Syriza - ha capito che le cose stanno assai diversamente da come i media l'hanno raccontata: non è la Grecia che deve chiedere un favore all'esecutivo dell'Ue, ma, al contrario, è questo esecutivo che deve chiedere scusa ai greci. Per aver sbagliato tutto: per essersi fidato - e per continuare a fidarsi - degli uomini che hanno fin qui governato la Grecia e per averli indotti a perseguire una linea che ha portato al disastro.

Deve infatti essere chiaro che la catastrofe greca non è stata provocata solo dalla crisi ma anche dalla dissennata politica di bilancio e fiscale promossa dal governo Samaras. Tutto questo era evidente già dal 2008. Sebbene la troika fosse ben consapevole - lo ha anche dichiarato pubblicamente - che quel governo di Atene non solo aveva consentito un'impensabile esenzione fiscale ai più ricchi ma aveva addirittura falsificato i bilanci statali, essa ha continuato a dire che se alle elezioni Samaras non fosse tornato a vincere sarebbe stato un disastro.

Dopo due anni di medicine "bruxellesi", nel 2010 il Pil del paese era già sceso di 10 punti. È allora intervenuta una consistente ristrutturazione del debito che però, anziché essere mirata alla ripresa dell'economia reale, è stata utilizzata sostanzialmente per ripagare i crediti privati detenuti dalle banche (quasi tutte tedesche), così ulteriormente allontanando ogni possibilità di ripresa. Il risultato: due anni dopo il Pil era crollato a meno 25 per cento e la disoccupazione a più 18, mentre nessuna, dico nessuna, riforma fiscale era stata avviata.

Che le cose stiano proprio così lo riconoscono ormai non solo un largo numero di economisti stranieri di fama (buon ultimo John Galbraith), ma lo stesso Fondo Monetario Internazionale nel suo più recente documento.

I veri colpevoli della drammatica situazione della Grecia sono dunque i suoi presunti salvatori e i loro complici ad Atene. Quelli che alla vigilia delle elezioni hanno gridato che se Syriza avesse vinto la Grecia sarebbe diventata come la Corea del Nord.

Le ragioni per manifestare e gridare queste verità come si vede sono molte. Anche se a Bruxelles sono sordi. O meglio: cercano di nascondere le scelte che hanno compiuto per difendere specifici interessi che non hanno nulla a che vedere con quelli del popolo greco e dell'Europa tutta con la predica filistea secondo cui chi ha preso in prestito danaro deve restituirlo. Ma se per ottenerlo prima ti ho strozzato è evidente che quel debito non potrò mai pagarlo. È come Melchisedech che se la prendeva col proprio asino perché, proprio quando gli aveva insegnato a non mangiare, era morto.

Quel che il governo Tsipras oggi chiede, e con lui tutti quelli che stanno manifestando, è di aver almeno sei mesi di tempo per riparare ai guasti prodotti in sei anni dalla troika e dai precedenti governi greci. Per poter restituire, non per non farlo, sapendo che se invece si subisce il diktat della troika quel debito non potrà mai essere pagato. Perché la Grecia sarà morta. Come è stato ripetuto ormai da molti il problema è politico, non finanziario: e così la soluzione possibile.

Luciana Castellina

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