Il cortocircuito della Chiesa cattolica che vieta l'amore

  • Venerdì, 22 Febbraio 2019 08:47 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO


Luca Kocci, Il Manifesto

22 febbraio 2019

"Quando mi veniva raccontata la vita gay del Vaticano, non ci credevo, pensavo fosse una fiction, invece ho verificato che la realtà supera la fantasia". Frédéric Martel, sociologo e giornalista francese, presenta così il suo libro "Sodoma" (Feltrinelli, pp. 558, euro 24, www.sodoma.fr), uscito ieri in venti Paesi, mentre in Vaticano cominciava il summit del papa con i vescovi di tutto il mondo sulla questione pedofilia, che durerà fino a domenica.

Morto Wesolowski, vittime senza giustizia

Era il primo prelato pedofilo a essere finito sotto processo nella Città del Vaticano, giudicato da un collegio di soli laici. Ma non era certo il primo, e neppure l'ultimo dei pedofili nella Chiesa.
Giampiero Gramaglia, Il Fatto Quotidiano ...

Internazionale
17 07 2015

Un intrigo internazionale, un tentativo di insabbiamento o un faticoso cammino giudiziario verso la verità? È difficile definire con esattezza il caso dell’ex nunzio apostolico Józef Wesołowski, accusato di gravi reati legati alla pedofilia e per questo sottoposto a processo in Vaticano. Forse la vicenda è tutte e tre queste cose insieme e la battaglia intorno all’ex arcivescovo fa parte di quel processo di riforma portato avanti – non senza ostacoli – da papa Francesco.

Sta di fatto che la storia non sembra avere ancora contorni ben definiti e rimane avvolta in molte incertezze.

Józef Wesołowski è stato accusato di abusi sui minori e di possesso di un gigantesco archivio pedopornorafico negli anni che vanno dal 2008 al 2014. In particolare avrebbe commesso la maggior parte dei reati nella Repubblica Dominicana dove aveva svolto il suo ultimo incarico come ambasciatore del papa, quindi avrebbe proseguito l’attività criminosa in Vaticano.

Da qui la decisione della Santa sede di procedere alla riduzione allo stato laicale dell’arcivescovo in base a un procedimento canonico; contro questa sentenza Wesołowski ha presentato ricorso in appello. Quest’ultimo è ancora pendente, quasi a dire che anche sul piano ecclesiale la questione è ancora aperta.

Tuttavia Bergoglio, come ha precisato nel settembre 2014 il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ha dato il via libera all’arresto dell’ex nunzio quando ha deciso di dare impulso all’indagine del promotore di giustizia vaticano (una sorta di pubblico ministero), Gian Pietro Milano, che si è conclusa nel giugno scorso con il rinvio a giudizio dell’imputato.

L’11 luglio doveva dunque cominciare nella cittadella vaticana un processo per pedofilia clamoroso, senza precedenti, contro un ex arcivescovo e nunzio apostolico.

Ma “in apertura di dibattimento il promotore di giustizia ha comunicato che l’imputato non era presente in aula in quanto ricoverato in ospedale. Il tribunale ha preso atto dell’impedimento a comparire dell’imputato, a seguito dell’insorgere di un improvviso malore, che ha reso necessario il suo trasferimento presso una struttura ospedaliera pubblica, ove risulta attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva”.

Così recitava il comunicato ufficiale diffuso dal Vaticano la mattina stessa dell’inizio del processo. Il Vaticano parla di “ricovero in una clinica” ancora in corso il 16 luglio.

La prima udienza, annunciata come particolarmente densa di spiegazioni circa il merito delle accuse e delle contestazioni, è durata in tutto sei minuti, il procedimento è stato poi rinviato a data da destinarsi.

La decisione non è piaciuta alla procuratrice generale della Repubblica Dominicana, Yeni Berenice Reynoso, che ha sottolineato come, sollevando la questione delle precarie condizioni di salute, l’ex diplomatico vaticano di 67 anni, intenda semplicemente sottrarsi alla giustizia.

A Wesołowski del resto sono contestati in particolare cinque casi di abuso sessuale su minori avvenuti nel paese caraibico; gli episodi sarebbero molti di più, ma su questi cinque sono state raccolte testimonianze e prove importanti attraverso indagini complesse. Ancora, va sottolineata la scelta di rendere pubblica la prima udienza da parte vaticana. A questo scopo era stato predisposto pure un pool di giornalisti autorizzati ad assistere all’inizio del procedimento; inoltre, dal punto di vista strettamente giuridico, la vicenda aveva un suo complicato ma perfetto incastro.

Un passo indietro
Nel luglio del 2013 papa Francesco, eletto da pochi mesi come successore di Benedetto XVI, aveva introdotto con un motu proprio, cioè un provvedimento legislativo di diretta emanazione del pontefice, un aggiornamento della legge penale nella quale si prevedeva tra l’altro un inasprimento delle pene per diversi reati compresi quelli relativi agli abusi sessuali tra cui anche il possesso di materiale pedopornografico, la violenza sessuale, la prostituzione e altro.

Si noti che il caso Wesołowski comincia a emergere tra Vaticano e Caraibi proprio nell’estate del 2013, quando cioè la vicenda dell’ex nunzio diventa un caso giudiziario nella Repubblica Dominicana. È in quel periodo che il cardinale e arcivescovo di Santo Domingo, Nicolás de Jesús López Rodríguez, informa Bergoglio di quanto sta per accadere. A quel punto il nunzio viene richiamato a Roma e destituito da ogni incarico.

Successivamente prendono il via il processo canonico e poi quello penale. Tuttavia con la contestazione a Wesołowski di aver conservato materiale vietato nei suoi computer fino al 2014, la giustizia vaticana risolveva il problema dell’impossibilità di applicare retroattivamente la nuova legge penale del 2013. Insomma la Santa sede aveva costruito intorno all’ex nunzio un meccanismo complesso ma difficile da smontare.

D’altro canto la vicenda si portava dietro una serie di ricadute internazionali. In primo luogo Wesołowski oltre a quella vaticana aveva anche la nazionalità polacca, da cui l’interessamento delle autorità di Varsavia verso l’ex nunzio. È stata anche ventilata l’ipotesi di una richiesta di estradizione da parte della Polonia. L’ex diplomatico, inoltre, non era l’unico a essere stato accusato di abusi sui minori nella Repubblica Dominicana, con lui figuravano infatti altri sacerdoti, pure di origine polacca, successivamente sottoposti a giudizio in patria.

C’era un legame tra queste diverse storie?

È questa un’altra domanda che finora non ha ricevuto risposta. Inoltre la vicenda Wesołowski ha avuto, poco più di un anno fa, anche un’ulteriore eco internazionale.

Quando nel maggio del 2014 il Vaticano è stato ascoltato dal comitato della convenzione Onu di Ginevra contro la tortura (procedura cui sono sottoposti gli stati aderenti alla convenzione), la vicenda Wesołowski è tornata a galla: infatti era stata inserita tra le varie richieste di chiarimento avanzate dai rappresentanti delle Nazioni Unite alla delegazione vaticana.

Una bomba a orologeria?
Nel corso di questi due (o poco più) funambolici anni di pontificato, papa Francesco ha dovuto affrontare alcune emergenze che gravavano sulla chiesa in modo drammatico.

La prima era quella degli scandali finanziari che ha fatto da detonatore alla battaglia per riorganizzare i dicasteri economici mentre il Vaticano si adeguava agli standard internazionali in materia di antiriciclaggio.

La seconda riguardava lo scandalo degli abusi sessuali sui minori. Considerato che alcune conferenze episcopali facevano resistenza passiva sull’argomento (tra queste quella italiana), il papa, come in altri settori, ha manovrato dall’alto facendosi aiutare da un gruppo di collaboratori.

Così è nata la Pontificia commissione per la tutela dei minori, guidata dal cardinale Sean Patrick O’Malley, frate cappuccino arcivescovo di Boston, che si avvale del supporto di ex vittime di abusi, di studiosi e psicologi tra cui diverse donne, novità non scontata Oltretevere.

Con il passare dei mesi alcuni vescovi anche di alto rango sono stati allontanati, mentre la vicenda Wesołowski doveva assumere un valore simbolico in questa strategia dimostrando che la chiesa sapeva andare fino in fondo.

Tuttavia non si può dimenticare che l’ex nunzio non è un qualsiasi prete di una parrocchia cittadina – come in tanti casi italiani recenti – coinvolto in reati che urtano la sensibilità e la moralità comuni oltre a essere particolarmente odiosi e gravi.

Wesołowski vanta una carriera di alto livello nella diplomazia vaticana, fa parte degli uomini legati a Karol Wojtyla che lo ordinò prima sacerdote poi arcivescovo, ha lavorato in diverse nunziature, dalla Costa Rica al Giappone, dall’India alla Svizzera, quindi ha ricoperto l’incarico di nunzio in Bolivia all’inizio degli anni duemila, è stato poi l’ambasciatore del papa in alcuni paesi caucasici quindi, nel 2008, lo ritroviamo come nunzio nella Repubblica Dominicana.

Ci resta fino all’agosto del 2013, l’estate dello scandalo. Le storie raccontate dai ragazzi coinvolti negli abusi sono pesanti, drammatiche, Wesołowski ha l’identikit di una persona malata che approfitta dei più deboli. E allora, inevitabilmente, sorgono dubbi circa il fatto che altri episodi possano essersi verificati in precedenza, sulle eventuali coperture di cui ha goduto a Roma e altrove per tanti anni, sulle possibili complicità diffuse in ambiente ecclesiale e non.

Sono tutte domande che dovranno trovare una risposta durante il processo

Francesco Peloso

Pedofilia, il papa punisce l'omertà

haringLa notizia è molto buona: ieri il papa ha accettato di introdurre, accogliendo la proposta della Commissione vaticana per la tutela dei minori, il reato di "abuso di ufficio episcopale", che colpirà quei vescovi che non hanno preso abbastanza sul serio o addirittura ostacolato le denunce di reati commessi da preti su minori e disabili. A una speciale sezione della Congregazione della dottrina della Fede spetterà il compito di emettere il giudizio su questa particolare fattispecie di reato. È una novità molto positiva perché riconosce due principi egualmente importanti, entrambi riferibili alla nozione di responsabilità.
Marco Marzano, Il Fatto Quotidiano ...

Matrimoni gay, la Chiesa cattolica litiga... finalmente!

  • Giovedì, 28 Maggio 2015 13:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
28 05 2015

Le dichiarazioni del cardinal Kasper ("Se c'è un'unione stabile, degli elementi di bene esistono senz'altro, li dobbiamo riconoscere, però non possiamo equiparare al matrimonio"), che correggono le parole estemporanee ("Credo che si possa parlare non soltanto di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell’umanità"; avvenire.it) con cui il Segretario di Stato Pietro Parolin ha corretto le dichiarazioni fatte dal primate delle chiesa d'Irlanda Diarmuid Martin ("La Chiesa deve fare i conti con la realtà"; rte.ie) dopo il risultato del referendum che ha visto gli irlandesi dire sì ai matrimoni omosessuali, mi spingono a pensare che la Chiesa cattolica stia vivendo un passaggio simile a quello che, verso la fine del XX secolo, ha vissuto la Comunione anglicana quando, negli anni Novanta, ha dovuto affrontare il tema dell'accoglienza degli omosessuali dichiarati.

Da un lato ci sono le chiese europee, quelle di molti stati americani e quelle di Australia e Nuova Zelanda che si rendono conto che l'approccio tradizionale al tema dell'omosessualità va superato se si vuol vivere con fedeltà quanto Gesù aveva chiesto quando ha detto di "predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati" (Vangelo di Luca 24, 47). Dall'altro ci sono le chiese del sud del mondo che hanno a che fare con società in cui un'apertura su questo tema non verrebbe capita e, quasi sicuramente, le metterebbe in gravi difficoltà rispetto alla concorrenza che subiscono dalle chiese fondamentaliste evangelicali e dall'islam radicale che hanno fatto del disprezzo per l'omosessualità uno strumento per raccogliere il consenso dei fedeli.

Fino ad ora le gerarchie cattoliche hanno fatto proprie le istanze di queste ultime chiese sdoganando nei suoi documenti, man mano che il tempo passava, affermazioni sempre più pesanti sull'omosessualità e sugli omosessuali: se si confrontano tra loro la dichiarazione "Persona Humana" del 1975, la lettera "Homosexualitatis Problema" del 1986 e le "Considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali" del 1992, questo percorso emerge molto chiaramente.

Gli episcopati delle chiese che vivevano con disagio questo progressivo inasprimento, quando non si sono allineati alle posizioni della Santa Sede scontrandosi con la società e con la base ecclesiale dei loro paesi, hanno mantenuto un profilo molto basso evitando di dire chiaramente che, andando avanti su quella strada, le loro comunità correvano il rischio di diventare delle conventicole di fanatici.

Con l'arrivo di papa Francesco, che ha chiaramente invitato i vescovi alla "parresia" (li ha cioè invitati a parlare chiaro e a dirsi tutto), il clima è cambiato e gli episcopati delle chiese che vivevano con disagio la linea seguita dalla Santa Sede, hanno iniziato a dare voce alle istanze di queste chiese. Era naturale che ci fosse una reazione da parte di chi la linea di progressiva chiusura agli omosessuali l'aveva elaborata e l'aveva difesa con convinzione e da parte dei vescovi delle chiese del sud del mondo alle cui chiese, quella linea, andava benissimo.

In una situazione del genere io credo che la preoccupazione principale di papa Francesco e dei suoi collaboratori più fedeli (tra cui c'è senz'altro anche il cardinal Parolin) sia quella di evitare alla Chiesa cattolica le stesse spaccature tra gli episcopati già vissute dalla Comunione anglicana (dove si era arrivati all'assurdità di vedere gli episcopati di alcune chiese del Sud del mondo consacrare vescovi che avevano come unico incarico quello di raccogliere e organizzare i fedeli che non condividevano le aperture della Chiesa episcopaliana degli Stati Uniti sul tema dell'omosessualità).

Probabilmente il Sinodo straordinario dell'anno scorso è stata l'occasione per valutare le forze in campo e per tracciare una strada capace di evitare questa rottura, e non è infondata l'impressione di chi parla di una marcia indietro rispetto alle aperture che erano scaturite da quel famoso "Chi son io per giudicare?" pronunciato dal papa in occasione del suo viaggio di ritorno da Rio de Janeiro: le reazioni duramente negative di una buna parte dei vescovi a una "relatio post disceptationem" che recepiva queste aperture, hanno suggerito una correzione di rotta che, secondo me, almeno in tempi brevi non ci deve far sperare in nessuna novità significativa sul tema dell'accoglienza delle persone omosessuali da parte dei vertici della Chiesa cattolica...

E allora cosa resta - ci si può chiedere a questo punto - delle aperture che papa Francesco aveva fatto due anni fa? Da un lato ci potranno essere alcuni gesti che la Santa Sede potrà fare per far capire che, comunque, c'è una inversione di rotta. Se, come credo succederà, la Segreteria dei Stato vaticana darà il suo gradimento all'ambasciatore francese Laurent Stefanini, dichiaratamente gay, alcune cose scritte nelle "Considerazioni" del 1992, verrebbero smentite - in particolare quelle in cui si afferma che "non vi è alcun diritto all'omosessualità" (punto 13), o quelle in cui si stigmatizzano "le persone omosessuali che dichiarano la loro omosessualità" (punto 14).

Dall'altro c'è il riconoscimento ufficiale del fatto che, su certi temi (come l'atteggiamento da tenere nei confronti delle persone omosessuali e dei loro diritti), quello che la Chiesa insegna non è vincolante né per la coscienza dei fedeli né per i vescovi, il cui compito di operare "in comunione e sotto l'autorità del Sommo Pontefice" (Decreto Christus Dominus sulla missione pastorale dei vescovi, punto 3) non li obbliga a non intervenire quando, su un tema come questo, sentono il dovere di fare presenti alcune istanze particolari.

Una chiesa in cui finalmente si parla chiaro è magari una chiesa in cui si litiga di più, ma è anche una chiesa che inizia a superare l'ipocrisia che l'avvelena.

Gianni

 

 

 

 

 

 

 

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