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la Repubblica
24 09 2015

"Il velo non mi definisce come giornalista. Indossarlo è una mia decisione e non voglio che qualcuno mi tolga questa libertà''. A scriverlo è la reporter statunitense Noor Wazwaz, che sul suo blog su Huffington Post Usa ha raccontato di essere stata discriminata a causa del suo hijab quando era ancora una studentessa della Medill School of Journalism, a Chicago.

Gli studenti del suo corso erano stati invitati a realizzare collegamenti televisivi in diretta per il magazine Illinois Business This Week. A lei, invece, questa opportunità era stata negata. ''Il mio professore mi ha spiegato che il produttore non voleva mandarmi in onda dicendo che il mio copricapo poteva essere "una distrazione", scrive la reporter. Alla fine sono riuscita a registrare un collegamento ma non ho mai saputo se era stato mandato in diretta. Ho chiesto spiegazioni tramite mail ma non ho ricevuto risposta. Quel giorno - continua Noor - ho capito quanto fosse alto il prezzo che avrei dovuto pagare per poter essere me stessa. Ma poi ho riflettuto. Ho capito che noi siamo la generazione che deve cercare di recuperare il brutto che ha ereditato. Non dobbiamo mai lasciarli vincere''.

Noor è stata ribattezzata ''la voce araba delle donne negli Stati Uniti'', lavora attualmente per VICE News, US News, Military Times, e continua a indossare il velo.

Flavia Cappadocia

Il "fumetto intercultura" di Takoua Ben Mohamed

  • Giovedì, 23 Luglio 2015 11:05 ,
  • Pubblicato in INGENERE

InGenere
23 07 2015

La matita in mano non le manca mai ed è nelle pagine dei fumetti che fa approdare la sua voce narrante. Ha lo sguardo verso il Colosseo, mentre un curioso si avvicina con una tale bizzarra domanda: “Scusa, una curiosità. Ma tu ce l’hai i capelli?”. Takoua, la ragazza con il velo, classe 1991, che simpatizza per "la magica Roma" e parla di politica, dittatura e primavera araba, risponde con un semplice sorriso e un’ironia disarmante: “No guarda, sono pelata!”. Non si tratta di una finzione letteraria ma è l’apertura al mondo di Takoua Ben Mohamed, che attraverso i fumetti esprime la sincerità della sua anima e disegna ciò che le accade nel cuore sdoganando ogni apparenza, andando oltre quotidiani pregiudizi e comuni stereotipi sul velo, sui musulmani e sull’Islam.

Takoua Ben Mohamed, fumettista e graphic journalist nasce a Douz città del sud della Tunisia, 23 anni fa. Oggi vive a Roma e studia a Firenze. Ma il suo viaggio inizia dalla porta del Sahara e dal silenzioso deserto, è da lì che ha scelto di raccontare il mondo.

Dopo otto anni di vita a Douz si trasferisce in Italia per raggiungere il padre, ex rifugiato politico. Dalla Tunisia porta con sé la sua matita e con i suoi disegni comincia a comunicare con i compagni e le maestre. Oggi studentessa dell’Accademia di cinema d’animazione e arti digitali a Firenze, si dedica inoltre all’attività di volontariato nelle associazioni umanitarie.

Ideatrice del fumetto intercultura, attraverso il quale racconta storie vere di discriminazione e pregiudizio, cattura i lettori con la sua carica emotiva a tratti tenera, spesso ironica e a volte eversiva. I suoi fumetti insegnano il valore del rispetto e della libertà, fatta di facce e personaggi, religioni e culture diverse, tradizioni e storie di persone che subiscono discriminazioni quotidianamente.

La primavera araba, la dittatura, i diritti dell’infanzia in paesi in guerra come la Palestina e la Siria, il velo e i pregiudizi sull’Islam, questo racconta Takoua con la sua matita. Una matita che cerca di decostruire gli stereotipi e i pregiudizi creati dai media. Storie vere, realmente accadute, tra cui anche la sua esperienza personale, i pregiudizi, il razzismo di ogni genere e forma, la libertà d’espressione e di pensiero, la violazione dei diritti umani. Per Takoua non sono solamente argomenti di cui parlare, l’ importante è cercare storie e raccontarle al mondo, in modo innovativo, attraverso il fumetto.

Takoua ha scelto di indossare il velo all’età di 11 anni, esattamente un anno dopo l’11 settembre 2001. Fu un anno molto difficile, i pregiudizi e le offese rivolte alla comunità musulmana si moltiplicarono. Un giorno decise di provare a indossare il velo, come le due sorelle maggiori. Fu un coetaneo ad accusarla di essere una “terrorista”. Lei non sapeva cosa significasse la parola, ma conosceva benissimo la sua religione, la sua cultura e la libertà che avrebbe difeso a denti stretti. Sapeva che indossare il velo sarebbe stato frutto di una scelta e non di un’imposizione. Da quel giorno lo ha sempre indossato, e da giovane musulmana, vive il pregiudizio tutti i giorni. A suo parere, ci troviamo in un momento storico pericoloso e difficile, che veicola un immaginario islamofobo capace di incidere sui singoli, nonostante la maggior parte dei musulmani si dissocino e rifiutino di essere rappresentate da un presunto stato che si dichiara “islamico” ma che con l’Islam non ha nulla a che fare.

Islamofobia e paura del diverso, contrastarle per Takoua è una battaglia quotidiana, e in questo senso la sua matita è più potente delle discriminazioni, degli stereotipi e dei pregiudizi. Takoua non si tiene fuori dai suoi fumetti e dalla realtà che disegna. Lei è Fatima, una ragazza velata che affronta i pregiudizi dei suoi compagni di classe con il coraggio, la forza e il suo Hijab. È Ali Barbalunga, che viene scambiato per un terrorista ma non è altro che un semplice musulmano. È una comune ragazza che racconta come l’adolescenza con i suoi problemi, venga vissuta in modo simile dappertutto. È Aisha, ragazza somala che non capisce la differenza tra un bianco e un nero, perché vede il mondo come un arcobaleno di colori e pensa fortemente che i diritti dovrebbero unire e non dividere. Takoua non si separa dai suoi personaggi, vuole stare in mezzo a loro, cancellando così ogni distanza.

Ismahan Hassen e Roberta Lulli

I centimetri di velo e la battaglia politica in Iran

  • Giovedì, 28 Maggio 2015 13:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
28 05 2015

L'estate sta arrivando, le temperature già sfiorano i 30 gradi, e tante ragazze iraniane spingono sempre più il velo obbligatorio indietro sulla testa.

E la polizia religiosa? Su ciò che debba fare gli ayatollah non sono d'accordo. ...

Scartata perché ha il velo. Il caso alla Corte Suprema

  • Giovedì, 26 Febbraio 2015 09:14 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
26 02 2015

Finisce al giudizio della Corte suprema il caso della ragazza in hijab rifiutata dal colosso di abbigliamento per teenager. Nel 2008 Samantha Elauf fece un colloquio di lavoro con Abercrombie & Fitch, per una posizione di addetta alle vendite nel negozio di Tulsa, in Oklahoma. Samantha, allora 17enne, aspirava al ruolo di «modella», doveva far parte della squadra di ragazzi e ragazze immagine che, come in tutti i negozi della catena, indossano gli ultimi arrivi griffati A&F.

Elauf fece un’ottima impressione al manager, ottenendo un punteggio elevato, ma quando quest’ultimo si consultò con il responsabile di zona, le quotazioni di Elauf, in base al «look policy», si abbassarono vertiginosamente, e alla fine venne scartata. Il problema per A&F era che Samantha, durante il colloquio, indossava un hijab, il copricapo nero delle fedeli musulmane. E questo era contrario alle severe regole di costume imposte dall’azienda ai dipendenti dei negozi, tra cui il divieto di indossare cappelli, orecchini vistosi e di mantenere copricapo per motivi religiosi.

Senso di emarginazione
Il diniego di A&F non è andato giù a Samantha che tramite l’Equal Employment Opportunity Commission (l’organismo che vigila sulle pari opportunità del lavoro in Usa) ha fatto causa all’azienda vincendo in primo grado. La motivazione è che la società aveva adottato un comportamento discriminante. Nel 2013 la sentenza però è stata ribaltata in secondo grado, perché la ragazza non era protetta dal Civil Rights Act del 1964, visto che durante il colloquio non aveva fatto menzione della necessità di indossare l’hijab per motivi religiosi.

In sostanza per la Corte d’Appello, la ragazza sarebbe stata esclusa solo in ottemperanza ai criteri fissati da A&F. La sentenza tuttavia è stata contestata dall’Eeoc, che ritiene assai pericoloso definire necessario per un colloquio di lavoro dichiarare la propria fede. Un atto discriminatorio in sé quindi. La società si difende spiegando di avere una tradizione assai longeva di inclusività e rispetto delle diversità, ma se la Corte suprema dovesse dar ragione alla ragazza con l’hijab, la sentenza potrebbe avere una serie di ramificazioni che riguardano ad esempio la gravidanza e le disabilità.

In realtà è però l’aspetto religioso quello più caldo, e in particolare per la comunità musulmana, che sull’onda della violenza terroristica islamica, si sente emarginata, discriminata, finanche in pericolo di vita. Come dimostra l’omicidio di tre studenti musulmani all’università della Carolina del Nord. Una potenziale polveriera visto che gli immigrati provenienti da Paesi musulmani sono in numero superiore rispetto anche a quelli dall’America centrale.

Francesco Semprini

Abbatto i muri
07 01 2014

by laglasnost 

Vi ricordate l’Oriana Fallaci ultima maniera? Scriveva cose perfettamente affini alla politica di Bush e paventava di una presunta minaccia islamica che avrebbe colpito l’occidente. I suoi ultimi scritti, se non erro, furono pubblicati su Il Giornale o Libero. Lei ricevette il plauso del centro destra nel quale spiccava una Santanché intenzionata a liberare le donne dal velo, anche se quelle donne non volevano essere liberate e poi c’erano i leghisti che lanciavano strali per ogni volta che qualcuno pronunciava la parola “moschea”.

In occasione dell’attacco americano in Afghanistan, spacciato per una spedizione di liberazione per le donne, quelle di Rawa dissero che restituire il potere ai talebani non fu esattamente una buona idea. Il punto era che gli americani usarono le donne come giustificazione per buttare bombe in quella terra e piazzare al potere un governo più affine agli interessi economici occidentali. Delle donne, infatti, non gliene fregava un accidenti e il nuovo governo applicò restrizioni alle loro vite senza che Bush battesse ciglio.

La politica anti-islamica è realizzata da Israele che usa la presunta arretratezza culturale e il sessismo palestinese e del mondo arabo in generale come giustificazione per buttare bombe su Gaza e dintorni. L’ossessione per la “minaccia islamica” viene svelata anche nelle politiche di alcuni paesi europei. La Francia, per esempio, non ha mai abbandonato la propria indole neocolonialista e ha fatto molto discutere la posizione dei vari governi, di destra o sinistra, senza distinzione alcuna, uniti nell’idea di dover salvare le donne dalle costrizioni cui sarebbero state sottoposte dagli uomini musulmani. Sempre pronti a vedere il maschilismo altrove, meno che nelle case dei francesi doc, decisero che le donne musulmane non avrebbero potuto usare il velo nei luoghi di lavoro e che avrebbero dovuto civilizzarsi, ovvero “occidentalizzarsi.

Questo genere di posizioni islamofobe sono state diffuse anche dalle Femen, che tra una tetta scoperta e l’altra, soprattutto in Francia, hanno pensato di essere in diritto di usare la faccenda di Amina per andare a offendere i musulmani tutti e a dichiarare le musulmane velate non sane di mente. Ed è questa la cosa più antipatica che emerge dalle posizioni di questi “femminismi” così preoccupati di colonizzare il cuore e la testa delle donne che hanno tutto il diritto di rintracciare entro la propria cultura strategie di liberazione che potrebbero perfino non corrispondere alle nostre. Difficile è per i femminismi neocolonialisti accettare l’idea che non bisogna infantilizzare le donne, in generale, sostituendosi a loro nella proposizione di rivendicazioni e istanze. Chi sono io per dire di cosa avrebbe bisogno una donna musulmana? Chi sono io per dire che quelle donne hanno bisogno di importare il mio concetto di libertà? Senza contare il fatto che per ogni ingerenza occidentale ai percorsi di liberazione autonomi dei vari territori la reazione di difesa di alcuni contesti arabi è quella di imporre ulteriore integralismo e assoluta fedeltà ai loro principi. Basta vedere come si vestivano, prima delle ingerenze americane, le donne in Iran, Palestina, altrove e come si vestono ora. Le donne non portavano il velo e negli anni settanta andavano perfino in minigonna.

Capirete perciò quanto mi stranisce leggere il post di Marina Terragni in cui dal titolo si capisce che le donne occidentali dovrebbero correre ai ripari e rifugiarsi sotto il cappello protettivo delle potenze occidentali per sventare la minaccia “islamista”. Parte con una critica alla misoginia di certi contesti irrispettosi nei confronti delle donne e li addebita all’Islam, come se io dicessi oggi che tutta la misoginia presente in Italia è (de)merito della religione cattolica, senza fare distinzioni tra zone estremamente rigide e zone libertarie e laiche. Parla di culture “tribali” e che l’islamizzazione di vari luoghi “va di pari passo con l’imposizione di quegli usi che hanno a che vedere con la limitazione della libertà femminile”. Parla di una presunta ipocrisia nel rispetto della cultura e delle tradizioni delle donne che “scelgono liberamente di velarsi” e stabilisce che non è vero niente. Da donna occidentale qual è, Marina Terragni, sceglie di sostituirsi alle scelte di quelle donne e stabilisce che non sono libere affatto. Si velano, tutte, perché costrette. E questo è lo stesso principio sostenuto dalle abolizioniste della prostituzione o dalle femministe antiporno quando stabiliscono che le donne sono libere solo quando compiono scelte a loro affini, diversamente sono tutte schiave.

Terragni, in un passo, parla poi della debolezza Europea che avrebbe “ceduto alla forza di quel credo” e non capisco cosa voglia dire. Bisogna impedire loro di praticare la religione in cui credono? Bruciamo le moschee? Arrestiamo la gente musulmana? Li facciamo convertire al cattolicesimo con la forza? E qui mi vengono in mente parentesi inquisitorie descritte dallo storico Renda quando parla, per esempio, dell’operato di nobili e cardinali ai danni di persone di religione musulmana obbligate, con la forza, a convertirsi. Lo stesso veniva fatto, tanto per capirci, con gli ebrei, perchè quando si prende la via dell’imposizione di un’idea superiore alla quale tutti dovrebbero sottomettersi non si capisce davvero quale possa essere il limite.

Terragni però dice che la tolleranza e l’atteggiamento dialogante sarebbe frutto di “Ignavia borghese” (?!?) e che lei, a differenza di altre, non vuole più tacere. Dichiara di voler rompere il silenzio e di riconoscere la “misoginia come costitutiva dell’islamismo”.

Ho avuto modo di conoscere molte persone di mentalità diversa dalla mia e mai mi sono sognata di parlare di misoginia costitutiva di questa o quella cultura. Parto dal presupposto che per me un po’ tutte le religioni sono origine di pensieri di superiorità, ora di quella etnia e ora dell’altra. Non mi riesce semplice parlare di quel che si potrebbe fare per le donne di tutto il mondo perché per me il problema non sono le “religioni” o i contesti nei quali queste donne tentano un percorso di emancipazione. Il maschilismo è presente ovunque e mi risulta che le leggi a tutela delle donne che subiscono violenza non discriminino nessuno, a meno che non si voglia fare diventare il tema della violenza sulle donne qualcosa a sfondo etnico quando sappiamo benissimo che le donne subiscono violenza principalmente dagli italiani.

Dunque a cosa si mira? A leggi discriminatorie e un po’ razziste come quella francese? A norme dettate da una mentalità sovradeterminante e destrorsa che intende colonizzare la testa delle donne che non ci somigliano? E davvero si ritiene così di favorire i percorsi di liberazione? O piuttosto capiterà di vedere quelle donne rifugiarsi in un integralismo ancora più diffuso?

Io non porto il velo, e l’imposizione che avverto oggi è quella che riguarda l’esposizione del mio corpo. Un’altra religione, femminil/femminista, dice che il mio corpo nudo rappresenterebbe un mancato rispetto della mia dignità di persona. Le donne che portano il velo si sentono dire che dovrebbero toglierlo per mostrare di essere più libere. Quando ci convinceremo del fatto che la libertà delle donne non è frutto dell’imposizione di chi vuole colonizzare il mondo con una sola idea di libertà? Quando ci convinceremo del fatto che le donne sono tante e diverse e dobbiamo accettarle e crescere con loro, nel pieno rispetto delle loro culture? Quando ci convinceremo del fatto che bisognerebbe supportare le rivendicazioni a partire da chi le espone in propria rappresentanza, a nome proprio e non a nome di altre che così diventano mute e invisibili? Quante volte le donne dovranno sentirsi dire che non è affatto vero che sono libere anche se dichiarano di esserlo?

Appena ieri scrivevo di un femminismo che infantilizza le donne. Ecco: il percorso inverso sarebbe quello di chiedere alle dirette interessate cominciano a considerarle soggetti invece che oggetto: voi, donne dell’Islam, musulmane, arabe, quel che volete voi, cosa desiderate? Quali sono le vostre rivendicazioni? In cosa io posso esservi utile? In cosa la Terragni può esservi utile?

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