×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

"E' contro l'Islam!", "Andranno all'inferno", "Sono atei". In Egitto ci sono leggi sulla pubblica decenza contro questo genere di effusioni, anche se non sempre vengono applicate. "Ma potevano essere picchiati, e la ragazza poteva subire molestie sessuali", spiega al Corriere Ghada Abdel Aal, autrice del bestseller Che il velo sia da sposa (Epoché). "La cosa assurda è che, quando le donne subiscono molestie, nessuno interviene, ma se una coppia si bacia, allora è scandaloso". ...
Ma il velo nostalgico lascia il posto ad un messaggio implicitamente esplosivo che allude ai conflitti psicologi, sociali, religiosi, geo-politici che le donne vivono sulla propria pelle. ...

Il Fatto Quotidiano
04 09 2013

Respinte dalla palestra perché si sono presentate con il velo islamico. La denuncia di due ragazze italiane di origine egiziana sta scuotendo Reggio Emilia. La città più multi-etnica d’Italia è infatti alle prese con un caso controverso. “Per un attimo, per la prima volta in 30 anni non mi sono sentita italiana, mi hanno fatto sentire tutta la mia diversità”, spiega Rania Abdellatif.

Insieme alla sua amica Marwa Mahmoud, Rania venerdì 30 agosto aveva deciso di andare in palestra sfruttando una promozione di cui avevano sentito parlare da settimane. “Il Fit Village (questo il nome del centro in questione, ndr) proponeva un’offerta low cost e così ho deciso di chiamare Rania per andarci a iscrivere assieme”, spiega Marwa. “Sia io che lei già frequentiamo regolarmente altre palestre, ma volevamo passare qualche pomeriggio assieme”.


All’arrivo nella palestra, la più antica e una delle più prestigiose di Reggio, le due notano subito qualcosa che non va. “Nessun saluto, un’accoglienza fredda. Non ci hanno subito detto che non c’erano più posti, ci hanno fatto attendere e nel frattempo abbiamo notato che alcune persone stavano parlando tra loro. Al termine di questa conversazione la consulente commerciale ci ha chiamato e ci ha spiegato che la promozione aveva già raggiunto la quota di cento iscritti. Avremmo potuto accedervi ricontattandoli il lunedì successivo”.

Rania e Marwa, entrambe trentenni, hanno però la sensazione che il trattamento loro riservato non sia stato dei migliori: “Abbiamo chiamato una nostra amica e le abbiamo fatto contattare la palestra con un nome fittizio, italiano”. L’esito della telefonata sembra confermare i peggiori sospetti delle due ragazze: “Alla nostra amica dalla palestra hanno risposto di venire l’indomani a iscriversi, sia lei che suo fratello”.

La direttrice del Fit Village, Ivana Guidetti, non vuole sentire neppure parlare di razzismo o discriminazioni nella sua palestra: “Metà del nostro staff è straniero, molti sono musulmani, qualche giorno prima quello in questione avevamo iscritto delle ragazze col velo”. Poi Guidetti ammette che, in sua assenza, qualcosa quel giorno non ha funzionato. Ci sarebbe stata un’incomprensione tra due settori dello staff: “C’è la reception e la rete vendita. Quest’ultima era in contatto con me e avevamo appena deciso di rallentare con le iscrizioni. In quello stesso momento è arrivata la telefonata (quella dell’amica delle due ragazze islamiche, ndr) alla reception che ha dato le risposte consuete e cioè: la promozione è valida”.

Rania e Marwa, la prima dipendente pubblica e la seconda impiegata in un’associazione che si occupa proprio di integrazione, Mondinsieme, l’indomani, tornano davanti al Fit Village con Greta, un’altra loro amica: “Non solo le hanno fatto l’abbonamento, ma anche una serie di altre proposte. Siamo rientrate con lei, abbiamo chiesto che cosa fosse successo il giorno prima”. Le ragazze, secondo il loro racconto, ricevono alcune spiegazioni ma nient’altro: “Non ci è stata fatta alcuna proposta per seguire i loro corsi, né per quella promozione, né per altre”.

Marwa e Rania ora si sono già rivolte a un avvocato per capire se ci sono i margini per un’azione legale. Dalla palestra, sempre affollatissima di clienti, spiegano che tutto è stato solo un malinteso: “Non c’è alcun problema con il velo né per me né per il mio staff. È un problema che hanno creato loro. Sono capitate in un momento in cui se uno era prevenuto poteva pensare una cosa così. Le altre persone a cui con loro era stato detto di tornare lunedì sono già stati iscritte nelle ore successive”.

Le due ragazze comunque guardano avanti: “Ora vorremmo affrontare una campagna di informazione contro le discriminazioni”, spiegano entrambe. “E se davvero quello che è accaduto al Fit Village altro non è che un equivoco, potrebbero unirsi alla nostra campagna: remare tutti insieme in un’unica direzione”.

Il Comune di Reggio Emilia intanto ha già fatto sapere che si occuperà del caso: “Reggio Emilia non può rimanere indifferente davanti a episodi che lasciano trasparire casi di possibile discriminazione”, ha detto l’assessore Franco Corradini. “Nei prossimi giorni convocheremo un incontro straordinario della rete regionale contro le discriminazioni, a cui saranno chiamati i rappresentanti di istituzioni e organizzazioni sportive di Reggio Emilia”.

Corriere della Sera
28 08 2013

Mona Eltahawy, giornalista egiziana di New York, ha trasformato il suo profilo Twitter in un luogo di dibattito sul velo nel mondo islamico. L’esperta di mondo arabo, 46 anni, ha raccontato ai suoi 184 mila follower di aver indossato per nove anni un foulard per coprire la testa: «otto dei quali — ha dichiarato — volevo toglierlo ma non ci riuscivo». «Vergogna e senso di colpa» le hanno impedito per tanto tempo di affrontare serenamente la questione. Fino a domenica sera, quando ha scelto di farlo su Twitter. 

A 25 anni Mona decide di non usare più il foulard: «Ho capito che non era un requisito necessario per sentirsi musulmana e non volevo ci fosse differenza tra la me che si vedeva dall’esterno e chi sono davvero», ha scritto sul social network, sottolineando che a spingerla ad affrontare il tema sono state le richieste di tante giovani confuse. Molte di quelle erano online domenica a discutere del significato culturale e personale del velo.

I racconti di donne alle prese con abaya, hijab, jilbab, selezionati da Eltahawy, si sono diffusi rapidamente in rete con il risultato di rendere più «vicino» un argomento controverso e giudicato spesso con troppa superficialità.

È la libertà presunta o reale di Internet, come ricorda un tweet di @al_masani, tra le protagoniste del dibattito: «Porto il nijab quando sono in Egitto, ma non in Canada e non lo porto online».

Tante le esperienze raccontate in 140 caratteri: dalla studentessa costretta dalla madre a coprirsi, a quella che vuole portare il velo nonostante i genitori; c’è chi difende con orgoglio la scelta e chi al contrario la vede come un segno di prigionia. Identità e sicurezza emergono come i due elementi caratterizzanti di tutte le esperienze. A seconda dei casi, il velo appare come lo strumento capace di dare e togliere identità, e di proteggere le donne dalle violenze del mondo degli uomini.

C’è anche spazio per qualche sorriso: «Le prime settimane a volto scoperto — ha scritto Eltahawy — andavo in giro con dei capelli terribili, non volevo che la gente pensasse che la mia scelta dipendesse dal look».

Serena Danna

La legge è controversa, considerata un'inutile vessazione nei confronti di una assoluta minoranza di donne velate. Il velo integrale, una tradizione della penisola arabica, non è in uso nei paesi di origine della maggioranza dei musulmani francesi, ma si è trasformato in un emblema delle nuove forme di radicalismo religioso. ...

facebook