Siria: infibulazione per tutte le donne dello stato islamico

  • Mercoledì, 23 Luglio 2014 13:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ansa
23 07 2014

BEIRUT - Tutte le donne dello Stato islamico, che si estende da Aleppo in Siria a Mosul in Iraq, devono subire l'infibulazione. Lo prevede un "decreto" promulgato dall'autoproclamato "Califfo" Abu Bakr al Baghdadi ma la cui autenticità non può essere verificata. Il decreto è datato 21 luglio e ha le insegne dello Stato islamico ad Aleppo, nella regione di Azaz, a nord della metropoli siriana settentrionale. Il testo, che presenta numerosi errori tipografici, si basa su presunti detti attribuiti al Profeta Maometto, ma le fonti usate non sono quelle solitamente citate per sostenere la validità della tradizione profetica. Il testo afferma che "per proteggere lo Stato islamico in Iraq e nel Levante e nel timore che il peccato e il vizio si propaghino tra gli uomini e le donne nella nostra società islamica, il nostro signore e principe dei fedeli Abu Bakr al Baghdadi ha deciso che in tutte le regioni dello Stato islamico le donne debbano essere cucite".

Abbatto i muri
22 07 2014

Mi scrive una ragazza che racconta una storia. La condivido con voi, dopo averle inviato in grande abbraccio. Lei voleva esprimere solidarietà e nel frattempo racconta un pezzo di vita che forse è la vita di molte altre. Ho cambiato alcuni dettagli e il nome della città, d’accordo con lei, per la tutela della sua privacy. Quello che emerge, al di là di tutto, è il fatto che questa ragazza, come molte che si trovano nella sua situazione, non ha reddito e casa, è precaria e dunque fa fatica ad essere autonoma. Si rende subito evidente la situazione di dipendenza economica che continua a farti restare legata agli stessi luoghi e alle stesse persone che per te rappresentano una violenza. Trovare autonomia, assumere consapevolezza del fatto che ti servono strumenti economici per r-esistere, è già un bel passo avanti. Perché a volte, vedete, le donne che subiscono violenza, vogliono soltanto poter andare avanti, senza restare ancorate al dolore del passato, per dare a se stesse una possibilità per vivere e perché sono queste donne che scelgono e decidono ciò di cui hanno bisogno. Questa donna vuole un reddito e, dunque, perché mai lo Stato, come unica e catartica soluzione, giusto per se stesso, per la bella immagine delle istituzioni e dei patriarchi che la sorreggono, sa solo offrire strumenti repressivi? Tra l’altro scelti senza il parere delle donne. Non è quello forse un alibi per non andare a fondo del problema e non curarsi della prevenzione?

Coraggio, sorella, io sono con te. Buona lotta a te e a tutte noi. E buona lettura a voi!


>>>^^^<<<

Ciao (…) io è da tempo che seguo il blog, credo tuttora che questa sia la “mia” pagina preferita. Non commento spesso i post, ma con il tempo mi sono ritrovata a seguirli tutti. Rinnovo quindi, il mio grazie. Grazie perchè ho lottato forse per anni per riuscire a trovare qualcuno libero da pensieri dogmatici, precofenzionati e davvero, per quanto mi riguarda, liberi e frutto di un’autonomia di pensiero senza pari. E’ dalla prima adolescenza che mi sono avvicinata al femminismo cominciando dai classici, poi sono approdata al femminismo libertario pochi anni fa, essendolo io stessa.

Sono nata in un paesino del Sud, chiuso, bigotto, rigido, figlia della cultura padre/padrone. Ho subito una violenza sessuale in famiglia due anni fa, da cui purtroppo fatico ancora a riprendermi. Devo dire che dopo il crollo iniziale, pian piano sono diventata più autonoma, in quanto ho sempre rigettato il ruolo di vittima, la compassione negli occhi degli altri e il senso di colpa. Il crollo iniziale mi portò poi in cura da una psicologa, che diede la colpa ahimè, al mio “portare la minigonna” e alla mia inclinazione naturale a mettermi in situazioni a quanto pare “pericolose”. Aggiungo che ero in casa con mio padre, avevo la minigonna ed era estate, devo dire abbastanza pericoloso in effetti…

Abbandonai successivamente la casa di famiglia con cui vivevo con i miei, scappai letteralmente anche a causa di zero aiuto da parte di amici e amiche che si volatizzarono nel nulla e l’omertà dei parenti “no è impossibile una cosa del genere! E’ tanto pacato!“, mio padre in effetti pacato lo era con tutti tranne quando c’era da picchiare me o mia madre, ma tant’è. Adesso da un anno mi ritrovo a Pisa, con un lavoro da precaria e zero fiducia in psicologi, di conseguenza non ebbi e non ho tuttora il coraggio di chiedere aiuto. Aggiungo che non denunciai e i carabinieri del mio paese mi dissero chiaramente di non poter allontanare mio padre da casa, di conseguenza andai via io.

Tuttora sono costretta a chiamarlo per aiuti economici, qualcun@ mi dice “devi farlo se non vuoi morire di fame“. Ho dovuto combattere con gente che mi ha chiesto in cambio del sesso per lavoro (e qualche volte, tuttora penso e ho pensato di poter intraprendere quella strada per necessità ovvia), continui licenziamenti, pagamenti in ritardo e successivamente gravi problemi di salute generati da questa situazione. Adesso ho un lavoro che nonostante non mi permette di vivere in totale autonomia riesce a fruttarmi qualcosa. Nonostante tutto non ho rinunciato alla mia sessualità, sono sempre stata e tuttora lo sono “libera”, nel gergo comune “troia” per intenderci come amano definire donne che non si sottomettono ad un modo standard di vivere la sessualità e i rapporti, una mia amica mi disse, e lo ricordo come fosse ieri “se sei riuscita ad avere rapporti sessuali dopo una violenza, evidentemente hai ingigantito la cosa, chi subisce violenza ha un trauma e non riesce ad avere contatti con l’altro sesso“.

Sono bisessuale, parola che ovviamente non esiste, nè per omo, nè per etero, più volte nel tuo blog hai toccato l’argomento, da una parte avevo chi mi definiva modaiola dall’altra una che non riesce ad ammettere che in realtà è lesbica. No. Peccato che nessuna delle due cose mi rappresenti. Da tutto questo, devo dire, che il danno maggiore a livello psicologico è stato creato proprio da quelle donne. Dalle donne della mia vita. Da donne da cui ingenuamente avrei preteso più comprensione. Ma è sempre un bianco o nero. E’ sempre una guerra. Ho un ragazzo che con il tempo mi ha aiutato tanto, ma la strada è ancora lunga. Potrei toccare milioni di altri argomenti toccati nel tuo blog, tutti quanti vissuti, tutti quanti visti. Dalla cultura maschilista di cui siamo schiavi tutti, uomini e donne, alla lotta vera e propria, per i diritti delle prostitute, l’autonomia, l’aborto e molto altro. Avrei tante cose da dirti su di me, ma credo che non sia questo il luogo giusto, forse.

Ho però voluto raccontarti tutto questo per farti capire che fai tanto, anche senza volerlo, magari. Il sapere di non essere soli, il sapere di quante persone, uomini e donne hanno sofferto e soffrono a causa di pregiudizi, ignoranza, retaggi fascisti e a quanto sia dura la vita in certi casi. Ma siamo qui, ne parliamo, urliamo. Noi siamo forti. Io sono a Pisa adesso, ma a causa di questi problemi ho avuto poco tempo per informarmi sui collettivi qui presenti (e so che sono tanti), sulle iniziative. Ero alla manifestazione dell’8 marzo, quella per il diritto alla casa, contro la precarietà, contro il fascismo. Continuerò a seguire i tuoi/vostri post sempre con un immenso piacere e solidarietà. (…) Un grandissimo abbraccio

—>>>Devo aggiungere qualche rigo, perché dopo averle detto che la sua è una storia straordinaria lei mi risponde così:
“E’ straordinaria perchè mi ha reso forte, autonoma di pensiero, ma anche sola. Penso che la solitudine vada un pò di pari passo con tutto questo, è una conseguenza e la vittoria più grande è stata proprio la forza e l’autodeterminazione che adesso mi ritrovo che è fortissima e che molti che mi stanno accanto non accettano e c’è stata un’esclusione alla fine reciproca, allontanarmi da queste persone ha sì accresciuto il senso di solitudine (ma che io l’ho sempre vista per dirla alla De Andrè o tantissimi scrittori che l’elogiavano se vissuta consapevolemente, come una fonte di arricchimento personale, riesci di conseguenza a vivere in rapporti non per necessità ma senza pretendere nulla in cambio, veri, genuini, liberi)…per questo il tuo blog è stata come una “luce” per me.”
Al di là dei complimenti al blog, il fatto è proprio che questa storia è e resta straordinaria. Ancora un abbraccio a lei. Forte.

"Guido questo carcere da 27 anni, la maggioranza delle detenute è vittima di violenza familiare. Nessuno fuori da queste mura le ha maí informate sui loro diritti, o ha parlato del futuro, del valore della vita, di quello dell'alfabetizzazione". ...

Il Fatto Quotidiano
15 07 2014

Le donne dei centri antiviolenza maltrattate dalla politica istituzionale è stato lo slogan della nostra protesta, quando il 10 luglio scorso siamo andate a Roma per i centri antiviolenza. Dopo la conferenza stampa alla Camera, organizzata da Celeste Costantino, siamo andate in via della Stamperia davanti alla sede della Conferenza Stato-Regioni che votava il riparto dei fondi per le donne vittime di violenza. Quello che assegna tremila euro l’anno ai centri per “salvarli” dalla chiusura, quello che equipara i centri antiviolenza istituzionali a quelli delle organizzazioni non governative. I fondi saranno distribuiti (quei pochi che ci sono) al movimento per la vita, alle comunità madre bambino, agli sportelli per inserimento lavorativo di donne, ai luoghi di conciliazione familiare e in alcune regioni, come il Piemonte, saranno esclusi alcuni dei centri antiviolenza aderenti a D.i.Re.

L’indiscriminata distribuzione di fondi è stata dettata anche da logiche burocratiche e clientelari e dalla mancanza di conoscenza del problema ma il pot-pourri di enti, consorzi, associazioni censito dalle Regioni è anche il prodotto della legge 119, cosiddetta sul femminicidio, che non individua quali sono i criteri qualitativi per definire un centro antiviolenza. Una legge mata male, con logiche securitarie e che dovrebbe essere modificata.

A Roma eravamo una sessantina: una per ogni centro. Abbiamo alzato lo striscione rosso di D.i.Re e altri cartelli e abbiamo gridato slogan contro il governo e la sua indifferenza nei confronti dei luoghi di competenza ed esperienza delle donne. Siamo maltrattate dal governo. Non avremmo potuto più sederci davanti ad una donna che rivela di subire violenze se non avessimo fatto sentire chiaro e forte il nostro dissenso perché la violenza contro le donne è anche un problema culturale e politico.

Mentre gridavamo la nostra protesta sotto le finestre della conferenza Stato-Regioni, è arrivata la Digos: la nostra manifestazione non era autorizzata. ‘Le donne danno il meglio di sé quando trasgrediscono le regole’ diceva una compagna di Roma. Ci hanno chiesto di mettere via i cartelli, li abbiamo girati e tenuti al collo e abbiano continuato a gridare slogan e allora la ministra Lanzetta ha incontrato una delegazione D.i.Re.

Le nostre richieste? I criteri siano selettivi.

Celeste Costantino, quando giovedì ha concluso la conferenza stampa, ha detto che in un Paese con la maggiore presenza di deputate della storia della Repubblica, con un Consiglio dei Ministri composto per metà di donne e con la terza carica dello Stato rappresentata da una donna non si può permettere lo svilimento dei centri antiviolenza. Eppure questo è accaduto, lo svilimento c’è stato.

Dopo la nostra protesta qualche risposta sta arrivando ma è ancora presto per dire quanto e se le richieste D.i.Re saranno accolte. Noi terremo il punto.

@Nadiesdaa

Gli spiccioli antiviolenza

Lipperatura
10 07 2014

Le parole per dirlo andranno anche ripensate e trovate. Ma intanto trovate i fondi. Perché è inutile farcire i discorsi di quanto si è attenti alla questione della violenza, ed è inutile approvare i decreti sicurezza che poi servono ad altro (a perseguire i NoTav, e adesso mi aspetto che, così come quando parlo di Amazon spunta fuori un certo commentatore, sempre quello, a difenderlo, spunti fuori l’altro che reagisce come i cavalli di Frau Blücher alle tre lettere T-A-V). E’ inutile quando la situazione dei centri antiviolenza è quella che denuncerà oggi alle 14.30 D.i.Re, la rete che riunisce i centri, alle ore 14,30 nella Sala Stampa della Camera dei Deputati e alle 15.30 protesterà a Roma in Via della Stamperia 8, davanti alla sede della Conferenza Stato-Regioni.
I motivi sono qui (e qui l’articolo de Il Fatto Quotidiano)

I Centri antiviolenza che da oltre vent’anni operano in Italia, riconosciuti come luoghi di buone pratiche per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne, non possono essere liquidati con quattro soldi. La storica esperienza e competenza di questi luoghi deve rappresentare un punto di partenza per tutti.

La distribuzione dei fondi non è chiara, temiamo che siano distribuiti con criteri “politici” disperdendo le già scarse risorse messe in campo.
E’ evidente che i Centri, che da oltre vent’anni lavorano in Italia con le donne, finiranno per avere finanziamenti irrisori mentre si cerca di creare un sistema parallelo di centri istituzionali con competenze improvvisate le cui procedure ancora “ingessate” in rigidi criteri burocratici, non saranno in grado di rispondere alle domande delle donne vittime di violenza. In particolare: anonimato, ascolto competente e privo di giudizio, rispetto della loro volontà.
La storica esperienza e competenza dei luoghi di donne deve rappresentare il punto di partenza per le istituzioni per costruire una politica che guardi all’esperienza nata dai Centri Antiviolenza, riconoscendone tutto il valore in quanto luoghi di libertà e autodeterminazione delle donne. Nei centri istituzionali c’è il rischio che prevalga la burocrazia, gli aspetti giudicanti e formalizzati, che non garantiscono l’anonimato e l’ascolto dei desideri della donna, rispettandone i tempi e le scelte.

Non a caso la Convenzione di Istanbul individua nelle Associazioni di Donne il luogo privilegiato di risposta al fenomeno in quanto portatrici di una forte motivazione e capaci di mettere in campo iniziative utili ad un cambiamento

I Centri Antiviolenza ritengono che la generica modalità di impiego delle risorse economiche indicate dal piano di ripartizione dei fondi, non solo non porti alcun cambiamento nelle pratiche dei servizi e di conseguenza nella cultura sociale ma al contrario si incrementi il rischio per le donne che subiscono violenza e che decidono di allontanarsene di non essere sostenute adeguatamente.
I centri antiviolenza chiedono

- che i criteri di riparto dei finanziamenti siano ridiscussi e condivisi con i centri antiviolenza nel rispetto delle raccomandazioni europee.
- che i centri antiviolenza pubblici siano, in questa prima fase, esclusi dal riparto dei fondi: la Convenzione di Istanbul che entrerà in vigore il 1° agosto, sostiene che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti.
- che nella distribuzione siano compresi solo i centri antiviolenza gestiti da realtà del privato sociale attive da almeno 5 anni e che il finanziamento premi maggiormente i centri antiviolenza che operano da più anni valutando i curricula, i progetti svolti e il tipo di intervento che garantiscono.
- Che ci sia una forte raccomandazione alle Regioni di utilizzare i finanziamenti in aggiunta ai quelli che le amministrazioni regionali dovranno stanziare.

facebook