Tutti i numeri della violenza sulle donne

  • Mercoledì, 18 Giugno 2014 09:56 ,
  • Pubblicato in Flash news

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18 06 2014

Dati - Motta Visconti, Canicattini Bagni, gli ultimi casi di cronaca. Ma chi sono gli uomini che uccidono le donne? Il 70% italiani, il 58% fidanzati, mariti o ex. Il 30% degli assassini dopo l'omicidio si uccide. Due colpevoli su tre appartengono a una fascia sociale e culturale medio-alta

Un'altra donna uccisa, anzi due, anzi quattro. Da Motta Visconti nel Milanese a Canicattini Bagni in provincia di Siracusa, la mattanza che ogni anno conta decine di donne uccise non si ferma in questo 2014, dopo un 2013 da bollettino di guerra, con 134 casi di femminicidio in ambito familiare. Nel 2014 siamo a 38, ma il conto entro la fine dell'anno è destinato ad aumentare.

A uccidere sono uomini. Ma chi sono gli uomini che uccidono le donne? Secondo i dati elaborati della Casa delle donne di Bologna, basati sulla stampa nazionale e locale, nel 70% dei casi si tratta di italiani, nel 12% di est europei, e in prevalenza di uomini in età compresa tra 36 e 60 anni. Mariti, fidanzati ed ex formano insieme il 58% gli autori. Nel 2013, in quasi un caso su tre questi possedevano e hanno utilizzato un'arma da fuoco. Nel 30% dei casi, dopo l'omicidio si sono tolti la vita. L'impossibilità di accettare la fine della relazione è al primo posto tra i moventi dichiarati (16%), seguito motivi di liti (14%), gelosia (12%) e questioni economiche (8%).

Se invece parliamo, più in generale, di uomini violenti, possiamo guardare le statistiche di Telefono Rosa (rapporto Le voci segrete della violenza 2013) basate sui casi con cui l'organizzazione è entrata in contatto nell'anno passato. I maltrattanti risultano anche qui uomini di mezza età: il 58% del 
campione appartiene alle fasce d'età 35-44 
anni (29%) e 45-54 anni (29%). Ma è aumentato nel 2013 il segmento di violenti d'età superiore ai 55 anni: il 17% ha tra i 55 e i 64 anni e il 10% oltre 65 anni. C'è poi un 15% di violenti con età inferiore a 34 anni.

Non si tratta, come talvolta si sente dire, di persone di scarsa cultura, povere o marginali. Il 64% degli autori di violenza ha un grado d'istruzione 
medio-alto: il 44% è diplomato e il 20% è laureato.
 Fanno gli impiegati, anche di alto livello 
(17%), gli operai (16%) e i liberi professionisti (13%), ma anche gli infermieri, i vigili, 
i medici, gli agenti delle forze dell'ordine.

Stiamo parlando di “normalità”, dunque, almeno nel suo significato statistico. Ma questo non vuol dire che l'uccisione di una donna da parte di un partner o un ex sia un esito del tutto inaspettato e incontrollabile di relazioni “normali”. È vero che c'è una componente di imprevedibilità, legata a dinamiche delle relazioni di cui le persone vicine alla coppia, i servizi territoriali, le vittime stesse non sempre hanno piena consapevolezza. Ma decenni di studi permettono ormai di evidenziare alcuni fattori di rischio, spesso sottovalutati da chi opera nel settore, che potrebbero invece rappresentare importanti campanelli d'allarme.

Costanza Baldry, criminologa dell'Università di Napoli, nel suo Uomini che uccidono (2012) scritto insieme a Eugenio Ferraro della Questura di Roma, ne riporta una serie. Il rischio di commettere un femminicidio nella coppia aumenta per gli uomini (appartenenti a tutte le classi sociali) che attraversano difficoltà economiche o periodi di disoccupazione, che possiedono armi, che riportane precedenti penali (anche per crimini non violenti), che abusano di sostanze, che presentano varie forme di disturbi psicopatologici, in particolare depressione.

Ma è chiaro che non si tratta di fattori che causano di per sé la violenza omicida, mentre possono incrementarne il rischio in alcune persone e circostanze. Altrettanto importanti sono i vissuti familiari, come la violenza assistita da bambini e l'abuso subito. E certamente premonitori sono gli atteggiamenti di controllo ossessivo e di sorda e devastante gelosia dell'uomo nei confronti della partner.

Molto dipende, poi, dal tipo di relazione tra vittima e carnefice, dove il rischio di femminicidio aumenta con la diseguaglianza d'età tra l'uomo e la donna, e con la presenza di maltrattamenti fisici, psicologici e sessuali. La separazione è un fattore molto forte: tra il 30% e il 75% delle donne uccise dal partner o ex partner, secondo le ricerche citate da Baldry, si stavano separando o si erano già separate. Si tratta quindi, in molti casi, di una reazione alla perdita di controllo sulla donna, sui suoi movimenti e sulle sue decisioni, unita all'incapacità di accettare l'abbandono.

Anche la presenza di figli è un indicatore di rischio. Ed è difficile non crederlo mentre leggiamo i particolari raccapriccianti del triplice delitto della notte dei Mondiali in cui hanno perso la vita, sgozzati con un coltello, Maria Cristina Omes, 38 anni, la piccola Giulia di quasi 5 anni, e Gabriele di venti mesi appena. Succede che l'arrivo dei figli provochi una recrudescenza di atteggiamenti violenti, di controllo, di gelosia da parte del padre verso la madre. Succede anche che i minori diventino vittime loro stessi, uccisi dal per il desiderio di punire la madre o perché, semplicemente, rappresentano un peso. «Ma non le bastava il divorzio?», ha chiesto il magistrato a Carlo Lissi, il padre-marito assassino di Motta Visconti. «No. Con il divorzio i figli restano», ha risposto lui.

Maria Cristina e la gabbia

  • Mercoledì, 18 Giugno 2014 07:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
18 06 2014

Maria Cristina era un’amica.
Quelle amiche con le quali condividi la quotidianità. Una quotidianità condivisa non solo con Maria Cristina e con i figli ma anche con suo marito. In questi giorni di profondo dolore ci domandiamo che cosa Maria Cristina non ha avuto la forza di dire e, anche se aveva aperto la porta della capacità delle donne di stare insieme, di confrontarsi, di sostenersi, non ha condiviso.

Le morti violente provocate da mariti e compagni che, oramai con frequenza giornaliera, riempiono le cronache del nostro Paese ci creano sempre sentimenti di sconforto, rabbia, disorientamento, malinconia e frustrazione.
Ma l’uccisione di Maria Cristina e dei suoi bambini di 5 anni e 20 mesi ci colpiscono ancor di più, perché Maria Cristina era una mamma della piccola sede della nostra associazione di Milano Sud. Una donna che ha motivato le operatrici del Melograno a continuare nel loro lavoro quotidiano a sostegno delle neo madri e dei loro figli.

Maria Cristina era un’amica.
Quelle amiche con le quali condividi la quotidianità, la festa di compleanno, il portare i bambini alla scuola materna, il Capodanno, la vacanza. Una quotidianità condivisa non solo con Maria Cristina e con i figli ma anche con suo marito.
In questi giorni di profondo dolore ci domandiamo che cosa Maria Cristina non ha avuto la forza di dire e, anche se aveva aperto la porta della capacità delle donne di stare insieme, di confrontarsi, di sostenersi, non ha condiviso.

Riflettiamo invece sul VUOTO che circonda gli uomini. Uomini che continuano a sentirsi per sempre socialmente figli, viziati e coccolati, e che non riescono a diventare padri, ad assumersi la responsabilità delle scelte fatte e di quelle che potrebbero fare. Che non diventano mai adulti, incapaci di riconoscere e gestire i sentimenti, di confrontare desideri e realtà. Che pensano che per sentirsi liberi, basti cancellare la realtà che ‘ingabbia’, non importa se questo comporta anche cancellare
vite.

Che pensano che mogli e figli siano proprietà, delle quali ci si può disfare se diventano troppo ingombranti.
Ci fanno pensare le motivazioni addotte dal marito/assassino: “Non volevo sentirmi in gabbia! E nemmeno un divorzio mi avrebbe potuto liberare da questo sentire, perché i figli sarebbero rimasti per sempre!”

Non è più possibile rinviare la presa in carico collettiva di un devastante problema italiano. Non siamo difronte a un delitto individuale ma a una malattia sociale. E’ arrivato il momento per le istituzioni, per i professionisti, per gli uomini di trovare la giusta strada per affrontare quello che ci sentiamo di definire come il più grave errore perpetuato per generazioni nel nostro Paese rispetto all’educazione dei maschi.

E’ arrivato il momento per gli uomini di sedersi a ragionare sul loro essere figli, uomini, padri.
La violenza devastante dei gesti efferati di alcuni uomini, offre all’universo maschile una grande opportunità: capire che per essere uomini è necessario divenire persone in grado di esprimere i propri sentimenti, le proprie fragilità, i propri dubbi e le proprie certezze, di essere padri o di decidere di non divenirlo (perché, è vero, una volta
fatti i figli restano per sempre, ma non sono appendici dei genitori, ma persone), di sentirsi liberi di vivere e di fermarsi prima di sentirsi in gabbia .

Le donne parlano e riflettono tra loro sulle relazioni e i sentimenti, l’Associazione ‘Il Melograno’ come molte altre, come i Consultori familiari che il movimento delle donne ha ideato e fortemente voluto e che piano piano sono smantellati e depotenziati, sono spazi di confronto e sostegno costruiti negli anni con cura, fatica e passione
dalle donne.
Spetta ora agli uomini prendersi cura di se stessi, creare i loro spazi di riflessione, sostegno e relazioni. Dove riflettere sulla propria sessualità irrisolta, sugli oscuri impulsi alla violenza, sull’enigma della possessività, sulla paternità incompresa. Senza chiedere ancora una volta alle donne di spiegare e farsi carico dei loro problemi

Atlas web
10 06 2014

Il sequestro di duecento ragazze nigeriane e recenti macabri omicidi di donne stanno aumentando la pressione sulla comunità internazionale affinché questa settimana al vertice mondiale di Londra si compiano passi concreti per punire i responsabili delle violenze sessuali.

Invitati dall’attrice statunitense Angelina Jolie e dal ministro degli Esteri britannico William Hague, ministri, autorità giudiziarie e militari e operatori umanitari di 150 paesi prenderanno parte al primo summit mondiale per la fine della violenza sessuale nei conflitti.nigeriaragazzerapite2

Il vertice, che avrà luogo dal 10 al 13 giugno, arriva dopo una serie di casi traumatici contro le donne, come il rapimento di duecento studentesse per mano del gruppo armato Boko Haram, la lapidazione di una donna incinta in Pakistan in un “delitto d’onore” e lo stupro ed omicidio in gruppo di due adolescenti indiane che sono state impiccate ad un albero.

In un’intervista a Sky, Hague ha detto che troppo spesso coloro che commettono questi crimini non vengono portati davanti alla giustizia. Pertanto, l’intenzione del vertice è formulare il primo protocollo internazionale su come documentare e indagare i casi di violenza sessuale in contesti di conflitto.

“Si tratta di un problema che si è aggravato negli ultimi decenni, e questo è totalmente inaccettabile nel XXI secolo”, ha aggiunto.

La conferenza, alla quale assisteranno 1.200 persone, tra cui il segretario di stato statunitense John Kerry, sarà presieduta da Hague e Jolie, inviata speciale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

Il vertice giunge un anno dopo che Hague e Jolie lanciassero una dichiarazione di impegno che ha promesso di porre fine all’impunità, promuovere la responsabilità, fornire giustizia e sicurezza alle vittime di crimini sessuali.

Finora sono circa 150 i paesi che hanno firmato questa dichiarazione, che chiede fondi per far fronte alla violenza e aiutare i sopravvissuti, migliorare la raccolta dei dati e delle prove per svolgere un’azione legale, e il divieto di amnistia per violenze sessuali in accordi di pace .

La Repubblica
04 06 2014

Pochi giorni dopo lo stupro di gruppo e l'omicidio di due ragazzine poi appese a un albero nel loro villaggio in Uttar Pradesh, un caso analogo si verifica nello stesso Stato indiano. Una 15enne, che era uscita per fare i bisogni a Sitapur, non avendo i servizi igienici in casa, è stata rapita da sei uomini che l'hanno stuprata, uccisa e poi appesa a un albero. Lo riporta l'emittente Ndtv, citando il racconto del padre e la denuncia accolta dalle forze dell'ordine. Sei uomini sono stati accusati di omicidio in relazione alla denuncia, mentre sul corpo della giovane viene effettuata l'autopsia.

Tra i presunti assalitori della ragazzina c'è un vicino di casa, spiega la polizia, accusato dal padre di volerla sposare e di aver reagito con la violenza al rifiuto. "Mia figlia aveva 15 anni, l'uomo che ha fatto questa cosa non ha figli. Ci voleva costringere a lasciare che lo sposasse. Abbiamo rifiutato perché era troppo vecchio, ha 40 anni. Allora ha rapito mia figlia, l'ha uccisa e appesa a un albero", ha raccontato l'uomo a Ndtv. In Uttar Pradesh nelle ultime due settimane sono stati denunciati almeno tre casi di stupro, riporta l'emittente indiana.

Nel caso che più ha fatto clamore, due cugine di 14 e 15 anni sono state violentate da un gruppo di uomini, uccise e appese a un albero il 27 maggio a Badaun. Anche loro erano uscite di casa per andare nei campi, non avendo i servizi igienici a casa, problema che le organizzazioni umanitarie reputano all'origine di molte violenze sessuali in India. La polizia aveva rifiutato per ore di accogliere la denuncia di scomparsa dei familiari delle cugine, poi i cadaveri sono stati trovati appesi all'albero e la gente del posto ha quindi protestato con forza. In seguito cinque persone sono state arrestate per lo stupro e l'omicidio, tra cui due poliziotti. Altri due agenti sono stati sospesi dal servizio a causa della loro inazione.

Altro caso nell'India settentrionale. Una donna indiana di 35 anni, sposata e madre di cinque figli, è stata uccisa ieri da alcuni presunti militanti indipendentisti nello Stato settentrionale di Meghalaya che le hanno fracassato la testa a colpi di fucile automatico per avere resistito ad un tentativo di stupro. Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Pti

Ieri
un bambino di soli 8 anni è stato violentato da otto uomini a Geeta Colony, un quartiere a est di New Delhi. Il giorno prima una ragazza di 22 anni è stata costretta a bere acido e poi uccisa sempre nello Uttar Pradesh.

Le persone e la dignità
03 06 2014

E’ partita con lo zaino in spalla qualche mese fa. Ha percorso più di duemila chilometri a piedi da Pechino a Guanzhou. Così Xiao Meili ha pensato di combattere la violenza sessuale e perorare la parità di genere. (nella foto Meili con un cartello su cui c’è scritto: ”Combatti la violenza sessuale, le ragazze vogliono la libertà”).

“C”erano stati vari episodi di violenza sessuale nelle scuole e così ho pensato di fare questo viaggio” racconta la ragazza che ha 25 anni. La lunga marcia è durata 114 giorni per un totale di 2.150 chilometri. I soldi per l’impresa sono stati raccolti in rete:

“Si tratta di donazioni personali, non volevo avere a che fare con delle organizzazioni vere e proprie. Già così alcuni mi hanno accusato di essere una traditrice pagata dalle organizzazioni straniere per infangare il Paese”.
Venti-trenta chilometri al giorno a piedi. In ogni villaggio Meili raccoglieva firme e diffondeva il suo messaggio.

“Per le strade parlavo con le persone della violenza sessuale e mi sembrava di essere compresa. Ho dovuto spiegare spesso il significato della parola femminismo. La gente ha molti pregiudizi sul tema, pensa che si tratti di donne che vogliono prendere il controllo e dominare l’uomo. Ho parlato loro di parità di genere, del rispetto e dell’importanza di non pensare attraverso gli stereotipi”.
Durante il viaggio Xiao scrive una lettera agli amministratori locali e agli amministratori scolastici. “Nella lettera chiedevo quali fossero le misure messe in atto per prevenire la violenza sessuale. E allegavo una serie di suggerimenti su cosa fare e una cartolina che spiegava chi ero e perché avevo intrapreso il viaggio”. Molte le risposte. Una tra tutte colpisce molto la ragazza. E’ quella del governo della Xinzheng City nella provincia di Henan. “Mi presero molto sul serio, elencandomi tutte le misure messe in atto e promisero di prendere in considerazione i miei suggerimenti”.

Quella del femminismo per Meili non è una causa nuova, la ragazza ha cominciato a interessarsi alle questioni di genere quando era all’Università di Pechino:

“Leggevo libri come il Secondo Sesso e piano piano ho capito che un sacco di cose che mi erano successe da bambina potevano essere interpretate in quella chiave. A quei tempi ci piaceva mettere in atto gesti provocatori per attirare come occupare i bagni maschili”.
Il ritorno a Pechino a fine marzo.

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