Crimini, impuniti, contro le donne afghane

  • Lunedì, 13 Aprile 2015 13:25 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
13 04 2015

Dal 21 marzo, giorno di capo­danno (Naw­roz) in Afghanistan,

almeno cin­que donne sono state uccise. Tre a Herat, una delle quali deca­pi­tata dal marito. Una è stata uccisa dal marito a Khost e un’altra è stata impic­cata per deci­sione della corte tri­bale di Pak­tya (sudest). Halima, 17 anni, è stata ridotta in fin di vita dalle botte del marito.

Altri casi di vio­lenza acca­duti nel 2012:

Sahar Gul, 15 anni, tor­tu­rata dal marito e dalla sua fami­glia. Le hanno strap­pato le unghie e i capelli, men­tre il viso e il corpo erano pieni di bru­cia­ture. Le tor­ture sono state inflitte a Sahar per­ché si rifiu­tava di pro­sti­tuirsi. Il marito è libero.

Sto­rai è stata pic­chiata e impic­cata dal marito per­ché aveva dato alla luce una terza bam­bina. Il marito è libero.

Mum­taz e le sue sorelle sono state attac­cate con l’acido per­ché lei rifiu­tava un matri­mo­nio for­zato. Solo uno dei respon­sa­bili è stato arrestato.

Qamar Gul è stata stu­prata da due uomini e ora è in car­cere con l’accusa di adulterio.

Nazim, 9 anni, è stata stu­prata da due zii. E’ in attesa di giu­sti­zia. I cri­mi­nali sono liberi.

Aziza, 14 anni, è stata rapita e stu­prata da un signore della guerra della zona di Jaw­z­jan per 20 giorni. Tor­nata a casa ha denun­ciato il fatto, ora lei e la fami­glia temono ritor­sioni. I respon­sa­bili sono liberi.

Sima, un’insegnante, è stata uccisa a col­tel­late dal fra­tello per­ché lavo­rava fuori casa. E’ suc­cesso a Baghlan

Sadaat, 15 anni, è stata costretta a spo­sare un uomo più vec­chio di lei di 30 anni, che la pic­chiava e tor­tu­rava tutti i giorni. Si è data fuoco ma è stata sal­vata. Nes­suno è stato arrestato.

Que­sti sono solo alcuni casi delle ultime vio­lenze con­tro le donne. Casi noti, per­ché molto spesso ven­gono nascosti.

Con­tro que­sti cri­mini e per chie­dere giu­sti­zia, il 14 aprile a Kabul, Young women for change ha orga­niz­zato una mani­fe­sta­zione alla quale hanno par­te­ci­pato decine di donne.

L’Espresso
31 03 2015


E' stata uccisa in pieno giorno, pestata da una folla di uomini inferociti, il corpo schiacciato da una pietra pesante. Si è detto di lei che era debole di mente, una poveraccia capitata per caso davanti a un santuario, ingiustamente accusata di aver bruciato il Corano, vittima di un assassinio brutale.

Per la morte della 27enne Farkhunda, avvenuta a Kabul il 19 marzo, sono scese in piazza oltre tremila persone. Molte erano donne, il volto dipinto di rosso a ricordare la sua faccia sfigurata dalle botte. Altre donne hanno portato la sua bara al funerale. A qualche giorno di distanza, una nuova verità emerge: quella di una giovane donna istruita, una studiosa della legge islamica indignata dalle pratiche superstiziose che si svolgevano davanti a uno storico santuario della sua città, uccisa perché distrurbava gli affari dei mercanti del tempio.

E' il New York Times a tirare le somme delle indagini avviate a Kabul all'indomani della sua morte e in seguito all'indignazione popolare per l'accaduto: Farkhunda durante una cena di famiglia aveva annunciato la sua decisione di denunciare pubblicamente la vendita di amuleti porfortuna e preghiere da parte dei mullah come atto di superstizione e contrario all'Islam.

A quanto pare, il suo atto di donna devota e istruita le è costato caro: un uomo ha cominciato a gridare che aveva bruciato il Corano, una folla inferocita le si è radunata intorno, gli uomini hanno cominciato a picchiarla e infine hanno dato fuoco al suo corpo.

Ora, molti la considerano un'eroina, una martire del vero Islam. L'uomo che l'ha falsamente accusata di aver bruciato il Corano è in prigione, e almeno un'altra ventina tra coloro che hanno partecipato al linciaggio sono in carcere.

Il New York Times riferisce ancora che aveva osato dare ai venditori di amuleti del 'mendicante da due rupie' e aveva invitato i fedeli ad andare a pregare in un'altra moschea. Vendicata la sua memoria, resta la paura delle donne di Kabul. Che sanno bene come sia facile morire per strada, solo per aver osato parlare. E aver denunciato, come spesso accade, un 'business' nato dall'ignoranza.

La 27ora
25 03 2015

Federico Barakat è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto, colpito prima con una pistola e poi con 24 coltellate senza che nessuno fosse presente e in grado di proteggerlo malgrado fosse in affidamento ai servizi sociali e malgrado gli incontri fossero vigilati.

Era il 25 febbraio del 2009 e Federico era in quelle stanze perché un provvedimento del tribunale dei minori aveva deciso che il piccolo dovesse incontrare il padre malgrado fosse stata la madre, Antonella Penati, a rivolgersi al tribunale dei minori per la richiesta di decadenza della podestà paterna dopo che il suo ex era ricomparso dal nulla con la pretesa di avere con sé il bambino anche con la minaccia. Ma «per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita» – come si legge in una delle sentenze che sono seguite alla denuncia nei confronti degli operatori dei servizi – il tribunale dei minori non prese in considerazioni le istanze della donna, e anzi «nel tentativo di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio», decise di affidare l’esercizio della potestà su Federico ai servizi sociali di San Donato Milanese, mettendo così sullo stesso piano un padre inesistente e minaccioso, e una madre accudente che cercava di proteggere se stessa e il figlio. Un padre, suicida subito dopo aver colpito il figlio, che fin dalla sua ricomparsa perseguitava Penati e che lei stessa ha in seguito più volte denunciato come pericoloso per violenze fisiche: segnalazioni che non furono mai ascoltate da chi aveva in affidamento il piccolo, che invece ha sempre considerato Penati come una madre inadeguata, troppo ansiosa, quasi un’isterica.

Oggi Federico non c’è più ma Antonella Penati rischia tutt’ora, pur avendo perso il figlio proprio perché nessuno ascoltò la sua parola, di passare ancora come una visionaria. Ce lo confermano le sentenze che si sono susseguite in questi anni, in seguito alla denuncia che Penati fece per ricercare le responsabilità di quello Stato che pur prendendosi in carico il figlio, non è stato in grado di difenderlo.

Le tre sentenze che sono state emesse dopo che Penati ha chiesto che venisse verificata la responsabilità dello staff che aveva sotto tutela Federico, sono il frutto di tre gradi di giudizio in cui i tre operatori sono stati assolti in primo grado e in Cassazione, mentre la Corte d’appello aveva condannato la psicologa responsabile dello staff, dottoressa Elisabetta Termini. Ma la sentenza del 27 gennaio con cui la Cassazione rigetta la sentenza della corte d’appello di Milano, assolve tutti gli operatori (leggi il post che sulla 27ora ha scritto Cristina Obber), condanna Penati a pagare le spese processuali e rigetta il ricorso fatto dalla procuratrice generale, Laura Bertolè Viale, per la carenza di motivazione della assoluzione degli altri due (assistente sociale Nadia Chiappa ed educatore Stefano Panzeri), va oltre.

Rendendo pubbliche le motivazioni della sentenza emessa dalla commissione presieduta dal giudice Pietro Antonio Sirena in Cassazione, ieri in una sala del comune di Milano, durante la conferenza stampa, la mamma di Federico ha detto che si tratta di un vero e proprio «occultamento della verità» nei riguardi dell’omicidio di suo figlio, affermando che sebbene «le testimonianze, la ricostruzione, la dinamica che ha portato all’omicidio, siano tutte lì scritte nero su bianco, alla fine nessuna responsabilità viene attribuita allo Stato e tutto viene ricondotto a una tragica e imprevedibile fatalità», quando è chiaro – anche dalle carte – che l’accaduto poteva essere evitato solo se fossero state prese in considerazione le sue numerose segnalazioni. «La psicologa – dice Penati – mi minacciò che, se non avessi ritirato la denuncia nei confronti del padre di Federico, mi avrebbe accusata di alienare il bambino dal padre e che quindi avrebbe potuto farmi portare via mio figlio. Fatto sta che Federico è stato ucciso quando io non c’ero, perché lui sapeva che lo avrei difeso a costo della mia vita». Un ricatto che suona familiare a molte donne italiane che recandosi al tribunale dei minori o ai servizi sociali per chiedere aiuto e per allontanare e proteggere i propri figli da un partner violento, alla fine si ritrovano costrette a una mediazione – che in caso di violenza domestica è vietata – e messe sullo stesso piano del partner maltrattante, considerato comunque un buon padre anche se violento, e rivittimizzate per l’assoluta impreparazione degli operatori pagati dalle tasse degli italiani, che non riescono a discernere una violenza nei rapporti intimi da una conflittualità di coppia. Donne che, come per Antonella Penati, nell’ignoranza più assoluta di tutta la letteratura internazionale sul tema ma anche delle leggi del nostro Stato sulla violenza domestica, vengono etichettate come «madri malevole», inadeguate e pazze visionarie che descrivono falsi abusi per togliere il papà ai propri figli, e che rischiano la sottrazione dei loro bambini, solo perché si sono «permesse» di denunciare la pericolosità di un partner violento da allontanare, e che invece spesso viene «imposto» al minore in incontri più o meno protetti.

Il caso Barakat è però emblematico su tutti, in quanto quello che emerge in maniera evidente è la volontà: esattamente la volontà di non rintracciare la responsabilità e la negligenza dei servizi sociali e dello Stato, che è in linea con il mantenimento dello status quo italiano in cui sebbene vengano recepiti convenzioni internazionali come la Cedaw e la Convenzione di Istanbul sulla discriminazione e la violenza sulle donne e sui minori che l’accompagnano, e sebbene le istituzioni insistano nello spingere le donne a denunciare partner violenti promettendo protezione, quello che ancora decide sulla vita delle persone è la mentalità arcaica che la parola di una donna valga meno di quella di un uomo, che un uomo violento può essere comunque un buon padre, che una madre che denuncia un partner violento è una che si inventa le cose, in definitiva che la violenza sulle donne è una cosa normale e quindi non degna di nota effettiva. E questo anche di fronte a fatti eclatanti come quello di Federico Barakat.

Ma per non riconoscere queste responsabilità ci vuole anche una certa maestria: nella sentenza di primo grado del caso Barakat, s’insiste sul fatto che la potestà era rimasta ai genitori e che fosse stato dato al servizio solo l’esercizio della potestà. In quella di Cassazione si va avanti e si legge che il provvedimento del tribunale dei minori «non derivava dalla necessità di tutelare l’incolumità fisica del bambino ma dall’esigenza di garantire un adeguato sviluppo del minore in presenza di genitori inadeguati, e che entro tale confini doveva essere interpretato l’ambito di controllo demandato dall’ente pubblico», e quindi che «le finalità protettive erano – unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale». Si contravviene così a ogni logica che vuol prendersi cura dell’aspetto «morale-educativo» di una persona tralasciando quello di base, e cioè la sua esistenza fisica, e soprattutto si contraddice platealmente la Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica – redatta a Istanbul e ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013 – in cui si legge testualmente che «le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, adottando le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini» (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza). Un passo che, sebbene non fosse «legge»ai tempi dell’omicido Barakat, dovrebbe essere comunque conosciuto e tenuto in considerazione oggi da chi ha deciso e scritto le motivazioni della sentenza di Cassazione, in quanto chiarisce come in un contesto di ipotetico pericolo, il diritto di visita di un genitore non può sovrastare il diritto all’incolumità fisica dei bambini, sempre e comunque.

Un punto che nel ricorso che la signora Penati farà alla Corte dei diritti umani di Strasburgo – come annunciato ieri in conferenza stampa da lei e dal suo legale, l’avvocato Federico Sinicato – avrà di sicuro il suo peso dato che si tratta di una norma europea vincolante alla luce della quale non si può non leggere il fatto accaduto, e al quale si potranno aggiungere diversi punti: a cominciare dal non riconoscimento di una situazione di violenza nei rapporti intimi, la rivittimizzazione della signora Penati fatta in maniera grave e reiterata dai responsabili dello staff, il non riconoscimento della violenza assistita da parte di Federico nella dinamica familiare, la mancata valutazione dei fattori di rischio della signora e del figlio, il mancato ascolto della donna e del minore.

A rimarcare questa mancanza di preparazione delle responsabili del caso sono le diverse testimonianze rese agli atti ed è proprio quella rilasciata da un’altra psicologa in equipe nel centro che fa pensare, in quanto riguardo alla psicologa e all’assistente sociale che seguivano Federico, riferisce come le sue colleghe parlassero solo di «conflittualità e delle minacce che il Barakat faceva alla madre» e di «ambivalenza della madre», dividendo così la pericolosità del Barakat in due sfere non connesse e responsabilizzando la donna della violenza subita, sempre sulla scorta della fantasia che un uomo violento verso una partner non è pericoloso verso terzi e che è la donna che se la cerca. Ed è lo stesso Don Alfredo, prete che sosteneva Penati, a riferire che malgrado la donna avesse chiesto aiuto «alle dottoresse Termini e Chiappa, queste oltre a risponderle che erano sue fissazioni, l’avevano spesso vessata e trattata con superficialità, (…) dicendole che era stata lei a scegliersi quell’uomo» (testimonianze agli atti).

Sebbene quindi fosse chiaro che il signor Barakat era un uomo violento per le denunce di Penati e sebbene il dottor Parrini del Policlinico di San Donato avesse informato il centro della «pericolosità del Barakat» (testimonianza agli atti), non solo le responsabili non presero provvedimenti all’epoca, ma vengono ancora oggi sostenute e avallate in questa inadempienza dalla Cassazione che non considera questo fatto come grave e dirimente, non facendo riferimento all’ampia letteratura anche giuridica in proposito.

In tutte e tre le sentenze non si legge mai la parola violenza malgrado sia una storia che trasuda violenza e che culmina con l’atto finale di uccisione di un figlio da parte di un padre che si è voluto vendicare su una donna che non riconosceva il suo potere e la proprietà del maschio: in completa sintonia con la logica del femminicidio. Nelle sentenze si parla invece di «conflittualità di coppia», dando la responsabilità a entrambi i genitori, tanto che nella sentenza di Cassazione si accenna anche a una mediazione tra i due ipotizzata dal centro: cosa che in caso di violenza in relazioni intime è vietata e che invece non viene contestata in nessun modo come comportamento negligente nella sentenza. Come anche, e questo forse più grave, che sia stata accolta l’istanza della psicologa sul fatto di non poter revocare gli incontri tra padre e figlio che invece – in presenza di situazioni anche ipoteticamente pericolose (non per l’incolumità fisica ma per l’equilibrio psicologico del minore) – possono essere revocati in qualsiasi momento anche solo con una refertazione medica sul bambino che non vuole vedere il padre per fondati motivi. Così succedeva per Federico che aveva paura di vedere il padre, come testimoniato dal Dottor Mazzonis, che seguiva il piccolo, e che aveva chiesto al centro che «gli incontri tra Federico e il padre fossero rallentati in virtù della forte insofferenza e del timore che il minore provava nei suoi confronti» (testimonianza agli atti).

Fatti che in quest’ultima sentenza non vengono messi in evidenza ma in cui anzi viene ribadito come non ci fossero, per gli operatori che vigilavano su Federico, «comportamenti indicativi del malessere derivante dalla relazione con il padre, tali da far scattare in capo la garante il dovere di segnalazione al tribunale dei minori».

Il problema di fondo è che queste sentenze sul caso Barakat sposano in pieno la linea di condotta dei servizi sociali che non viene mai messa in discussione con strumenti adatti, mentre invece è stata proprio la miopia, la superficialità e la mancanza di preparazione dello staff del centro che aveva in affidamento il piccolo a determinare una cattiva attenzione. Una superficialità ribadita dal legale di Penati, l’avvocato Sinicato, che proprio ieri ha messo in rilievo come nel centro di San Donato Milanese, malgrado sia potuto entrare un uomo con una pistola e un coltello che ha ucciso il figlio, ancora non si sia provveduto a installare un semplice metal detector.

Un’impreparazione che non coinvolge solo il centro di San Donato Milanese ma moltissimi servizi sparsi per tutta Italia in cui le donne che cercano un aiuto, ancora troppo spesso, trovano l’inizio di un incubo. Il vero nodo della questione, ovvero il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni di una violenza nelle relazioni intime in atto da parte dell’uomo, fa perpetuare lo stereotipo dell’uomo che anche se violento è un buon padre, e della donna troppo emotiva e ansiosa, e quindi meno credibile dell’uomo. Per questo più volte ieri si è parlato della necessità di una Commissione d’inchiesta bicamerale che valuti il comportamento reale delle istituzioni nell’affrontare oggi sul territorio italiano il contrasto alla violenza contro donne e minori, la reale applicazione delle leggi e delle convenzioni internazionali, il destino di quei bambini che si ritrovano in una situazione di violenza domestica e che vengono costretti ad affidi coatti, messi in casa famiglia e dati in affidamento ai servizi sociali come Federico. Una Commissione che in realtà è stata già presentata in Senato con un disegno di legge proposto dalla vice presidente Valeria Fedeli, e sottoscritta trasversalmente da tutte le forze e dalla maggioranza delle senatrici, e che non viene ancora discusso ma che in realtà sarebbe il primo strumento per verificare mancanze, storture, ingiustizie e negligenze gravi, come nel caso di Antonella Penati.

Ma la storia giudiziaria che riguarda Federico Barakat appare torbida fin dall’inizio per la richiesta di archiviazione della denuncia che la madre fece subito dopo nei confronti dei tre operatori per mancata vigilanza sul bambino, richiesta che fu accolta e che solo in un secondo momento, sotto sollecitazione della parte offesa, fu respinta. Una richiesta d’archiviazione che oggi suona quasi un avvertimento.

Egitto. Quando il paese tradisce le donne

  • Martedì, 10 Marzo 2015 14:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
10 03 2015

L’ultimo rapporto di Amnesty International sulla violenza di genere in Egitto mostra dati allarmanti, e racconta di un tradimento: quello dello Stato nei confronti delle sue cittadine. Ancora di seconda classe, e vessate dagli abusi.

L’ultimo episodio pubblico, avvenuto in piazza Tahrir nel corso di una manifestazione, è stato registrato nel giugno del 2014 durante le celebrazioni per l’insediamento del governo del generale Abdel Fattah Al-Sisi.

Una donna è stata circondata da un gruppo di uomini, aggredita, violentata. E’ quello che in Egitto le attiviste chiamano “il cerchio dell’inferno”, quello che creano decine di uomini intorno alla vittima. Cerchi concentrici, impenetrabili, al cui interno si consuma la violenza soffocata dai rumori e dalle urla della piazza.

Uscirne – a meno che qualcuno non se ne accorga e sia disposto a sfidare coltelli e bastoni – è impossibile.

Negli ultimi quattro anni, dalla rivoluzione del 2011 ad oggi, è accaduto a centinaia di manifestanti, a prescindere dalla loro appartenenza politica, dall’orientamento religioso, persino dal loro abbigliamento.

Gli ultimi episodi in ordine di tempo, nell’estate 2014, hanno creato scalpore, perché gran parte della campagna di consenso costruita dall’élite militare per rovesciare il governo Morsi si era basata proprio sulle violenze subite dalle donne sotto la leadership della Fratellanza Musulmana.

Il neo-presidente Al-Sisi – eletto con una percentuale bulgara del 98%, che non può non ricordare i tempi di Mubarak – è andato in ospedale, seguito da televisioni e giornalisti, per omaggiare la vittima e promettere che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia.

“Ti restituiremo i tuoi diritti”, ha affermato, annunciando il lancio dell’ennesima campagna contro gli abusi sulle donne. Rimasta sulla carta, come le altre, perché nulla è stato fatto per cambiare leggi che continuano a discriminarle impunemente.

Parole, propaganda, accuse incrociate: nell’Egitto del 2015 è ancora sul corpo delle donne che si consuma la battaglia politica per il potere e il controllo del paese.

Perché Al-Sisi, costernato dalla violenza subita da una sua sostenitrice, è la stessa persona che nel marzo del 2011, come Comandante in capo dell’Intelligence militare, arrestava 16 giovani manifestanti che avevano appena lasciato i sit-in di piazza Tahrir, costringendole a sottoporsi ai test di verginità.

Strumento illegale ed intenzionalmente umiliante per mandare un messaggio chiaro alle ragazze: chi scende in piazza non è una giovane “per bene”, la donna, come noto, deve rimanere a casa e badare ad altro.

Tra le 16 manifestanti c’è anche Samira Ibrahim, che denunciando l’abuso diventerà una figura-simbolo della rivoluzione e della dignità delle donne. Il suo volto è ancora un graffito su qualche muro di Wust el Balad, al Cairo.

Da allora le cose non sono cambiate, e la violenza è aumentata esponenzialmente in questi anni. Nello spazio pubblico – dove è diventata arma politica per allontanare le donne dalle strade - come in quello privato, in famiglia come nelle carceri, all’università come sul posto di lavoro.

Discriminazioni, aggressioni e abusi sono all’ordine del giorno, e in Egitto la vita quotidiana è ormai un campo di battaglia, complice un quadro normativo ed un sistema giudiziario che dalla rivoluzione non sono stati intaccati, se non in misura insufficiente.

Come si legge nel rapporto, infatti, l’Assemblea Costituente chiamata a redigere la Costituzione che sarebbe entrata in vigore nel 2014 aveva una rappresentanza femminile pari al 10%. Nelle liste elettorali le donne non hanno goduto delle quote che forse, vista la situazione, sarebbero state uno strumento utile per garantire degna rappresentanza.

Nel testo che è stato approvato i diritti delle donne sono ancora sottoposti ai limiti imposti dal loro ruolo “domestico” di mogli e madri, e sul posto di lavoro le disparità salariali rendono l’Egitto uno dei paesi del mondo con minore tasso di occupazione femminile (23% circa). Il divorzio è ancora dominio maschile, l’aborto ancora illegale, anche in caso di stupro. L’adulterio è punibile per legge, ma se sei una donna sconti una pena più alta.

Con un quadro tale è difficile stupirsi del fatto che le donne siano percepite come soggetti di seconda classe dalla collettività. E che quella collettività, impunita in caso di aggressioni, pensi di poter fare di loro ciò che vuole.

Nonostante i proclami, infatti, la legge egiziana continua a non punire a dovere chi si macchia di crimini sessuali. A fronte di 114 episodi di violenza denunciati, ed oltre 9mila di molestie, si sono svolti negli ultimi anni solo 12 processi. E denunciare non è facile se nelle caserme o nei posti di polizia la vittima rischia di essere vittima due volte, della derisione o della stigmatizzazione degli impiegati di turno, rigorosamente uomini.

Per questo l’organizzazione spiega che “la violenza è ulteriormente facilitata da un’assodata attitudine delle Istituzioni a discriminarle”.

Se poi ci si sposta dal Cairo alle regioni del sud o nelle aree rurali le cose peggiorano: lì le donne sono ancora costrette a matrimoni forzati e trattamenti ancora più escludenti. E nelle carceri si apre l’incubo delle torture e dei maltrattamenti.

Come denuncia Amnesty, “la violenza sessuale e di genere coinvolge tutte le donne in Egitto, senza distinzione per la loro appartenenza politica o status sociale. Le autorità hanno rifiutato di prendere atto della vastità del problema, della sua serietà, o dei fondamentali cambiamenti che sono necessari nelle politiche nazionali e nel quadro legislativo”.

Lo dimostra un episodio significativo.

“Durante la recente Universal Periodic Review dell’Egitto presso il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, un membro del governo egiziano ha accusato la Fratellanza Musulmana delle difficoltà che vivono le donne, menzionando le misure retrograde proposte durante la loro permanenza al potere. La Fratellanza, allo stesso tempo, ha accusato il governo militare per gli episodi recenti di violenza contro le donne. La verità è che, a prescindere da chi detenesse il potere in questi anni, le autorità egiziane hanno violato e indebolito i diritti delle donne”.

Lo confermano le testimonianze, lo si vede per le strade, lo si legge nei dati. “Il circolo dell’inferno” è un documento lungo, dettagliato, che raccoglie centinaia di testimonianze.

E che racconta di un tradimento: quello dello Stato egiziano nei confronti delle sue cittadine.

La Stampa
17 02 2015

La protesta delle donne turche contro la violenza, forse la loro stessa rinascita, riparte da Twitter. A pochi giorni dal brutale assassinio di Özgecan Aslan, pugnalata e bruciata dopo un tentativo di stupro, in migliaia si sono riservate sul social, per dare vita a una vera e propria campagna di denuncia, guidata dall’hashtag #sendeanlat, che in turco suona come “spiegalo anche tu”.

Utilizzare Twitter per raccontare la propria storia, esprimere il proprio dolore, gridare sul web la propria denuncia. In poche ore sono stati circa 800mila i tweet inviati sul web. Si parte dalle denunce sulle limitazioni nella vita quotidiana, come il non poter fumare in pubblico o il fratello che impedisce di usare internet, alle violenze più atroci: tentativi di stupro, botte da parte del padre, scelta dello sposo da parte della propria famiglia. Uno sforzo collettivo di mettere in mostra la propria sofferenza e la propria rabbia, trovando nella rete un mezzo per sentirsi meno sole davanti a quel muro di omertà che spesso nella Turchia moderna si viene a creare davanti al capitolo donna.

Alla campagna hanno preso parte alcuni nomi illustri del cinema e del mondo della cultura turco. In prima fila, Beren Saat, una delle attrici più famose della Mezzaluna, che ha voluto condividere con le donne turche la sua storia: episodi di bullismo durante la scuola, molestie da parte di produttori televisivi.

Un momento di riflessione collettiva, a cui hanno partecipato molti uomini, che hanno rivolto domande diretta al premier Ahmet Davutoglu e al presidente Recep Tayyip Erdogan, accusandoli di non avere fatto abbastanza per tutelare le donne nel Paese. Ieri a Istanbul, in molti hanno partecipato alla manifestazione maschile in solidarietà alla protesta che le donne turche stanno portando avanti.

E intanto non si ferma l’onda umana, che ha protesta è diventata richiesta corale per una società più giusta. In tanti in queste ore hanno postato foto di drappi neri ai palazzi in segno di lutto per l’orribile morte di Özgecan. Ieri in tutta la Turchia, anche nella più conservatrice Anatolia, in molti si sono vestiti di nero per ricordare la terribile fine di chi ha pagato con la vita per avere detto no a uno stupro.

Se non una nuova speranza, almeno la consapevolezza che nella Mezzaluna le donne sono un po’ meno sole di ieri. Lo ha spiegato meglio di qualsiasi altra cosa, il titolo del quotidiano Hurriyet oggi “Bak Özgecan, degisiyor”. Guarda, Özgecan, qualcosa cambia.

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