One Billion Rising revolution, 14 febbraio 2015

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 10:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Obritalia.livejournal
10 02 2015

Torna per il terzo anno consecutivo ONE BILLION RISING, la campagna ideata da Eve Ensler che ha spinto più di un miliardo di persone a danzare e manifestare contro le violenze subite dalle donne

Le Nazioni Unite stimano che 1 donna su 3 sul pianeta sarà picchiata o stuprata nel corso della vita. Questo significa un miliardo di donne e bambine. Per chiedere di porre fine a questa violenza, la scrittrice statunitense Eve Ensler, fondatrice del movimento V-Day e autrice de I monologhi della vagina, ha ideato la campagna One Billion Rising, dando vita, il 14 febbraio 2013, alla più grande manifestazione di massa nella storia dell’umanità: oltre 10.000 eventi in tutto il mondo, seguiti dai maggiori canali d'informazione (dal New York Times a The Guardian, dalla BBC ad HBO).

Dopo One Billion Rising (2013) e One Billion Rising for Justice (2014), l’appuntamento del 2015 è conONE BILLION RISING REVOLUTION, il 14 febbraio, sempre nel giorno di San Valentino: non fiori e cioccolatini, quindi, ma un vero atto d'amore, gioioso, celebrato dalle donne e dagli uomini che le rispettano, con la volontà di manifestare insieme per chiedere un mondo in cui le donne possano vivere al riparo dalla violenza e dall'abuso.

Nel mondo hanno aderito alla campagna 207 nazioni e in Italia saranno oltre 100 le città coinvolte: da Roma a Milano, da Genova a Bologna, da Lecce a Trieste, insieme a decine di realtà di provincia in tutto il Paese, da nord a sud, animate da una rete di associazioni e militanti che operano durante tutto l’anno sul territorio ma anche da scuole, università, istituzioni culturali. Tra le numerose associazioni nazionali aderenti alla campagna ricordiamo D.I.Re, Amnesty International, Fare Bene Onlus, Differenza Donna, Doppia Difesa Onlus, Arcilesbica, Arci Donna, Rete Se Non Ora Quando, CGIL Nazionale, Maschile Plurale.

Ad inaugurare la lunga serie di eventi italiani sarà l’Università La Sapienza di Roma, che con un giorno di anticipo, il 13 febbraio, aderisce all'iniziativa con flashmob, concerti, letture, esibizioni acrobatiche e performance a partire dalle ore 12.00 sul piazzale della Minerva, all'interno della città universitaria. Nella capitale si continuerà il giorno successivo con numerosi eventi nelle piazze più importanti: Piazza Farnese (ore 12.00), Colosseo, Arco di Costantino (ore 14.30), Piazza del Campidoglio (ore 15.00) e al Pantheon (ore 15.30).

DANZA E RIVOLUZIONE
Anche quest’anno al centro della manifestazione ci saranno la musica e la danza e le note dell' innoBreak the Chain, per spezzare le catene della violenza e dimostrare che si può farlo con gioia, in maniera politica ma con il sorriso. La danza è una delle più potenti forze sulla terra e noi abbiamo solo iniziato a sfruttarne il potenziale. La danza è sfida. È gioiosa e rabbiosa. È contagiosa e libera, fuori dal controllo di Stati e corporazioni. Abbiamo appena iniziato a danzare. Quest’anno dobbiamo andare oltre. Dobbiamo andare fino in fondo e arrivare al cambiamento.
Dobbiamo creare la rivoluzione.

Per maggiori informazioni sugli eventi italiani e per aderire alla campagna
http://obritalia.livejournal.com/
www.facebook.com/obritalia

www.onebillionrising.org

Nicoletta Billi
Nicoletta Corradini
Coordinamento OBR Italia
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Il Fatto Quotidiano
19 01 2015

La Regione Puglia per la prima volta si è costituita parte civile in un procedimento penale per femminicidio insieme al centro antiviolenza Safiya di Polignano a Mare e all’associazione Giraffa. Lo scorso novembre è cominciato il processo ad Antonio Colamonico accusato dell’uccisione di Bruna Bovino avvenuta il 12 dicembre 2013 in piccolo centro estetico a Mola di Bari. Ripetendo un copione purtroppo visto molte volte, una parte della stampa aveva offuscato il ricordo della vittima rispecchiando i pregiudizi culturali che nella società italiana come nelle altre, rimuovono la violenza di genere e colpevolizzano le vittime.

Grazie alla costituzione di parte civile della Regione Puglia e delle associazioni Safiya e Giraffa la realtà delle radici culturali della violenza di genere sarà affermata in maniera ancora più forte in un aula di tribunale e potrà sensibilizzare l’opinione pubblica e cambiarne la percezione nei confronti di questo crimine.

Trent’anni di impegno delle associazioni di donne sul tema della violenza di genere hanno dato risultati. Oggi la costituzione di parte civile da parte della Regione Puglia è prevista in un articolo della legge regionale contro la violenza di genere varata l’estate del 2014.

Il 13 gennaio scorso la Corte D’Assise ha accolto le richieste della Regione e delle due associazioni nonostante le opposizioni dei legali dell’imputato che non ritenevano femminicidio la morte di Bruna perché non era stato conseguenza di un’aggressione sessuale e perché sarebbe stato discriminatorio nei confronti degli uomini o di qualunque altro omicidio. Il pubblico ministero invece si era opposto solo alle richieste delle associazioni Safiya e Giraffa perché i loro interessi sarebbero stati tutelati dalla Regione.

Ma le motivazioni di Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna che tutela gli interessi del Centro Antiviolenza Safiya, hanno convinto i giudici. La legale ha spiegato che nel nostro ordinamento anche reati “neutri” come l’omicidio e le lesioni possono essere considerati forme di violenza sulle donne proprio perché inclusi nella definizione adottata dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013 e l’Associazione Safiya è portatrice di un danno diretto derivante dal femminicidio di Bruna Bovino perché oltre alla lesione del diritto alla vita della donna a cui è stata usata violenza diretta ad ucciderla, il femminicidio costituisce una profonda ferita per la società tutta. Nel momento in cui a una donna, nell’ambito di una relazione sentimentale, non viene riconosciuta la dignità di persona, ed in quanto tale viene fatta oggetto di violenza, fino alla morte, ricercando poi l’impunità per il delitto commesso, l’intera collettività è responsabile per l’eliminazione di quella cultura e di concezione distorta delle relazioni che ancora oggi minano l’autodeterminazione, la libertà e finanche la vita delle donne.

Safiya sta aiutando anche le famigliari di Bruna Bovino e sta sostenendo le spese legali e per questo ha chiesto la solidarietà delle cittadine e dei cittadini di Polignano a Mare, delle Istituzioni, dei Centri Antiviolenza della rete regionale e nazionale, delle associazioni di donne, di tutte e tutti coloro che vogliono sostenere la battaglia contro il femminicidio, perché venga ribadito il diritto alla libertà delle donne e si spazzi via l’arcaica convinzione che sia giustificabile l’uccisione di una donna che rivendica le sue scelte o che entra in conflitto con un uomo o con gli schemi imposti dalla società.

@Nadiesdaa

Redattore Sociale
07 01 2015

NEW YORK – ‘Il Potere di Priya’ (Priya's Shakti), ovvero: gridare basta alla violenza sulle donne attraverso un fumetto, ispirato alla mitologia induista. L’idea è di Ram Devineni, giovane film-maker indiano: la protagonista, Priya, è una ragazza vittima di uno stupro di gruppo che, sul dorso di una tigre, incontrerà la dea Parvati che le darà il coraggio per far cambiare la mentalità patriarcale ai suoi concittadini, convincendoli a educare i figli ai valori del rispetto e dell’uguaglianza. Grazie a ong che lavorano in India, sarà distribuito gratuitamente in tutto il Paese, ed è scaricabile online (www.priyashakti.com). “Ero a Delhi il giorno dello stupro di gruppo della studentessa ventitreenne nel dicembre 2012 – racconta Devineni –, morta pochi giorni dopo. Ho partecipato alle proteste che sono seguite. Quello che è successo mi ha sconvolto e fatto arrabbiare, soprattutto per l’indifferenza mostrata dalle autorità a tutti i livelli. Un giorno ho chiesto a un poliziotto cosa ne pensasse di quanto accaduto. Mi ha detto: ‘Le brave ragazze non vanno in giro di notte’. So bene che il problema della violenza sessuale in India non è una questione legale, ma culturale. Per questo ho scelto di provare a favorire un’inversione di rotta”.


Priya non è la tipica supereroina, non ha il lazo d’oro di Wonder Woman né superpoteri: la sua forza sono la capacità di persuasione e la potenza di un’idea. Sopravvissuta a uno stupro di gruppo, trova la forza per reagire e sfida la società a cambiare. “Alla tragedia sull’autobus è seguito un enorme grido di protesta. E io mi sono messo in viaggio”. Un anno attraverso l’India e il Sudest asiatico, a stretto contatto con poeti, filosofi, attivisti, sociologi e vittime di stupri di gruppo: “Così ho capito quanto sia difficile, per loro, chiedere giustizia e come le loro vite, dopo avere denunciato il crimine, siano costantemente minacciate. Le loro famiglie, la comunità locale, spesso anche le forze dell’ordine cercano di scoraggiarle, suggerendo loro di non denunciare i loro stupratori. Perché il peso della vergogna è tutto sulle loro spalle, non su quelle dei colpevoli”. Da tutti questi incontri, nasce il fumetto: “Perfetto per arrivare agli adolescenti, perfetto per perseguire l’obiettivo che avevo in mente: creare empatia con le vittime di violenza di genere fino a identificarsi con loro, in modo che non si sentano abbandonate nella ricerca della giustizia. E poi io sono cresciuto leggendo le strisce epiche, mitologiche e storie di ‘Amar Chitra Katha’”, uno dei fumetti più noti in India, con oltre 90 milioni di copie vendute.

Il fumetto sarà uno dei primi in India a sperimentare la realtà aumentata: inquadrando le vignette con lo smartphone sarà possibile accedere ai contenuti speciali grazie alla app Blippar. I disegni diventano clip, si potrà interagire con i pop-up: “Ci si può fare una foto con Priya a cavallo della sua tigre Shakti e poi condividerla sui social o mandarla per mail agli amici. Vogliamo che le persone dicano: ‘Io sto con Priya’, dalla parte della parità di genere e al fianco delle vittime di stupro alla ricerca di giustizia. ‘Priya’ ha un doppio significato: il nome significa anche ‘amato’. Così, non si starà solo con lei, ma anche con l’amore”. Per esempio, inquadrando le 4 figure femminili dell’ultima pagina, è possibile vedere le interviste di Devineni alle 4 donne, tutte vittime di abusi, trasformate in cartoni animati per proteggere le loro identità.

Il fumetto – sono previste nuove ‘puntate’, sempre su temi legati alla parità di genere – è stato ‘testato’ tra i ragazzi di Dharavi, lo slum di Mumbai, uno dei più poveri dell’India e uno dei più grandi al mondo: “Quello che vogliamo sottolineare con il nostro fumetto è che un cambiamento è incredibilmente difficile ma non impossibile. L’India sta vivendo cambiamenti epocali concentrati in un minuscolo arco temporale. La mentalità delle persone non è riuscita a stare al passo. Ma la protesta massiccia che c’è stata in tutto il Paese dopo l’orribile stupro nel bus è la dimostrazione che gli indiani vogliono che le cose cambino. C’erano così tanti giovani a queste proteste… Loro sono il nostro stimolo, i leader di domani: ed è un buon segno”. (Ambra Notari)

Antropologia e sviluppo
24 12 2014

“Il maschio democratico che non prende una netta e manifesta posizione su quest’emergenza (femminicidio) è come il cittadino del Sud che non prende personalmente posizione contro le mafie, tranquillizzandosi all’ombra della propria onestà.” Roberto Mussapi

A volte accadono episodi eclatanti di violenza come l’assassinio, lo stupro, il pestaggio, ma molto più spesso la violenza è verbale, gestuale, psicologica, simbolica. L’accostamento della citazione di apertura con il fenomeno delle mafie è quanto mai pertinente, se si considera come queste vengano percepite in quanto piaga sociale e come ancora invece il femminicidio continui a essere considerato una questione da donne.

Secondo il report delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, Il femminicidio è crimine di Stato a causa di pratiche discriminatorie nei confronti delle donne.


Voglio affermare qui con forza che a livello istituzionale occorre che a occuparsi di pari opportunità debbano necessariamente esserci persone femministe. Sembra un’ovvietà, dato che il femminismo è lotta per l’uguaglianza, ovvero esattamente il mandato delle pari opportunità. Eppure non lo è, se i fatti mostrano che – con uno slittamento di senso agghiacciante – si incaricano donne, ovvero femmine, invece che persone femministe, laddove il punto non è il sesso biologico, ma l’attivismo per uguali diritti.

Esiste un femminicidio culturale, politico, economico, istituzionale. Una violenza simbolica che coinvolge dominanti e dominate, che hanno incorporato modelli culturali al punto da non percepirli come tali (Bordieu). Non è un caso che i numeri delle donne uccise siano forniti da associazioni, e non da rilevazioni istituzionali, nonostante le uccisioni di donne operata da uomini in rapporti di prossimità con loro abbiano assunto una portata non inferiore a quella delle vittime di mafia, la percezione di questi delitti non è quella di crimine antisociale. Lo Stato, nonostante le legge lo preveda, non conta le cittadine ammazzate. L’unica rilevazione statistica è l’indagine ISTAT del 2007, riferita al 2006, che conteneva tutte le premesse di quel che possiamo raccogliere oggi.

Nominare le cose è espediente culturale universale per ordinare il mondo, eppure la nozione di femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna in quanto tale, è entrata a piccoli passi nel nostro linguaggio, e non senza resistenze sia da parte di donne che di uomini.

Un certo modo di parlare, appreso nell’infanzia, che utilizza il maschile neutro, diventa per automatismo il modo di percepire il femminile come subordinato al maschile dominante. Ancora oggi in molte lingue europee utilizziamo il maschile plurale quale forma neutra per i gruppi che includono donne e uomini, mentre il femminile viene usato per quelli di sole donne. Il maschile neutro, di fatto, occulta nella percezione sia la presenza che l’assenza di donne. La presenza femminile viene dunque oscurata. Una mancata declinazione femminile si nota specialmente in caso di ruoli di potere. Di tutte le forme di “persuasione occulta”, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose, affermava Bordieu.

In Italia l’Accademia della Crusca si sta prodigando per far entrare nel lessico comune parole che declinano per genere competenze e professionalità, esercizio a quanto pare relativamente semplice per mansioni ritenute poco autorevoli, ma difficoltoso allorquando le professionalità sono elevate. Così una Prefetta viene istituzionalmente nominata secondo la declinazione maschile “Prefetto”. Lo stesso per una Questora. E che dire dei professori universitari? Si è “professore” associato anche se donna.
L’importanza cruciale di un linguaggio non discriminatorio è rilevante, se consideriamo cosa accade nei fatti. Nonostante l’Italia sia uno Stato democratico con più della metà della popolazione di sesso femminile, il pensiero delle donne stenta a essere preso in considerazione. L’Osservatorio di Pavia ha monitorato che fra gli esperti intervistati nei Tg italiani solo il 10% è di sesso femminile (il restante 90% è di sesso maschile). Dentro le notizie sono state esplorate diverse questioni, fra cui la centralità femminile: solo nell’8% dei casi, le donne, come singole o come gruppo sociale, sono il focus dell’informazione. La televisione, prima agenzia educativa persino nelle case nelle quali è assente, ci mostra un mondo nel quale l’opinione di una donna è evento straordinario. Non un dettaglio, considerato poi cosa può comportare la scoperta che una donna ha una sua opinione, una sua volontà che prescinde dall’uomo abituato così diversamente.

Discriminare è percepire l’altro come qualcuno a cui manca qualcosa. Chi discrimina è incline all’oggettivazione della persona, privata così della propria essenza umana e della propria personalità.

Il mancato riconoscimento di una piena umanità della donna raggiunge il suo apice con il fenomeno della colpevolizzazione della vittima. Generalmente la morte induce le persone a una sorta di santificazione del defunto, ma la regola cambia quando a morire è una donna uccisa, magari da un uomo a lei familiare. Questo perché la de umanizzazione permette di giustificare l’aggressività sull’altro.

Una ricerca di G.T. Viky-D. Abrams (2003), ha sottoposto immagini varie di donne e uomini, tra le quali anche alcune oggettivate e sessualizzate. E’ stato osservato che le immagini oggettivate e sessualizzate di donne ottenevano una maggior percezione de umanizzata, avvicinandole all’animalità. La reazione riguardava però solo le immagini di donne, suggerendo che l’oggettivazione e la sessualizzazione sia denigratoria solo per le donne. Insomma, mentre un uomo a dorso nudo rimane persona, altrettanto non accade per una donna poco vestita. Questa visione rimaneva invariata a prescindere dal genere dei partecipanti alla ricerca ai quali le immagini erano state sottoposte. Per le donne la de umanizzazione deriva dalla mancata identificazione, per gli uomini la de umanizzazione va di pari passo con l’attrazione sessuale. Si apra un qualsiasi giornale, si accenda la tv e si traggano le debite conclusioni a riguardo. Media, stereotipi culturali, educazione e politiche di uguaglianza sono gli ambiti concreti di prevenzione della violenza.

In merito alle politiche di uguaglianza un esempio pratico è la constatazione del mancato sguardo di genere. Secondo i criteri di assegnazione, il regolamento dell’agenzia territoriale per la casa di Cuneo prevede quali categorie speciali: anziani, famiglie di nuova formazione, disabili, emigrati, profughi. Non mi risulta che le donne vittime di violenza siano considerate categoria speciale, né lo siano le madri single, o le donne separate. Questo nonostante ricorrenti raccomandazioni internazionali a sostenere l’autodeterminazione delle donne per un’efficace azione a prevenzione e contrasto della violenza. Gli ambiti nei quali metter mano a una revisione dei criteri e dei sistemi di pensiero attraverso i quali si esprime l’efficacia dell’azione amministrativa sono diversi. Si pensi alla questione della genitorialità e della famiglia, a quali modelli di riferimento incorporati possano intralciare l’umanità dell’intervento dei servizi sociali, appesantiti da strutture culturali lontane dalla realtà delle nuove famiglie, di nuove madri e nuovi padri, di famiglie allargate non regolamentate culturalmente.

Una concreta strategia di intervento coordinata contro la discriminazione delle donne è un vantaggio sociale per tutti…

 

La 27ora
23 12 2014

“Io voglio il Venezuela libero per tutti. Non solo per Geraldine”. Mamma Rosa (sopra, nella foto) ha lo sguardo fiero mentre ripercorre gli ultimi minuti di vita di sua figlia. Ventidue anni, studentessa di biologia molecolare, Geraldine Orozco è stata uccisa a Valencia, nel nord del Venezuela, da una scarica di proiettili di gomma sparati dagli uomini della Guardia Nacional di Maduro. Era andata a giocare a calcio coi bambini del suo quartiere come faceva tutti i giorni. “Geraldine era così, giovane, piena di energia. Tornava dall’Università e ancora vestita bene si buttava sul campo da calcio. Poi tornava a casa, si truccava e usciva con gli amici”.

Il 22 febbraio del 2014 Geraldine esce di casa, attraversa la strada. Il Venezuela è sconvolto dalle proteste anti governative contro la corruzione e la violazione dei diritti umani. Scontri, barricate (le garimbas), cortei più o meno pacifici. Gli uomini di Maduro cercano di stroncare l’opposizione interna. Alcuni amici di Rosa l’avvisano che la Guardia Nacional sta arrivando, lei chiama Geraldine, la supplica di rientrare in casa. Arrivano i militari, la circondano.


E’ con altri ragazzi. Sa che deve scappare. Ma è braccata in una strada senza uscita. Rosa conosce perfettamente i nomi di chi le ha portato via la figlia e li scandisce tormentandosi le mani. E’ un attimo e i militari sparano in faccia a Geraldine una scarica di proiettili di gomma. Uno di questi le entra nell’occhio. La ragazza muore tra dolori atroci. “Dopo l’autopsia ci hanno detto che aveva 68 fori di proiettili. Quando esplodono, le pallottole di gomma producono centinaia di sfere di plastica che se sparate a distanza ravvicinata possono essere letali. “Testimoni hanno riferito che erano in quattro vicino a Geraldine”. Mamma Rosa conosce perfettamente i nomi dei carnefici di sua figlia. E sa anche che uno di loro uccidendo sua figlia ha detto “Ho ammazzato questa maledetta”.

Al funerale di Geraldine partecipano in migliaia. L’immagine del suo volto martoriato fa il giro del mondo dopo che qualcuno l’ha postata sui social network. Il governo non può negare l’evidenza. La magistratura avvia le indagini preliminari. Mamma Rosa viene convocata anche da Maduro, ma rifiuta l’incontro perché a porte chiuse. Due degli agenti coinvolti nell’omicidio finiscono ai domiciliari, altri due hanno l’obbligo di firma. Inizia il processo. Quattro udienze, tutte rinviate. “Una volta mancavano i documenti, l’altra volta le guardie e via di scusa in scusa”, racconta la madre.Rosa nel frattempo si mobilita. L’assistono gli avvocati del Foro Penal che in questi mesi hanno lavorato per raccogliere e documentare i casi di abusi, torture e stupri come mostra questo filmato


Sono scene che chi è stato a Genova, al G8, conosce bene. Manifestanti massacrati di botte nelle strade. Persone stuprate e torturate nelle caserme. Con i manganelli, con le scariche elettriche. 3100 persone sono state arrestate, 69 sono ancora in carcere. Qualcuno non è mai tornato come Geraldine. Qualcun altro, come Marvinia Jimenez, la ragazza massacrata di botte con un casco da una soldatessa della Guardia Bolivariana, ora è diventato un simbolo di rivolta. A fianco di mamma Rosa c’è lei, Marivinia. Ma anche Corina Machado, esponente politico dell’opposizione. Una rete fatta di donne, di mamme e di sorelle, che è arrivata fino alle Nazioni Unite, al Parlamento europeo. E che ora potrebbe giungere fino alle porte del Vaticano.

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