Donne che contano. Dove vanno a finire i soldi contro la violenza

  • Martedì, 23 Dicembre 2014 09:22 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
23 12 2014

I fondi messi a disposizione dal governo per contrastare la violenza sulle donne sono da poco arrivati alle regioni. Al momento non è possibile sapere come concretamente gli enti locali li stiano spendendo. A questo punto è evidente la necessità di monitorare l'efficacia delle inziative finanziate, per esempio con strumenti di budget-tracking. Perché è proprio questa la fase più delicata, in cui è necessario sapere in modo dettagliato l'uso delle risorse disponibili.

“Donne che contano” è una piattaforma opendata creata da ActionAid allo scopo di rendere facilmente consultabili le informazioni disponibili sull’uso dei fondi per prevenire e contrastare la violenza sulle donne.

Oggetto dell’analisi sono i 16,5 milioni di euro stanziati dal governo per il 2013-2014 attraverso il decreto legge n° 93 dell’agosto 2013 (convertito nella legge 119/2013) a cui si aggiungeranno - se confermate dalla Legge di stabilità - altre risorse per il triennio 2015-2017.

La mappa mostra le risorse a disposizione di regioni e province autonome e i criteri utilizzati (oltre alla popolazione) per la ripartizione geografica dei fondi: centri antiviolenza e case rifugio esistenti e nuovi centri da creare. La piattaforma si arricchirà mano a mano con le informazioni che reperiremo sull’utilizzo dei fondi nelle varie regioni - che secondo le indicazioni governative dovranno integrare gli stanziamenti centrali con risorse aggiuntive - e su eventuali ulteriori piani di intervento dal parte del governo.

Compito non facile se le istituzioni non prevedranno criteri di trasparenza nella pubblicazione e diffusione delle informazioni. Per questo in parallelo ActionAid ha lanciato la petizione #donnechecontano per chiedere ai Presidenti di Regione di pubblicare in formato aperto i dati relativi alla spesa per la lotta alla violenza sul loro territorio.

Solo in questo modo interventi, strategie e risultati raggiunti potranno essere monitorati e valutati da cittadine e cittadini, che potranno avere informazioni complete sull’impegno di governo, amministrazioni locali e regionali per prevenire e contrastare la violenza di genere.

In attesa che questo avvenga, invitiamo cittadine e cittadini a unirsi a questa ricerca di trasparenza firmando la petizione #donnechecontano e segnalandoci notizie e informazioni sull’uso dei fondi nel loro territorio.

La Stampa
17 12 2014

Contro la violenza che ogni anno colpisce tre milioni di donne, bambini, anziani e i più deboli in genere arriva “Codice rosa bianca”, la task force composta da Asl, Procure e forze dell’Ordine per non lasciare sole le vittime e rendere loro giustizia. Quella troppo spesso negata dalla paura di raccontare gli abusi. Il modello è quello sperimentato con successo da quasi 5 anni dalla Asl di Grosseto, che ora farà da capofila per tutte le aziende sanitarie d’Italia, grazie al protocollo siglato dalla Fiaso, la Federazione che rappresenta appunto Asl e Ospedali. Il tutto con il placet del Ministro di Grazie e Giustizia, Andrea Orlando e della Titolare della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha anche annunciato 50 milioni per l’assistenza psicologica alle donne vittima di violenza.

ECCO COME FUNZIONA

A spiegare come funziona “Codice Rosa Bianca” è la dottoressa Vittoria Doretti, dirigente medico anestesista, “madre” del pronto intervento anti-violenza destinato ora a diventare realtà in ogni Azienda sanitaria.
“Il problema dell’assistenza e delle denunce – spiega – parte proprio dalla trincea dei pronto soccorsi, perché quando ci si rivolge alle Forze dell’Ordine, ai consultori o ai centri anti-violenza si ha già la coscienza di essere vittima di violenza. Ma così non è nella stragrande maggioranza dei casi, i milioni di abusi fantasma, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le vittime sole con il loro dolore”.

Per questo il lavoro della squadra, che a Grosseto è composta da 40 persone tra medici, sanitari, forze dell’ordine, volontari, psicologi e assistenti sociali, comincia da subito, dalla fase di accoglienza al pronto soccorso che i tecnici chiamano “triage”. Quando il paziente risponde alle domande di un infermiere specializzato, che assegna il codice di gravità, bianco, verde, giallo o rosso che poi darà seguito all’intervento sanitario vero e proprio. “Qui il personale opportunamente formato a riconoscere i segnali di un trauma da abuso – spiega Doretti – capisce quando è necessario assegnare anche un altro codice.

A quel punto si avvia un percorso basato sulla semplificazione delle procedure e il dialogo tra le parti, con una attenzione particolare alla tutela della riservatezza. La sospetta vittima viene accompagnata in una stanza dedicata che garantisce tranquillità ed è dotata di tutto ciò che si rende necessario per la visita e l’eventuale accesso in borghese di polizia o carabinieri, per raccogliere testimonianza o denuncia. Qui personale medico e infermieristico, con alle spalle una solida formazione e continui aggiornamenti, arriva già informato di tutto quanto dichiarato in sede di accoglienza al Pronto soccorso, così come ogni successivo specialista”.

Questo per impedire lo stillicidio di domande ripetute all’infinito che acutizzano il trauma o anche solo per far si che la vittima non debba sentir dire ‘questo non è di mia competenza’”, spiega Doretti.

Tutto senza mai esercitare pressioni sulla vittima, che non resta mai sola e che, se necessario, già qui fissa il primo appuntamento al consultorio o con un assistente sociale.
L’assistenza psicologica scatta invece nella presa in carico successiva, dove entrano in gioco anche i centri anti-violenza o altre associazioni di aiuto.

I NUMERI
“Un percorso a costo zero, che ha consentito di far emergere 450 casi di violenza sessuale e domestica l’anno, contro gli appena due casi in tre anni segnalati prima del 2009”, spiega il Direttore generale della Asl di Grosseto, Fausto Mariotti. “Più impegno e meno sdegno. È la molla che dovrebbe muovere tutto il sistema amministrativo pubblico ma che è la vera spinta a promuovere iniziative come Codice Rosa Bianca”, commenta il Presidente di FIASO, Francesco Ripa di Meana. “Con il protocollo firmato oggi, contiamo, grazie a un effetto domino, di portare questa rivoluzione contro gli abusi ai più deboli nella maggior parte delle nostre Aziende sanitarie pubbliche.” Quanto ce ne sia bisogno lo dicono i numeri: oltre un milione di abusi l’anno sulle donne, spesso perpetuati più volte, 4.300 episodi di violenza ai danni di minori denunciati nel 2013, mentre tra gli anziani le vittime sarebbero anche qui un milione. Cifre da codice rosso , più che rosa

Non è il lavoro che libera le donne

  • Mercoledì, 17 Dicembre 2014 13:14 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune.info
17 12 2014

La precarizzazione del lavoro e le nefaste conseguenze dello slittamento dal welfare al workfare mostrano il fallimento della strategia che identificava il lavoro retribuito come la via per la liberazione delle donne e la fine della divisione sessuale del lavoro. La famiglia nucleare ci riproduce sì ma solo in quanto lavoratori, per questo è così opprimente. Possiamo de-nuclearizzarla, cioè aprirla a un’ampia comunità di resistenza. Una lunga intervista con Silvia Federici racconta perché c’è bisogno di liberare tutte le donne e non solo alcune di esse, perché malmenare la moglie è una condizione del lavoro casalingo e picchiare i bambini è parte del loro processo di socializzazione: chi è piccolo non lavora e dunque non ha diritto al controllo sul proprio corpo. Una popolazione decisa a rifiutare la logica della competizione e desiderosa di vivere cooperando, spiega la filosofa femminista, è un grosso rischio per la società capitalistica

di The Occupied Times

Il tuo lavoro ha messo in risalto l’emergere della famiglia nucleare come presupposto per la costruzione del capitalismo del 19mo secolo, l’unità di produzione e riproduzione ottimale, specialmente all’interno di un sistema di fabbrica. Vedi davvero il nucleo familiare come irrimediabilmente regressivo e irrevocabilmente legato alle relazioni capitalistiche? Se si, come possiamo liberarci da queste strutture sociali normative?

La famiglia nucleare è una forma sociale costruita su una contraddizione, ci riproduce ma come lavoratori, in vista del nostro futuro sfruttamento quotidiano, questa è una delle ragioni per cui è così opprimente. E’ il luogo in cui ai bambini viene insegnato ad accettare la disciplina del lavoro capitalistico ed è anche uno spazio di relazioni diseguali. Il lavoro e la vita domestici sono costruiti sul lavoro femminile non retribuito e sulla supervisione maschile. Come ho spesso evidenziato nei miei scritti, attraverso il salario, il capitale e lo stato delegano agli uomini il potere di comandare il lavoro delle donne, ed è questo il motivo per cui la violenza domestica è stata socialmente accettata ed è così diffusa anche attualmente.

Picchiare la moglie perchè non svolge il suo lavoro e, per esempio, rifiuta avance sessuali, è sempre stato tollerato come una condizione del lavoro casalingo. Sino a che le femministe non si sono battute contro questo, percuotere la moglie non era considerato un crimine, nello stesso modo in cui picchiare i bambini non è considerata una violenza, è tollerato come parte del loro processo di socializzazione; in quanto non lavoratori, i bambini infatti, non hanno il diritto al controllo sui loro corpi. Questo ha significato anche una lunga mobilitazione per convincere le autorità che uno stupro può avvenire in famiglia. La famiglia nucleare è stata uno strumento della de-socializzazione, nel corso del 20mo secolo essa è diventata sempre più isolata dal resto della comunità e le politiche urbanistiche, con la creazione dei sobborghi, hanno accelerato questo processo. Come ci liberiamo dalla famiglia? Intanto, attualmente la famiglia della classe operaia è già in crisi; la disoccupazione, il carattere precario del lavoro e il collasso dei salari, stanno conducendo molti giovani a posticipare o anche a non crearsi una famiglia, o ancora, i genitori sono costretti a spostarsi per poter trovare un lavoro. Il diritto di avere una famiglia, che è il diritto ad avere un certo livello di riproduzione – marcando la differenza tra la schiavitù e il lavoro retribuito – è sempre più minacciato. Allo stesso tempo, assistiamo anche un ritorno ad un tipo più esteso di famiglie, costruite non su legami di sangue, ma su relazioni di amicizia. Questo ritengo sia un modello da seguire. Siamo ovviamente in un momento di transizione e di notevole sperimentazione, ma aprire la famiglia, etero o gay, ad una comunità più ampia, demolendo i muri che l’hanno progressivamente isolata ed hanno impedito che i suoi problemi venissero affrontati in una modalità collettiva, è il percorso che è necessario effettuare per non essere soffocati, e, al contrario, rafforzare la nostra resistenza allo sfruttamento. La de-nuclearizzazione della famiglia è la via verso la costruzione di comunità di resistenza.

 

Hai scritto criticamente sul movimento di liberazione delle donne degli anni 70, rispetto ai suoi pregiudizi di classe e razza, mentre altre intellettuali come Selma James e Bell Hooks si sono espresse sul disconoscimento delle donne di colore, delle transessuali e delle lavoratrici. Dato che le dispute e le battaglie tra femministe oggi si focalizzano spesso su simili divisioni, ci sono lezioni pratiche che puoi condividere? Quali approcci pensi possano essere più efficaci per assicurare che i movimenti rivoluzionari riconoscano a agiscano sui diversi tipi di oppressione che riguardano le vite delle donne?

L’approccio migliore è rendersi conto che sino a quando siamo divise su presupposti razziali e di genere non avremo la forza di creare una società più giusta. Più specificatamente, non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne. Per esempio identificare il controllo sul proprio corpo con il diritto di abortire e perciò ignorare i problemi delle donne minacciate con la sterilizzazione o impossibilitate ad avere figli a causa delle loro condizioni economiche, ha indebolito il movimento femminista, così tanto che attualmente anche l’aborto legale è messo in discussione e in molti stati e impossibile praticarlo per le donne poco abbienti. Allo stesso modo, non aver fatto una incisiva campagna a supporto dell’assenza per maternità (quando il problema arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1976) e non avere combattuto affinchè l’assistenza sociale fosse assicurata anche alle casalinghe, soprattutto durante l’opera della sua distruzione da parte di Clinton nel 1996, è stato un grave errore che ha riguardato tutte le donne.

Se riteniamo che il lavoro domiciliare non sia vero lavoro, che la premessa del passaggio da assistenza sociale generale ad assistenza da fornire solo a chi lavora sia corretta, allora nessuno è titolato ad avere un supporto istituzionale per crearsi una famiglia. E quindi lo stato ha ragione quando afferma che crescere i figli è una responsabilita personale e che se vogliamo centri di cura diurni, per esempio, dobbiamo pagarceli. Riassumendo, l’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle ch

In Caliban and the Witch, (“Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva” 2004, ndt) tra gli altri fattori, metti in evidenza l’istituzionalizzazione della caccia alle streghe, dei roghi e delle torture come punto nodale per la soggiogazione delle donne e dell’appropriazione dei loro corpi e del loro lavoro. Ci sono simili paralleli nel mondo attuale? Abbiamo per esempio visto esempi di caccia alle streghe nell’Africa subsahariana dove sono attivi simili processi di segregazione e accumulazione.

Si, c’è una continuità tra la caccia alle streghe del 16-18mo secolo e quelle che si stanno svolgendo oggi in molte parti del mondo. Le differenze sono comunque notevoli. Le caccie alle streghe attuali non sono condotte dai governi e dagli stati-nazione, non sono supportate da leggi e non sono difese dall’intellighenzia come in passato. La continuità risiede nel fatto che, come la caccia alle strege del passato, quelle del presente sono connesse con i tipici sviluppi del processo di “accumulazione originaria”, nel caso dell’Africa Subsahariana, ciò si sostanzia nel continuo esproprio della terra e nella sua privatizzazione, e nella restrizione dell’accesso delle donne, in attacchi contro le donne (specialmente anziane) che posseggono terre e/o resistono all’espropriazione.

Sia in Africa che in India, tra le vittime si possono contare migliaia di donne uccise con l’accusa di stregoneria e vedove che combattono per mantenere i propri terreni dopo che sono morti i propri mariti. Un ulteriore elemento di continuità è l’utilizzo della caccia alle streghe non solo per ridefinire la posizione economica delle donne ma anche la loro identità sociale e demolire il loro potere. Le donne che sono combattive, che resistono, sono state ridotte ad aiutanti non pagate dei loro mariti e per esempio in Africa, sono viste come streghe. Non incidentalmente, la caccia alle streghe oggi in India (come in passato), è specialmente diffusa nelle aree tribali, dove le donne sono state tradizionalmente più economicamente indipendenti. Ma di queste questioni io parlo nel mio articolo “Witch-hunting, Globalisation and Feminist Solidarity in Africa Today” pubblicato nel Journal of International Women’s Studies (Ottobre 2008).

 

Hai sostenuto che la sottomissione delle donne in Europa e nelle Americhe è stata cruciale per la costituzione del capitalismo. E’ stato solo un fenomeno “atlantico” o il colonialismo in Asia ha giocato un ruolo simile?

Ha effettivamente giocato un ruolo simile, anche se nella maggior parte delle regioni il colonialismo è giunto in una data più tarda (rispetto, ad esempio, all’América latina) e poteva non avere lo stesso impatto nelle relazioni sociali. In Cina, inoltre, il potere coloniale era limitato all’area costiera e c’erano differenze regionali nel grado a cui le relazioni di genere erano da esso trasformate. Come tendenza generale, comunque, il colonialismo ha approfondito le disuguaglianze di genere dato che sia i britannici che gli olandesi supportavano le disposizioni del patriarcato e istigavano un processo di privatizzazione delle terre che escludeva progressivamente le donne sia dall’accedervi che dall’avere diritti di pascolo.

In India, per esempio, l’Inghilterra formalmente sosteneva le restrizioni Hindu sull’eredità per le vedove della proprietà dei loro mariti, e nelle aree tribali collaborava con le amministrazioni locali per boicottare l’indipendenza delle donne. Sia in India che in Indonesia, la dominazione coloniale ha segnato la fine delle società matrilineari che era fiorità in molte regioni, nel Kerala del Nord in India e nelle comunità del Minangkabau a Sumatra in Indonesia, dove le donne avevano proprietà collettive, ereditate per via matrilineare.

 

In Caliban & the Witch affermi che: “Marx non ha mai riconosciuto che la procreazione potesse diventare il terreno dello sfruttamento e per lo stesso motivo, di resistenza. Non poteva concepire che le donne potessero rifiutare di riprodursi, o che un tale rifiuto potesse diventare parte di una lotta di classe”. Sosterresti un’applicazione collettiva di questo rifiuto?

Sarebbe splendido se le donne nel mondo si unissero in uno sciopero della procreazione in modo da non far più nascere bambini sino a che non si sia costruito per loro un posto amichevole dove vivere, allo stesso modo le donne ateniesi presumibilmente decidevano di rifiutare il sesso agli uomini sino a che la guerra fosse continuata. Io comunque non suggerisco una simile iniziativa. Non è una strategia praticabile perchè è difficile immaginare come potrebbe essere organizzata e finirebbero per benificiarne i sostenitori del controllo della popolazione. E’ importante anche rendersi conto che è già in corso uno sciopero procreativo. Le donne negli stati africani dove la guerra sta diventando endemica cercano di non avere figli o abortiscono, come facevano le donne in stato di schiavitù. Anche negli Stati uniti, il tasso di nascita sta diminuendo e altrettanto sta avvenendo in diverse parti d’Europa, con l’eccezione della Francia. Dietro queste statistiche demografiche, dobbiamo vedere un processo di lotta che indubbiamente riguarda lo sviluppo capitalista.

 

In un’importante sezione di Revolution At Point Zero evidenzi il fatto che i movimenti sociali hanno continuamente misconosciuto il tema della cura degli anziani. In effetti, molte discussioni sono state fatte da diversi commentatori di sinistra riguardo “l’ingiustizia inter-generazionale”. Come vedresti l’inclusione di problematiche come l’isolamento degli anziani, specialmente negli Stati Uniti e in parti dell’Europa, all’interno di pratiche o rivendicazioni politiche dei movimenti sociali?

Se siamo preoccupati della povertà, del degrado e della solitudine, dobbiamo renderci conto che tutti questi problemi sono patiti in primo luogo dalle persone più anziane, che sono i gruppi sociali più invisibili e dimenticati, a meno che non abbiano mezzi economici significativi. Anche le femministe, con qualche eccezione come Nancy Folbre, sino poco tempo fa li hanno generalmente ignorati. La cura degli anziani, come tema politico, è un fenomeno recente. Ci sono molte problematiche che i movimenti sociali dovrebbero affrontare. Il fatto, ad esempio, che le donne che non abbiano un lavoro salariale, pur avendo lavorato tutta la loro vita come casalinghe a tempo pieno, negli Stati Uniti non siano titolate a ricevere neanche la previdenza sociale. Non lo sono, se non attraverso i loro mariti e dopo 9 anni di matrimonio, e anche in quel caso solo per l’equivalente della metà del loro stipendio. Inoltre, i servizi sociali per gli anziani sono stati decimati, in questo modo è sempre più difficile per loro avere accesso ai centri di cura o avere qualche assistenza a domicilio per aiutarli nelle faccende domestiche. Nessun gruppo si è battuto contro il crescente degrado della vita delle persone in età avanzata, allo stesso modo non abbiamo visto negli Stati Uniti il tipo di protesta intergenerazionale che si è sviluppata in Francia quando il governo propose l’aumento dell’età pensionistica. Costruire un movimento contro il tentativo di eliminare o ridurre la previdenza sociale sarebbe un buon punto di partenza, specialmente dato che la previdenza sociale è utilizzata per creare l’impressione che la richezza di uno stato sia sprecata per prendersi cura degli anziani, e che, in questo modo, si limitano invece le possibilità delle nuove generazioni. Questa sfacciata divisione tra giovani e vecchi è qualcosa che dovrebbe creare una forte preoccupazione in tutti i movimenti sociali.

 

La terra e lo spazio sono continuamente trattati come frontiere vuote, colonizzate, ristrutturate e reintegrate in un processo perenne di accumulazione. La teoria della accumulazione tramite l’esproprio offre una descrizione avvincente del processo di gentrificazione, estendendo l’idea di accumulazione promitiva; un processo continuo che è anche in contrasto con la visione di Marx. Credi che ci siano limiti a questi cicli di accumulazione primitiva e se sì, li stiamo raggiungendo? Ci sono restrizioni agli aggiustamenti spaziali, temporali e tecnologici che il capitalismo ha sempre trovato, riuscendo quindi a riprodurre se stesso?

Non vedo questi limiti. Per fare un esempio, per anni abbiamo sentito parlare del picco che lo sfruttamento del petrolio avrebbe raggiunto e ora si sta perforando e estraendo a profondità prima inimaginabili, ciò mostra come fossero fuori luogo quelle previsioni. E’ una politica miope concentrarsi sui limiti che il capitalismo potrebbe incontrare nella sua corsa, favorisce l’illusione che possa distruggere se stesso e distrae dalla necessità di considerare come prioritaria la costruzione di un mondo giusto. Ovviamente il mondo è definito, ma dal punto di vista della messa a punto di una strategia anti capitalistica, i limiti materiali dello sviluppo capitalistico dovrebbero essere il nostro maggiore interesse. Dovremmo essere più preoccupati della fascinazione della gente per la tecnologia capitalistica che contribuisce ad alimentare le politiche di impiego forsennato e di distruzione dell’ambiente. Sino a che così tante persone saranno dipendenti dalla tecnologia capitalistica, il capitalismo riuscirà a oltrepassare i limiti che incontrerà. 

Hai definito le comunità come spazi di lotta, sia rispetto al loro sviluppo storico che nella contemporaneità, ma il Capitale non potrebbe convivere o anche fare propria la vita comunitaria? Che cosa gli dà il potenziale di essere una reale minaccia?

Chiaramente sino a che la costruzione di comunità rimane un’attività limitata e isolata, ce ne si può impossessare e ciò richiede certamente una seria considerazione. Ma se non sono concepite come isole nel mare delle relazioni capitalistiche ma come nuclei di resistenza che ci forniscono la forza di fuggire dallo sfruttamento, la loro creazione può essere una sfida al sistema capitalistico.Una popolazione determinata a rifiutare la logica della competizione e desiderosa invece di vivere secondo i principi della cooperazione è un grosso rischio per la società capitalistica.

 

Il lavoro in Inghilterra è sempre meno mediato dalla relazione con lo stipendio, ciò avviene con i programmi di workfare forzati, la cattura dei dati pubblici e la creazione non pagata del capitale sociale in questa nuova era multimediale. Questa erosione del lavoro salariato, rinforza o indebolisce la richiesta di uno stipendio per quello casalingo?

Io ritengo che lo rinforzi. La precarizzazione del lavoro e le catastrofiche conseguenze dello slittamento dal welfare al workfare mostrano il fallimento della strategia femminista che identifica il lavoro retribuito come la via per la liberazione delle donne e per porre fine alla divisione sessuale del lavoro. Ci forza anche a trovare nuovi terreni di lotta. E’ significativo in questo contesto che la richiesta di un salario sociale minimo abbia ravvivato l’interesse verso il pagamento del lavoro domestico. Ora la gente mi chiede cosa penso di questa richiesta e di come si relazioni allo stipendio per il lavoro domestico: l’abolizione di molti benefici del lavoro remunerato, la costante riduzione degli stipendi, rende la battaglia contro la svalutazione delle nostre vite provocata dal capitalismo, un tema centrale della politica radicale. Il lavoro domestico non pagato è solo una parte di esso, ma cruciale.

 

Le conseguenze dei cambi climatici stanno forzando l’umanità a contemplare la propria distruzione in modo inedito, a partire dal proliferare delle armi nucleari all’apice delle Guerra fredda. Considerando la possibilità che possiamo vivere ai margini della storia ma attingendo alla memoria culturale della Guerra fredda, come potremmo continuare a batterci per la giustizia all’interno di questo contesto apparentemente fatale?

La prospettiva dell’annientamento è relativa, per molte comunità negli Stati Uniti – le comunità nere i cui bambini sono uccisi dalla polizia nelle strade, quelle indigene, quelle dei Navajo che devono coabitare con le miniere di uranio, quelle dove la disoccupazione è alle stelle, e così via – l’apocalisse è ora. In questo contesto noi combattiamo per la giustizia, rifiutando di separare la battaglia contro la distruzione dell’ambiente da quella contro le prigioni, la guerra e lo sfruttamento. Non puoi preoccuparti dei cambiamenti climatici se la tua vita è in pericolo ogni giorno, come nel caso di tanta gente in questo stato.

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Fonte: The Occupied Times Titolo originale: Preoccupying

Traduzione per Comune-info: Annalisa Mugheddu

Silvia Federici ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria, ed è stata Professore Associato e poi Ordinario di Filosofia politica e Studi Internazionali al New College dell’Hofstra University (NY). Cofondatrice del Collettivo internazionale femminista e del Comitato per la libertà accademica in Africa, nel 1995 ha cofondato la Radical Philosophy Association, progetto contro la pena di morte. Tra le sue pubblicazioni: Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale (con L. Fortunati) (Franco Angeli, 1984) e Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation (Autonomedia, 2004).

Diciamo NO alla finta democrazia partecipata del governo Renzi

  • Martedì, 16 Dicembre 2014 13:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

D.i.Re
16 12 2014

Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere

Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha aperto lo scorso 10 dicembre una pubblica consultazione sul Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere. L’associazione nazionale D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza con i suoi oltre 70 centri antiviolenza non parteciperà a questa concertazione ed invita la cittadinanza ad ignorare questa sollecitazione.

Non é collezionando opinioni e commenti, critiche e suggerimenti, viziati dal pericolo serio della banalizzazione e dello svilimento del fenomeno della violenza alle donne che si affronta il tema dei diritti violati. Troppi stereotipi e pregiudizi nutrono la percezione sociale e culturale del fenomeno. I Centri antiviolenza D.i.Re, distribuiti sul territorio nazionale, lavorano su questo da oltre un ventennio anche per costruire una cultura, volta al superamento di clichè e di modelli, attraverso iniziative di sensibilizzazione e di formazione.

La nostra esperienza, i nostri saperi sono stati messi a disposizione del Governo con la partecipazione attiva ai Tavoli di lavoro della Task force interministeriale contro la violenza alle donne, coordinati dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio.

Un percorso difficile, discontinuo e poco lineare dai cui esiti abbiamo preso le distanze anche pubblicamente.

Il Governo ha perso un’occasione per fare tesoro dell’esperienza preziosa di chi con le donne lavora da decenni, mettendo a disposizione della collettività analisi, metodi e pratiche. Diciamo no a questo tipo di consultazione sul Piano!

La libertà delle donne, la prevenzione e il contrasto della violenza alle donne si costruiscono con le donne e con l’autentica partecipazione e il coinvolgimento delle associazioni.

Roma, 15 dicembre 2014

Scarica il comunicato stampa (pdf)

Bollettino di guerra
03 12 2014

Treviso, marito uccide moglie e figlio. Poi si impicca

Si tratta di un 62enne, della moglie di 57 anni e del figlio di 24. I corpi sono stati ritrovati privi di vita all’interno della loro abitazione, a Refrontolo

Ha ucciso la moglie colpendola violentemente alla testa, poi si è avventato sul figlio e lo ha sgozzato, prima di impiccarsi. La strage familiare si è consumata a Refrontolo, nel Trevigiano, dove Sisto De Martin, camionista di 62 anni in pensione, è stato trovato morto nella sua casa insieme agli altri membri della famiglia. A scoprire i corpi ormai privi di vita è stato il datore di lavoro del ragazzo che, preoccupato per l’assenza del 24enne, è andato a casa sua per accertarsi che andasse tutto bene. Quando è arrivato, però, si è trovato davanti agli occhi la scena di una famiglia cancellata.

Secondo una prima ricostruzione dei Carabinieri, che escludono un intervento di terze persone, dato che non ci sono segni di effrazioni agli infissi, l’ex camionista con un lungo passato in Germania si sarebbe prima avventato sulla moglie di origini filippine, Teresa Reposon, rompendole il cranio con un oggetto contundente che non è ancora stato recuperato, poi ha finito anche il figlio Cristian tagliandogli la gola. Dopo aver compiuto il duplice omicidio, l’uomo è salito in mansarda e si è impiccato. I Carabinieri, avvertiti dal datore di Cristian, hanno trovato il corpo della donna, vestita con una tuta, vicino alla porta del bagno del piano terra, mentre il cadavere del ragazzo si trovava nella sua camera con accanto il coltello con cui è stato ucciso.

Gli investigatori non hanno ancora trovato lettere, messaggi o indizi che possano spiegare il gesto del 62enne, ma gli inquirenti esamineranno anche gli apparecchi elettronici personali e quelli presenti nell’abitazione dei De Martin per cercare di ottenere maggiori informazioni. “Stiamo aspettando una risposta alla dinamica dei fatti, forse lì c’è un perché per qualche cosa che non ha spiegazioni – commenta il sindaco, Loredana Collodel – Per noi i De Martin erano una famiglia normale, nessun problema economico, una famiglia serena, conosciuta in paese, che non si era mai fatta notare neppure per una classica discussione familiare o per qualche problema esterno”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/02/treviso-marito-uccide-moglie-figlio-prima-impiccarsi/1246284/

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