Oltre il vittimismo. Dalla parte delle vittime

  • Martedì, 25 Novembre 2014 12:37 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere.it
25 11 2014

In questa giornata di mobilitazione contro la violenza sulle donne, amici e colleghi ci ricordano la necessità di “andare oltre il vittimismo”. Restituire dignità alle donne di cui la violenza subita costituisce la più lampante negazione richiede infatti il riconoscimento della loro (della nostra) “agency”, capacità cioè di agire. Basta, ci sentiamo quindi esortare, con discorsi che dipingono le donne come eterne vittime, inermi e passive di fronte ai soprusi – parliamo invece dei nostri successi, della nostra partecipazione attiva nel determinare le nostre vite, nel plasmare e riplasmare non solo le nostre esperienze personali ma anche l’organizzazione sociale e la dinamica politica.

Siamo d’accordo. Con gli articoli pubblicati in occasione del 25 novembre, inGenere partecipa a una mobilitazione che è di per se un segno di "agency". Commemoriamo oggi il brutale assassinio, avvenuto il 25 novembre 1960, delle tre sorelle Mirabel, oppositrici del dittatore di Santo Domingo Trujillo, grazie ad una decisione presa dalle partecipanti ad un convegno internazionale femminista nel 1980; la stessa data viene poi scelta dalle Nazioni Unite nel 1999 come “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”. Da allora, la questione della violenza diviene sempre più visibile, sia a livello nazionale che internazionale. Nel sistema Onu vi è una relatrice speciale sulla violenza contro le donne e una rappresentante speciale del segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti. Fra i tanti passi avanti compiuti, il relatore speciale sulla tortura ha definito la violenza sessuale come una forma di tortura, obbligando gli stati a trattarla come tale – ovvero ad assumere la responsabilità di prevenirla, compensarla, e perseguire penalmente i responsabili. Il Consiglio di sicurezza ha riconosciuto che la violenza sessuale nei conflitti costituisce un’arma di guerra, non una lamentabile quanto inevitabile espressione di malcostume militare. Potremmo continuare, ricordando fra l’altro che fra gli obblighi che il diritto internazionale impone agli stati vi è non più il semplice risarcimento delle vittime bensì anche la trasformazione delle condizioni da cui la violenza scaturisce.

Tutto ciò non può considerarsi il risultato di atteggiamenti passivi o di una mancato esercizio di "agency". Ripercorrendo la storia di queste trasformazioni, si scorgono donne che denunciano soprusi, si mobilitano, ingaggiano interlocutori politici in dibattiti accesi sulla natura della violenza sessuale, costruiscono passo passo gli strumenti internazionali – dichiarazioni, trattati, risoluzioni – che le permettono di portare avanti cause individuali e mobilitazioni collettive. Per fare tutto ciò, stabiliscono alleanze e talvolta scendono a compromessi. Oggi, da più parti, i comitati di pari opportunità di città di provincia e le cosiddette "femocrats" – burocrati che si ocupano degli interessi delle donne – di UN Women, l’ente stabilito per promuovere la parità di genere e l’empowerment delle donne - vengono criticate per essersi lasciate cooptare, per avere sacrificato la capacità di critica e la libertà di pensiero propri dei molti femminismi degli ultimi decenni sull’altare di un alquanto insufficiente potere istituzionale. È certamente un radicalismo diverso da quello dei movimenti quello che alberga all’Onu (come nelle altre sedi della politica istituzionale delle donne). Eppure è anch’esso espressione di agency femminile. UN Women, per esempio, nasce almeno in parte grazie alla mobilitazione di un gruppo di ambasciatrici alle Nazioni Unite le quali si uniscono per ottenere il consolidamento in un unico ente delle varie organizzazioni internazionali a cui la promozione degli interessi femminili era stata precedentemente demandata. In questo modo, le diplomatiche aiutano ad incrementare la force de frappe, la forza d'urto delle centinaia di donne e uomini che quotidianamente lavorano per convincere governi ed enti locali ad adottare politiche atte a promuovere l’empowerment delle donne – ovvero, proprio la loro capacità di agency.

Questa giornata di mobilitazione costituisce dunque una manifestazione concreta di soggettività attiva, testimonia la forza delle donne ben più che la loro sopraffazione, si pone perciò agli antipodi di quel ‘vittimismo’ che consiste nel rivendicare uno status morale speciale in nome della propria impotenza. Chi non può agire - è il mantra implicito del vittimismo - non porta colpa. Ma le donne si assumono le loro responsabilità: la responsabilità delle loro vite quotidiane; la responsabilità di tracciare i propri percorsi dentro e fuori dalla politica istituzionale; la responsabilità di mobilitarsi. Tuttavia assumersi le proprie responsabilità non basta a cancellare rapporti di potere così spesso drammaticamente squilibrati fra donne e uomini. Le violenze contro le donne sono reali, feriscono persone reali, lasciano segni reali e spesso indelibili - e sono il frutto di questi squilibri. Non denuciarle sarebbe una mancanza di responsabilita; denunciarle, lavorare per la loro eliminazione, documentare il lavoro che viene fatto (come fanno per esempio le testimonianze "In prima persona, pubblicate su inGenere) per metterle in luce, tracciarne le cause, insistere sulla necessità di interventi atti a contrastarle e promuovere le trasformazioni culturali e sociali che solo potrano ridurne la portata, in breve, stare dalla parte delle vittime: questo è il marchio di agency.

Le strade libere le fanno le donne che le attraversano!

  • Martedì, 25 Novembre 2014 11:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
25 11 2014

Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, proclamata in seguito alla tortura e all'uccisione nel 1960 delle sorelle Mirabal da parte del regime di Trujillo, nella Repubblica Dominicana, donne impegnate nella lotta di liberazione del loro paese.

Proprio a Roma nel 1976 nasce la prima passeggiata contro la violenza, 20.000 donne invadono le strade al grido di Riprendiamoci la notte, a pochi mesi dal processo per il massacro del Circeo.

Questo bisogno ancora oggi è terribilmente attuale ed è per questo che il 25 novembre vogliamo invitarvi a riprenderci insieme le vie del Pigneto.

La violenza maschile è la prima causa di morte delle donne in Italia come nel resto del mondo, non ha classe né passaporto e nella maggior parte dei casi nasce tra le mura domestiche.
Non intendiamo solo ricordare e celebrare una data, scendiamo in strada per ribadire che la nostra libertà di vivere la città non è data dalle misure di controllo, dalle telecamere, dalla militarizzazione, dalla detenzione né dall’emarginazione, ma dalla nostra autodeterminazione dentro e fuori casa e dalla solidarietà tra donne, dalla potenza delle nostre rivendicazioni e dalla complicità e unione delle nostre lotte.
Abbiamo scelto il Pigneto perché è un quartiere in cui molte di noi escono, vivono e lavorano, sempre più spesso percorriamo le sue strade con gli occhi bassi, di fretta, e se possiamo non da sole.
Vogliamo rispondere alla violenza e alle paure riprendendoci le strade e invitando tutte a non rimanere indifferenti, a stare attente le une alle altre, a non legittimare omertà, atteggiamenti e atti sessisti, omofobi, lesbofobici, transfobici e razzisti.

Una passeggiata di rivendicazioni collettive, rumorosa, sonora. Illuminiamo le strade, facciamole risuonare di musica, risate, colori, desideri.
Ci vediamo il 25 Novembre alle 18.30 davanti alla scuola Pisacane (via dell’Acqua Bullicante, 30) per arrivare fino all’isola pedonale del Pigneto.

Dentro e fuori le case, contrastiamo la violenza tutte insieme!

https://www.facebook.com/events/1496793520585031/?fref=ts

Pagina99
25 11 2014

Le immagini di donne piangenti col volto tumefatto e gli slogan che ogni anno vediamo nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre non bastano a risolvere un problema culturale. Da pagina99we del 22 novembre 2014

Per un italiano su tre, la violenza domestica sulle donne è un fatto privato da risolvere dentro le mura domestiche, per uno su quattro se una donna resta con il marito che la picchia diventa corresponsabile della violenza.


Sono alcuni dei dati desolanti che emergono dalla ricerca Rosa Shocking. Violenza, stereotipi... e altre questioni del genere, realizzata da Intervita con il supporto di Ipsos. Di vero shock si può parlare quando si scopre che il 79% delle intervistate, donne, ritiene che se un uomo viene tradito è normale che possa diventare violento, il 77% che se ogni tanto gli uomini diventano violenti è per il troppo amore e il 78% che per evitare di subire violenza le donne non dovrebbero indossare abiti provocanti.

Stereotipi triti, luoghi comuni secolari che sembrano duri a morire, di cui evidentemente non è possibile sbarazzarsi con qualche immagine di donna dal volto tumefatto e con gli slogan – tutti uguali – che dicono no alla violenza sulle donne in occasione della Giornata mondiale del 25 novembre. Ma non deve sorprendere più di tanto. Perché la radice del problema sta nella serie di risposte che riguardano il matrimonio (“il sogno di tutte le donne” per circa un uomo su due), la famiglia (per sette intervistati su dieci è più facile per una donna che per un uomo fare dei sacrifici), la casa e i figli (un intervistato su tre ritiene che la maternità sia l’unica realizzazione per le donne).

Quando si dice che la violenza è un fenomeno culturale si intende proprio questo: il sostrato che la alimenta è fatto di rappresentazioni della disponibilità femminile: affettiva, materiale, sessuale. Disponibile è qualcuno o qualcosa di cui ci si può servire, in vari modi. Ed è così che sono troppo spesso rappresentati e interpretati in Italia i ruoli femminili di moglie, amante, madre. Complici anche le politiche governative, quando per esempio premiano con 80 euro le mamme in quanto mamme, senza una visione che riguardi i nuovi ruoli che possono svolgere i padri nelle famiglie, o il rapporto con il mondo del lavoro e il sistema dei servizi.

Se non si coglie questo nodo profondo tra violenza e vita quotidiana, moltiplicare ogni anno gli eventi del mese di novembre contro il femminicidio non serve a granché. Se la violenza sulle donne si riduce alla conta delle uccise, alle immagini di occhi neri e corpi nudi rannicchiati in un angolo buio, e intanto i progetti e i soldi per l’educazione di genere nelle scuole restano nei cassetti, non fa che rinsaldarsi quell’immagine di donna subalterna e fragile, bisognosa di protezione, che è alla radice dello stesso sistema secolare di diseguaglianze.


* Sociologa

- See more at: http://www.pagina99.it/news/commenti/7549/Giornata-mondiale-violenza-donne-25-novembre.html#sthash.uRvYUu5s.dpuf

Violenza sulle donne, quante scuse

  • Martedì, 25 Novembre 2014 09:40 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
25 11 2014

Dal frequente "nel mio quartiere non succede", al sottinteso "le ragazze esagerano", fino all'onnipresente "se a una non piace, se ne può sempre andare": l'Espresso pubblica due sondaggi sui pregiudizi più diffusi a proposito di abusi di genere. Che qui una professoressa di Filosofia smonta. Mostrandone le radici profonde.

«Lui ha perso il controllo, e l'ha uccisa». «Era pazzo di gelosia». «L'aveva picchiata, ma lei non è scappata. E alla fine...». Quante volte tornano queste frasi negli articoli e nelle discussioni sulla violenza di genere. Quante volte, dando conto di una fidanzata ammazzata di botte, spunta un commento sull' "in fondo se l'è andata a cercare" perché flirtava con l'amico, perché non si occupava di casa...


Questo questionario, elaborato nel 2003, riporta alcuni dei più assodati luoghi comuni sulla violenza di genere, in particolare quella che avviene fra le mura di casa. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Sono questi i pregiudizi che permettono alle violenze di non diminuire. Di resistere. Di avere uno spazio "d'onore" fra i reati che mobilitano, in questo caso molto, ma ad oggi con pochi risultati , l'opinione pubblica. Le espressioni più frequenti dei preconcetti sulla violenza di genere, specialmente quella domestica, che avviene cioè fra le mura di casa, sono state elencate da un ricercatore dell'Università del Maine in un test che è già stato ripreso da numerose ricerche scientifiche. E che l'Espresso mette a disposizione dei lettori.

Per spiegare cosa si nasconde dietro queste convinzioni, dove stia l'errore, ma anche quali siano le radici che le rendono così impermeabili ai cambiamenti, interviene qui Valeria Babini, professoressa di filosofia all'Alma Mater di Bologna e promotrice del primo seminario obbligatorio sul problema della violenza di genere in università.

Sondaggio/1: Violenza domestica, a chi attribuiamo la colpa?
Questionario/2: Violenza sulle donne, i miti da sfatare

Prima del dibattito, però, i numeri. Quelli non contestabili del ministero dell'Interno. I più aggiornati fotografano la situazione al 31 luglio del 2014. E riportano aumenti. Aumenti di morti e di botte nonostante le nuove norme: 153 le donne uccise in un anno, contro le 149 del precedente. Gli omicidi in generale calano, non quelli di donne. E in particolare di mogli e fidanzate: sono stati 72 dall'agosto 2013 al luglio 2014 contro i 45 dei 12 mesi prima.

Poi, ci sono le denunce per stalking: 51.079 dall'introduzione della legge nel 2009. Nel 77,5 per cento dei casi le vittime sono di sesso femminile. E infine i provvedimenti amministrativi, che secondo molti esperti possono funzionare più delle lunghe indagini penali, se ben applicati e fatti rispettare: 1.125 ammonimenti; 189 allontanamenti dal nucleo familiare; 5.890 divieti di avvicinamento.


Questo questionario, elaborato nel 1994, fotografa l'attitudine delle persone ad attribuire la responsabilità delle violenze agli aggressori, alle vittime o al contesto, assolvendo quindi in parte gli autodi di violenze. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Questi dati, da soli, dovrebbero mostrare quanto sia distorto in partenza il primo di questi preconcetti, l'idea consolidata che «La violenza domestica non è poi così diffusa ». Ma non è così. Le statistiche non bastano. Allora ecco le spiegazioni più profonde, secondo l'analisi di Valeria Babini.


PRIMO MITO: «La violenza domestica non è poi così diffusa», «Nel mio quartiere gli episodi di violenza domestica sono rari»

Risposta: La violenza domestica è di fatto molto diffusa anche se non sempre riconosciuta. Nella maggioranza dei casi la si ammette/confessa/denuncia solo quando si manifesta in modo eclatante e ripetuto, e, anche in questo caso, viene spesso sottovalutata o addirittura non percepita: difesa, per così dire, sotto la rubrica del “privato”. Spesso anche i segni lasciati sul corpo dalle violenze domestiche vengono nascosti e giustificati in modi diversi (caduta dalle scale, malesseri, ecc.).

Questa confusione è anche imputabile all’uso della violenza genitoriale come mezzo di educazione per i bambini; seppure sempre più raro, resta comunque un elemento contraddittorio dentro i vissuti famigliari soprattutto nella nostra società in bilico tra rifiuto della violenza domestica e tolleranza verso il suo (blando) uso pedagogico.

Un esempio. Risulta psicologicamente difficile accusare il partner di violenza domestica se si è stati educati dal proprio padre (o madre) a “dar retta” a forza di schiaffoni; qui la lezione di Alice Miller e il suo concetto di pedagogia nera hanno ancora qualcosa da insegnarci. Inoltre il legame amore/ violenza rischia persino di rovesciarsi di segno, come nel caso di quella paziente di Freud che si lamentava che il marito non l’amava più perché aveva smesso di bastonarla quotidianamente.


SECONDO MITO: «Quando un uomo è violento, è perché ha perso il controllo», «La violenza domestica accade se si ha un carattere irascibile», «Gli uomini violenti perdono il controllo a tal punto da non sapere più cosa stanno facendo»

Questa affermazione è forse la più complessa e pericolosa: la più insinuante. Tra le righe si afferma l’esistenza di un corredo pulsionale violento che ciascuno di noi (ma allora le donne?) deve contenere e controllare. È una tesi storica (dalla bête humaine di Zola alla pulsione di morte di Freud) ancora presente anche se spesso male interpretata e divulgata, ma non condivisa da tutti. Veicola inoltre l’idea di una patologizzazione del soggetto violento. Imputando l’azione violenta sulla donna al bagaglio biologico e/o caratteriale del partner, in qualche modo lo discolpa, ne fa una vittima della sua stessa “natura”. Si passa così dal piano morale e giuridico, dove il soggetto ha proprie responsabilità, a quello medico e psichiatrico, in cui le condizioni psicologiche del soggetto momentanee (perdita del controllo) o permanenti (carattere irascibile) possono valere come attenuanti.


TERZO MITO: «Se una donna continua a vivere con un uomo che la picchia, allora è colpa sua se lui le mette ancora le mani addosso», «Odio ammetterlo, ma una donna che resta con un uomo che la picchia, alla fine si merita quello che le accade»

Anzitutto non si tratta di colpe, ma di violazione di diritti umani. Quale che sia la causa o la cosiddetta ragione, picchiare la propria partner è non rispettare la integrità fisica della sua persona. È azzittire, togliere la parola, impedire il dialogo, rinunciare alla forma del confronto verbale, ma è anche minare il corpo umano che è il sostrato della persona, come si evince chiaramente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948).

La donna che resta con un uomo che la picchia va comunque rispettata per la sua decisione, sia che ciò avvenga per la paura di essere poi perseguitata (cosa frequente), sia per l’amore che ancora la lega al partner. Deve trovare lei la forza e la convinzione, anche grazie all’aiuto dei Centri antiviolenza ormai presenti in tutta Italia, per affrontare il suo dramma e risolverlo nel modo migliore.

Spesso la donna vive drammaticamente proprio questa contraddittorietà tra la sconvolgente violenza del partner e il dichiarato sentimento d’amore in ragione del quale il partner giustifica spesso la sua aggressione (per gelosia, ad esempio). L’ambivalenza del sentimento del partner la disorienta e, disorientandola, la paralizza. In più resta il retaggio culturale di una concezione della femminilità come dedizione assoluta alla vita altrui, da cui anche la speranza di poter “salvare” il partner restandogli vicino.


QUARTO MITO: «Far ingelosire un uomo significa andarsela a cercare», «Le donne che flirtano se la vanno a cercare»

Quella della gelosia è un’altra delle ragioni più frequentemente addotte per giustificare la violenza maschile sulle donne: ancora una volta accusate di stimolare la reazione dell'uomo e quindi di essere di fatto la causa scatenante della violenza subita. È dell’estate scorsa il caso di una donna violentata in Trentino mentre faceva jogging dopo cena vicino a un bosco: i commenti più diffusi erano: «Cosa va a correre di notte da sola nel bosco? Per forza la violentano!».

Nello specifico, poi, ci sono altri aspetti da considerare, sulla gelosia. Da un lato si sopravvaluta – soprattutto in Italia – la sua valenza amorosa: della serie “chi ti ama deve essere geloso” o “se non è geloso, non ti ama”- quindi se ti picchia o ti insulta è perché tiene molto a te. Inoltre c’è una sorta di confusione tra gelosia e possesso: dove la paura di perdere l’altro ha più spesso a che fare con una ferita narcisistica, del proprio orgoglio di uomo, piuttosto che con il dolore di perdere concretamente l’amore e la compagnia della partner.

Nella società contemporanea, in cui la competizione e dunque il confronto e l’immagine di sé sono diventati dei valori, il rischio di essere traditi può essere percepito come un segno di debolezza più che (o oltre che) un dolore personale e intimo. Così, paradossalmente, la cornice antropologico-sociale che giustificava fino al 1981 (anno della sua abrogazione dal Codice penale) il delitto d’onore nell’Italia del Sud, ha cambiato solo di abito, e trova nuovo spazio e nuovi proseliti.

 

QUINTO MITO: «Numerose donne in fondo desiderano essere controllate», «Molte donne hanno un desiderio inconscio di essere dominate dal proprio partner»

Queste affermazioni, che forse hanno anche radici nelle teorie psicologiche/psicoanalitiche, non possono diventare degli assiomi, delle leggi. Possono valere in alcuni casi, dove la storia personale rende ragione di quell’affermazione. Se affermate come universali, riferite a tutti, si rivelano sbagliate e ideologiche. Di fatto si rifanno a un'idea, ma meglio sarebbe dire a una costruzione scientifica della femminilità come passività che è stata sì dominante nel ‘900 (da Cesare Lombroso a Freud) ma ampiamente messa in discussione non solo dal femminismo, ma anche in campo scientifico e specificamente psicoanalitico.


SESTO MITO: «Molte violenze accadono perché le donne continuano a criticare i loro compagni», «La maggior parte dei casi di violenza domestica implicano una violenza reciproca dei due partner»

Sotto questa affermazione si nascondo ordini diversi di considerazioni. Anzitutto si tende a centrare l’attenzione su chi ha subìto la violenza piuttosto che su chi l’ha agita: passa così l’idea di una violenza per reazione con un’implicita assoluzione dell’aggressore che, a quel punto, avrebbe agito per una causa a sua volta scatenata dalla vittima.

L’affermazione ha un risvolto chiaramente ideologico, in quanto si vuole di fatto sostenere che le donne, rivendicando i loro diritti di pari dignità anche nella vita famigliare e domestica, finiscono per suscitare la violenza maschile come risposta - come dicessimo che molti licenziamenti accadono perché i lavoratori continuano a pretendere stipendi adeguati al lavoro realmente svolto.

Dall’altra parte si vuole sottolineare che un rapporto caratterizzato da forte conflittualità reciproca può essere alle origini della violenza domestica, trascurando il fatto, indiscutibile, che la violenza domestica resta pur sempre prevalentemente maschile.


SETTIMO MITO: «Se a una donna non piace, se ne può sempre andare», «Le donne possono evitare gli abusi fisici se accadono solo saltuariamente»

Il “saltuariamente” è di fatto la china su cui scivola frequentemente la violenza domestica perpetrata sempre più insistentemente. Quanto alla libertà di interrompere la relazione e sottrarsi, anche in questo caso l’affermazione è semplicistica e per così dire astratta.

Una relazione amorosa diventa un legame sempre più complesso e doloroso da recidere a mano a mano che il tempo ha intrecciato esperienze, vissuti, ricordi, che costituiscono il tessuto della vita sentimentale della persona.

Si confonde spesso il comprendere con il perdonare e dunque con il continuare a sperare: e fa parte dei sentimenti e della loro complessità anche l’attesa di un cambiamento da parte dell’altro e la fiducia che ciò possa avvenire. Non è un caso che si consigli di interrompere la relazione al primo esempio di violenza, quando è più facile rinunciare all’altro.

Violenza di Stato contro le donne

Quanti tipi di violenza nei confronti delle donne esistono? Troppi [...] L'art. 1 della Risoluzione 54/134 International Day for the Elimination of violence against women prevede che qualsiasi atto di violenza di genere che provoca, o potrebbe provocare, danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, in pubblico e nella vita privata, sono "violenza contro le donne".
Filomena Gallo, Left ...

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