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Decalogo per una comunicazione a ZERO STEREOTIPI

  • Martedì, 16 Settembre 2014 09:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Zerostereotipi.it
16 09 2014

1. La donna è una persona, non un oggetto. Se stai usando donne nella tua comunicazione, chiediti se la loro immagine potrebbe indurre a pensare il contrario.

2. Non basta “coprire” le donne per essere gender friendly. Occorre prima di tutto non svilirle con atteggiamenti, parole e ogni altra forma di comunicazione che le squalifichino o ne rimandino una visione stereotipata, svilente e maschilista.

3. Il corpo delle donne, anche scoperto, non è mai volgare e non è qualcosa di cui vergognarsi o da censurare. Semmai, lo è la sua mercificazione e il modo in cui esso viene usato. Sfruttare il corpo di una donna (o peggio, di una sua parte) e usarlo come specchietto per le allodole per vendere è sempre discutibile.

4. Una comunicazione dalla parte delle donne dovrebbe proporre modelli estetici che non siano eccessivamente finti e irraggiungibili, ma che tengano conto della conformazione naturale delle donne e, ove possibile, della loro diversità. Far sentire le donne inadeguate perché non corrispondenti a un modello unico di bellezza (giovane, magra, provocante) non è esattamente un modo per stare dalla loro parte.

5. Evita gli stereotipi: la donna-oggetto sessuale è solo uno dei tanti stereotipi che creano pregiudizi. Anche la donna-mamma-chioccia-angelo del focolare o la donna in carriera fredda e scontrosa, ad esempio, lo sono. Anche per le bambine e i prodotti a loro destinati è lo stesso (la bimba che pensa alla bellezza, che è già una mammina casalinga o – cosa sempre più inquietante – che viene messa in pose ammicanti, piuttosto che il bimbo dedito all’avventura o alla guerra sono uno dei tanti esempi). Evita di usare gli stereotipi sia femminili che maschili nella tua comunicazione, a meno che l’intento di critica nei loro confronti non sia più che evidente, oppure affida questi ruoli a entrambe i sessi.

6. Degradare gli uomini al posto delle (o insieme alle) donne non significa essere gender friendly, ma promuovere un finto paritarismo al ribasso che svilisce tutti, di cui le donne non hanno bisogno.
7. La sensualità e la sessualità sono cose bellissime, ma c’entrano con il prodotto e servizio che stai comunicando?

8. Ok, la sensualità c’entra con ciò che stai comunicando. Ricordati però che le donne non sono persone a disposizione di chi le guarda. Non indurre i destinatari della tua comunicazione a pensare che lo siano, dipingendole con atteggiamenti di eccessiva disponibilità sessuale.

9. Quando la comunicazione propone un’immagine d’amore (in tutte le sue forme) e le persone come soggetti e non come oggetti non significa che sia volgare. Ma se la tua comunicazione è rivolta agli adulti, assicurati che i circuiti nei quali la diffonderai non giungano agli sguardi dei più piccoli.

10. Sii coerente. Essere dalla parte delle donne vuol dire ragionare e comportarsi in termini paritari. È inutile essere gender friendly nella comunicazione se non lo si è nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro e nelle proprie relazioni. Il rischio è l’ipocrisia.

Se ne è scritto tante volte, sempre le stesse parole che esprimono sempre la stessa paura e indignazione, e non se ne vorrebbe più scrivere. Però, se si rinunciasse, se si tacesse, automaticamente sarebbe segno di assuefazione, di rassegnazione, e non vogliamo assuefarci e tantomeno rassegnarci a che una ragazza venga picchiata e violentata sulla via di casa, in pieno centro della città, sia pure a notte fonda. ...
Alla sfilata "Ragazza We can dance", Rosaria Aprea ha vinto, ma certo l'altra sera, quando dopo oltre un anno di sofferenze è tornata su una passerella, questa ragazza di 21 anni che vive senza la milza perché l'uomo che diceva di amarla gliela distrusse con un calcio, ha ottenuto una vittoria molto più importante di quella di un concorso di bellezza. ...

La 27 Ora
11 10 2013

«Non potevo stare ferma dal momento che sono una donna, per di più una donna con un grande potere tra le mani: i media. Ho deciso di usarlo per cambiare le cose. Vedere che stanno cambiando è la conquista più grande». Chouchou Namegabe, 35 anni, è una giornalista congolese impegnata a raccontare quello che succede nella sua terra tormentata, dove il corpo delle donne è diventato un terreno su cui si combatte una delle tante guerre dimenticate dal mondo.

Ha appena ricevuto il premio Anna Politkovskaja per il giornalismo di inchiesta al Festival della rivista Internazionale a Ferrara.

È arrivata in Italia con la sua bambina, abiti tradizionali che esibisce fiera durante gli incontri e la voglia di condividere con il mondo la sua battaglia. Parla con voce bassa, negli occhi la dolcezza di chi deve insegnare alle donne della sua comunità a non avere paura. Con il tempo la fiducia è arrivata.

Quando, agli inizi del 2000, da poco giunta a Radio Maendeleo, una stazione radiofonica di Bukavu, nella provincia del Kivu Sud, ha cominciato “a dare il microfono alle donne violentate”, non esisteva neanche la parola stupro nella lingua locale, la giornalista ha dovuto prenderla in prestito dalla vicina Tanzania: ubakaji. «Non volevano parlare – spiega – perché temevano di essere respinte dalla comunità: lo stupro era un tabù».

Così le donne si trovavano, e si trovano ancora, a essere vittime di una doppia violenza: quella psicofisica dei soldati e quella morale di parenti e amici. «La nostra sfida era fare in modo che le donne violentate non fossero stigmatizzate dalla società: dovevamo far capire a tutti che lo stupro non è una vergogna per la vittima ma per la comunità», racconta la giornalista.

Le prime testimonianze erano anonime, poi un giorno bussò alla porta della radio una ragazza con la sua bambina di 12 anni. Avevano camminato due giorni per raggiungere Kaivu. Raccontò che nella foresta che collega alcuni villaggi del sud le donne venivano catturate e violentate dai militari, costrette a mangiare la carne di quelle che venivano uccise.

Quel giorno la donna pronunciò al microfono a voce alta il suo nome, Nzgire, e quello di sua figlia, Ansima. Raccontare era la terapia, parlare la salvezza.

E la radio, con 4 milioni di ascoltatori, l’unico strumento di informazione accessibile a molti.

«All’inizio fu uno shock: le persone dicevano che non si potevano raccontare quelle cose: sesso, dolore, sangue, violenza. Ma noi volevamo trasmettere l’atrocità».

Nella Repubblica Democratica del Congo lo stupro è diventato un’arma utilizzata da tutte le fazioni in lotta tra loro: «La violenza sessuale esiste ovunque ma quello che succede qui è che le donne vengono torturate per spaventare la comunità. Lo stupro è una tattica di guerra. Siamo il pilastro della comunità: senza di noi non c’è riproduzione, non c’è vita. Per questo motivo si accaniscono contro la vagina: il desiderio sessuale non c’entra, è una tortura programmatica e dimostrativa per spingere i nemici a lasciare i territori».

In dieci anni di attività della radio, la giornalista ha raccolto più di 500 testimonianze. Ma dare il microfono alle vittime di violenza non era abbastanza, bisognava insegnare loro a usarlo. Così Namegabe ha fondato un’associazione no-profit, South Kivu Women’s Media Association, per formare giornaliste.

«Quando vedo la situazione delle occidentali penso che anche per noi c’è un orizzonte di diritto a portata di mano, che anche noi un giorno potremo indignarci per ballerine svestite in televisione. Tuttavia l’aspetto più drammatico è che, pur in contesti così diversi, la violenza sessuale resta il filo rosso che ci unisce».

Serena Danna


Violenza contro le donne, in Molise ora c'è la legge

  • Giovedì, 10 Ottobre 2013 15:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
10 10 2013

Finalmente la regione Molise potrà costituirsi parte civile e ottenere denaro per costruire case rifugio per le donne violentate.

E' la conseguenza principale della legge regionale Misure in materia di prevenzione e violenza di genere licenziata in quarta commissione e approvata definitivamente e all'unanimità in Consiglio regionale il primo ottobre.

Un testo promosso dal consigliere regionale del Pdci, Salvatore Ciocca e firmato in primis dalle tre donne presenti in assise: Nunzia Lattanzio (Udeur), Patrizia Manzo (Movimento Cinque Stelle) e Angela Fusco Perrella (Pdl). Le firme sono arrivate anche dal presidente della Regione, Paolo Di Laura Frattura e dai consiglieri di ogni colore politico (Pd, Sel, Idv, Pdl, Rialzati Molise, Progetto Molise, Udeur, Pdci, Udc e Movimento Cinque Stelle).

Vale la pena ricordare che, purtroppo anche in Molise si sono verificati casi di femminicidio, i più noti il duplice omicidio di Maria Carmela e Valentina Maiorano, ad opera del Mostro del Circeo Angelo Izzo, e il brutale delitto di Stefania Cancelliere, originaria di Isernia, uccisa a manganellate dall'ex marito oculista, a Legnano, nel milanese.

Veniamo ora al testo di legge. All'articolo 11 si legge: "La Regione ha facoltà di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati nel suo territorio aventi ad oggetto reati che presuppongono l'esercizio di condotte violente, anche di carattere morale ai danni delle donne e dei minori d'età. Le somme percepite a titolo di risarcimento sono destinate al perseguimento delle finalità di cui alla presente legge".

Un primo passo, dunque, importante, anche se per le costituzioni di parte civile ci vorranno dei protocolli d'intesa con le forze di polizia. E in una Regione dove un anno fa l'ultima casa di accoglienza era stata chiusa per mancanza di fondi e dove non è mai esistito un vero centro antiviolenza, questa è davvero una svolta che dovrebbe invogliare le donne vittime (il 93% non denuncia), a recarsi alla polizia e denunciare quanto hanno subìto.

Poi, cosa mai avvenuta prima, la regione aderisce alle raccomandazioni delle Nazioni Unite e dei programmi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità in merito alle violenze. Riconosce che il reato è una violazione dei diritti umani, evidenzia che l'essere donna espone maggiormente a subire violenze, tutela e assicura sostegno alle donne e ai figli vittime di violenza, senza distinzione di stato civile (quindi anche alle conviventi non solo alle mogli) nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale, credo politico e condizione economica.

Promuove nei confronti delle vittime, nel rispetto della riservatezza e dell'anonimato, interventi volti al recupero della loro inviolabilità, della libertà e di ogni altro diritto ivi inclusa l'autonomia. Contrasta inoltre ogni forma di violenza contro le donne esercitata sia in ambito familiare che extrafamiliare, compresi i matrimoni forzati, la tratta di donne e bambine, le mutilazioni genetiche e fisiche di ogni genere al fine di rimuovere le discriminazioni contro le donne.

La Regione, insieme al tutore pubblico dei minori, alla rete regionale antiviolenza e alle associazioni con esperienza, "promuove e favorisce l'attivazione di centri antiviolenza, le dimore dei diritti di primo e secondo livello per donne vittime e loro figlie e figli minori". Verrà attivata anche una linea regionale del programma nazionale di difesa (il numero è 1522), che servirà ad accogliere le vittime di violenza e a collaborare con l'Osservatorio dei fenomeni sociali promosso anch'esso dalla regione per ottimizzare la conoscenza del fenomeno.

I centri antiviolenza, che potranno "essere attivati da enti locali, singoli e associati, da persone fisiche, associazioni e organizzazioni coerenti con i principi della legge, svolgeranno funzioni di accoglienza, ascolto e sostegno telefonico". Poi seguiranno colloqui preliminari ed incontri finalizzati all'individuazione dei bisogni di primo intervento. Nella terza fase ci saranno "colloqui orientativi per fornire affiancamento educativo, assistenza, consulenza legale e psicologica". Seguite da "supporto esterno, qualora richiesto dalla donna, ed indirizzo per la fruizione dei servizi pubblici e privati".

Nel testo si legge ancora che sarà dato anche "supporto ai minori vittime di violenza diretta ed assistita; orientamento e inserimento nel mondo del lavoro; promozione di percorsi individuali per favorire il superamento delle difficoltà; ricerca raccolta e analisi dei dati relativi ad accoglienza ed ospitalità; formazione rivolta a tutti gli operatori coinvolti a vario titolo nell'azione di contrasto e di tutela delle donne e dei minori vittime di violenza; promozione, sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno in collaborazione con enti, istituzioni, associazioni e istituti scolastici ed universitari".

Naturalmente, si potranno rivolgere ai centri antiviolenza tutte le donne vittime e anche le figlie o i figli in caso di maltrattamento domestico e anche coloro che hanno subito violenza extrafamiliare.

Le dimore dei diritti sono invece studiate principalmente per allontanare la donna che ha subito violenza in famiglia sia come moglie che come figlia o convivente. I luoghi devono essere totalmente segreti per tutelare l'anonimato e la sicurezza di chi già ha subito troppe violenze nella propria vita. L'accesso alle dimore dei diritti è consentito a persone segnalate dai centri antiviolenza, dei pronto soccorso delle strutture ospedaliere, del medico di famiglia e dei servizi sociali territoriali, delle forze dell'ordine o dei privati cittadini.

La loro attività sarà la seguente: sostegno ed accoglienza delle donne e dei figli in situazione di disagio a causa di maltrattamenti e violenza subite; presa in carico dei bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza; rafforzamento della solidarietà di genere per l'affermazione di una diversa cultura; promozione di iniziative utili a costruire nuovi spazi socio-culturali necessari al recupero della dignità, della libertà, e della individualità delle vittime per il recupero del sé.

Le dimore dei diritti di secondo livello sono invece strutture predisposte all'accoglienza temporanea di tutte le donne e delle loro figlie e figli minori, senza distinzione e discriminazione alcuna , che abbiano subito violenza di genere e che si trovino in situazione di pericoli imminenti di reiterazione degli episodi di abuso o maltrattamento. L'accesso è consentito su invio delle dimore dei diritti in raccordo con la rete dei servizi sociali sul territorio. Il soggiorno sarà gratuito per 180 giorni. Gratis anche l'assistenza a tutte le vittime proveniente dagli altri servizi che si verranno a creare.

Per tutte le vittime accertate la Regione promuove adeguati interventi e adotta misure efficaci per agevolarne l'inserimento nel mondo del lavoro. Verranno coinvolti i sindacati, gli enti, la consigliera di parità regionale e le associazioni datoriali. Incentiva la creazione di cooperative sociali, agevola l'ingresso al mercato del lavoro garantendo la conseguente stabilizzazione o incremento occupazionale.

Il Tavolo di coordinamento. Per realizzare tutti questi obiettivi dovrà essere istituito il Tavolo di coordinamento regionale per la prevenzione e contrasto di ogni forma di violenza contro le donne. Che dovrà essere attivato entro novanta giorni dall'entrata in vigore del testo legislativo. Il lavoro del tavolo sarà necessario anche per l'attivazione del piano triennale contro la violenza alle donne. Che permetterà di agire tenendo conto della reale presenza sul territorio del fenomeno e sarà approvato dal consiglio regionale dopo aver sentito proprio il parere del Tavolo. Il lavoro verrà ampiamente pubblicizzato tramite campagne informative dirette al servizio pubblico radiotelevisivo e ai concessionari privati in merito alle programmazioni dei media al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi della legge.

I fondi. E veniamo al denaro che verrà impiegato. Centomila euro per l'esercizio finanziario del 2013, 200mila per il 2014, e altri 200mila per il 2015. In totale mezzo milione di euro che andranno totalmente per la realizzazione di tutti i progetti citati sopra.

Viviana Pizzi


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