Il Fatto Quotidiano
25 05 2015

L'aggressione è avvenuta nella sala scommesse in cui la 55enne lavorava. Il trentenne, secondo i carabinieri, era convinto che fosse lei a osteggiare la sua storia con un'altra amica. Contro di lui, nell'ultimo anno, le due donne avevano presentato numerose denunce

Le ha gettato l’acido sul volto perché la riteneva colpevole di ostacolare l’avvio della sua relazione con un’amica di lei. Lo ha fatto mentre la vittima dell’aggressione, una donna di 55 anni, si trovava al lavoro, in una sala scommesse della Snai, nel centro di Livorno. Ora Davide Vecchio, livornese, 30 anni, è stato arrestato dai carabinieri e messo ai domiciliari su disposizione del magistrato. Secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine quello di ieri, 24 maggio, è stato solo l’ultimo episodio di una serie di persecuzioni e minacce iniziata un anno fa, già finite in numerose denunce presentate da entrambe le amiche.

Vecchio, secondo i carabinieri, si è presentato nel centro scommesse di piazza Attias intorno alle 22. Qui la donna si trovava in compagnia dell’amica di cui il giovane si è invaghito, una 38enne di Castellina Marittima (in provincia di Pisa). Il trentenne si è scagliato contro la 55enne e le ha gettato sul volto dell’acido muriatico. Poi è fuggito a piedi, mentre la vittima è stata immediatamente soccorsa e trasportata in ospedale dove le sono stati riscontrati problemi alla cornea e ustioni di primo grado al volto per una prognosi di 25 giorni. I carabinieri, nel frattempo, si sono messi sulle tracce di Vecchio e lo hanno bloccato poco dopo nella sua abitazione.

Stando alla ricostruzione dei carabinieri l’aggressore si era già rivolto alla donna circa un anno fa. Le avrebbe chiesto di aiutarlo a convincere l’amica 38enne ad iniziare una relazione sentimentale. Non era però corrisposto. Da qui la rabbia di Vecchio culminata nell’episodio di domenica.

Il Corriere della Sera
18 05 2015

“Dopo ciò che ti faremo, diventerai una vera donna”. Quello che Mvuleni Fava si è sentita dire dai “correttori” o sedicenti tali, quando l’hanno accerchiata sotto casa, sono tutte scuse e pure idiote. Come se lei non fosse già una “vera donna”; come se lo stupro servisse ad altro che a un piacere perverso, correttivo o non correttivo.

Eppure in Sudafrica – e non solo – c’è chi crede di “curare” le lesbiche con l’atto più barbaro, e Mvuleni può ritenersi fortunata: non è tra le 31 donne che negli ultimi quindici anni sono state uccise dalla “cura”. È fra le sopravvissute, incontrate e immortalate dalla fotografa inglese Clare Carter in un bel foto-reportage sull’argomento.

Il termine “stupro correttivo” è nato nei primi anni del millennio, quando per la prima volta il fenomeno è stato segnalato dalle ong sudafricane. Da allora, secondo Carter, si è assistito a una “escalation di violenza” – e di impunità.

Il Sudafrica ha il record mondiale degli stupri – 500mila l’anno, uno ogni diciassette secondi – e su 25 casi che arrivano in tribunale ben 24 rimangono in media senza colpevoli. Nei sondaggi, il 20 per cento degli uomini si attesta sulla posizione del “se la sono cercata”.

Dato il contesto, gli stupri “correttivi” sanno ancor di più d’ipocrisia. Eppure hanno una cifra specifica. “Nei due anni in cui ho lavorato al progetto rintracciando le vittime e raccogliendo testimonianze, mi sono accorta che la violenza degli stupri correttivi è sempre più marcata” ha raccontato Carter all’Independent.

Dalle quarantacinque testimonianze raccolte da Carter – per alcuni “il più esaustivo lavoro di documentazione del fenomeno” pubblicato ad oggi – emerge anche il ruolo delle famiglie delle vittime: spesso complici o addirittura “mandanti” degli stupri.


“Il problema è anzitutto culturale” spiega Carter: “C’è un problema di ignoranza e pregiudizio diffuso, specie nelle fasce sociali più ai margini, e le autorità aggravano le cose tollerando in qualche modo questo tipo di stupro e non perseguendo i colpevoli. Occorre fare qualcosa”. Anzitutto, conoscere e denunciare.

 

Lacrime di coccodrilli

  • Martedì, 05 Maggio 2015 14:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Riforma.it
05 05 2015

cBocciati ieri alla Camera gli emendamenti sull’educazione all’affettività nelle scuole, nonostante le indicazioni della Convenzione di Istanbul. Un altro passo indietro sulla comprensione e la lotta alla violenza di genere

In molte città oggi si sciopera contro “la buona scuola” il ddl della ministra Giannini in discussione alla Camera. Molti i punti che non convincono della riforma scolastica, in particolare il potere dato ai dirigenti, considerato eccessivo, e la stabilizzazione degli insegnanti precari, ritenuta al contrario insufficiente. Fra le pieghe della discussione parlamentare però, passano sotto silenzio elementi importanti, come la bocciatura degli emendamenti che riguardano l’educazione sentimentale e in generale un percorso culturale di prevenzione della violenza di genere e del bullismo in classe. Non sono questioni marginali: la Convenzione di Istanbul, che si esprime contro ogni violenza sulle donne, in vigore dal 1 agosto 2014, si raccomanda esplicitamente di introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado programmi di educazione alla parità di genere, contro gli stereotipi e la risoluzione violenta dei conflitti (articolo 14). Eppure gli emendamenti in questione sono stati tutti respinti, suggellando un paradosso che non ha giustificazioni di sorta. La proposta di legge sull’educazione all’affettività, promossa dalla deputata di Sel Celeste Costantino e sostenuta dall’associazione Da Sud con la campagna – quasi 30mila firme di sostegno raccolte in sole due settimane – ancora una volta è stata lasciata cadere. Ad arte si parla invece di “ideologia gender”, come se ci fosse un disegno pronto a destabilizzare la cosiddetta “famiglia naturale”, e di fatto quello che dovrebbe essere un normale percorso di crescita nel reciproco rispetto e in funzione della prevenzione di una violenza di genere che è sotto gli occhi di tutti (anche, e soprattutto, nella famiglia “naturale”) diventa un tabù. Di affettività, di sessualità non si può parlare; così non si parla di stereotipi ma li si avalla, non si affrontano le discriminazioni e l’omofobia ma si accetta di relegarli a chiacchiere sessiste.

Chiudono i centri antiviolenza, non si fa prevenzione nelle scuole: i pochi, più che lodevoli progetti di formazione di ragazzi, genitori e insegnanti sono lasciati all’iniziativa di associazioni, come quello organizzato negli istituti delle periferie romane da Zeroviolenza onlus, “La città dei Bambini nella mente degli Adulti. Differenze e integrazione”, sostenuto anche dall’otto per mille della chiesa valdese (qui i prossimi appuntamenti).

L’Italia, nel non recepire le indicazioni della Convenzione di Istanbul, ancora una volta ha scelto di rimanere in coda all’Europa: tutti gli altri paesi, a parte la Grecia, hanno introdotto una qualche forma di educazione alla sessualità. L’Italia no. Una mancanza grave, passata tutto sommato sotto silenzio, che indigna ancora di più se si pensa che proprio ieri, mentre se ne discuteva in Parlamento, arrivava la notizia dell’ennesimo femminicidio: Fiorella Maugeri, 43 anni, uccisa dal marito, perché – pare – voleva chiedere la separazione. Il cordoglio delle istituzioni, quando c’è, somiglia ormai sempre di più alle lacrime di tanti coccodrilli, di chi non ha alcuna intenzione di affrontare davvero la questione della violenza di genere, in fondo considerata marginale, merce di scambio per accordi politici su altri temi, ma che hanno tutti a che fare con la conservazione del potere.

In Italia si preferisce, al massimo, la repressione: sull’educazione non si investe.

Prova ne è che le donne continuano a morire, a essere picchiate e violentate, esposte brutalmente nelle pubblicità e rappresentate come soggetti vulnerabili e passivi. Prova ne è che anche chi è deputato a raccontare queste cose non sa farlo perché, nella migliore delle ipotesi, non possiede gli strumenti per capire cosa ha sotto gli occhi: il Corriere della Calabria, a proposito della tragedia, ieri scriveva: «Gli investigatori non escludono nessuna pista anche se quella della gelosia è tra le ipotesi più accreditate». Ecco, appunto: tutto da rifare.

La Stampa
28 04 2015

In Egitto i social network si impongono come strumento di comunicazione di massa e ciò porta al debutto anche delle molestie sessuali cibernetiche. Si tratta di un fenomeno che ha soprattutto a vedere con l’invio di foto oscene: quasi sempre i destinatari sono delle donne e può accadere anche che delle donne abbiano le loro foto hackerate, manipolate, diventando oggetto di molestie online.

Il fenomeno ha assunto dimensioni tali che alcuni gruppi di donne, soprattutto giovani, hanno deciso di organizzare una risposta comune. Nasce così la pagina Facebook «Al-Araby al-Marid» (L’arabo malato) nella quale sono le giovani donne a passare al contrattacco, rendendo pubbliche le molestie subite e soprattutto identificando chi le ha inviate.

Ciò significa che attraverso Facebook - ma avviene in forme diverse anche su altri social network - i «molestatori cibernetici» vengono rivelati, consentendo agli utenti di difenderli, escluderli o comunque essere pronti a reagire.

Monica Ibrahim è andata anche oltre, lanciando la HarassMap Initiative ovvero una piattaforma digitale che elenca ogni tipo di molestie online, trasformandole in oggetto di discussione online fra migliaia di persone, nella convinzione che possa diventare - nel medio termine - la migliore forma di deterrenza.

Violenza sulle donne, dove sono i fondi?

  • Martedì, 28 Aprile 2015 10:05 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
28 04 2015

Prima, c'è la legge: e articoli, titoli, trionfi per l'Italia che mette in pratica la Convenzione europea sulla lotta alla violenza contro le donne e finalmente impone una serie di norme e finanziamenti per contrastare gli abusi, subiti secondo i sondaggi da quasi un'italiana su tre. È l'agosto del 2014.

Poi, c'è il silenzio. Le regioni sono chiamate a decidere come, dove e quando spendere i 16,5 milioni di euro che il governo ha stanziato per il biennio 2013-2014, aggiungendone altri nove per arrivare da qui al 2017. Le risposte dovrebbero essere contenute in delibere e decisioni che troppo spesso vengono chiuse al controllo dei cittadini.

È quanto racconta un progetto avviato da Actionaid - "Donne che contano" - attraverso il quale l'organizzazione per si è data l'obiettivo di non lasciar passare e di andare a chiedere, controllare, verificare, cosa stia facendo ogni regione con i fondi nazionali contro la violenza che ha ricevuto da Roma.

Il risultato è stato innanzitutto un muro, un muro di non-trasparenza, rappresentato in un indice da 0 a 11 nella mappa qui sopra. Solo 12 amministrazioni su 21 infatti hanno pubblicato online i documenti che provano le scelte compiute. Solo altre tre hanno risposto poi nel merito alle richieste ufficiali dei ricercatori.

Regioni come Sicilia, Calabria, Molise, Friuli Venezia Giulia, e le nordicissime province autonome di Trento e Bolzano non hanno dato alcuna informazione sui fondi. Nonostante si parli di risorse ingenti - a Palermo il governo ha affidato quasi due milioni di Euro - ma soprattutto di un problema importante come quello degli abusi in famiglia.

Al contrario ci sono luoghi come Toscana, Emilia Romagna e Sardegna dove i governi locali hanno garantito l'accesso alle decisioni compiute. La Sardegna è l'unica però che è arrivata a sposare la massima trasparenza, quella che chiederebbe a tutti Actionaid, ovvero la pubblicazione dell'elenco completo delle strutture che ricevono aiuti, e il complesso dei finanziamenti ricevuti da ciascuna.

Superato lo scoglio delle delibere, c'è poi l'incertezza sul "come" sia applicata la legge. Ogni amministrazione infatti sta seguendo scelte diverse, non sempre allineate con le richieste del governo: chi abbassa gli standard richiesti, chi dà i soldi a province e comuni anziché direttamente alle associazioni, chi stabilisce nuovi bandi a cui partecipare.

I centri antiviolenza esistenti, poi, avevano avviato un'ampia campagna di protesta contro il piano governativo, accusato di essere troppo generoso per l'apertura di nuove strutture e troppo poco sul sostegno di quelle attuali, che avrebbero dovuto ricevere risorse minime, dai 5 ai 7mila euro ciascuna.

La Toscana così ha deciso di raddoppiare la quota riconosciuta alle strutture presenti. Nuoro l'ha dedicato tutto, il fondo, alle istituzioni già attive. E il Lazio ha aumentato la quota fino a 30mila euro per i centri antiviolenza, legando invece le risorse per le case rifugio al numero di posti letto.

Tutti questi sono esempi di strade diverse dietro una legge comune, caotiche forse ma almeno raccontabili. Perché il problema, insiste ActionAid, è soprattutto in quelle regioni per le quali è impossibile conoscere le decisioni in atto. L'invito è soprattutto alle amministrazioni vicine alle urne - Liguria, Umbria, Puglia e Calabria, perché prendano sul serio la pubblicazione dei dati. Perché "contano". Per il contrasto agli abusi.

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