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Il poliziotto che costringe la ragazza stuprata a spogliarsi

  • Giovedì, 26 Settembre 2013 13:23 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
26 09 2013

Aver costretto una 14enne a spogliarsi per dimostrare di essere stata stuprata. E’ questa l’accusa di cui dovrà rispondere un agente di polizia dell’Uttar Pradesh, stato dell’India settentrionale.

Secondo quanto riferito dagli organi di stampa locali, la ragazza si era recata alla stazione di polizia per denunciare la violenza sessuale subita, e l’ufficiale le avrebbe poi ordinato di togliersi i vestiti.

«MI HA PORTATO IN UNA STANZA…» – «Mi ha portato in una stanza e ha chiuso la porta. Poi mi ha chiesto di spogliarmi», ha raccontato l’adolescente. La 14enne avrebbe dovuto denudarsi per convincere l’agente «che le accuse di stupro erano veritiere e non inventate».

Da quanto si apprende, la violenza sessuale ai danni della ragazza è stata compita sabato scorso, lo stesso giorno la giovane si è poi rivolta alla stazione di polizia. In seguito alla denuncia il presunto stupratore è stato fermato. L’agente è finito sotto inchiesta.

L’ALLARME – La violenza sessuale costituisce in India un vero e proprio allarme. Stando ai dati forniti National Crime Records Boreau indiano, l’agenzia governativa che raccoglie informazioni sulla criminalità, nel paese viene compiuta uno stupro ogni 20 minuti.

Dario Ferri

La «jihad del sesso» delle ragazze tunisine

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 12:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
20 09 2013

Passate di mano in mano come se fossero oggetti, e letteralmente «usate» da venti, trenta, anche cento uomini. Era esplosa qualche mese fa la polemica internazionale della «jihad del sesso» dopo le rivelazioni di un militare tunisino che si era arruolato al fianco dei ribelli siriani e che aveva combattuto ad Aleppo prima di un difficoltoso rientro in patria. All’epoca l’uomo aveva detto che erano moltissime le ragazze tunisine, poco più che adolescenti, costrette ad andare in Siria per offrirsi ai miliziani ribelli, per onorare la tradizione del matrimonio con «coloro che fanno la guerra santa».

L’ALLARME DEL MINISTRO TUNISINO - Oggi il ministro degli interni di Tunisi, Lotfi Bin Jeddo, lancia un nuovo allarme all’Assemblea nazionale costituente: alcune di quelle ragazze sono rientrare in Tunisia, e sono incinte. Si tratta del risultato di mesi di schiavitù sessuale, in cui queste giovani, poco più che adolescenti, sono costrette a ripetuti rapporti sessuali con i ribelli siriani, in nome della cosiddetta jihad del sesso.

«E noi restiamo in silenzio, senza fare nulla» – ha dichiarato Bin Jeddo, ricordando che, nel marzo scorso, il ministero degli Interni aveva vietato a 6.000 tunisini di entrare in Siria, arrestando anche 86 sospettati di aver formato ”reti” per inviare giovani tunisini in Siria, per far loro combattere la guerra santa. Giovani, giovanissimi: la maggior parte degli uomini bloccati prima di partire per la Siria, ha aggiunto il ministro, aveva meno di 35 anni.

I FIGLI (ILLEGITTIMI) DELLA GUERRA SANTA - La situazione non è certo migliore per le «ragazze di conforto», che vengono reclutate dai salafiti e da associazioni pseudo caritatevoli nelle zone più povere della Tunisia, quelle rurali o popolari, e inviate in Siria per soddisfare i ribelli più estremisti, che da oltre due anni combattono il regime di Bashar al-Assad. I figli nati da queste unioni forzate resteranno illegittimi, perché nati fuori dal matrimonio: è improbabile che i padri li riconoscano e i figli della guerra santa resteranno per sempre «bollati» con una X. Come le loro giovanissime madri.

Valentina Spotti

Il diritto di fare jogging

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 09:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
20 09 2013

Faccio sport praticamente da sempre. Da piccola le arrampicate sulla casa in costruzione, ‘u cchiappareddu, la palla matta, e poi ginnastica, la corsa, la bicicletta, il nuoto, la danza. Ricordo le volte che sfidavo la sorte perché da femmine fare un percorso in bicicletta, pare fosse sconsigliato.

Eppure io volavo e non c’era nessuno che potesse fermarmi. Arrivavo in bici al bosco e poi facevo chilometri di corsa, non sempre in compagnia. Ci fu la volta che sbagliai la scelta della scarpa e andarono in frantumi i capillari delle caviglie. Danni collaterali. Chi fa sport sa di cosa parlo. Poi c’erano le avventurose passeggiate in spiaggia, per chilometri, perché tra rocce e insenature, riuscivi a superare paesi e paesini a partire dal mare e questo dava una sensazione di grande libertà. E poi la corsa, cadenzata, per arrivare in fondo, cercando la battigia che risulta meno problematica da attraversare, ché quella inclinata che scivola verso il mare è veramente pessima.

Ho sempre familiarizzato con posti sconosciuti, scoperto angoli di mondo che sicuramente non erano nuovi per nessuno, ma l’esperienza di “scoprire”, respirare aria buona, osservare la natura, non dovrebbe essere qualcosa di precluso alle persone, perché lo è, precluso, quanto meno per le donne.

Le mie uscite erano sempre accompagnate da tante raccomandazioni. I miei vicini dicevano, ovviamente, che ero matta. Invece che cucirmi il corredo partivo, bevanda e nutrimento, libro in borsa, e bici per andare chissà dove. Donna perduta che pretendeva di fare quello che faceva suo fratello.

La “pazza” usciva dal centro abitato, potevi incontrarla per una stradina provinciale, poi vedevi quella bici ferma da qualche parte e andavo a correre. Chissà perché lo fa, era la domanda. Già. Chissà.

Non puoi andare in bici, fare prove di danza, correre, vestita di tutto punto. Indossi tute, pantaloncini, magliette scollate. Dunque agli appellativi per la mia presunta stranezza s’aggiungevano quelli di chi faceva una perfetta sintesi e arrivava alla conclusione che fossi una “puttana”. Perché solo le puttane fanno sport, non lo sapete?

Quando inventarono quegli strumenti tech anacronistici dai quali potevi sentire musica in cassetta, gli antenati del lettore mp3, le cuffie mi salvarono da commenti e sguardi e tutta una serie di attenzioni non richieste che ad un uomo che corre e si allena non sono riservate.

A lui nessuno dice “perché vai lì a correre da solo?”. Nessuno gli diceva “attento a non andare nel bosco che c’è il lupo”. Perché, come sappiamo, la favola di cappuccetto rosso è solo al femminile, tant’è che crescendo ho sempre immaginato che una cappuccetta rossa dovesse andare per boschi armata, quasi sempre, perché donna al bosco è certamente uguale al lupo.

Ancora adesso se vado a correre in spiaggia devo scegliere orari in cui ancora c’è gente, anche se questo significa dribblare picciriddi e uomini che giocano a pallone, scansare donne che prendono il sole fino a consumare l’ultimo raggio, guardarsi attorno con sospetto per scoprirsi in solitudine – e com’è bella – in un tratto desolato in cui la natura sembra intatta, lasciarsi spaventare e condizionare dalle cronache dei quotidiani. Se vedo l’immigrato in giro, e non mi ha mai, e dico mai, molestato un immigrato in tutta la mia vita. E se vedo un cane senza padrone, di quelli che mi corrono dietro e poi mi mordono? Anzi. Prendersela con i padroni se mandano in giro da soli i cani che abbaiano e corrono dietro chiunque si muova. Ed è strano mettere al riparo le fobie che la cattiva informazione dà e tornare a decostruire e razionalizzare in momenti in cui l’istinto dice solo che devi correre più forte.

C’è la palestra che sembra diventato il rifugio per persone timorose. Lì puoi farti chilometri sul tapis roulant e nessuno ti disturba. Ma non c’è aria. Non c’è sole. Non c’è il mare. Non c’è il bosco. E’ una costosa prigione.

Allora ecco che arrivi in un posto immaginando di essere protetta dal fatto che è giorno, sei andata con un amico, ci sono altre persone che corrono nei dintorni, senti voci, risa, non sei affatto sola. E’ lì che tutta la prudenza va a farsi benedire e chissà: arriva un pazzo, tira fuori un coltello, è italiano, non c’entra nulla coi migranti, né tantomeno con i cani, è solo parecchio maschilista e pensa che la pazzia sia una scusa sufficiente per fare quello che in generale per cultura trova giustificazione. Tu sei lì, corri, lui ti vede e dato che non gliela dai allora ti ammazza. E io non posso che pensare a quanto mia sia andata di culo in tutto questo mio tempo passato a sfidare la sorte.

Già immagino, comunque, i dibattiti di gente fedele ai securitarismi. Quelli che inseriscono la tabella “rosa” per circuiti sicuri per lo sport delle donne, quelli che vorrebbero telecamere ovunque, ché poi, diciamolo, così si soddisfano i pruriti morbosi di quelli che vade retro alle prostitute che forse puoi trovarle lì di sera, o vade retro ai ragazzetti che vanno a farsi una canna o una pomiciata con qualcun@. Quelli che tanto per fare marketing istituzionale consigliano posti di polizia in ogni buco del culo del mondo.

E io invece so che è solo un problema di mentalità e che non c’è security che tenga per farmi stare al sicuro. Piuttosto divento controllabile, la mia privacy buttata al vento, la mia vita sempre condizionata.

Quel che vorrei passasse, in linea di principio, è solo un fatto: vorrei avere il diritto di fare jogging dove e quando cazzo mi pare. Vorrei la giornata libera, la notte libera, la vita libera, la strada libera. O dobbiamo ancora uscire in branco o con un protettore a fianco per restare incolumi?

Il Festivaletteratura e "Le parole delle donne"

  • Giovedì, 19 Settembre 2013 10:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
19 09 2013

Interessante incontro quello di Michela Murgia con Riccardo Romani, giornalista di SKY, su come l'informazione parli della violenza sulle donne e in particolare del femminicidio.

Gli esempi li conosciamo fin troppo bene: "L'amava troppo", "È stato colto da raptus", "Folle di gelosia", fino ad arrivare al "Caldo killer". Almeno seicento persone che volevano sapere come i giornalisti ne parlino; a volte criticandoci, a volte criticando le leggi, la società e i modelli culturali proposti.

Noi potremmo raccontare meglio, non usare stereotipi che mistificano la realtà e dare più spazio alle tematiche che riguardano il rapporto uomo-donna. Il nostro ruolo non dovrebbe essere solo raccontare il fattaccio quando accade, ma giorno per giorno stigmatizzare gli atteggiamenti dominanti anziché esaltarli, dare modelli diversi e non competitivi, insomma c'è bisogno di una piccola rivoluzione culturale, anche da parte nostra, che metta al centro la dignità della donna.

Il femminicidio ha portato la scrittrice a riflettere sulla nostra "educazione sentimentale" e su come non siamo stati educati all'abbandono, come "Non sappiamo dirci addio" e come, molto spesso l'amore diventi una gerarchia di potere e di possesso. Emblematico il gioco delle catene e dei lucchetti su Ponte Milvio.

Catene che rappresentano non l'amore ma l'appartenenza, la proprietà (si lega la bicicletta), la sudditanza (si legano gli animali) e la privazione della libertà (si incatenano i prigionieri). Lunga la strada per liberarci dall'idea che le donne possano essere possedute.

L'incontro è stato sponsorizzato dall'Ordine nazionale dei giornalisti che da quattro anni promuove gli incontri "Le parole del giornalismo" tra autori e giornalisti.

Gegia Celotti

Abbatto i muri
13 09 2013

Leggo che il ministro Alfano presiede da ieri la riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi del G6 in programma a Roma.
Partecipano i sei piu’ grandi Stati membri dell’Unione Europea: Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia, nonche’ gli Stati Uniti d’America e la Commissione europea.

Dice il lancio d’agenzia che: “Il Forum del G6 si propone di intensificare gli sforzi dei principali Paesi dell’Unione europea allo scopo di accelerare la ricerca di soluzioni condivise per i lavori comunitari nelle materie che costituiscono i grandi filoni del dibattito internazionale.“

E quali sono i filoni del dibattito internazionale che interessano l’Europa?
“Lotta al terrorismo, immigrazione, lotta alla criminalita’ organizzata, cyber crime.“

Che tradotto in linguaggio comprensibile significa anche: Fortezza Europa, leggi contro gli immigrati, lager europei dove vengono rinchiusi i migranti senza permesso di soggiorno. Quando si parla di cyber crime si intende, secondo le politiche che vengono sollecitate presso la comunità europea, leggi repressive contro software di condivisione e a tutela di marchi, copyright. Unito alla lotta al terrorismo questo significa morte della privacy, repressione, sorveglianza e controllo sulle idee, e tante altre cose simpatiche che vedono un dispendio di risorse pubbliche in direzioni che vengono spacciate come necessarie alla sicurezza del popolo ma che in realtà offrono garanzie a grandi monopoli e imprese.

Dulcis in fundo, a dimostrare che il ministro Alfano e la sua consulente per la violenza di genere (Rauti) hanno perfettamente capito (si si… come no!) le obiezioni che i gruppi di donne in audizione parlamentare stanno facendo al Dl Sicurezza che si occupa anche di violenza sulle donne, ecco che la violenza di genere, in particolare il femminicidio, vengono usati in apertura delle due giornate con tanto di commento della Rauti la quale afferma che:

”E’ un segnale importante attirare l’attenzione internazionale sul tema e cercare il consenso di Partner europei per una strategia globale di contrasto. La violenza sulle donne, infatti, e’ una delle principali cause di morte in tutto il mondo; un flagello sociale e, secondo l’Oms, una ‘questione strutturale globale’ e come tale va combattuta”.

Poi: ”La sfida europea al femminicidio – conclude Rauti - intesa come lotta globale contro tutte le forme di violenza sulle donne, deve essere centrale nell’agenda politica e potrebbe favorire, nei Paesi sottoscrittori, il necessario processo di Ratifica della Convenzione di Istanbul, quale strumento internazionale giuridicamente vincolante ”.

Come scrivevo in un altro post c’è chi in nome della violenza sulle donne accetta di allearsi e legittimare i peggiori autoritarismi repressivi. E a parte la serie infinita di sciocchezze che vengono dette per insistere sul piano emergenziale, quando tutte sappiamo che la questione della violenza di genere è una questione strutturale, che riguarda la cultura e la mentalità, dove non era proprio il caso di evocare la necessità di una task force italiana figuriamoci una europea, bisogna dire che il G6 è chiaramente ben istruito mentre nasconde, semmai, che la principale causa di morte, disastro sociale, è la povertà causata da politiche liberiste che oramai usano la lotta alla violenza sulle donne e le donne stesse come brand per legittimare quel che fanno.

Personalmente, da vittima di violenza, mi fa decisamente senso dover fare un distinguo, ristabilire una sacrosanta verità, mettere la mia particolare urgenza al pari di quella del resto dell’umanità, ed è pietoso che mi si obblighi a fare questo per evitare di essere strumentalizzata in questo modo atroce.

Il fatto è che io so cos’è un G20, un G8, un G6, e so perfettamente che non si discute dell’interesse della gente come me ma di altre persone, ricche, di imprese, banche, interessi da garantire, sicurezza dell’euro, cose che mi riguardano nella misura in cui io mi ritrovo comunque sempre ad essere sfruttata. E qui il fatto è che viene sfruttato anche il cadavere delle donne uccise, la mia pelle ferita, quella di tante donne che subiscono violenza e tutto in nome di una operazione che non ci riguarda.

Io ero a Genova nel 2001 durante il G8 ed ero lì per lottare anche per i miei diritti. Come tante altre persone ho subito ustioni di lacrimogeni urticanti, docce dagli idranti, manganellate in virtù del fatto che portavo appeso al collo il cartellino “press”. Non raccontatemi che a quella gente interessa di me perché non ci credo. Tutto quel che viene fatto lì è dunque dare ulteriore sostegno, rinforzo, esattamente come nel decreto legge sicurezza, alle polizie che poi, quando io scenderò in piazza per rivendicare i miei diritti, mi faranno a pezzi.

Giù le mani dalle donne, dalla lotta contro la violenza sulle donne. Smettete di strumentalizzarci!

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