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Amnesty International
13 09 2013

Commentando le quattro condanne a morte emesse oggi a Nuova Delhi per uno stupro di gruppo commesso nel dicembre 2012, Amnesty International ha dichiarato che profonde riforme istituzionali e procedurali, e non la pena capitale, occorrono per stroncare l'endemico problema della violenza contro le donne in India.

Il tribunale ha giudicato colpevoli i quattro imputati di stupro di gruppo, omicidio e altri reati. Un altro imputato, 17enne, è stato condannato a tre anni di carcere. Un quinto accusato era stato trovato morto in cella il 10 marzo.

"Lo stupro e l'uccisione della giovane donna fu un crimine orribile, per cui rivolgiamo la nostra più profonda solidarietà ai familiari della vittima. I responsabili devono essere puniti ma la pena di morte non è mai la risposta" - ha dichiarato Tara Rao, direttore di Amnesty International India.

"L'impiccagione di questi quattro uomini non otterrà niente se non una vendetta di breve termine. Mentre è comprensibile la rabbia di massa suscitata da questo caso, le autorità devono evitare di usare la pena di morte come soluzione sbrigativa. Non vi è alcuna prova che la pena di morte abbia uno specifico effetto deterrente nei confronti del crimine e il suo uso non porrà fine alla violenza contro le donne in India" - ha proseguito Rao.

Gli stupri e altre forme di violenza sessuale sono comuni in tutto il paese. Ad aprile è entrata in vigore una nuova legge che punisce numerose forme di violenza contro le donne, tra cui gli attacchi con l'acido, lo stalking e il voyeurismo. Tuttavia, lo stupro coniugale non è ancora considerato reato qualora la moglie abbia più di 15 anni e alle forze di sicurezza è garantita di fatto l'immunità legale per gli atti di violenza sessuale.

"Occorrono riforme legislative ma anche impegni concreti delle autorità per garantire che il sistema giudiziario agisca in modo efficace e a ogni livello quando vengono presentate denunce di stupro o di altre forme di violenza sessuale" - ha aggiunto Rao.

"L'attenzione che le autorità hanno riservato a questo caso dev'estendersi a migliaia di altri casi. Esse devono agire, ad esempio, nominando un numero maggiore di giudici per assicurare processi rapidi ed equi" - ha sottolineato Rao.

I reati contro le donne sono ancora scarsamente denunciati. Le autorità devono ancora dare attuazione a una serie di raccomandazioni di segno positivo presentate dalla Commissione presieduta dal giudice Verma, relative tra l'altro alla formazione delle forze di polizia e alla riforma di questo organismo nonché ai necessari cambiamenti nel modo in cui le denunce di violenza sessuale vengono registrate e indagate.

"Dev'esserci un'azione concertata per cambiare le attitudini discriminatorie contro le donne e le ragazze che sono all'origine della violenza. Queste misure richiederanno un duro lavoro ma nel lungo termine saranno più efficaci e renderanno l'India un posto più sicuro per le donne" - ha concluso Rao.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dall'innocenza, dalla colpevolezza o da altre caratteristiche della persona condannata o dal metodo usato per eseguire la condanna a morte.

Claudio Grigoletto ammette l’omicidio di Marilia Rodrigues

  • Venerdì, 13 Settembre 2013 11:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
13 09 2013

«Ha ammesso di aver commesso il delitto, ma ha dato una ricostruzione diversa che non ci soddisfa».

Queste le parole del pm titolare dell’inchiesta, Ambrogio Cassiani, all’uscita del carcere di Brescia Canton Mombello, dove per circa 3 ore ha parlato con Claudio Grigoletto, l’uomo in custodia cautelare per l’omicidio della 29enne brasiliana a Gambara (Brescia).

CLAUDIO GRIGOLETTO E MARILIA RODRIGUES – Da quanto si è appreso è stato lo stesso uomo a chiedere di poter parlare con il magistrato. Nell’interrogatorio di convalida del fermo Grigoletto aveva rilasciato solo dichiarazioni spontanee.

Intanto dagli accertamenti del Ris sarebbe emerso che la macchia di sangue trovata sul tappetino dell’auto di Grigoletto contiene sia dna dell’uomo sia della vittima.

l'Unità
13 09 2013

Sono stati condannati a morte i quattro uomini riconosciuti colpevoli dello stupro di gruppo di una studentessa indiana di 23 anni avvenuto lo scorso dicembre su un bus Nuova Delhi.

La ragazza morì due settimane dopo per le lesioni riportate. La sentenza dovrà ora essere confermata dalla Alta corte indiana. I quattro condannati possono presentare appello alla Corte suprema e chiedere la clemenza alla presidenza. I familiari della vittima, assieme a molti politici e funzionari governativi, da tempo chiedono che i quattro vengano condannati alla pena capitale.

Il caso ha scosso notevolmente l'opinione pubblica del Paese asiatico. Il tribunale ha accolto la richiesta del procuratore che aveva chiesto la pena capitale per i quattro uomini. Il giudice Yogesh Khanna ha detto che »il caso eccezionale rientra nell'ancor più eccezionale categoria« che giustifica la pena capitale. Uno degli uomini, Vinay Sharma, è scoppiato in lacrime alla lettura della sentenza, mentre il padre della vittima si è detto »soddisfatto«.

Gli imputati - Akshay Thakur, Pawan Gupta, Vinay Sharma, Mukesh Singh - sono tutti di età compresa fra i 19 e i 29 anni. La studentessa era stata aggredita e violentata il 16 dicembre scorso su un autobus mentre rientrava a casa dal cinema con un amico, anche lui picchiato brutalmente. È morta a seguito delle violenze riportate il 29 dicembre in un ospedale di Singapore. Un quinto imputato, l'autista del bus Ram Singh, si è impiccato nella sua cella a marzo in attesa del processo.

Il mese scorso un tribunale minorile aveva condannato a tre anni in una casa di recupero, la massima pena possibile, il sesto uomo che ha partecipato allo stupro, ma minorenne al tempo dei fatti.

Il codice penale indiano prevede la pena capitale in rarissimi casi e le esecuzioni sono eccezionali. Nel 2004 un uomo era stato impiccato per lo stupro e l'omicidio di un'adolescente di 14 anni.

Corriere della Sera
13 09 2013

Halima aveva trascorso qualche giorno in compagnia di un altro uomo, mentre il marito si trovava in Iran. Non c'è prova che i due avessero avuto rapporti sessuali. Ma tanto è bastato perché la giovane donna, lo scorso aprile, venisse giustiziata in piazza ad Ab Kamari, nella provincia di Badghis, in Afghanistan.

«È anche per colpa sua e del suo comportamento immorale che nella regione non «piove da tempo», aveva spiegato un mullah alla folla accorsa per assistere all'esecuzione della giovane.

Un «processo» sommario durato pochi minuti. Poi, i colpi di arma da fuoco, esplosi dal padre della ragazza. «Dio è grande», avevano gridato in molti. Una scena agghiacciante, che è ora di dominio pubblico grazie ad un video pubblicato oggi dal quotidiano spagnolo El Mundo.

IL «PROCESSO» - La «fuga» di Hamina era durata solo qualche giorno: in breve tempo era stata rintracciata dalla famiglia e ricondotta a casa.

Fu allora che «i leader della comunità decisero la sua esecuzione», ha spiegato un religioso. Ma «fu la famiglia del marito a decidere che a ucciderla avrebbe dovuto essere il padre». 

Meglio «farsi giustizia da sé», insomma, visto che se processata in modo "tradizionale, la giovane sarebbe entrata «in carcere da una porta per poi uscire dalla finestra».

Federica Seneghini

«Ora vi racconto come ci violenta il nostro uomo»

  • Giovedì, 12 Settembre 2013 09:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

l'Unità
12 09 2013

«Fuggivo, con mia figlia accanto a me nell’auto, io appena patentata, fuggivo dall’uomo che stava per uccidermi e - insieme al terrore, all’angoscia, sentivo tanta sete, una sete indescrivibile -: chissà, forse ci si sente così sempre, quando si sta per morire».

Sara - la chiameremo così - compirà 33 anni tra qualche giorno e finalmente festeggerà. Per dare il via al terzo tempo della sua vita, che sembra davvero un film. Il «primo tempo», come lo chiama lei, è quello dell’incubo che ha scatenato poi anche il secondo: Sara non è “solo” una donna violentata nel corpo e nell’anima da un uomo che le stava a fianco e che diceva di amarla, ma è stata anche vittima di chi l’ha scelta e tradita per venderla sui viali di una città: lei che, fino a quel momento non aveva ancora mai avuto un fidanzato... «Una torta con le candeline non me la preparo da tanto...», racconta. Da quando a 20 anni partì con entusiasmo dalla Romania verso l’Italia, dove le avevano promesso un visto per lavoro.

L’INIZIO

Era la primavera del 2000, il 19 marzo. Proveniente da una «famiglia colta», Sara ha perso da piccola i genitori ed è rimasta a vivere con la nonna che presto ha avuto bisogno di lei. «Me la cavavo benissimo: studiavo, seguivo un corso di canto e facevo qualche lavoretto per integrare la pensione della nonna: questa era la mia vita».

Dopo il liceo, il sogno: «Volevo diventare medico». I soldi non bastavano. «Quando mi hanno offerto un lavoro per qualche mese in Italia mi è sembrato quello che faceva per me», prosegue, mentre i suoi occhi cercano, tra i ricordi, come è successo. «Mi sono fidata, e dire che non ero una sprovveduta; ma le persone che mi hanno offerto “il lavoro” mi hanno convinto: ho frequentato una scuola paritaria evangelica, forse sono vissuta in una campana di vetro perché nella mia mente non esistevano cose simili e i media non ne parlavano, allora».

Arrivata a Bologna, i trafficanti le hanno requisito i documenti, consegnato una nuova identità e comunicato qual era il “lavoro”. «Cosa credevi di fare? - mi ha detto quell’uomo, perfido». Poi il gelo: «Ero stata venduta ad un albanese». Segregata di giorno, all’imbrunire veniva portata in strada. «Uscivamo vestite normali, ci cambiavamo in macchina o nel parco e conciate così ci sbattevano in strada non prima di averci fatto il lavaggio del cervello: minacce di morte, di botte, “non provare a scappare, ti facciamo a pezzetti..». «Con la mente ho cercato subito appigli: a volte mi nascondevo nel parco per non farmi vedere dalle auto, oppure mi intrattenevo a chiacchierare con un cliente, per perdere tempo. Il fatto che non portassi abbastanza denaro li faceva infuriare». Per il resto era il buio.

LA SPERANZA TRADITA

Un’unica speranza ha sostenuto Sara, mai concretizzata: «Quando passavano le forze dell’ordine speravo sempre che mi fermassero, mi chiedessero i documenti; lì avrei potuto spiegare e l’incubo sarebbe finito». Invece niente. «Io non ho il potere di cambiare le leggi - scandisce - ma non si può fare finta che questo mondo parallelo non esista: vorrei dire a tutti e soprattutto agli uomini che cercano donne in strada che è come se togliessero loro la vita perché la maggior parte è costretta». Denunciare era impossibile: «Quando non ero in strada, ero sempre sorvegliata. Poi questa gente ti mette in testa è che tu sei perseguibile, per me non avere documenti veri era gravissimo: vivevo con un senso di colpa enorme, assurdo a pensarci adesso, ma per tutte è così, quando si è segregate e violentate».

IL “SECONDO TEMPO”

L’identità. Ecco ciò che Sara ha sentito di aver perso per tanti anni, anche quando è iniziato il secondo tempo. Perché ad un certo punto una falla nell’organizzazione dei trafficanti c’è stata. E lei, in modo rocambolesco e con l’aiuto di un cliente, è riuscita a scappare. «Quell’uomo mi ha portata in un posto, un’azienda agricola ho scoperto che cercavano una segretaria: potevo solo fidarmi a quel punto. Non avevo altre chances». L’azienda era reale e reale anche il posto di lavoro: «Ma quando il proprietario ha capito che non avevo documenti non se ne è fatto nulla». Il seguito si è concretizzato in un uomo, più vecchio di 25 anni, che si approfittava di lei in cambio di promesse di aiuto. Sara presto ha capito cosa lui avesse in testa, il «suo business»: «Farmi lavorare solo per lui». La «fortuna» ha voluto che lo stress le procurasse una psoriasi impressionante: «Ero inguardabile, come potevo andare in strada?».

Intanto però Sara è rimasta incinta. «Abbiamo girovagato, poi lui ha deciso di andare al sud, da dove proveniva». «Non mi ha fatto abortire: quando ho partorito e mi hanno detto che avrei potuto consegnare la mia bambina ai medici, non me la sono sentita..», ricorda commossa pensando alla figlia che oggi ha con sé. «Durante la gravidanza e l’accudimento leggevo, guardavo la tv: ho capito che potevo denunciare almeno il primo tempo della vicenda». L’uomo - «che aveva pianto alla nascita della bimba, chissà se aveva un’umanità...» - sembrava essere d’accordo. Poi «tra burocrazia e negligenza» per riavere i documenti ci sono voluti due anni. Ero “quasi” libera, riflette Sara. Troppo per il compagno che non aveva scelto: «È divento sempre più irascibile, possessivo: mi violentava mentre la bimba era nell’altra stanza».

LA FUGA

Un giorno il culmine: «Stava per uccidermi, mi ha salvato una telefonata che lo ha costretto a uscire di casa». Sara ricorda: «Ho preso le prime cose che ho trovato, i documenti e sono scappata, via, con l’auto che guidavo da pochissimo». Prima la chiamata al centro antiviolenza napoletano che non poteva aiutarla, poi la fuga verso Mestre dove si trovava un cugino. «Ad Anzio era buio, non avevo un centesimo in tasca. Alla stazione dei carabinieri più vicina ho raccontato che stavo scappando, hanno fatto una colletta per la benzina». Sulla Firenze-Bologna, la sorte ancora una volta ci si mette di mezzo: un incidente bruttissimo, la figlia in coma, con il viso rotto. Insieme l’incontro con la salvezza: «La Casa delle donne per non subire violenza di Bologna». Immediati i colloqui e il regime di protezione ristretto: 8 mesi in una casa-rifugio, il sostegno psicologico e morale. «Peccato solo che il Comune non mi abbia subito affidato un assistente sociale», sospira. Che fatica... Sara però sorride: ha un aspetto forte, deciso. Sa che oltre il tunnel la luce c’è, può esserci. E lo grida al mondo, alle donne che subiscono violenza e agli uomini che ogni giorno, sui viali delle città e non solo, fomentano dolore.

Chiara Affronte

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