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“Ben venga Facebook se serve a rivelare le violenze”

  • Giovedì, 25 Luglio 2013 08:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
25 07 2013

Il caso ha “infiammato” la Rete e i giornali sin dall’inizio. Quando la ex compagna del cantante Massimo Di Cataldo, Anna Laura Millacci, venerdì 19 luglio ha pubblicato sul suo profilo Facebook le foto che la ritraevano con il volto insanguinato, scrivendo pubblicamente di essere stata vittima di violenza da parte del suo ex.

La procura di Roma ha proceduto d’ufficio e ora Di Cataldo è indagato per i reati di maltrattamento e procurato aborto (la donna ha scritto di aver abortito a causa delle percosse). E le fotografie, che sembravano ritrarre anche un feto, sono state rimosse dal social network per essere sottoposte a una perizia tecnica (non è più possibile neanche accedere al profilo Facebook della donna).

Un cortocircuito tra vita privata, Internet e presunta violenza, che sembra costituire un precedente.

«Se Facebook può aiutare a rivelare queste storie che normalmente restano tra le mura domestiche, che ben venga», commenta Francesca Maria Zanasi, avvocato esperto di diritto della persona e autrice di numerosi volumi sulla violenza domestica e il reato di stalking.

Ci sono già stati casi simili, in cui c’è stata una denuncia della violenza domestica tramite Facebook?
Non conosco altri casi uguali a questo, ma non escludo che la gente racconti di sé, anche delle cose spiacevoli, di vita vissuta. Oggi le persone si parlano attraverso Facebook o altri social network, anche per mandarsi messaggi indiretti. Nel caso della signora Anna Laura Millacci credo che lei abbia voluto in questo modo rendere pubblica la storia delle presunte percosse, confidarlo in questo modo. Davanti a un comportamento che le ha causato danni, non ha più taciuto come fanno altre vittime di violenza domestica. Se Facebook può aiutare a rivelare queste storie, a venire fuori, che ben venga. Normalmente la violenza rimane chiusa tra le mura domestiche.

Perché denunciare su un social network e non andare dai carabinieri?
Più che una denuncia mi sembra una pubblica accusa, non credo che la signora avesse in animo di procedere penalmente. È stato uno sfogo per svelare i fatti persecutori e le vessazioni subite alle persone conosciute. Lo ha detto lei stessa che non pensava che la storia venisse ripresa dai giornali.

C’è una violazione della privacy nella pubblicazione di queste informazioni?
No, quando racconti la tua vita non incorri nella violazione della privacy. Ma non sono un’esperta di privacy.

I giornali potevano effettivamente pubblicare quelle foto?
Dal mio punto di vista, quando diffondi le foto su un social network l’utilizzo non è limitabile. Essendo Massimo Di Cataldo un personaggio pubblico, potrebbe esserci la scriminante del diritto di cronaca. Ribaltando la cosa, ci si potrebbe chiedere se un giornalista, vedendo una pubblicazione simile, può denunciare su un giornale la storia. Di sicuro costituisce un precedente.

Le fotografie pubblicate ora sono state rimosse per essere sottoposte a perizia tecnica per verificarne la validità.
Se le foto fossero false, si potrebbe ipotizzare il reato di calunnia, quando si accusa ingiustamente qualcuno coinvolgendo l’autorità giudiziaria. È un reato gravissimo, anche se in questo caso la denuncia formale non c’è stata e la procura ha proceduto d’ufficio.

Cosa servirebbe ancora in Italia per tutelare le vittime di violenza domestica?
Ci sono molte norma a tutela della vittima. I più importanti sono gli ordini di protezione inseriti nel Codice civile e nel Codice penale che prevedono che la vittima possa rivolgersi al giudice (o al pm) per chiedere l’allontanamento dell’aggressore. Il problema è un altro, manca la certezza della pena. Prendiamo il caso di Filomena Di Gennaro, rimasta paralizzata su una sedia a rotelle a causa di vari colpi di pistola sparati dal suo ex fidanzato. A lui hanno dato undici anni, poi ridotti a meno di sei tra sconti vari. Tra poco sarà fuori.

La legge che ha introdotto il reato di stalking, però, è stato un passo avanti.
Certo, siamo stati gli ultimi nel mondo civile ad aver introdotto questa fattispecie di reato. Prima esisteva un vuoto normativo enorme. Non si riuscivano a prevenire le aggressioni. Si utilizzavano i reati di molestia e di minaccia. Ora, se la condotta persecutoria è ripetuta, si qualifica il reato di stalking. La vittima ha due scelte: chiedere al questore l’emissione di un ammonimento, che è un forte disincentivo, o proporre la querela. In questo caso la vittima può chiedere l’emissione del divieto di avvicinamento. E il fatto che lo stalker sia un ex, costituisce un aggravante, poiché la vittima è in una posizione più debole, con le difese abbassate.

Lidia Baratta
  

Il ginecologo accusato di abusi sessuali su una paziente

  • Mercoledì, 24 Luglio 2013 08:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
24 07 2013

Un ginecologo di Marsala e’ stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di violenza sessuale e sequestro di persona.

L’uomo e’ stato sottoposto ai domiciliari dai militari in esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare emessa dal gip di Marsala.

L’indagine ha preso il via da una denuncia presentata lo scorso marzo da una paziente che, nel corso di una visita medica, sarebbe stata costretta a subire atti sessuali dal ginecologo. Al termine del controllo medico, il professionista avrebbe chiuso a chiave la porta dello studio e tentato di abusare della donna, denudandosi, palpeggiandola e tappandole la bocca per non farla urlare.

IL GINECOLOGO E LA PAZIENTE – La vittima sarebbe riuscita pero’ a divincolarsi e a farsi aprire la porta andando via.

Ha anche riferito agli inquirenti di essere stata piu’ volte contattata dal ginecologo che le chiedeva di rivederla per darle dei medicinali che si era impegnato a fornirle per rimediare al suo comportamento.

E, in due occasioni, d’intesa con gli inquirenti, la paziente ha accettato gli inviti del dottore recandosi nel suo studio dove era collocata una cimice che ha ripreso il nuovo tentativo di approccio sessuale da parte del medico, prontamente respinto dalla vittima.

Le intercettazioni hanno fornito i riscontri necessari alla denuncia permettendo così di incastrare il professionista.

Quello che schiacciava la testa della compagna con i piedi

  • Giovedì, 18 Luglio 2013 09:54 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giornalettismo
18 07 2013

Un cittadino albanese di 37 anni, con numerosi precedenti penali e di polizia per reati contro il patrimonio e per spaccio di stupefacenti, e’ stato arrestato dalla polizia per violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti della propria compagna, alla quale non esitava a schiacciare la testa sul pavimento con i piedi e a imporle controlli umilianti.

L’arrestato, oltre ad avere numerosi alias (la sua identita’ e’ associata a ben 8 nominativi diversi) e’ destinatario di un provvedimento di espulsione in quanto irregolare sul territorio nazionale. L’indagine e’ partita con la denuncia, sporta il 5 luglio, presso il Commissariato Mecenate dalla compagna, una donna straniera di 49 anni, a seguito di una violenza fisica e sessuale subita due giorni prima.

LA VIOLENZA SESSUALE – Quando la donna e’ stata visitata, oltre a raccontare l’ultimo episodio accaduto, in cui l’uomo l’ha costretta a subire un rapporto sessuale rincorrendola nudo sul balcone, ha ricostruito con dovizia di particolari gli ultimi anni di convivenza con il compagno lamentando di aver subito da troppo tempo violenze fisiche e psicologiche, insulti ed umiliazioni, percosse di ogni genere.

Il compagno la controllava ossessivamente nei suoi spostamenti in città, la sottoponeva a controlli umilianti per verificare se avesse avuto rapporti sessuali con altri uomini e le sottraeva denaro dalla borsa utilizzando il suo bancomat per il gioco d’azzardo, per minacciarla, poi, con frasi del tipo “se fai denuncia ti ammazzo di botte, ti faccio a pezzi”.

Dopo la segnalazione dei medici il Commissariato Mecenate ha approntato dei servizi mirati volti a proteggere la donna e, nel contempo, finalizzati a rintracciare il cittadino albanese che dalla data dell’ultimo violento litigio si era reso irreperibile. Sulla base dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’uomo la Procura della Repubblica di Milano ha quindi emesso un provvedimento di fermo.

Omicidio in via Rondizzoni 20enne uccisa a martellate

  • Mercoledì, 17 Luglio 2013 10:58 ,
  • Pubblicato in Flash news
la Repubblica
17 07 2013

Una ragazza peruviana di 20 anni, Michelle Campos, è stata uccisa in un appartamento di via Rondizzoni, nel quartiere Cittadella a Parma.

La polizia ha fermato nella notte a Milano il fidanzato 21enne, ecuadoregno, presunto assassino della vittima.

A scoprire il cadavere, nascosto dall'omicida sotto il letto, è stata la madre martedì pomeriggio una volta rientrata nell'appartamento.

La ragazza sarebbe stata colpita a morte con un martello. Il decesso della giovane risalirebbe a martedì mattina quando la madre ha lasciato l'abitazione di via Rondizzoni e la giovane sarebbe rimasta sola in casa.

I vicini di casa parlano di frequenti litigi tra il ragazzo e la vittima.

Le indagini sono coordinate dal pm Paola Dal Monte e condotte dalla Squadra Mobile di Parma.

 

Il Fatto Quotidiano
17 07 2013

Nel Rapporto 2013 di Amnesty International dedicato all’Italia, viene menzionata la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, che dopo i 124 casi di femminicidio del 2012 (stimati dalla Casa delle donne di Bologna) ha raccomandato la creazione di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani con una sezione dedicata, l’approvazione di una legge sul tema e la modifica del reato d’immigrazione irregolare per garantire accesso alla giustizia alle migranti in situazione d’irregolarità.

Esortazioni a cui si dimostra favorevole anche Maura Misiti, coautrice del libro-progetto ’Ferite a morte‘ di Serena Dandini e ricercatrice al Cnr di Roma, dove da circa vent’anni studia la problematica della violenza di genere.

“Effettivamente – spiega – se si analizzano i dati raccolti dal numero verde antiviolenza delle Pari opportunità, 1522, si evidenzia che circa il 9% delle donne che si rivolgono al servizio sono straniere. Il 53% di queste denunciano casi di violenza fisica, contro un 35% di donne italiane. E per quanto riguarda la violenza psicologica si parla di un 18% di straniere contro il 12% di connazionali, dove generalmente l’autore della violenza subita è il marito, convivente o fidanzato.
Alcune invece contattano il numero solo per richiedere informazioni di largo raggio, sul come fare le denunce o sulle norme di custodia dei figli. Un elemento che serve a capire le difficoltà che le migranti incontrano proprio a livello di accesso alle informazioni e ai servizi, oltre alla comprensione linguistica”.

Oggi la Direttiva europea n. 29 del 25 ottobre 2012 istituisce le norme minime in materia di diritti di informazione, di assistenza linguistica e protezione delle vittime di violenza, tenendo conto anche delle donne e dei minori stranieri. Disposizioni che potrebbero mettere in discussione delle norme attualmente in vigore in Italia. Dal Rapporto ombra della piattaforma italiana Lavori in Corsa: 30 anni Cedaw risulta infatti che la protezione delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale, generalmente senza documenti in regola, sia resa più complessa dalle modifiche introdotte dal Pacchetto Sicurezza del 2009, giacché è evidente che “se per informarsi o esporre denuncia queste persone rischiano di essere trattenute ed espulse, ovvero soggette a procedimenti penali, la richiesta di aiuto diminuisce drasticamente” soprattutto quando “la denuncia degli sfruttatori non sempre garantisce alle vittime un’adeguata protezione”.

“Oltre a questo – afferma Maura Misiti – se si vuole realmente contrastare la tratta di esseri umani bisognerebbe monitorare il fenomeno con una raccolta sistematica dei dati a livello globale, come ha fatto recentemente l’Eurostat, dove emerge che il nostro Paese ha il primato per tratta di esseri umani: su 23.632 vittime nell’Unione europea, 6.426 sono in Italia. Altrettanto inquietante è il fenomeno della tratta dei minori, che possono arrivare in Europa anche con modalità legittime come motivi di studio o adozione, tanto che dal 23 ottobre 2012 è entrata in vigore la legge italiana di ratifica della Convenzione di Lanzarote.

Spostando l’attenzione sulle donne straniere che lavorano come colf o badanti in Italia, il Rapporto ombra della Cedaw cita un’indagine del 2007 in cui si evidenziava un 17,5% di vittime di discriminazione, con un 23% di maltrattamenti e sfruttamenti economici e un 16,9% di molestie sessuali, “generalmente sottaciute a causa della condizione di isolamento, per paura di perdere il lavoro, la casa, o di essere passibili di denuncia e di espulsione se irregolari”.

“Il fenomeno delle collaboratrici domestiche straniere – afferma Maura Misiti – è decisamente poco conosciuto e include situazioni di enorme vulnerabilità, laddove esiste un rapporto diretto col proprio datore di lavoro. Un’area di sommerso e clandestinità che le svariate leggi fatte non hanno risolto, anzi incentivando il lavoro nero. Una questione che mette peraltro in discussione il sistema di welfare italiano, dove la famiglia si trasforma in ammortizzatore sociale, spesso scaricandosi sulle sole donne”.

Interpellata sul fenomeno delle mutilazioni genitali femminili nel nostro Paese, Maura Misiti risponde: “Dal 2006 esiste una legge che punta sulla prevenzione, con linee guida del ministero della salute rivolte agli operatori sociosanitari che però non hanno avuto una grande diffusione. Una ricerca del 2009 stima che in Italia vi siano circa 35.000 vittime di mgf, di cui un migliaio di potenziali vittime con età inferiore ai 17 anni. Comunque le cose iniziano a muoversi anche nei paesi d’origine delle immigrate, e oggi ben 18 Paesi africani hanno una legge nazionale che sanziona la pratica”.

“Un altro dramma a cui bisognerebbe dare risalto – continua Maura Misiti – è quello della violenza all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione. Limbi con persone molto vulnerabili e senza diritti, dove la cronaca ha evidenziato una lunga cronologia di stupri e maltrattamenti, ben documentati dal movimento Donne contro i Cie.

In quanto alla ratifica della Convenzione di Istanbul votata all’unanimità dal parlamento italiano, Maura Misiti conclude: “L’entrata in vigore è condizionata dalla ratifica di almeno 10 Paesi, di cui 8 appartenenti al Consiglio di Europa, e l’Italia è il quinto ad aver aderito. Quindi, anche se rappresenta un segnale politico molto importante, c’è ancora tanta strada da fare prima che la convenzione venga realmente applicata, anche a livello nazionale, attraverso un processo di implementazione di interventi legislativi, di sensibilizzazione e di prevenzione, includendo la creazione di un osservatorio nazionale sul fenomeno. Per concludere vorrei ricordare che la Convenzione prevede indicazioni specifiche verso le donne migranti e richiedenti asilo, rese particolarmente vulnerabili dal loro status”.

Erika Farris

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