L'Italia a scuola di web per superare il digital divide

  • Lunedì, 05 Gennaio 2015 14:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
05 01 2015

Analfabeti 2.0

Da noi la rete è poco diffusa. Tra le cause la diffidenza dei ceti dirigenti. E il falso mito dei nativi digitali, che maneggiano le tecnologie ma ignorano la grammatica del web. E rischiano così di essere dominati. Questo articolo è stato pubblicato su pagina99we di sabato 6 settembre 2014

L’utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione rappresenta uno dei traguardi fondamentali delle politiche di inclusione sociale e culturale dell’Unione europea. Guardare la curva della crescita di adozione di Internet fra gli italiani è disarmante, dà l’idea di un Paese che a colpi di piccoli punti percentuale rincorre ogni anno una diffusione che altrove è già da tempo consistente. Oggi è il 69% delle famiglie a possedere un accesso Internet da casa contro una media europea del 79% (dati Eurostat sul 2013), posizione da metà classifica. Ma se consideriamo l’uso effettivo di ogni individuo il dato cala al 54,8% (dati Istat): 1 italiano su 2 ha utilizzato Internet nell’ultimo anno contro una media europea di 7 cittadini su 10. Il dato crolla vertiginosamente se prendiamo in considerazione l’uso frequente, infatti solo il 33,5% degli italiani si connette ogni giorno. Le ragioni del digital divide sono evidentemente dentro di noi.

È un ritardo non solo infrastrutturale - su questo aspettiamo il (pare) imminente decreto Sblocca Italia che prevede un piano strategico per la banda ultralarga - ma culturale, una mancanza di senso dell’abitare la rete che ci rende analfabeti nell’era digitale. E questa condizione ha a che fare con un immaginario catastrofista e reazionario che abbiamo prodotto in questi anni attorno all’opportunità di essere connessi e a come il web sia parte costitutiva della nostra vita. Un immaginario costruito attorno a visioni spesso disinformate, veicolate da parte dei media, di intellettuali e di una classe politica che sul digitale si divide attorno a un dibattito culturale (sic!) ancora schiacciato nelle categorie profondamente novecentesche di apocalittici – detrattori del web e di ogni tendenza all’innovazione – e integrati – che attribuiscono a Internet poteri taumaturgici e iperdemocratici, come nella vulgata messa in scena dal duo Grillo-Casaleggio.

 

E d’altra parte i sistemi dell’editoria, delle televisioni e dell’informazione in cui si è sviluppato questo dibattito che orienta l’opinione pubblica italiana sono parte in causa di una trasformazione, quella del digitale, che ha finito per produrre una resistenza culturale costruita attorno ad una narrazione conservatrice: «La preoccupazione per la propria sopravvivenza, il tentativo di congelare un universo intero al suo status quo, ha prevalso su tutto e ha annullato qualsiasi spinta innovativa. Così è accaduto che ritardi, storture e danni considerevoli alla nostra crescita culturale siano stati determinati dalla stessa industria culturale» 

È questa la lucida e amara tesi di Massimo Mantellini nel suo recente saggio La vista da qui (minimum fax), un j’accuse garbato e documentato, molto personale, così come dovrebbe essere un passaparola - «Questo libro stesso è una sorta di tentativo di passaparola per altre vie» -, mezzo contemporaneo di divulgazione perfettamente omologo a quei linguaggi della rete che l’autore frequenta da tempo. Quello che si è prodotto per molti italiani è un senso di estraneità per qualcosa di cui non si sente particolarmente il bisogno, non se ne capisce bene né la portata né il significato, complice un rifiuto per la Rete che «ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali».

 

Anche quando affrontato istituzionalmente Internet si è spesso rivelata una “parola problema” tesa fra il diventare uno slogan propagandistico (ricordate «Inglese, Internet e Impresa»?) e l’essere il luogo delle molte storture della nostra vita pubblica e del mercato da iper-regolamentare. Ci siamo assuefatti a un punto di vista polarizzato del pensare e percepire la Rete e le pratiche correlate al suo uso. Internet ci rende stupidi, come ha spiegato Nicholas Carr (il suo libro è tradotto in italiano da Raffaello Cortina), e in pochi anni diventeremo tutti più superficiali, non sapremo concentrarci per più di qualche minuto o distinguere un’informazione importante da quelle irrilevanti: la tesi della dittatura della Rete, nelle urla del dibattito, difficilmente riesce a essere svuotata di determinismo ragionando attorno ai processi evolutivi e di adattamento cognitivo degli individui, analizzando le mutazioni socio-antropologiche e trasformando il rifiuto in senso critico.

 

Oppure, tesi speculare, Internet è talmente nelle cose che, ad esempio nell’istruzione, non serve dedicargli un momento ad hoc, tanto che il digitale, come ha affermato l’ex ministro Maria Chiara Carrozza, non deve diventare una nuova materia di insegnamento, ma «un mezzo di cui devono avvalersi tutte le materie, come fu per il libro stampato sul quale si basò il sistema scolastico dell’Ottocento». Tanto i ragazzi sono tutti nativi digitali, termine sfortunatamente entrato nel senso comune che ci fa vedere in modo presbite i nostri figli come abitanti naturali di un mondo ipertecnologizzato e con competenze date (per natura?). I giovani conoscono (forse, dovremmo dire, perché il divario crea anche all’interno delle generazioni più differenze che omogeneità) i linguaggi ma poco le grammatiche. E per quanto riguarda gli insegnanti, seguendo la metafora del libro, molti hanno difficoltà a leggere o sono comunque profondamente radicati al tempo dell’oralità. E non si tratta, evidentemente, di rimediare con la presenza delle Lim. Anche qui il ritardo è culturale.

I nostri figli accedono sempre più precocemente a tecnologie di connessione e di messa in relazione mediata e istantanea col mondo che li aprono a una “libertà preconfezionata” attraverso device pronti all’uso progettati da imprese assoggettate a logiche di mercato e dinamiche economiche. La nostra libertà di essere iperconnessi e produrre, condividere e consumare contenuti, molto spesso gratuitamente, va relativizzata a fronte del fatto che abbiamo a che fare con servizi privati (da Google a Wikipedia, da Wordpress a Facebook) che operano in base a principi economici e che costituiscono quindi una black box soggetta a possibili manipolazioni e distorsioni tutt’altro che imparziali. Come scrive Mantellini, «all’interno di questo mimetismo intenzionale, Internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione».

 

Mai come oggi diventa quindi essenziale abbandonare l’idea di una presenza scontata delle tecnologie di comunicazione – e delle pratiche correlate – e metterla a tema, problematizzarla, trattarla come materia di insegnamento, farla entrare nell’agenda del dibattito pubblico, perché Internet, in fondo, è un bene pubblico della nostra era e non può essere lasciato a qualche corsivo corrosivo o a un dibattito tra opinionisti da talk show in seconda serata.

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L'Italia a scuola di web per superare il digital divide

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 08:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
30 12 2014

GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Analfabeti 2.0Da noi la rete è poco diffusa. Tra le cause la diffidenza dei ceti dirigenti. E il falso mito dei nativi digitali, che maneggiano le tecnologie ma ignorano la grammatica del web. E rischiano così di essere dominati. Questo articolo è stato pubblicato su pagina99we di sabato 6 settembre 2014

L’utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione rappresenta uno dei traguardi fondamentali delle politiche di inclusione sociale e culturale dell’Unione europea. Guardare la curva della crescita di adozione di Internet fra gli italiani è disarmante, dà l’idea di un Paese che a colpi di piccoli punti percentuale rincorre ogni anno una diffusione che altrove è già da tempo consistente. Oggi è il 69% delle famiglie a possedere un accesso Internet da casa contro una media europea del 79% (dati Eurostat sul 2013), posizione da metà classifica. Ma se consideriamo l’uso effettivo di ogni individuo il dato cala al 54,8% (dati Istat): 1 italiano su 2 ha utilizzato Internet nell’ultimo anno contro una media europea di 7 cittadini su 10. Il dato crolla vertiginosamente se prendiamo in considerazione l’uso frequente, infatti solo il 33,5% degli italiani si connette ogni giorno. Le ragioni del digital divide sono evidentemente dentro di noi.

È un ritardo non solo infrastrutturale - su questo aspettiamo il (pare) imminente decreto Sblocca Italia che prevede un piano strategico per la banda ultralarga - ma culturale, una mancanza di senso dell’abitare la rete che ci rende analfabeti nell’era digitale. E questa condizione ha a che fare con un immaginario catastrofista e reazionario che abbiamo prodotto in questi anni attorno all’opportunità di essere connessi e a come il web sia parte costitutiva della nostra vita. Un immaginario costruito attorno a visioni spesso disinformate, veicolate da parte dei media, di intellettuali e di una classe politica che sul digitale si divide attorno a un dibattito culturale (sic!) ancora schiacciato nelle categorie profondamente novecentesche di apocalittici – detrattori del web e di ogni tendenza all’innovazione – e integrati – che attribuiscono a Internet poteri taumaturgici e iperdemocratici, come nella vulgata messa in scena dal duo Grillo-Casaleggio.

E d’altra parte i sistemi dell’editoria, delle televisioni e dell’informazione in cui si è sviluppato questo dibattito che orienta l’opinione pubblica italiana sono parte in causa di una trasformazione, quella del digitale, che ha finito per produrre una resistenza culturale costruita attorno ad una narrazione conservatrice: «La preoccupazione per la propria sopravvivenza, il tentativo di congelare un universo intero al suo status quo, ha prevalso su tutto e ha annullato qualsiasi spinta innovativa. Così è accaduto che ritardi, storture e danni considerevoli alla nostra crescita culturale siano stati determinati dalla stessa industria culturale».

È questa la lucida e amara tesi di Massimo Mantellini nel suo recente saggio La vista da qui (minimum fax), un j’accuse garbato e documentato, molto personale, così come dovrebbe essere un passaparola - «Questo libro stesso è una sorta di tentativo di passaparola per altre vie» -, mezzo contemporaneo di divulgazione perfettamente omologo a quei linguaggi della rete che l’autore frequenta da tempo. Quello che si è prodotto per molti italiani è un senso di estraneità per qualcosa di cui non si sente particolarmente il bisogno, non se ne capisce bene né la portata né il significato, complice un rifiuto per la Rete che «ha colonizzato in questi anni i luoghi del potere, le stanze del Parlamento, migliaia di uffici centrali e periferici: ma anche le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le scuole, le cerchie degli intellettuali».

Anche quando affrontato istituzionalmente Internet si è spesso rivelata una “parola problema” tesa fra il diventare uno slogan propagandistico (ricordate «Inglese, Internet e Impresa»?) e l’essere il luogo delle molte storture della nostra vita pubblica e del mercato da iper-regolamentare. Ci siamo assuefatti a un punto di vista polarizzato del pensare e percepire la Rete e le pratiche correlate al suo uso. Internet ci rende stupidi, come ha spiegato Nicholas Carr (il suo libro è tradotto in italiano da Raffaello Cortina), e in pochi anni diventeremo tutti più superficiali, non sapremo concentrarci per più di qualche minuto o distinguere un’informazione importante da quelle irrilevanti: la tesi della dittatura della Rete, nelle urla del dibattito, difficilmente riesce a essere svuotata di determinismo ragionando attorno ai processi evolutivi e di adattamento cognitivo degli individui, analizzando le mutazioni socio-antropologiche e trasformando il rifiuto in senso critico.

Oppure, tesi speculare, Internet è talmente nelle cose che, ad esempio nell’istruzione, non serve dedicargli un momento ad hoc, tanto che il digitale, come ha affermato l’ex ministro Maria Chiara Carrozza, non deve diventare una nuova materia di insegnamento, ma «un mezzo di cui devono avvalersi tutte le materie, come fu per il libro stampato sul quale si basò il sistema scolastico dell’Ottocento». Tanto i ragazzi sono tutti nativi digitali, termine sfortunatamente entrato nel senso comune che ci fa vedere in modo presbite i nostri figli come abitanti naturali di un mondo ipertecnologizzato e con competenze date (per natura?). I giovani conoscono (forse, dovremmo dire, perché il divario crea anche all’interno delle generazioni più differenze che omogeneità) i linguaggi ma poco le grammatiche. E per quanto riguarda gli insegnanti, seguendo la metafora del libro, molti hanno difficoltà a leggere o sono comunque profondamente radicati al tempo dell’oralità. E non si tratta, evidentemente, di rimediare con la presenza delle Lim. Anche qui il ritardo è culturale.

I nostri figli accedono sempre più precocemente a tecnologie di connessione e di messa in relazione mediata e istantanea col mondo che li aprono a una “libertà preconfezionata” attraverso device pronti all’uso progettati da imprese assoggettate a logiche di mercato e dinamiche economiche. La nostra libertà di essere iperconnessi e produrre, condividere e consumare contenuti, molto spesso gratuitamente, va relativizzata a fronte del fatto che abbiamo a che fare con servizi privati (da Google a Wikipedia, da Wordpress a Facebook) che operano in base a principi economici e che costituiscono quindi una black box soggetta a possibili manipolazioni e distorsioni tutt’altro che imparziali. Come scrive Mantellini, «all’interno di questo mimetismo intenzionale, Internet può ridursi a Facebook, gli strumenti di controllo potranno essere celati con maggior facilità, e le politiche di indirizzo economico verranno raccontate senza troppe difficoltà come nuove frontiere della libertà di espressione».

Mai come oggi diventa quindi essenziale abbandonare l’idea di una presenza scontata delle tecnologie di comunicazione – e delle pratiche correlate – e metterla a tema, problematizzarla, trattarla come materia di insegnamento, farla entrare nell’agenda del dibattito pubblico, perché Internet, in fondo, è un bene pubblico della nostra era e non può essere lasciato a qualche corsivo corrosivo o a un dibattito tra opinionisti da talk show in seconda serata.

Cina, Gmail bloccata da tre giorni

Il Corriere della Sera
30 12 2014

La Cina ha bloccato da tre giorni l’accesso a Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Lo riferiscono vari media e una conferma emerge da una pagina del motore di ricerca che riporta in tempo reale il traffico diretto ai suoi prodotti e servizi.

Firewall

In Cina la maggior parte dei servizi di Google sono già bloccati da tempo per contrasti in corso da quattro anni fra il colosso internet americano e le autorità cinesi circa le libertà in rete. Il blocco è iniziato il 26 e il Dyn Research, un accreditato osservatore di internet, precisa che il servizio è stato bloccato dallo snodo di Hong Kong. Nel 2010 Google aveva cominciato a smistare il suo traffico proprio dalla regione speciale cinese di Hong Kong dopo attacchi di hacker e aveva cercato di aggirare, senza successo, i blocchi della censura.

La 27ora
30 12 2014

C’è Sabri Najafi che ha chiesto e ottenuto il riconoscimento del record per la nuotatrice iraniana Elam e che lotta per Soheil, blogger e fotografo iraniano di 30 anni, condannato a morte in Iran per aver insultato il “profeta dell’Islam” su Facebook. Ma anche Laura Stecca che è riuscita a difendere il diritto alla studio di suo figlio Iacopo, adolescente autistico di Padova. E anche Laura Bernoldi, malata di cancro, che ha salvato la propria casa dal pignoramento causato da un piccolo debito.

Queste sono le storie di donne coraggiose che hanno scelto la rete per far sentire la loro voce e far valere i loro diritti. Da tempo infatti è ormai chiaro come lo strumento delle petizioni online riesca a spostare parecchio e mobiliti l’opinione pubblica esattamente come un talk show, un articolo di giornale o un corteo. L’impegno ai tempi di Facebook, lo hanno chiamato gli esperti. In particolare queste donne si sono rivolte a Change.org, piattaforma di petizioni online creata negli Stati Uniti, guidata da Jennfier Dulski e finanziata da personaggi del calibro di Richard Branson, Bill Gates, Reid Hoffman, Arianna Huffington, Ashton Kutcher e che da noi ha raggiunto quest’anno tre milioni di utenti.

Il dato interessante, al di là dei singoli casi, è che il 53 per cento degli iscritti sia di sesso femminile. Una cifra che smentisce dunque lo stereotipo che vuole le donne incapaci di usare la tecnologia e la rete. Se si va poi oltre i numeri, si nota come l’uso femminile del web sia mosso in molti casi dal desidero di fare network per portare avanti delle cause e delle iniziative che abbiano un impatto sulla vita reale. “Molte utenti, pur partendo da storie personali, hanno deciso di rivendicare diritti comuni”, spiega Elisa Finocchiaro, responsabile delle campagne di Change.org in Italia. Tra queste, parecchie sono mamme. “Penso al caso della madre di Matteo Armellini che si è vista riconoscere un indennizzo di 1936.80 euro per il decesso del figlio morto mentre montava un palco per un concerto di Laura Pausini e ha sollevato il problema della sicurezza sul lavoro per i precari. Ma anche la mamma di Carlo Macro che ha lottato affinché la morte di suo figlio non venisse strumentalizzata e trasformata in un caso di razzismo“, racconta.


E non ci sono solo le madri, come dimostra la storia di Ilaria, cresciuta cresciuta a Savona, dove aleggia l’ombra nera del carbone da 40 anni, per via dell’impianto di Vado Ligure, di proprietà Tirreno Power, sul quale la Procura di Savona sta svolgendo indagini per disastro ambientale e omicidio colposo. Ilaria, dopo aver sconfitto il linfoma di Hodgkin, ha deciso di battersi contro il progetto di una nuova centrale a carbone a Porto Tolle, nel delta del Po.

Dalle storie di chi combatte in rete a chi queste battaglie le rende possibili, il passo è breve. A 31 anni, un passato nella cooperazione internazionale con Medici senza Frontiere e con la Fao, Elisa Finocchiaro è una delle poche donne che lavora nel comparto tech in Italia. Certo, il suo profilo non è quello di un tecnico ma la sua storia rappresenta un’eccezione in un paese dove una donna a 31 fa molta fatica a vedere affermate le sue aspirazioni. “Per ottenere questo lavoro ho dovuto superare una selezione molto rigorosa”, racconta. Nessun legame di amicizia, nessuna raccomandazione. Elisa è stata scelta per il suo curriculum.

Più web ai detenuti, ce lo chiede l'Europa

Uso del web nelle carceri per favorire il reinserimento socialeUn significativo svantaggio sociale che non può che rendere più difficile un effettivo reinserimento. Proprio le Epr sottolineano come la vita in carcere dovrebbe avvicinarsi "il più possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera" (Regola 5) e che tutta la detenzione dovrebbe "essere gestita in modo da facilitare il reinserimento nella società libera delle persone che sono state private della libertà" (Regola 6).
Andrea Oleandri, Cronache del Garantista ...

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