×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Il Mattino
11 02 2014

Nove minori su dieci navigano in rete quotidianamente. Sei su dieci sono da soli quando utilizzano internet. Solo uno su dieci si connette per studiare, mentre uno su quattro preferisce chattare. Sei su dieci ragazzi ammettono di divertirsi a scambiare foto e video hot in rete».

Sono solo alcuni dei dati emersi dall'indagine sull'uso di internet da parte dei minori, condotta per il Moige da Tonino Cantelmi, professore di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione presso l'Università Lumsa, su un campione di mille studenti delle scuole elementari, medie e superiori. I dati sono stati presentati oggi in occasione del lancio del progetto «Per un web sicuro», promosso dal Moige (Movimento italiano genitori), TrendMicro e Cisco, in collaborazione con Google Italy e Polizia postale e delle comunicazioni. Obiettivo del progetto, che per la sua terza edizione ha come madrina Milly Carlucci, è sensibilizzare oltre 40mila persone, tra ragazzi e genitori, nonni, docenti, su un uso responsabile e corretto della rete.

«Per voi non c'è distinzione tra mondo reale e virtuale: il mondo virtuale è assolutamente reale» spiega Maria Rita Munizzi, presidente del Moige, rivolta direttamente agli studenti delle scuole medie presenti all'incontro. «Questo è normale per voi ragazzi, mentre non è normale che gli adulti "formatori" sappiano così poco di questo mondo. Per questo - sottolinea - il progetto è volto soprattutto a creare una formazione per genitori, insegnanti e nonni, perchè attraverso loro possiamo arrivare a voi». A preoccuopare particolarmente è la pratica, ormai molto diffusa, del 'sexting', lo scambio di foto e video hot, «dal momento che - avverte la presidente del Moige - al di là delle considerazioni morali, diventa spesso l'anticamera del "cyberbullismo"».

Secondo l'indagine Moige infatti, «sei ragazzi su dieci non hanno problemi a dichiarare di essersi divertiti a scambiare foto e video hot in rete. I mittenti sono soprattutto amici (38,6%), di meno i partner (circa 27%), meno ancora gli sconosciuti (22,7%)». «Sei adolescenti su dieci inoltre, appartenenti alla classe d'età 14-20, almeno una volta hanno utilizzato foto e video per prendere in giro qualcuno, e uno su cinque dichiara di farlo spesso». «È indispensabile un'opera di sensibilizzazione continua per formare una nuova generazione consapevole delle potenzialità, ma anche dei rischi del web» afferma in proposito Antonio Apruzzese, direttore del Servizio Polizia postale e delle comunicazioni, che avverte i ragazzi: «una "fesseria" fatta sul web è ben diversa da una fatta, ad esempio, nell'ambito della classe: la rete dà l'illusione di poter fare qualunque cosa nascondendo la mano. Invece fare una 'fesserià sul web vuol dire farla al livello mondiale, e spinge anche a ricercare la mano che c'è dietro».

Allarmanti anche i dati emersi sugli appuntamenti al buio: «il 14% degli intervistati ha incontrato le persone conosciute su Internet e il 13% dei ragazzi tra i 14 e i 20 anni ha scambiato il suo numero di cellulare con gli estranei contattati tramite chat». Sul tema è arrivato l'appello della madrina del progetto, Milly Carlucci, raccolto anche da Carla Targa, Marketing & communications manager di Trend Micro Italy e Giorgia Albertino di Google Italy: «fidatevi solo dei vostri genitori, di chi vi vuole veramente bene». Da Marco Fabriani, Civic Council di Cisco Italia viene infine l'invito a «sfruttare, con la massima sicurezza, tutte le potenzialità che internet mette a disposizione».

Corriere della Sera
09 02 2014

 

Se un testo parte da casi personali, accaduti a parlamentari e figure istituzionali, perde di efficacia, perché acquista l'odore di legge ad personam.

di Marta Serafini


Stamattina, come molti, ho letto la lettera che Alessandra Moretti del Pd ha scritto al Corriere della Sera annunciando una legge contro l‘hatespeech (l’odiosa pratica in rete di prendere di mira qualcuno e insultarlo). Come tanti altri, ho trovato parecchi punti di questo scritto molto deboli.

Alessandra Moretti nei giorni scorsi è stata protagonista di offese sessiste da parte di un collega del M5S e di attacchi hacker decisamente odiosi. Pratiche e comportamenti che abbiamo tutti criticato. Ora, però, l’onorevole di Moretti dice “non ci sto, voglio una legge che regoli gli insulti sul web e tuteli le persone attaccate”. Ed è comprensibile, dal punto di vista umano, la sua esasperazione, così come è comprensibile la rabbia di una sua collega del M5S che è stata schiaffeggiata in Aula. Le leggi, però, in una democrazia liberale, andrebbero fatte per tutelare i più deboli, per chi non ha voce e non ha la possibilità di difendersi. In primis i minori. E su questo, a onor del vero, Moretti fa un accenno, parlando genericamente di “ragazze”. Un passaggio veloce, su cui però forse varrebbe la pena spendere qualche parola in più.

Quindi perché Moretti non si concentra di più sulla sostanza piuttosto che sulla forma di questo problema?


A mio avviso, questa legge andrebbe fatta per i minori e non per gli adulti. E il motivo è molto semplice. Perché sono loro i soggetti deboli, sono loro di cui abbiamo raccontato i casi di suicidi in questi mesi, sono loro che si trovano totalmente privi di tutela in rete. Noi adulti, sappiamo come difenderci. Sappiamo tenere la schiena dritta, sappiamo che se un idiota ci dice sei una p….a (io mi rifiuto di ripetere, per una questione di buon gusto) sia che lo faccia in rete o che lo faccia in pubblico non è la verità. E sappiamo anche che, se vogliamo possiamo denunciare l’accaduto, rivolgendoci agli avvocati. Cosa che Moretti ha giustamente già fatto.

Altro punto. Il dibattito su una legge è fondamentale per la sua stesura e per il suo percorso. Se un testo parte da casi personali, accaduti a parlamentari e figure istituzionali, perde di efficacia, perché acquista immediatamente l’odore di legge ad personam. O, peggio, di legge fatta perché il potente di turno si è sentito offeso. Quindi, per favore, non partiamo lancia in resta solo perché siamo state attaccate a livello personale. Non serve a nulla. E, anzi, indebolisce in partenza un dibattito che magari vale la pena fare.

Allora perché fare di un caso personale una crociata pubblica?

Quando si parla di hatespeech, inoltre, il discorso viene ricondotto alle discriminazioni di genere. E così fa anche Moretti citando (con alcuni evidenti refusi) esempi americani di leadership femminile aziendale nella Silicon Valley. Peccato che i due discorsi siano completamente diversi. Gli insulti su Twitter NON riguardano solo le donne. Sono più potenti e violenti nei confronti delle donne. Ma lo sono proprio come accade per la strada o sulla carta stampata. Lo dimostra anche il fatto che a minacciare di morte una femminista britannica siano stati una donna e un uomo, poi condannati. Sotto questo punto di vista la rete non è altro che uno specchio della triste realtà. Riflette il maschilismo che ancora pervade la nostra società. Quindi prendersela con i social network non serve a nulla.

La questione della presenza delle donne in posti chiave di comando, invece, è altro argomento. Di cui abbiamo ampiamente discusso anche su questo blog (qui e qui, solo per citare due esempi) ma non ha nulla a che fare con l’anonimato in rete. Quindi, per favore, non confondiamo i piani.

Forse ci vuole un bel respiro prima di parlare perché riconducendo il dibattito a una lotta uomini contro donne non facciamo altro che farci del male.

Ultimo punto è proprio la proposta di legge dell’onorevole Moretti, che non abbiamo avuto ancora il piacere di leggere. Se Moretti intende colpire l’anonimato in rete, sappia che questo praticamente non esiste. Esistono invece già delle leggi che costringono Google, Facebook, Twitter e i provider (come li chiama Moretti) a fornire dati ed estremi di chi insulta e minaccia, se c’è denuncia delle autorità giudiziarie.

Se non c’è denuncia o procedimento di fronte alle autorità competenti E’ SACROSANTO che i nostri dati e il nostro illusorio anonimato rimanga tale (dico illusorio perché come tutti ho letto del Datagate). Anzi, come ho già scritto qui, magari una donna attraverso un account anonimo in rete può denunciare un sopruso, così come chi pensa che i suoi diritti umani siano stati violati può combattere una dittatura.

Per concludere, ricordo ad Alessandra Moretti, che so avere a cuore la libertà in tutte le sue forme, che in Turchia è stata appena approvata una legge bavaglio che permette di bloccare qualunque sito o account, anche laddove non ci sia denuncia. E’ uno strumento di censura enorme, che in mano alle persone sbagliate può diventare un’arma affilata quasi quanto la possibilità di trattenere una persona senza autorizzazione del giudice. Questa legge arriva dopo le proteste di Gezi Park, organizzate e comunicate per lo più sui social network. Erdogan però ha dichiarato di aver appoggiato questa legge per tutelare la privacy dei cittadini, minori compresi.

Twitter @martaserafini

PS. Questa è la replica che ci arriva dalla deputata Alessandra Moretti via Twitter e che noi pubblichiamo

Corriere della Sera
10 02 2014

Lo smarrimento nell’affrontare e risolvere i conflitti è lo specchio di una crescente mancanza di «intelligenza sociale»

di Stefano Blanco*


Se c’è un divario digitale tra coloro che hanno accesso alle tecnologie e coloro che ne sono esclusi, è ormai acclarato che ne aumenta un altro tra il mondo digitale, in particolare quello dei social network, e il mondo reale. Nelle nuove generazioni di studenti medi ed universitari la correlazione tra un uso smodato dei social e alcune incapacità di affrontare i problemi della vita reale si fanno ogni giorno più evidenti. Esplodendo quando dal mondo dello studio si passa a quello pienamente adulto del lavoro.

Troppe volte gli adulti, prigionieri di giovanilistiche effusioni per questi mezzi, faticano ad avere un quadro limpido sul tema. Se qualche anno fa le aziende correvano alla ricerca dei cosiddetti nativi digitali, oggi la sensazione è che un eccessivo appiattimento verso le logiche dei social network porti con sé persone con un impoverimento di alcune competenze chiave per la vita lavorativa e non solo. In primis, i social network allenano ad uno stile di discernimento del tipo like/unlike , impoverendo la capacità di comprensione di una realtà contemporanea che ha, al contrario, una complessità non pienamente comprensibile. La semplificazione porta ad una superficialità nell’affrontare i problemi. Così come la leggerezza di valutazione che si esprime in rete (troppo spesso anonima) porta conseguenze nefaste e inaspettate più che reali per gli autori.

Lo smarrimento nell’affrontare e risolvere i conflitti, naturale e determinante nella costruzione di legami sani sul lavoro e in famiglia, è lo specchio di una crescente mancanza di «intelligenza sociale» che si manifesta in una difficoltà alla relazione con persone e organizzazioni reali. Così, a lato di una immensa potenzialità di allargamento di orizzonti anche sociali e di conoscenza, si avverte la pericolosa tendenza a rileggere il proprio stare al mondo entro schemi che non appartengono alla vita reale. Effetti indesiderati che impoveriscono non solo i singoli ma la società nel suo complesso.

Giornalettismo
20 12 2013

Su Facebook nelle ultime ore viene condivisa una fotografia che ha per protagonista un bambino biondo in braccio ad una donna rom, immortalate alla stazione metropolitana di Roma Tiburtina. L’immagine è corredata da un appello in cui s’invita a divulgare l’immagine perché la bambina piangeva tanto.

L'ALLARME - Questo il testo della didascalia a corredo dell’immagine:

Vi prego divulgate….ho visto questo bambino a Tiburtina adesso in braccio a una zingara che piangeva tanto.

Ma come ha dimostrato la cronaca negli ultimi mesi, anche i rom possono avere dei bimbi biondi e se l’allarme non è giustificato si rischia di cadere nel penale. Nove Firenze ci ricorda la denuncia per diffamazione e procurato allarme intentata contro alcuni utenti Facebook a causa di una fotografia scattata da un residente di Montevarchi, in provincia di Arezzo, che venerdì 4 ottobre immortalò su un autobus di Firenze due donne rom insieme ad una bimba bionda.

Il pregiudizio sul colore ha portato all’affermazione che le due avessero rubato la piccola scatenando una serie di commenti razzisti salvo poi scoprire, grazie all’interessamento della rappresentanza Rom, che la piccola era davvero figlia di una famiglia rom di Quaracchi, in provincia di Firenze.

IL CASO DI MARIA - La responsabile della fotografia, invitata a chiedere scusa ai genitori, ha cancellato la foto non ammettendo di aver violato la legge fino alla denuncia. Ed a proposito di pregiudizi, in Grecia la polizia aveva dichiarato il 24 ottobre di aver trovato una bimba bionda in un campo rom, rapita da una famiglia. In ventiquattro ore si moltiplicarono le segnalazioni provenienti da tutta Europa relative ad una piccola somigliante a Maria, questo era il suo nome. Il giorno dopo si scoprì che la bambina venne venduta dalla madre naturale, Sasha Ruseva, per 250 euro. Il motivo? Non poteva mantenerla. Eppure secondo il pregiudizio la piccola venne rapita. Segno che bisogna aspettare prima di esprimere giudizi.

Maghdi Abo Abia

Internet in carcere, perché no?

  • Martedì, 10 Dicembre 2013 08:24 ,
  • Pubblicato in Dossier
Susanna Ripamonti, carteBollate
9 dicembre 2013

Internet in carcere, perché no? E'  il tema centrale che affrontiamo nel dossier di questo nuovo numero di carteBollate. Ci chiediamo e abbiamo girato la domanda agli addetti ai lavori, se sia proprio impensabile un accesso limitato e controllato al web, anche per chi sta in carcere,

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)