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Il Fatto Quotidiano
26 08 2013

Il premier turco continua a manifestare più di frequente propositi fortemente conservatori per il paese. Come riporta il sito del quotidiano Hurriyet, il primo ministro stava elogiando la squadra di calcio del Rize, quando ha cominciato a promettere più servizi sportivi separati per "evitare che i giovani di Rize prendano cattive abitudini"

Dopo aver autorizzato il velo islamico nelle scuole il premier della Turchia Recep Tayyip Erdogan promette piscine separate tra uomini e donne. Piscine olimpioniche separate per i due sessi promette il primo ministro. Che manifesta sempre più di frequente propositi fortemente conservatori per il paese. Come riporta il sito del quotidiano Hurriyet, il premier stava elogiando la squadra di calcio del Rize, città sul Mar Nero, quando ha cominciato a promettere più servizi sportivi per la zona. “Non ci sarà solo il calcio – ha detto – Ci sarà anche il basket e il nuoto. E costruiremo piscine olimpioniche per soli uomini e quelle per sole donne”. L’obiettivo, ha detto il premier, è “evitare che i giovani di Rize prendano cattive abitudini”. Per la città di Rize, il premier ha infine promesso più scuole religiose.

L’opposizione, da tempo, lo accusa di avere un ”piano segreto”, di lavorare a una ”islamizzazione rampante” del Paese. Lui dice di volere preparare ”generazioni timorate di Dio”, ha autorizzato il velo islamico nelle scuole e costruisce moschee. Una delle ultime polemiche ha riguardato le carte di credito. Dopo la protesta dei giovani – per il caso degli alberi di Gezi park - che ha causato un crollo dei consensi per il suo partito islamico Akp, con la Lira traballante, i tassi sul debito che sono schizzanti in alto, Erdogan ha additato al paese”le carte di credito. “Non usatele!” aveva tuonato a Istanbul durante un iftar, la cena serale che ogni giorno rompe il digiuno del Ramadam. Le banche sono “insaziabili” aveva avvertito: “Se la gente spendesse quanto vorrebbero le banche, non riuscirebbe mai a mettere insieme tutti quei soldi”.
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Femminismo a Sud
27 08 2013

Il video
è a cura del Collettivo VengoPrima che è stato ed è protagonista di una r-esistenza che in Veneto ha visto tante donne tentare di opporsi all’ingresso dei volontari del Movimento per La Vita nelle corsie degli ospedali. Da quel che leggo a proposito della convenzione stipulata tra l’associazione e la Asl padovana sembrerebbe però che il MpV sia riuscito nel suo intento.

Quel che succede a Padova ha comunque radici più lontane.

Nel 2010 il neogovernatore Zaia legittimava a livello istituzionale le istanze no-choice e giusto a partire da Padova ricordiamo una assemblea di donne e una manifestazione a Venezia per difendere autodeterminazione e diritti acquisiti.

Nel 2012 il MpV presentava alla regione una proposta di legge di iniziativa popolare per fare entrare i suoi volontari in consultori e ospedali pubblici. La proposta venne ripassata, con alcune modifiche, e presa in considerazione anche grazie ai voti del Pd (11 per l’esattezza). A questo proposito potete leggere QUI il report del Collettivo VengoPrima.

QUI potete leggere una ricostruzione della faccenda a cura di #Save194Lazio. Infine le donne che si opponevano alla legge invitarono a scrivere a tutti i riferimenti regionali per tentare di impedire la redazione del regolamento di applicazione delle eventuali norme.

Non paghe di tutto ciò, le forze del bene a tutela dell’embrione, continuavano gli esercizi di preghiera fuori da ospedali vari non senza incontrare altre donne di parere totalmente opposto.

Infine la notizia più recente che parla della Convenzione padovana grazie alla quale, per l’appunto, le volontarie e i volontari del movimento per la vita potranno entrare nelle corsie d’ospedale (pubblico). Così saranno autorizzati ad aprire uno sportello d’ascolto “nel polo di Piove di Sacco ma anche a girare per i reparti, muniti di appositi distintivi di riconoscimento.”

La Convenzione sembrerebbe anticipare un vuoto legislativo tuttora esistente colmato “con l’emendamento preparato al volo dal presidente della commissione Sanità, che vede la Regione «promuovere la diffusione, la divulgazione e l’informazione sui diritti dei cittadini in ogni ambito, in particolare con riferimento alle questioni etiche e della vita».”

Sicché in quell’ospedale i volontari no-choice potranno parlare con le pazienti, dare “sostegno morale e psicologico” (con quale preparazione? a che titolo? non esistono sufficienti psicologi negli ospedali pubblici che accedono tramite concorso? e soprattutto è un “sostegno” richiesto oppure no?), fare “sensibilizzazione della comunità civile” (leggasi evangelizzazione e indottrinamento, ché se io chiedo di fare la stessa cosa da femminista immagino mi caccino fuori a calci, no?), “promozione di iniziative formative, educative e informative“. Ai volontari no-choice pare che l’Asl garantisca anche la copertura assicurativa giacché “si impegnano a: «segnalare eventuali disfunzioni nei servizi, partecipando a verifiche sulla qualità ed elaborando proposte per il loro miglioramento»” e perdonatemi se questo non mi rende per nulla serena.

Il punto è che gli ospedali pubblici vengono pagati con risorse pubbliche, dunque con le vostre tasse. Imporre in quel contesto una dottrina e un indirizzo che non ha nulla di laico è giusto? E’ giusto esporre le donne che scelgono di abortire alla propaganda di movimenti no-choice? E’ giusto esporre queste donne ad una costante pressione, patologizzazione, criminalizzazione e al ricatto psicologico?

Chiunque abbia voglia di realizzare delle opportunità per le donne ha il dovere di farlo senza sovradeterminarle e a partire dall’ascolto, dal rispetto per le loro scelte.
Ma quel che vorrei sapere adesso è: l’emendamento presentato in commissione sanità regionale per consentire tutto questo è stato votato a maggioranza? all’unanimità? da chi?
 
Inoltre, parlando di prevenzione per impedire l’aborto: non mi risulta che il MpV contempli la possibilità di accedere a corsi di educazione sessuale in cui si spieghi come prevenire gravidanze indesiderate. Anzi, mi pare abbiano dei problemi anche con la contraccezione, quella ordinaria e quella d’emergenza. La loro attività, da quel che so, sostanzialmente punta a farti accettare quel che avviene perché si intenderebbe che le donne che abortiscono poi vivrebbero traumi inenarrabili perché infelici, inadeguate, bambine, irresponsabili.

Parlare con le donne dei gruppi no-choice è quasi impossibile perché ti impongono una morale, non ti lasciano il diritto di autodeterminarti, essere informata ed assistita qualunque sia la tua precisa scelta. Inutile dire che una legge deve invece per forza di cose essere laica, ovvero deve garantire a loro di fare ciò che credono, perché nessuno impone l’uso della contraccezione, l’aborto, se non vogliono, ma deve allo stesso tempo garantire a me e a tutte le donne che ne hanno necessità di fruire di servizi che mi sono dovuti.

Dunque il dibattito resta sempre fermo sugli stessi punti e nel frattempo continua la crociata tesa a rendere impossibile l’applicazione della Legge 194. Oltre a tutto quello che ho già ricordato vale la pena aggiungere che da qualche anno, per esempio, in maniera sempre più insistente, gruppi no-choice chiedono l’approvazione di regolamenti comunali e regionali che istituiscono cimiteri per i feti e per gli embrioni con obbligo alle donne che abortiscono, per scelta o per motivi terapeutici, di optare per la sepoltura o la discarica, tanto per indurre altro senso di colpa, e i cimiteri sono il modo attraverso il quale si suggerisce che l’embrione è una persona e chi ne causa la prematura sepoltura sarebbe un’assassin@.

Ancora più importante è l’iniziativa “Uno di Noi“, con l’obiettivo di raccolta di un milione di firme in tutta l’Europa, da presentare alla Comunità Europea, per chiedere “l’esplicita affermazione che ogni essere umano, fin dal concepimento, è titolare di tutti i diritti umani, a cominciare quindi da quello alla vita.“. Rendere l’embrione titolare di diritti “umani” significa evidentemente anche stabilire che l’aborto sarà considerato un crimine contro l’umanità. Non vedete anche voi un bel futuro fatto di galere e catene per donne e medici che praticano l’aborto?

In tutto ciò i Movimenti no-choice dimenticano la quantità di donne morte per aborti clandestini, modalità che a fronte della enorme quantità di obiettori di coscienza nei nostri ospedali sembra essere tornata di moda tra quelle persone che non possono permettersi un intervento presso privati. Perché ad agire nella clandestinità la differenza tra la vita e la morte la fanno sempre i soldi. Le povere e le migranti ricorrono sempre più spesso ad un farmaco che non è meno dannoso e tragicamente pericoloso degli infusi di prezzemolo o del ferro da calza che finiva per massacrare l’utero.

Possibile, davvero, che nel 2013 le donne devono ancora fare le barricate per avere diritto a vivere una sessualità consapevole, consensuale, sicura e una maternità responsabile?

Un altro genere di comunicazione
26 08 2013

L’alcol riscalda, disseta, ubriaca. L’alcol rende euforici o malinconici.
Se assunto in quantità eccessive, procura danni al fegato e impotenza, cirrosi epatica o dipendenza.
Ma non stupra.
Non c’è mai stato un caso di stupro ad opera di un cocktail o di una bottiglia di birra.

L’alcol non stupra, non lo fa nemmeno la minigonna o gli shorts. Gli stupri li compiono solo gli stupratori.
Il prefetto di Lecce non sembra pensarla così. Quindi dopo gli ultimi casi di strupro in Puglia, in particolare sulla costa salentina, ha deciso, di fermare alcolici e happy hour, d’ accordo con i gestori dei locali notturni, per “fermare l’emergenza”.

Divieto di somministrazione di superalcolici, riduzione del numero delle feste autorizzate e con un numero di partecipanti limitato.
Giuliana Perrotta, prefetto di Lecce, si era infatti scagliata giorni fa contro l’uso smodato di alcol riferendosi agli ultimi atti di violenza:
“Girano bottiglie di superalcolici da dieci litri, con violazioni, tra l’altro, della normativa fiscale. Situazioni che poi finiscono col generare episodi di violenze sessuali, presunte o meno che siano, ai danni di ragazze che vengono travolte da tutto questo“

Insomma l’alcol è il responsabile delle violenze e in quanto tale viene bandito.
Nè il prefetto, nè i giornalisti che riportano la dichiarazione spendono una sola parola per ricordare che la causa delle violenze sessuali è invece a cultura sessista in cui galleggiano le generazioni italiane, lo svilimento costante delle donne quali semplici oggetto di sguardo e di consumo del genere maschile.
Questo sì, anche nelle pubblicità degli alcolici.
Gli uomini bevono e poi stuprano. Le ragazze bevono e si fanno stuprare.

Si parla di emergenza da fronteggiare e si rinnova il proibizionismo.
Ennio Cillo, procuratore aggiunto di Lecce rivela poi un passaggio fondamentale:
“I casi di violenza sessuale sui quali stiamo indagando non sono peculiari ad un allarme specifico su Gallipoli ma piuttosto sintomo di un disfacimento dei costumi che si sta registrando dovunque”

Si tratta quindi di un’ emergenza morale, “un disfacimento dei costumi” annunciato con la disarmante semplicità di una cultura che ancora considera lo stupro reato contro la morale e non contro la persona.

Un’emergenza falsata inoltre, perchè numeri e generazioni dimostrano come la violenza sulle donne sia strutturale, connaturata al sistema di dominio patriarcale e di cultura maschile e maschilista del nostro Paese.

Si tratta quindi più che del “disfacimento dei costumi”, del consolidamento di quelli strettamente legati alla cultura maschilista che genera violenza e della continua colpevolizzazione di quelli femminili, perchè le donne o hanno la minigonna, o hanno bevuto, comunque sono colpevoli, comunque vanno difese da se stesse.Non dagli stupratori, ma dalle situazioni in cui potrebbero mettersi.

Melting Pot
27 08 2013

di Grazia Satta

L’identificazione dello straniero non è sufficiente per la riammissione ai sensi del regolamento Dublino
L’Italia non è un Paese per rifugiati.
E’ quanto ha stabilito il Tribunale Amministrativo di Frankfurt Am Main il 2 aprile 2013 a proposito della vicenda di un giovane afgano di 24 anni che, dopo quattro mesi in Grecia, il 14 dicembre 2010 è giunto in nave nel nostro paese.

Nell’ospedale di Lecce, dove è stato ricoverato qualche ora, ha ricevuto la visita di un paio di poliziotti, che parlando un inglese approssimato, senza l’ausilio di alcun mediatore, gli hanno preso le impronte digitali. Pare che nessuno dei poliziotti e tanto meno lui, abbia pronunciato la parola “asilo”.
Il 25 gennaio 2011, dopo un viaggio con tappe Roma, Parigi e arrivo finale a Francoforte, con relativo fermo da parte della polizia tedesca, l’Italia ha concesso il permesso di riammissione nel proprio territorio. Le autorità tedesche hanno autorizzato il rinvio verso l’Italia in applicazione del regolamento Dublino, ma il giovane afgano ha presentato ricorso contro la rinvio in Italia aggiungendo al suo dossier un certificato medico psichiatrico che attesta la sofferenza di uno stato post traumatico.

La rilevazione delle impronte, si legge nel dossier, non sono una prova della presentazione di domanda d’asilo e tanto meno il documento sgrammaticato della “Questura in Lecce (Otranto)”.
Infatti la domanda d’asilo è tale quando l’autorità riceve una richiesta scritta dall’interessato e tale richiesta è protocollata. Niente di tutto ciò è stato fatto.

Le autorità tedesche respingono dunque il rinvio in Italia del giovane ritenendo inadeguato il Bel Paese alla presa in carico del ragazzo.
Le stesse autorità italiane riconoscono di non avere una visione d’insieme sulle capacità effettive del sistema di accoglienza.

Il sistema di accoglienza italiano è tortuoso e segmentato: prevede la presa in carico dei richiedenti in centri di accoglienza chiamati CARA per una permanenza di 20 giorni durante i quali avviene l’identificazione. In tutto il paese ci sono 9 CARA gestiti da privati scelti dalle prefetture secondo una procedura di scelta con domanda scritta. Esistono inoltre dei centri, non per richiedenti asilo, ma che li accolgono ugualmente, chiamati CDA.

Successivamente, passati i 35 giorni, il richiedente è preso in carico dallo SPRAR, il sistema di protezione per i domandanti asilo e i rifugiati. Tali centri sono gestiti dai comuni, dalle province, e da organizzazioni private che ricevono una sovvenzione su richiesta scritta.
Tutte queste strutture sarebbero in fase di miglioramento se ci fossero i fondi. Attualmente sono paragonabili a gironi danteschi in cui sovraffollamento, promiscuità sono i fenomeni meno gravi.
Nel frattempo il richiedente asilo si perde nei meandri di una burocrazia tortuosa capace di creare incertezze, tante ansie e momenti di “limbo” istituzionale nei quali intervengono in modo naif diverse strutture, comprese quelle religiose.
Spesso durante questi periodi non sono coperti dall’assistenza sanitaria e il disagio che ne consegue è notevole, tanto da fare scaturire un pronunciamento di tale gravità da parte del tribunale tedesco.
L’Italia non è un Paese per rifugiati.

Verwaltungsgerich Frankfurt am Main 9.07.2013

Jugement de Tribunal administratif de Francfort sur le Main 9 juillet 2013



Global Voices
26 08 2013

A una sola settimana di distanza dalle proteste contro l'omofobia da parte degli sportivi ai mondiali di atletica leggera di Mosca, e dopo le dichiarazioni della tre volte campionessa Yelena Isinbayeva [it] a favore della legge antigay russa [it], è il Brasile a discutere dell'argomento attraverso lo sport.

Una foto condivisa dal giocatore del Corinthians [it], Emerson Sheik [it], ha scatenato una serie di polemiche sui social network brasiliani. Nell'immagine il numero 10 festeggia la vittoria della sua squadra baciando un amico.

"Tem que ser muito valente, para celebrar a amizade sem medo do que os preconceituosos vão dizer. Tem que ser muito livre para comemorar uma vitória assim, de cara limpa, com um amigo que te apóia sempre.

Bisogna essere molto coraggiosi per celebrare l'amicizia senza avere paura di quello che potrebbe dire la gente prevenuta. Bisogna sentirsi liberi per festeggiare in questa maniera, a viso aperto, vicino ad un amico che ti sostiene sempre."

È bastato un bacio perché che il calcio, notoriamente simbolo di virilità, diventasse sede di dibattito sull'omofobia.

Le critiche al comportamento del calciatore non si sono fatte attendere a lungo sulla rete e si sono susseguite anche fuori. Un gruppo di fanatici appartenenti alla tifoseria chiamata Camisa 12 [pt, come i link successivi eccetto ove diversamente indicato], si è presentato sul campo dove la squadra svolge gli allenamenti, richiedendo le scuse ufficiali e la ritrattazioni delle dichiarazioni di Sheik. I tifosi avevano preparato striscioni con scritte come: “qui niente invertiti“ (sic) e “questo è un posto da uomini”.

Sul loro profilo Twitter, il gruppo Camisa 12 (@Camisa12oficial) ha dichiarato:


Disapproviamo atteggiamenti isolati che denigrano l'immagine del Corinthians e dei suoi tifosi, esigiamo rispetto e fedeltà! Questo è il Corinthians!

— Camisa 12 Oficial (@Camisa12oficial) 19 agosto 2013

Come ricorda Wilson Gomes, in un ambiente come quello calcistico, l'utilizzo di una terminologia che rimandi all'omosessualità è sempre stato un mezzo per sminuire gli altri:

Faccio innanzitutto una distinzione: non è importante tanto “il caso del bacetto di Sheik” quanto “lo scandalo creatosi attorno”. Tengo sempre a mente una regola di antropologia sociale che non dimentico mai: si può capire profondamente una data cultura dagli avvenimenti per i quali si scandalizza.

Tuttavia, la rete si è riempita anche di messaggi a sostegno del calciatore.

Non c'è voluto molto per creare una riedizione della “protesta di baci“ [it], la campagna contro l'omofobia della Commissione per i Diritti Umani in Brasile, realizzata online lo scorso aprile.

La protesta è iniziata con una foto pubblicata dai fratelli Fernando e Gustavo Anitelli, membri del gruppo O Teatro Mágico.

In seguito l'idea si è sviluppata nel Blog do Rovai ed è circolata online con gli hashtag #Sheiktamojunto e #vaicurintia.

Anche altri utenti hanno iniziato a postare le proprie foto a favore della campagna:

Il blog Impedimento ha ricordato il periodo della Democrazia Corinthiana [it], considerato “il più grande movimento ideologico nella storia del calcio brasiliano”. La squadra era autogestita dai giocatori stessi, ricalcando il modello politico della democrazia.

Il bacio di Sheik ha sollevato manifestazioni e proteste che non sono in linea con la Democrazia del Corinthias, nonostante il calciatore non avesse alcuna intenzione politica con tale gesto. Non è niente di grave, ma non avevamo mai visto nessun calciatore brasiliano affrontare “questo stupido pregiudizio che esiste nel calcio”, come affermato da Sheik stesso, dopo le conseguenze del suo gesto.

La foto del bacio di Emerson Sheik è divenuto il simbolo della lotta all'omofobia, in un mondo in cui 76 Paesi considerano illegali le relazioni omosessuali, o come il blogger Fabio Chiorino l'ha definito “un piccolo bacio per l'uomo, un grande passo per il calcio brasiliano”.

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