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L'Espresso 
21 08 2013

Si chiamano proprio così, come i terroristi italiani di trent'anni fa. Ma sono gruppi di ragazze che nell'Uttar Pradesh pattugliano le strade contro gli stupratori. Dopo aver appreso l'arte del Kung Fun. In un polveroso quartiere alla periferia di Lucknow, la capitale di uno degli stati più poveri e più conservatori dell'India, l'Uttar Pradesh, un gruppo di vigilantes si sta facendo un nome e una fama.

Non si tratta di vigilantes ordinarie. Sono ragazze, soprattutto adolescenti, che pattugliano le strade proteggendo giovani donne dalle molestie sessuali. Se ne vanno in giro indossando la tradizionale Salwar Kamiz, rossa e nera, punendo e umiliando quegli uomini convinti che il sesso sia un'arma molto potente in grado di ristabilire (chissà quale) ordine primordiale della famiglia.

Sono spinte dai dolori del passato. Ogni ragazza delle 'Brigate Rosse' - è questo il loro nome – è infatti stata vittima di uno stupro. Alcune sono state violentate dai loro stessi familiari. E nella maggior parte dei casi i crimini sono rimasti impuniti, la vittima lasciata sola soffrire il trauma in silenzio della propria vergogna. Dicono di essere costrette ad agire, perché nessun altro lo farà.

Non si sbagliano. I crimini sessuali in India sono aumentati da 2.487 nel 1971 a 24.206 nel 2011, secondo le stime ufficiali del National Crime Records Bureau, l'ente pubblico indiano responsabile della raccolta e dell'analisi dei dati sulla criminalità nel Paese.

Ormai la chiamano la 'cultura dello stupro'. I numeri parlano di un abuso commesso ogni 20 minuti, spesso di gruppo. "Questo non è un problema culturale, è un problema sociale, perché in India gli uomini hanno uno status sociale più elevato rispetto alle ragazze", racconta alla Cnn Usha Vishwakarma, ex docente e leader del gruppo.

Ha aperto il suo movimento di 'rondini' contro la violenza sessuale nel 2009 dopo essere rimasta vittima di uno stupro e dopo aver scoperto che una sua allieva di 11 anni era stata violentata da suo zio. "Il suo racconto mi sconvolse", e decise che era il momento di combattere il silenzio della comunità.

Al principio erano solo in 15, oggi sono un centinaio. Ogni 29 del mese convocano una manifestazione per sensibilizzare il Paese e le istituzioni sulla violenza contro le donne. Il giorno commemora lo stupro fatale subito lo scorso anno da una studentessa di 23 anni su un autobus di Nuova Delhi. Un punto di non ritorno. Che ha spinto il governo centrale a varare norme che includessero la pena di morte per i reati sessuali. In corteo, le 'brigatiste', scandiscono due slogan: "Stop alla violenza, ora!", "Vogliamo più sicurezza".

Si allenano in una palestra fatiscente e praticano le arti marziali seguite da un istruttore di Kung Fu. Gyan gli insegna a sferrare calci e pugni, e a rompere la presa di un aggressore che vuole abusare del loro corpo. Una foto sbiadita del leggendario Bruce Lee le guarda con approvazione, mentre ciascuna di loro attacca il maestro. Sono determinate, hanno la rabbia nel cuore. "Quello che sono costrette a fare è umiliante", spiega Gyan. "Io lo faccio per mia figlia".

Pooja, 18 anni, ride, ricordando la lezione inferta ad un ragazzo "troppo maleducato". "Lo abbiamo circondato, bloccato prendendogli le braccia. All'inizio ha pensato che stessimo scherzando, ma noi non scherzavamo. Lo abbiamo sollevato in aria, lasciato cadere a terra e schiaffeggiato".

"L'idea è quella di umiliarli. Siamo all'interno dei nostri diritti - ribadisce Vishwakarma - questa è auto-difesa, la polizia è assente per cui per cui dobbiamo difenderci". Mentre parla indossa anche lei la Salwar Kamiz rossa e nera. Rossa come il pericolo e la lotta, nera - dice - come la protesta.

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Agi
22 08 2013

Un cinquantenne di Gela (Caltanissetta), Giuseppe Capizzello, e' stato arrestato dalla polizia con l'accusa di aver picchiato, violentato e segregato la sua convivente, una romena di 31 anni. La donna, giunta a Gela due anni fa, dopo la morte dell'anziana di cui era badante, si era trasferita nell'abitazione di Capizzello in via Giuffre', assieme alle figlie di 4 e 12 anni. Piu' volte, il compagno 'avrebbe picchiato con calci e pugni sia lei sia le ragazzine, e avrebbe costretto la romena a rapporti sessuali.

Lei avrebbe subito tutto in silenzio, pur digarantire un tetto alle sue bambine.

La vicenda e' stata scoperta per caso quando il mese scorso agenti della polizia che si erano recati in casa di Capizzello avevano notato ematomi sulle braccia della romena e le avevano chiesto la cusa. La donna a quel punto aveva parlato delle violenze infertele dal convivente. I lividi erano stati provocati da utensili lanciati da Capizzello contro la romena, che la polizia aveva subito fatto trasferire con le sue figlie in una casa famiglia. Capizzello avrebbe poi continuato a perseguitarla con telefonate e minacce di morte, rivolte anche alla madre della donna, che vive in Romania, e alle sue amiche.
L'uomo dovra' ora rispondere di maltrattamenti, lesioni e violenza sessuale

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In Genere
20 08 2013

di Valeria Viale

Congedo di paternità esteso a sei mesi, con assegno garantito dallo stato; più posti negli asili nido, e con orari più flessibili; denunce più snelle contro la violenza di genere, e garanzia pubblica sugli alimenti non pagati dagli ex. La Francia prepara una legge quadro per l'eguaglianza tra donne e uomini, a tutto raggio

La parità tra donne e uomini è uno dei valori fondanti dell'Unione europea e rappresenta l’approccio generale all’attuazione di tutte le sue politiche. Tuttavia, la posizione delle donne e degli uomini presenta ancora notevoli differenze.

Perciò nel piano di azione Strategy for Equality between Women and Men 2010 – 2015 la Commissione europea ha sottolineato la necessità di avere un indice sull’uguaglianza di genere. L'European Insitute for Gender Equality (Eige) ha elaborato un indicatore composito sull’uguaglianza di genere, costruito su misura per adeguarsi alla struttura delle policy europee.

Il Gender Equality Index (Gei) consta di 6 ambiti principali (lavoro, denaro, conoscenze, tempo, potere e salute) e due ambiti definiti satellite (diseguaglianze trasversali e violenza). Questi ultimi sono collegati concettualmente all’indice, ma non possono essere inclusi tra gli ambiti principali perché misurano fenomeni esemplificativi.


Fonte: elaborazione Isfol su dati Gender Equality Index – Country Profiles (dati 2010)

Il Gei misura la distanza dell’Unione europea e dei suoi stati membri dal traguardo della piena uguaglianza di genere. Con una media di 54 (dove 100 indica la piena uguaglianza) l’Ue si pone a metà strada dall'obiettivo parità. Guardando ai profili nazionali, la realtà europea appare differenziata: l’Italia, per esempio, ha un Gei pari a 40,9 rispetto al 73,6 della Danimarca, al 57,1 della Francia, e al 35,3 della Romania. Tutto ciò conferma quanto l’uguaglianza di genere debba essere ancora posta al centro del dibattito politico.

Poco oltre i nostri confini nazionali si procede in questa direzione: il 3 luglio il governo francese ha presentato un progetto di legge quadro per l’uguaglianza tra le donne e gli uomini. Il pacchetto è stato concepito e promosso come strategia favorevole tanto alle donne quanto agli uomini: misure destinate ad entrambi i sessi, attorno alle quali si struttura sempre di più la qualità della vita.

Si tratta di un testo di legge innovativo, caratterizzato dalla trasversalità. Per la prima volta in Francia un progetto di legge contempla l’uguaglianza tra donne e uomini in tutte le sue dimensioni: uguaglianza professionale, lotta alla precarietà, protezione delle donne contro ogni forma di violenza. Il pacchetto determinerà principi e obiettivi specifici di un approccio integrato per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere in tutte le politiche pubbliche. Saranno infatti coinvolti, oltre al ministero per i diritti delle donne, anche i ministeri della giustizia, interno e salute; e il raggio d'azione comprenderà anche gli enti locali, e le imprese pubbliche nazionali o locali. La costituzione di un governo paritario e l’istituzione di un ministero che si occupi dei diritti delle donne, rende fattiva l’ambizione della legge, trasformandola in una priorità politica.

Il testo normativo riguarda tutte le donne: si occupa di come proteggerle da qualsiasi tipo di violenza, di riequilibrare la ripartizione dei carichi di cura all’interno della coppia, di offrire loro opportunità. Si stabilisce il principio della divisione del potere e delle responsabilità, ponendo l’accento sul fatto che gli uomini devono assumersi responsabilità assieme alle donne.
Con il nuovo testo agli uomini spetteranno per legge 6 mesi di congedo di paternità (oggi se ne prevede solo uno), sui tre anni autorizzati per ogni coppia, con assegno garantito dallo stato. Contrariamente al passato, il periodo che spetta all’uomo non potrà essere scambiato con l’altro genitore. Questa linea d’intervento ha principalmente due obiettivi: accrescere i tassi di occupazione femminile, e riequilibrare i carichi di cura familiare e consentire il superamento di quelle resistenze culturali di cui i padri, che vogliono occuparsi dei figli, sentono tutto il peso.

Questa riforma è poi strettamente collegata allo sforzo che verrà intrapreso nell’arco di 5 anni di aumentare di 275.000 unità i posti nei nidi. L’offerta non si limiterà ad un approccio quantitativo, ma l’accento sarà messo sulla qualità del servizio, la riduzione delle diseguaglianze territoriali e sociali. Si tratterà di dare risposte ai bisogni dei genitori favorendo l’accoglienza in orari atipici, e dando accoglienza ai bimbi disabili.
Lo stato si farà, inoltre, carico degli alimenti non pagati dagli ex mariti. Questo è un fenomeno in crescita con la crisi, che impoverisce le madri sole con figli.
Saranno velocizzate, poi, le procedure per la denuncia di violenze domestiche e le vittime potranno chiedere di installare in casa un allarme collegato con una centrale di polizia.

Il governo ha raddoppiato, infine, la multa per i partiti che non rispettano la parità nelle liste elettorali, mentre saranno aumentati i programmi nelle scuole per lottare contro gli stereotipi di genere.
Parole chiave di questa legge sono, dunque, efficacia, innovazione e sperimentazione, ma soprattutto mainstreaming nel senso di orientamento politico che prende in esplicita considerazione il genere in tutte le politiche pubbliche, e non solo con interventi a favore delle donne.

Questa legge quadro avvia in Europa una riflessione sui diritti e sul ruolo della donna nella società contemporanea, ma anche sul ruolo che hanno gli uomini, incoraggiando un lavoro comune nella strutturazione di politiche e programmi che siano utili per tutti. Il filo rosso dell’uguaglianza si dipana così in tutti gli ambiti: dal lavoro, all’affermazione sociale, alla politica. Questa tipologia di interventi sono la base per la costruzione di una società nuova, in cui uomini e donne abbiano effettivamente le stesse opportunità.

Melting Pot
20 08 2013

di Davide Carnemolla, Progetto Melting Pot Europa

A Siracusa violenti pestaggi della polizia e reclusione forzata (in attesa di un probabile rimpatrio) per i migranti egiziani

La storia dei migranti siriani reclusi all’interno del neo carcere (ex scuola) Andrea Doria di Catania ha avuto un triste e violento epilogo. Nel pomeriggio del 14 agosto (giorno di lutto cittadino a Catania proprio per la morte dei 6 migranti avvenuta il 9 agosto) i cittadini siriani sono stati portati nei locali della polizia scientifica - con la finta promessa di farli incontrare con un avvocato – e sono stati obbligati con la forza a farsi identificare. I migranti hanno poi raccontato agli attivisti di aver subito ricatti, minacce e violenze (donne e bambini inclusi). Sono stati quindi portati al CARA di Mineo.

Se la Andrea Doria si svuota, l’ex scuola Umberto I nella periferia di Siracusa (Contrada Pizzuta) continua ad accogliere/detenere centinaia di migranti, la maggior parte dei quali provenienti da Siria, Egitto, Afghanistan e dai paesi del Corno d’Africa e quindi tutti potenziali richiedenti asilo.

Il 9 agosto, così come denunciato da ASGI e ARCI in un comunicato ufficiale, la polizia presente all’interno della struttura ha picchiato decine di migranti. E altre gravissime violazioni dei diritti fondamentali sono in arrivo soprattutto per gli egiziani visto che, così come accaduto quasi sempre negli ultimi casi, rischiano di essere rimpatriati in Egitto nel pieno di una guerra civile ed in base a “misteriosi” accordi bilaterali Italia-Egitto (gli ultimi dei quali firmati nel 2005 e nel 2007 e riferiti solo ai migranti economici). Intanto, in attesa di essere deportati, i migranti egiziani sono reclusi a forza all’interno di uno stanzino dentro la struttura senza la possibilità di uscire e con uno stuolo di poliziotti piazzati sull’uscio della porta. Una totale privazione di diritti e libertà che rappresenta, all’interno dell’Umberto I di Siracusa, una detenzione a doppia mandata per i migranti.

E poi c’è la questione dell’ente gestore dell’ex Umberto I, la ditta di pulizia Clean Service di Siracusa. Da quanto risulta l’ente, che aveva avuto in gestione l’Umberto I anche durante la cosiddetta Emergenza Nord Africa, ha un accordo con la Prefettura ma non sono stati firmati nè contratti nè convenzioni ufficiali. E attualmente la ditta percepisce 25 euro al giorno a persona.

E’ una storia purtroppo ormai nota: gli incarichi agli enti gestori dei CIE, dei CARA, dei CSPA e anche delle altre strutture “semi-detentive” quali quelle aperte di recente in varie zone della Sicilia (destinate verosimilmente ad aumentare nei prossimi mesi) sono affidati, nella gestione perennemente emergenziale dell’immigrazione, senza procedere a regolari gare d’appalto alimentando il business creato sulle spalle dei migranti (ricordiamo a tal proposito l’inchiesta di Melting Pot “Profugopoli” pubblicata durante l’Emergenza Nord Africa)

Abusi, detenzioni, incarichi “discutibili”e normative inadeguate. E in Sicilia la sensazione è di essere solo all’inizio.
Per queste ragioni le associazioni e gli attivisti antirazzisti siciliani lanceranno nei prossimi giorni un appello ufficiale per chiedere che venga dato ai migranti già arrivati ed a quelli in arrivo sulle coste italiane un’accoglienza degna e un pieno ed effettivo “diritto di scelta”.

Di seguito riportiamo i contributi di due attivisti che hanno partecipato al presidio permanente davanti la scuola Andrea Doria e che ci raccontano nei particolari quanto successo fino al 14 agosto.



Gestione scandalosa dell’accoglienza ai siriani sbarcati a Catania

Da giorni trattenuti in condizioni di precaria accoglienza da parte della prefettura di Catania. Unico supporto umano e di garanzia del rispetto dei loro diritti è stato garantito dall’ ARCI e dagli antirazzisti catanesi (comitato spontaneo a cui prendono parte Rete Antirazzista Catanese, Catania Bene Comune, Collettivo Politico Experia ed altre organizzazioni radunatesi per garantire solidarietà ai migranti fortunosamente sbarcati a Catania).

L’ARCI, in particolare, in qualità di ente di tutela accreditato ha garantitola presenza di mediatori culturali, pediatri, medici donne, psicologi disposti sin da subito a collaborare affinché i siriani rimasti nella struttura si facessero identificare per poi chiedere protezione internazionale. I profughi accolti però, consapevoli della scarsa capacità d’accoglienza italiana e vogliosi di raggiungere i propri parenti già arrivati in nord europa, hanno deciso tutti di non farsi identificare. Come da tempo fanno anche gli eritrei (vedi il caso delle proteste a Lampedusa) il loro sforzo è rivolto a contrastare la normativa europea sul diritto d’asilo, la quale prevede che i richiedenti protezione internazionale possano essere accolti solo nel primo paese in cui giungono all’interno dei confini dell’UE.

La norma, il regolamento 343/2003 il così detto Dublino II prevede chela competenza sull’identificazione e la protezione internazionale dei richiedenti asilo giunti in Unione Europea spetti al primo stato in cui arrivano o, di fatto, il primo stato in cui vengono identificati. È proprio questo il vincolo che i siriani cercavano di aggirare. Non volevano assolutamente farsi identificare. “Italia NO”, “freedom” e “open the door” gridavano i bambini all’interno di questa informale struttura detentiva, la scuola Andrea Doria di Via Grassi a Catania. Per quattro giorni hanno rifiutato l’identificazione con foto-segnalazione e rilevazione di impronte digitali sostenendo, come effettivamente è, che questo gli avrebbe impedito di raggiungere parenti e amici in Germania, Svezia, Norvegia.

Diversi hanno avviato anche lo sciopero della fame, ma gli operatori di polizia non lo hanno neanche capito o, come forse è più probabile che sia andata, hanno fatto finta di non vedere. Difficile comunicazioni all’interno tra forze dell’ordine e sfollati trattenuti contro la loro volontà. Solo grazie ai mediatori dell’ARCI si è cercato di convincerli a farsi identificare anche perché la ministra Kyenge in persona si era fatta garante di un rapido ricongiungimento di queste persone con i propri parenti nei vari paesi nord-europei. Nessuno però ha confermato ufficialmente questo accordo ai siriani trattenuti nella scuola, per cui la protesta è continuata ad oltranza, fin quando, oggi pomeriggio,l’identificazione è avvenuta nel peggiore dei modi possibili. Infatti, con l’inganno di vedere un avvocato, i siriani sono stati trasportati, a gruppi di circa 5 persone per volta, presso i locali della polizia scientifica dove sono stati identificati con la forza. Il racconto che hanno fatto al loro rientro comunicando ad alta voce col presidio degli antirazzisti presenti da giorni lì davanti a garantire solidarietà è drammatico. Si parla di donne a cui è stato strappato il velo con la forza, di bambini trattenuti dai poliziotti per obbligare gli adulti a farsi identificare (non era del resto necessario che i minori accompagnassero gli adulti per le procedure di identificazione), di uomini malmenati quando hanno cercato di opporsi.

Ovviamente la Polizia avrà gioco facile a smentire quanto dichiarato dai bambini siriani, ma il fatto certo sono i 2 contusi,di cui uno con un braccio rotto e l’altro con la gamba fasciata, dopo che erano partiti perfettamente integri prima del trasferimento nei locali della scientifica di Catania. Questi i fatti. A breve anche un video girato dagli antirazzisti presenti sarà diffuso alla stampa.

L’Italia sta facendo l’ennesima brutta figura internazionale sulla gestione dell’accoglienza ai migranti, e, nel caso di questi giorni a Catania, a sfollati in fuga da una guerra che ha già prodotto 100 mila vittima e più di tre milioni di sfollati, come denunciano organizzazioni ONU.

L’epilogo di quest’ennesima vicenda – gestita, come sempre in questi casi, con i canoni dell’emergenza e dell’ordine pubblico,piuttosto che dell’accoglienza reale con mediatori linguistici,culturali e legali, la presenza di un presidio sanitario stabile nella struttura e il libero accesso di legali e di associazioni che vigilassero sul rispetto dei diritti dei migranti – è lo spostamento degli sfollati presso il CARA di Mineo, struttura tristemente nota per essere tutt’altro che accogliente.

Siamo alle solite. Le istituzioni italiane non sanno accogliere e i siriani l’hanno ben capito. Per questo motivo vogliono andarsene via e la polizia chiude spesso tutti e due gli occhi per lasciargli attraversare liberamente il territorio nazionale affinché raggiungano luoghi lontani e più efficienti nell’accoglienza. Farebbe comodo a tutti questa gestione tutta italiana dell’emergenza siriana. Ma fino a quando? Altri sbarchi stanno per interessare le coste della Sicilia sud orientale. Si parla di 15-20 mila siriani in Egitto pronti a partire per l’Europa. Certo, come sempre, sarà tardi per preparare un vero piano d’accoglienza. Le procedure d’emergenza saranno preferite anche perché permetteranno a molti di gestire soldi pubblici al di fuori della decenza con misure d’urgenza (senza gare d’appalto e requisiti necessari) che vedranno accreditati enti assolutamente incompetenti nella mediazione culturale con popoli di nazionalità e culture differenti, ma ben disposti a lucrare sulla pelle di chi ha perso tutto. Ma si mettano almeno le organizzazioni antirazziste, quelle davvero interessate all’accoglienza e da anni impegnate sul campo, nelle condizioni di operare a favore della tutela, della dignità e della vera accoglienza di profughi,sfollati, perseguitati e migranti in fuga da guerre, da disastri ambientali e dalla povertà estrema.

Giuseppe Belluardo, 15 agosto 2013

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Catania, 14 agosto: “Freedom” – libertà – gridano i bambini siriani

Dopo il viaggio della morte, sei i deceduti all’atto dello sbarco sulla costa a ridosso di Catania, ora, dopo che in diversi sono fuggiti, il gruppo delle famiglie siriane rimaste unite si ritrovano dietro i cancelli di una scuola. Provengono da un’area di guerra e di orridi massacri civili. Sono passati quattro giorni. Loro sono sempre lì: undici adulti e dieci bambini. Vivono e dormono nella palestra. Una situazione di assoluta precarietà e promiscuità. Un consistente spiegamento di polizia presidia l’interno e l’esterno della scuola.

Non intendono restare in Italia. Vogliono il “Diritto di Scelta”, accedere, cioè, alle procedure di richiesta d’asilo nei paesi europei dove risiedono loro familiari. Conoscendo la triste sorte subita da migliaia di migranti tenuti rinchiusi, anche per lunghissimo tempo, nei Cie e nei Cara, non vogliono farsi identificare, farsi “punzonare” le impronte digitali. Infatti, le attuali leggi prevedono che si può chiedere asilo solo nel paese in cui si è stati identificati. E, in Italia, come ben noto, specie agli “sventurati” provenienti dall’altro mondo, le condizioni di inserimento sono proprio pessime.

Durante queste giornate, costantemente, all’esterno della scuola –“carcere”, sono state presenti molte decine di volontari, di associazioni antirazziste e di gruppi della solidarietà civile, delle rappresentazioni sociali e di cittadini democratici, per portare attivo sostegno e “calore” umano. Sono state continuamente proposte iniziative concrete, per migliorare le condizioni di vita dei profughi siriani, in rispetto dei loro diritti, compreso l’aspetto sanitario, piscologico e della mediazione linguistica e culturale.

Diversi cittadini hanno portato beni di vario genere per allievare le sofferenze. Dopo primi tiepidi inizi, i “controllori” hanno posto una rigida ed incomprensibile chiusura. Tutto viene respinto: vestiti, giochi, gelati e quant’altro che possa alleviare lo stato di forte ansia, specie dei bambini. Vengono rifiutati anche degli “innocenti” oggettini che procacciano l’emissione nell’aria di bolle-sapone.

Durante la mattinata di giorno 14 - giornata ufficiale di lutto per Catania - di fronte a oltre cinquanta persone, a cura delle associazioni antirazziste: Rete antirazzista catanese, Catania bene comune, centro Experia, Arci, Osservatorio su Catania,si è svolta una partecipata conferenza stampa, per denunziare l’insostenibile stato di vivibilità dei rifugiati.

Dopo…..una scena a dir poco straziante. Un gruppo di bambini siriani, con alcune piccole bandiere colorate su carta, si è messo a “sfilare” nel cortile della scuola. Al grido, lungamente ripetuto, di “Freedom” – Libertà!

Tutti i cittadini presenti dietro i cancelli hanno ripetuto in maniera possente questo grido di dolore. Sì, gli occhi dei bimbi luccicavano di lacrime.
Poi, nel pomeriggio, la situazione è precipitata. Caricati su dei furgoni sono stati portati in un sito della polizia, e forzatamente rilevate le impronte digitali, fatte le fotografie. Come successivamente raccontato da due donne e tre bambini ad una giovane interprete della Rete antirazzista, le scene dell’identificazione sono state molto agitate. Già, come si fa a far fare a degli umani disperati cose che assolutamente non vogliono fare? Ciascuno tenti la propria risposta!

Infine, attorno alle 20, sono stati trasferiti presso il Cara di Mineo, dove già le presenze –reclusioni sono costituite da 3500 persone.
Durante questa estate migliaia e migliaia di disperati, uomini, donne, tanti i bambini, provenienti da aree di guerra, dittatoriali, di gravissima sofferenza materiale, sono “sbarcati” dai barconi nelle coste siciliane, per richiedere aiuto e solidarietà, innalzando un lancinante grido di dolore. A Lampedusa e nelle coste sud-orientali dell’isola. In tanti, come già avvenuto nel corso degli ultimi anni, sono annegati nel mare Mediterraneo.

Solo nei paesi limitrofi alla Siria, sono stati accolti centinaia di migliaia di rifugiati sfuggiti alla guerra assassina che travaglia quel paese, uno, due milioni, chissà.
Poi, da un anno a questa parte ci sono gli egiziani, le drammatiche notizie dell’ultim’ora, danno conto degli ulteriore persone ammazzate dal piombo dello stato.
Fuggono, sempre, da Eritrea, Somalia, Afghanistan, Palestina, paesi del Centrafrica, Tunisia, e tanti altre aree dove la morte assassina e le persecuzioni sono sempre in opera, bene alimentate dai mercanti d’armi occidentali.

L’Europa ex colonialista, e l’Italia imperiale che “cercava un posto al sole”, che hanno riempito i propri forzieri ( di molte “famiglie” ed accozzaglie dedite alle rapine organizzate) con le storiche espoliazioni effettuate e con gli stupri (… quanti meticci), oggi, rispondono, con la chiusura delle frontiere, con il “reato di clandestinità”, con le carceri per gli umani bollati “clandestini”.

Già, ieri i “diversi”: ebrei, rom, handicappati, oppositori, gay, come propugnato dai regimi nazi-fascisti, perseguitati, a decine di milioni; oggi, le proclamate “democrazie” blindano i loro confini. “Ributtando” a mare i disperati che cercano sostegno, accoglienza, solidarietà e possibilità di ricostruire una nuova vita.
Quanti cuori in gola, quante angosce, per nascondersi - mentre da noi impazza il “carnevale” estivo della grazia al cavaliere, come ieri tra chi cercava di sfuggire agli aguzzini nazi-fascisti - tra questi migranti disperati, che, dopo sbarcati, si “danno alla macchia” per non farsi rinchiudere dietro le sbarre.

Eppure l’art. 3 della nostra Costituzione, costruita sulle carni dei martiri antifascisti, declama che “ tutti i cittadini ( della Gaia Terra, aggiungo) hanno pari dignità davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politiche, di condizioni personali e sociali

Di fronte a queste immane situazioni di sventura e di dolore servono corridoi umanitari gestiti dall’Italia e dall’Europa tutta, tanto sbandierata, da tronfi speculatori, isola di pace. In loco, dopo i 55 milioni di morti dell’ultima guerra in casa, che dovevano bandire discriminazioni e “caccie al nemico”. Non tanto i biasimi contro “ mercanti della morte” propagandati da torvi personaggi di tutte le “sponde” politiche …..come se i ricercanti asilo ed accoglienza avessero altre possibilità di fuga.
Serve accoglienza, gioia, civiltà democratica e sociale. Non galere e sbarre.
Domenico Stimolo, 14 agosto 2013
L'Unità
22 08 2013

Al Meeting di Rimini si raccolgono firme contro il disegno di legge contro l’omofobia, definita come un «pericolo» poiché «rende pari omosessuali ed eterosessuali», nega sul piano normativo «la differenza tra gay ed etero» e «apre la strada al matrimonio gay e all’adozione di bambini da parte di coppie gay».
 
«Se passasse questa legge nessuno potrebbe più esprimere il proprio parere su quello che ritiene giusto e io voglio poter dire quello che penso», dice una signora allo stand in cui si raccolgono le firme.
 
L’iniziativa, promossa da Cl e portata avanti da Giuristi per la Vita insieme a Tempi, La Bussola Quotidiana e diversi siti internet, trova però subito la risposta dell’Arcigay, che parla di «un segnale allarmante», «a Rimini si coltiva l’odio», mentre Franco Grillini, consigliere regionale in Emilia Romagna, parla di «clericofascismo».
 
«L'unica raccolta di firme che il Meeting di Rimini sta facendo è quella contro la persecuzione dei cristiani nel mondo - lo si legge in una nota del Meeting -. La raccolta di firme contro la legge sull' omofobia è una iniziativa del settimanale 'Tempi'. Che il Meeting non abbia paura dell'altro e della diversità, qualunque essa sia, lo documentano le decine di migliaia di persone che affollano in questi giorni la fiera di Rimini, visitatori, relatori o ospiti, che vivono il Meeting come se fosse casa propria. In un clima di rispetto reale per ciascuno e non di una generica e astratta tolleranza che lascia indifferenti verso la vita di chi si incontra. Quanto al merito della vicenda possiamo solo auspicare che le sedi parlamentari affrontino la vicenda secondo quello spirito di responsabilità auspicato dal Presidente Napolitano che ha invitato a 'parlare il linguaggio della verità' nell'interesse di tutti e di ciascuno».
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