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Un altro genere di comunicazione
20 08 2013

Velo, hijab, niqab, burka.  
Parole che scatenano irrimediabilmente le discussioni più feroci tra femministe e non.  Il velo, in particolare il burka, è spesso preso come simbolo della più feroce repressione maschilista, soprattutto dalle donne occidentali perfettamente a loro agio tra diete, depilazione totale e vallette televisive in tanga.
 
Senza franintendimenti: il principale interesse è sempre la realizzazione delle aspirazioni e della volontà delle donne, senza cedere al fascino del relativismo culturale che accetta tutto come “tradizione”, ma nemmeno accendersi con l’alterigia di chi crede di essere “più libera” perchè nata in un certo luogo del mondo, luogo che di solito è in Europa, negli Stati Uniti.  Luogo che di solito ribadisce la superiore libertà con qualche guerra “umanitarie”, volta a “liberare” le donne a colpi di bombe al fosforo e missili intelligenti.  

Fingendo di ignorare che i “burka” esistono in tutte le culture patriarcali, a volte sono lunghi veli neri che coprono il corpo delle donne, altre volte sono prodotti finalizzati all’opposto, ma complementare, incasellamento del corpo femminile in una perenne corsa all’erotizzazine invece che alla sua negazione.  
A volte però anche i burka possono liberarsi dalla semantica oppressiva e costrittiva con cui vengono percepiti normalmente.  

Dal Pakistan arriva Burka Avenger, cartone animato creato da Aaron Haroon Rashid, cantante pop, compositore, musicista e produttore anglo-pakistano. La “vendicatrice con il burka” è la storia 3D di una giovane maestra di scuola elementare che, orfana, viene adottata da piccolissima da un insegnante di arti marziali che la educa all’antica e immaginaria disciplina del “takht kabaddi”, una lotta acrobatica le cui armi sono penne, matite e libri.   Con l’arma della cultura femminile, la ragazza velata combatte i soprusi del mondo che la circonda.  

Si dice che ogni volta che gli Stati Uniti sono voluti uscire da una crisi economica, hanno prodotto un film di Superman da mandare in sala. Sarà perchè gli eroi mascherati fanno mitologia contemporanea, nè più nè meno degli antichi miti greci o asiatici.   Quindi un’eroina velata, potente, colta, vincente, racconta una mitologia islamica, pakistana in cambiamento o quanto meno sulla spinta di qualcosa di simile. “Burka Avenger” è il primo cartone animato pakistano per l’infanzia, inutile quindi sottolineare come sia anche il primo ad avere una ragazza per protagonista, la prima al mondo ad indossare un burka come costume da supereroina.   Ovviamente questo nuovo tipo di rappresentazione non è stato esentato da critiche dalla stampa liberale.  Critiche che, ovviamente, si fermano al fatto che la protagonista indossi un burka e, per questo, influenzerà le giovani donne ad indossarlo. Evidentemente convinti che il burka sia il male assoluto e dimenticando contemporaneamente secoli di repressione patriarcale, l’opinione occidentale non accetta culture altre dalla propria, ben che meno se portatrici di messaggi non immediatamente codificabili, comprensibili, producibili e rivendibili confezionati.  

« Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella. » (William Moultom Marston)  

Così eroine vestite da bandiere imperialiste,  oppure rappresentate in posizioni innaturalmente sexy durante il combattimento, eroine il cui abbigliamento è coniato da quello delle riviste pornografiche e la cui rappresentazione dà vita a manipolazioni anche “reali”, intervenendo sull’aspetto delle già avvenenti attrici che le interpretano perchè rispecchino un canone surreale, da hentai queste eroine qui vanno bene ai liberali, ai fascisti, ai democratici, vanno bene a chi insegue l’icona della “donna forte” come fosse donna liberata e vanno bene a tutti quelli che non vogliono vedere messa in discussione rappresentazione e dialettica del maschile con il femminile. E nessuno si chiede: non saranno  modelli nocivi per le giovani donne? Qualcuna le emulerà?  Muhammad Talha Zaheer, giornalista del Tribune, ironicamente si chiede a questo proposito:  

“Fantastico! Ora voglio comprare un burkini!” “Super fico! Ora voglio indossare le mie mutande sopra i pantaloni”   “Quanti di voi hanno preso sul serio le scelte di vestiario del vostro supereroe preferito? Non vedo molti uomini che indossino le mutande sopra pigiami di spandex. [...] Quante di voi donne sono finite ad indossare costumi interi per andare a lavoro?”  

La protagonista di Burka Avenger usa il burka come costume da combattimento, dunque come un abito valoroso e potente, non certo come simbolo di coercizione.   Le permette persino di volare, usandolo come mantello aereodinamico nelle fughe mozzafiato.   Ed è chiaro che veicoli dei contenuti anche circa la cultura che rappresenta, allo stesso identico modo di scegliere stelle e strisce per decorare corpetto e shorts di Wonder Woman.   La protagonista di Burka Avenger protegge i diritti delle donne senza bisogno di un tutore maschio, non ha bisogno di essere salvata dal principe azzurro e promuove l’educazione femminile. Non c’è nulla di sbagliato.   Anzi. Potrebbe essere da spunto anche per varie superproduzioni statunitensi.

Riprendo a proposito alcuni dei consigli che l’Huffington Post dà alla Disney paragonando l’eroina pakistana alla media dei personaggi femminili Disney e delle dinamiche in cui sono raccontate.  

La protagonista di Burka Avenger combatte lanciando libri e penne come armi, enfatizzando l’importanza della cultura.  Per lei i libri sono più di un oggetto con cui ballare.  

Durante il giorno la protagonista è Jiva, una timida maestra, ma quando deve combattere indossa il burka per nascondere la sua identità e lotta spavalda. A differenza di eroine come Mulan, il suo alter ego è comunque orgogliosamente femminile, senza bisogno di fingersi un uomo per diventare forte.  

Le sue priorità sono lavorare e salvare il suo mondo. Quindi è un po’ troppo occupata per pensare alla sua immagine e innamorarsi del suo riflesso.  

Inoltre, combatte nemici reali, politici corrotti e mercenari sanguinari che limitano l’accesso all’educazione.  Tutto ciò fa sembrare una passeggiata streghe cattive, sorellastre maligne e l’impossibilità di andare al ballo.  

Chiaramente, qualsiasi sistema culturale fortemente legato a tradizioni e costumi religiosi improntati a un’ottica e un potere patriarcale non può essere liberato da un cartone animato. Si può però niziare a guardare alle rappresentazioni più facilmente diffondibili ( i pamphlet di filosofia li leggono in pochi ) come un altro genere di comunicazione che non per forza rinneghi la libertà delle scelte legate all’origine culturale delle donne stesse.  

Il pensiero, parlando di eroine pakistane, va a Malala Yousufzai, giovanissima studentesta e attivista pakistana per il diritto allo studio delle donne nel suo Paese, precisamente nella città di Mingora dove i talebani vietano l’accesso all’istruzione alle donne.  Malala apre un blog dove documenta l’occupazione militare del distretto dove vive e in cui denuncia le privazioni a cui lei e le altre ragazze sono costrette. Decide di non stare alle regole dei talebani, alle regole del patriarcato, decide di andare a scuola comunque.  A ottobre 2012 viene aggredita da alcuni uomini armati sull’autobus scolastico che la sta riportando a casa. Le sparano contro, la feriscono alla testa e al collo. Ricoverata, i medici fortunatamente riescono ad estrarre tutti i proiettili.   L’attentato è rivendicato dai talebani pakistani che hanno dichiarato di vedere in questa bambina “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.   Per lei e per le figlie di tutti i patriarchi pakistani Burka Avenger sarà una vera supereroina.

Un altro genere di comunicazione
20 08 2013

Dal 1 Novembre la Germania sarà il primo paese europeo che permetterà di registrare i neonati come maschi, femmine o neutri. Questa scelta è stata operata per garantire i diritti delle persone intersessuali. O almeno si tratta di un piccolo, ma significativo, passo in quella direzione.  Quando si parla di bambini intersessuali, spesso in maniera riduttiva definiti anche “bambini dal sesso incerto”, si fa riferimento a, cito da qui:  
“una molteplicità di forme e variazioni sul piano biologico in cui si trova chi nasce con cromosomi sessuali, apparato genitale, gonadico, e/o caratteri sessuali secondari che variano rispetto a ciò che è tradizionalmente considerato come maschile e femminile. Secondo la biologa Fausto-Sterling (2000), sulla base di studi effettuati sui dati ad oggi disponibili, l’1,7% dei neonati presenta una qualche forma di variabilità intersex (cromosomica, gonadica, ormonale o anatomica)”  

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta e dal lavoro di John Money alla Johns Hopkins University and Hospital, nel Maryland, si è diffuso il trattamento chirurgico sui casi di intersessualità.  Peni troppo piccoli, clitoridi troppo grandi, genitali ambigui, che non permettevano di ricondurre immediatamente il neonato né al sesso maschile, né a quello femminile, venivano “corretti” con il bisturi, in età neonatale, nella primissima infanzia, il prima possibile.  

La patologizzazione della intersessualità è tipica di quelle culture che pruomovono un rigido sistema binario dei generi. In molte culture “non occidentali” il corpo intersessuale non è patologizzato, non è nascosto, non è considerato un errore da correggere a suon di bisturi e ormoni.  Fra i nativi americani Navajo le persone intersex sono considerate depositarie di saggezza e immadiatamente riconoscibili da un abbigliamento a loro dedicato, in India vengono chiamati hijra, appartengono a una casta di basso rango, ma a loro viene riconosciuto un potere sovversivo. E questi sono solo alcuni esempi.  

Nelle culture invece che si costruiscono sul modello eteronormativo binario l’intersessualità è immediatamente etichettata come una anomalia del sistema.   Con la campagna LiberaInfanzia abbiamo più volte denunciato la genderizzazione binaria che regola i prodotti dedicati ai più piccoli e tutto l’immaginario che ruota intorno all’infanzia, dove i modelli del maschile e del femminile si impongono in maniera stereotipata e limitante di ruoli e aspettative.  I nuovi nati vengono annunciati ad amici, parenti e semplici passanti con un fiocco azzurro se sono maschi, con un fiocco rosa se sono femmine. Due fiocchi, due colori, due sessi.  O maschio o femmina. Gli intersex non trovano collocazione, per questo si interviene per correggere il loro corpo patologizzato. Sarebbe più logico intervenire su una cultura discriminante e ignorante, ma invece si opera su corpi di persone che non possono esprimere nessun consenso, nessuna scelta.  

In un articolo su Repubblica.it di Giugno scorso si salutava felicemente l’aumento del 50% degli interventi sui “bambini dal sesso incerto”.  Se effettuata entro i sei anni l’operazione ha una ottima aspettativa di riuscita, così dice il chirurgo.  Entro i sei anni, un’età in cui chiaramente la scelta di trasformare il proprio pene troppo piccolo in una clitoride o di sottoporsi a terapie ormonali è dettata da altri, dai medici, da una cultura che patologizza il diverso e ha paura di ciò che non riesce immediatamente a identificare con qualcosa che già conosce.  

Sono vere e proprie mutilazioni genitali, vengono operate silenziosamente o peggio vengono propagandate come spendido risultato delle “magnifiche sorti e progressive”. Tecnologia che riesce a correggere anche laddove la natura sbaglia. E se abbiamo sempre pronta la condanna, troppo spesso argomentata con toni colonialisti, per le mutilazioni genitali delle culture “altre”, spesso ignoriamo le mutilazioni di “casa nostra”. Avverà pure in un ambiente asettico e sterilizzato ma basta questo per impedirci di vedere che si tratta di violazione dei diritti e dei corpi di persone che non possono ancora esprimere nessuna forma di autodeterminazione? 

Alcuni medici sembrano salutare gli interventi di riassegnazione come la nuova frontiera della tecnologia e della medicina ignorando le critiche delle persone intersessuali sottoposte a interventi da piccoli, ignorando la messa in discussione di queste pratiche che da anni viene sostenuta da più fronti.  
Nel settembre del 2011 si è svolto in Belgio il primo Global Forum Intersex Internazionale, in questa occasione gli/le attivist* e le organizzazioni, hanno dichiarato inumane e degradanti le operazioni chirirgiche e le somministrazioni di ormoni a cui sono sottoposte le persone intersessuali spesso senza alcun consenso dei diretti interessati.  

“La patologizzazione delle persone intersex porta a enormi violazioni dei diritti umani e ad un abuso dell’integrità fisica e della dignità personale.”  

Sostenere l’esistenza di solo due sessi è un falso, le persone intersex con la loro presenza smascherano questa bugia.  Cito dal blog del collettivo Le Ribellule:  

 “Biologia e medicina riconoscono almeno cinque sessi possibili: maschile, femminile, ermafrodita, merms e ferms, a seconda che si guardi ai genitali o a cromosomi e ormoni. La nostra società, riconosce solo due sessi, due ruoli: il padre padrone rappresentato dal fallo, la donna madre con l’invidia del pene e che non conosce la sua clitoride (che veniva recisa per curare l’isteria, fino a qualche decennio fa anche nella civile Europa).   Noi riconosciamo tutte le infinite possibilità di vivere e giocare con i nostri generi, le nostre clitoridi troppo grosse, i nostri piccoli peni, le nostre protesi sessuali di qualsiasi tipo.”  

Le persone intersessuali non sono malate, nel loro corpo non c’è nulla da correggere, da “normalizzare”, l’unica cosa da correggere è la cultura dell’intolleranza, è il processo di normalizzazione operato da chi ci vuole tutti e tutte asservit* al modello binario eteronormativo. Di intersessualità bisogna parlare, bisogna che si rompa questo velo di silenzio, bisogna liberare queste persone dall’invisibilità a cui sono condannate, solo così si potrà diffondere una contro-cultura che permetterà ai genitori di lasciare i bambini liberi di crescere e poi di scegliere.  

Alcuni link per approfondire:  
Dal blog di Slavina la storia di Lorenzo http://malapecora.noblogs.org/post/2013/06/26/intersessualita/  
Intersessualità la natura contro il duale http://outandproud.altervista.org/intersessualita%E2%80%99-la-natura-contro-il-duale-2/  
Dalle Ribellule http://leribellule.noblogs.org/post/2013/07/19/il-sistema-binario-dei-sessi-e-fantascienza-intersex/  
Sul blog Intersexioni sono raccolti diversi post sull’argomento alla sezione Intersex

Il Fatto Quotidiano
07 07 2013

Paola Manfroni, art director dell'agenzia Marimo e vicepresidente dell'Adci, l'Art director club Italia: "C’è anche un problema di utilizzo umiliante del genere femminile, che preferirei allargare al genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi"

di Piero Ricca

“I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno nei confronti delle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa a immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse”. Paola Manfroni, art director dell’agenzia Marimo e vicepresidente dell’Adci, l’Art director club Italia, commenta “l’utilizzo umiliante” che si fa dell’immagine delle donne nella pubblicità.

C’è un problema di utilizzo umiliante della donna in pubblicità, secondo lei?
C’è anche un problema di utilizzo umiliante della donna, che preferirei definire utilizzo umiliante del genere umano, perché anche gli uomini teoricamente destinatari del messaggio vengono trattati da trogloditi.

La presidente della Camera Laura Boldrini ha sollevato la questione dichiarando recentemente che “serve porre dei limiti all’uso del corpo della donna nella comunicazione”. E’ reale questo rischio di passare “dall’oggettivazione dei corpi alla violenza”?
Questo sillogismo mi lascia perplessa. I libri di storia sono purtroppo intrisi di violenza, di genere e non, da molto prima che esistessero la pubblicità e i media di massa. Nondimeno approvo totalmente e istintivamente il tentativo della presidente Boldrini di chiamarci tutti a riflettere su fenomeni nuovi di portata universale, i cui effetti non sono studiati: è come se avessimo immesso sul mercato cibi artificiali senza alcuna sperimentazione. I ruoli femminili nei media, a mio avviso, sono piuttosto deleteri per l’effetto depauperante che hanno riguardo alle potenzialità delle donne: le ragazze oggi fanno più fatica, di qualche decennio fa ad immedesimarsi in ruoli emancipati ed influenti, soprattutto se non crescono in contesti sociali evoluti, e in Italia molte zone sono ancora culturalmente depresse. La violenza visiva e verbale dei social network è molto più spaventosa, per non parlare dell’esplosione dell’accesso alla pornografia, che alcuni studiosi cominciano a derubricare da manifestazione di liberazione sessuale a fenomeno con ricadute pesanti sull’evoluzione sentimentale e sessuale degli adolescenti e sulla vita sessuale degli adulti: non si parla di moralismo, ma di impoverimento dell’esperienza umana, fino a provocare danni esistenziali. In questo ambito credo molto nelle azioni preventive e positive di contrasto e pochissimo nella repressione successiva: quando si è consumata la lapidazione digitale di una ragazzina in rete a poco serve punire i responsabili, peraltro già ora rintracciabili e perseguibili.

Davvero secondo lei l’Italia rappresenta un’eccezione nel panorama europeo?
La diversità della nostra pubblicità dal resto d’Europa è un dato di fatto. Ma quella parte di pubblicità sessista nasce fuori dai percorsi professionali sani, mentre ha principalmente due sorgenti: quella della marginalità amatoriale, piccole aziende che cercano di farsi notare sdraiando la cugina belloccia mezza nuda sulle piastrelle di loro produzione, e quella della malaimpresa italiana, manager impreparati selezionati solo per catene di fedeltà alla cordata, che rafforzano i loro legami da spogliatoio condividendo starlettes e mazzette: questo non influenza solo la qualità dei messaggi, ma anche e molto la carriera delle donne all’interno di queste cordate. La responsabilità delle multinazionali è decisamente minore, almeno in questo campo, si muovono all’interno di processi standardizzati globalmente, e a volte ci portano anche aperture che non ci sogneremmo (al mondo gay, alle razze, alla bellezza non stereotipata).

Anche l’intrattenimento televisivo propone spesso un certo modello di donna. Secondo lei fa parte di un’estetica ormai accettata dal pubblico o rappresenta un modello da superare?
La natura umana si abitua a tutto. Ma questo modello sarà presto sepolto, e non è detto che il prossimo sarà migliore, se non ci mettiamo al lavoro con immaginazione e buona volontà.

Il continuo uso della donna in pubblicità per alcuni è una scorciatoria di facile presa che alla lunga rischia di annoiare. Secondo lei come reagisce il pubblico a queste campagne?
Non ho dati, perché in 25 anni di attività non mi è mai capitato di dover usare un corpo femminile strumentalmente. Dal momento che ho lavorato per un’agenzia internazionale con un centinaio di brand in portfolio, tutte aziende aggressive in cerca di risultati reali, sono abbastanza sicura di poter trarre una conclusione: c’è sempre un modo più professionale di raggiungere i risultati, l’uso oggettivante del corpo della donna è solo la scorciatoia degli “untalented” – parola di cui non esiste traduzione in italiano, e non è un caso. Questo è anche il senso del mio impegno con l’Art directors club italiano: da 27 anni selezioniamo e premiamo la migliore comunicazione italiana, in coerenza con le linee del manifesto deontologico che sottoscriviamo e in dialogo con le principali manifestazioni europee e mondiali. Conosco le centinaia di campagne premiate, e conosco personalmente gran parte degli autori che in questo quarto di secolo hanno prodotto comunicazione in modo professionale. Non ricordo un solo annuncio selezionato che definirei “sessista” né per l’oggettivizzazione del corpo femminile né per l’uso scorretto di stereotipi. Dove c’è eccellenza e merito, non c’è bisogno di censure.

DeA
06 07 2013

LETTERA DI INVITO A PAESTUM 2013
4, 5, 6 OTTOBRE

LIBERA ERGO SUM
LA RIVOLUZIONE NECESSARIA. LA SFIDA FEMMINISTA NEL CUORE DELLA POLITICA

Libere davvero.
Libertà è poter essere, poter scegliere, poter desiderare. È una pulsione naturale, un bisogno palpabile, una lotta irrinunciabile. Voglia di libertà è quello sguardo sul mondo che rivendica un diverso stato delle cose.
Spazi, relazioni, persone, potere, conflitti possono essere ripensati, anzi sovvertiti ed è proprio il femminismo quella brezza che ci trasporta verso altri luoghi, altri immaginari.
La libertà delle donne è oggi pericolosamente messa in discussione, in ogni ambito della vita, dal tentativo di negare conquiste che sembravano consolidate al manifestarsi di nuove forme di dominio. Il presupposto per dirsi davvero libere è in primis l’aver accesso ai mezzi per condurre una vita dignitosa. Quella di cui stiamo parlando è un’emergenza: le condizioni materiali di vita sempre più precarie, i tagli ai servizi pubblici essenziali, non solo ci condannano ad un’esistenza parziale, una “sopravvivenza”, ma ci rendono anche costantemente ricattabili.
Il femminismo, oggi come ieri, è una lotta di libertà, un desiderio di rivoluzione. Paestum 2013 nasce quindi da un’urgenza, l’urgenza di incontrarsi, proporre alternative, l’urgenza di trovare una strada che ci permetta di essere libere, o almeno che ci offra la possibilità di provarci. Si tratta di riattualizzare le pratiche politiche che, storicamente, appartengono al femminismo: il partire da sé come modo di guardare al mondo e alle relazioni. Ma si tratta anche di immaginare nuovi modi, nuove possibilità.
Se la libertà si dà essenzialmente nella relazione e non è mai, come vorrebbe il liberalismo, una condizione del singolo, inteso come atomo separato, è anche nella relazione che si possono immaginare nuove pratiche.
La creatività politica come pratica collettiva è qualcosa che appartiene al femminismo.

Paestum 2012
Nel 2012 ha avuto luogo a Paestum l’incontro nazionale Primum Vivere. È stata vissuta così un’esperienza epocale: 1000 donne si sono incontrate e hanno ripreso, insieme, le fila di un discorso il cui livello nazionale era stato interrotto quasi quarant’anni prima. Da quell’esperienza si sono irradiate nuove energie per tutte le donne che vi hanno partecipato, e non solo. Questo è il punto di partenza per rinnovare l’esperienza di quell’incontro. Facendo un passo in più. Dando come acquisito il lavoro svolto l’anno passato, ora si tratta di alzare la posta in gioco.

Perché incontrarsi di nuovo?
Sappiamo per esperienza che le donne, attraverso la conquista costante della propria liberazione, hanno rifiutato “la Donna”, la riduzione e astrazione di sé stesse in un gruppo omogeneo. Con questa consapevolezza della pluralità guardiamo ai percorsi politici che le donne intraprendono, assumendo le proprie differenze come un dato positivo, in grado di dare di una spinta vitale e propulsiva che nessuna unificazione potrebbe dare. Ma sappiamo anche che la pluralità, se non sostenuta da un confronto autentico, rischia di sfumare in dispersione e frammentazione, in specificità che portano all’isolamento – concettuale, e dunque politico – delle tante questioni aperte. L’invito a Paestum vuole andare in questa direzione: desiderare di incontrarci di persona significa anzitutto assumere la pluralità come presupposto di percorsi comuni, che non snaturino le nostre differenze ma, al contrario, la arricchiscano. Non una dinamica fusionale di assimilazione, bensì l’incontro nel rispetto reciproco dei percorsi differenti. In questo senso invitiamo a partecipare singole, gruppi, associazioni: l’invito a Paestum 2013 vuole essere nello spirito dell’apertura e del riconoscimento reciproco, per riprendere a tessere la politica delle donne nella mutua consapevolezza dell’esistenza dell’altra.

Un incontro aperto
Paestum 2013 vuole essere un incontro in cui ogni donna si senta libera di partecipare, di esprimersi, di dare il suo contributo nella prospettiva, eminentemente politica, di produrre un cambiamento: essere lei stessa, lei nella relazione con l’altra e le altre, il motore di quel cambiamento. Il primo sforzo che intendiamo compiere è quindi quello di rendere questo incontro il più aperto possibile. Vorremmo infatti che fossero presenti tutte quelle singole, gruppi, associazioni che se anche non riconducibili in maniera diretta al femminismo come punto di vista teorico, nondimeno siano nate sul solco di quella tradizione, prodotto concreto di quelle lotte e di quelle idee. Pensiamo a tutte coloro che si dedicano alla libertà femminile e lo fanno nella pratica quotidiana: chi, a vario titolo, si occupa di sessualità, violenza e discriminazioni è invitata ad essere presente a Paestum per condividere la propria esperienza. Ma pensiamo anche quelle ragazze più giovani che di femminismo hanno forse solo sentito parlare, ma che ugualmente vivono il peso di un patriarcato che cade nella violenza, nei “delitti d’onore” mascherati da passione, ritorna nella dipendenza economica dagli altri, ma anche solo nell’impossibilità di seguire la propria strada, di perseguire la propria libertà.

Come incontrarsi
Acquisendo Paestum 2012 come punto di partenza, proponiamo per l’incontro di quest’anno una focalizzazione diversificata sulle questioni aperte e urgenti. La mattina di sabato 5 ottobre sarà dedicata a un’assemblea plenaria di apertura, mentre la mattina di domenica 6 ottobre a una plenaria conclusiva. Nel pomeriggio di sabato proponiamo di dividere il lavoro in Laboratori dedicati a temi specifici. Paestum è aperta! all’iniziativa e al contributo di tutte. Quella che segue perciò è una lista di temi suscettibile di modifiche in base agli interessi che via via emergeranno e saranno proposti. La struttura del lavoro nei Laboratori rimarrà, così come in plenaria, orizzontale e volta alla maggiore partecipazione e condivisione possibili.

1. Corpi femminili e godimento
2. Cura di sé, delle relazioni, del mondo
3. Salute delle donne e aborto
4. Maternità e non maternità
5. Nuovi diritti e nuovi rovesci
6. Violenza, femminicidio
7. Tratta
8. Sex work
9. Reinventare il lavoro e l’economia
10. Tra donne, senza frontiere: donne migranti e seconde generazioni
11. La costruzione dell’immagine delle donne nei media
12. Pedagogia della differenza
13. Autogoverno come pratica politica
14. Sessualità e autodeterminazione

Una sfida di economia condivisa
Infine, in vista di questo incontro nazionale, vogliamo proporre a tutte una pratica di condivisione dell’economia, e riappropriarci di questa parola – oggi carica solo di significati negativi – in quanto nostra esperienza di comunità. Ci preoccupa infatti che i costi necessari per raggiungere e alloggiare a Paestum possano scoraggiare, o addirittura impedire ad alcune donne di partecipare. In questo incontro vorremmo quindi proporre un esempio di economia del dono, che rinsaldi le relazioni di fiducia tra noi e che sia effettiva pratica di cooperazione. Ci rivolgiamo a tutte le interessate all’incontro, e anche a chi desidera che esso si possa attuare il più ampiamente possibile, al di là della propria personale partecipazione. Per far esistere Paestum 2013 è costituito il Fondo “Paestum: economia delle relazioni tra donne”: con gli introiti saranno ridotti i costi di partecipazione per chi ne farà richiesta. Vogliamo proporre questa come una pratica che si oppone alle logiche patriarcali del profitto e della competizione, e dare vita a un esempio virtuoso di cura delle relazioni.

Anna Maria Bava, Barbara Cassinari, Chiara Melloni, Elena Marelli, Elisa Costanzo, Gabriella Paolucci, Giulia Druetta, Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Laura Colombo, Maria Bellelli, Nadia Albertoni, Rosalba Sorrentino, Sabina Izzo, Sara Gandini, Silvia Landi, Stefania Tarantino, Tristana Dini, Valeria Fanari

Etichettato sotto
Qualche tempo fa avevo parlato della pubblicità della Desigual perché in qualche modo, con tutti i distinguo del caso, mi era piaciuta. Rappresenta persone, giovani perché il target è quello, e ci mette dentro corpi, sessualità, un vibratore che dice che una donna può regalarsi piacere prima di uscire di casa al mattino.

Bene. E’ stata colpita dall’ingiunzione dello Iap perché giudicata “indecente”.

Ovvero: pubblicità in cui i ruoli delle donne, di mogli e madri, sono sempre lì a rappresentare la morale catto/fascista di questo paese non le ingiunge nessun@. Dove c’è una rappresentazione di una donna sessuata e finalmente sganciata da stereotipi sessisti che la mostrano solo come accessorio alla sessualità etero/maschile invece si ingiunge.

E se questo è quello che può fare lo Iap, al quale io ho sempre detto che non avrei affidato la mia critica sessista per vedere sanzionato alcunché, giacché odio le censure in generale, cos’altro potrebbe fare una commissione ministeriale (immaginate chi potrebbe esserci…) che per disposizioni di legge, proposta da donne del Pd, inaugurerebbe la stagione di pene detentive e multe salatissime?

A me sembra necessario a questo punto fare partire una campagna che sia contro la censura, il moralismo, ogni genere di autoritarismo che riguardi la pretesa salvezza/difesa delle donne. Una campagna che si chiami #NoGrazieMiSalvoIo o #MiSalvoDaSola o #MiSalvoIo o #NonHoBisognoDiEssereSalvata o #SonoUnaDonnaAutodeterminata o quello che volete e che racconti come in Italia, in questa pretesa unità tra donne, l’unico elemento unitario che davvero abbiamo deciso di ignorare, quello che dovrebbe mettere in piazza tutte e tutti, è il rispetto per l’autodeterminazione di ciascun@ e il fatto che nessun@, mai, può e deve imporre la propria morale all’altr@.

Senza rispetto per l’autodeterminazione, senza la consapevolezza che siamo tante e diverse e che nessun@ può decidere al posto nostro chi siamo, da cosa ci sentiamo ferite, quali direzioni e scelte vogliamo intraprendere, non ci può essere alcun percorso comune. Si apre, e per quello che mi riguarda si è aperta già un po’ di tempo fa, una stagione di conflitto – perennemente rimosso – ove ciascun@ avverte il peso di una morale normativa sulla propria pelle. Peggio è se quella morale normativa arriva da un preteso femminismo che somiglia sempre più ad una delle tante religioni integraliste delle quali pure, in senso laico, vorremmo liberarci.

Ecco. Qualunque sia la tua scelta, qualunque sia il tuo sentire, tu devi avere la possibilità e le garanzie necessarie per poter vivere, esistere, senza sentirti perennemente additata da chi da un lato ti dice che se ti spogli è male perché è peccato e/o provochi i molestatori e dall’altro ti dice che se ti spogli per scelta comunque non è ok perché saresti vittima di qualcun@.

Direi che è sufficiente. Andiamo avanti e archiviamo, per favore, questa stagione di istanze pseudofemministe mediaticamente guidate per il bene di un partito o più d’uno. Non ce le vedo davvero quelle del Pd nel ruolo di pasionarie che sfidano i poteri forti per difendere la mia pelle. Non mi interessa che guadagnino punti su concetti unificanti e generici che parlano di corpo nudo. Mi interesserebbe di più si concentrassero sui ruoli che ci assegnano e in questo momento l’unico ruolo che mi stanno stanno assegnando è quello di una imbecille che non sa produrre da sola le proprie istanze e le proprie rivendicazioni.

Esigo strumenti perché #MiSalvoDaSola e a modo mio, qualunque sia la mia scelta. Esigo strumenti e garanzie e non tutele. Sono soggetto e non oggetto (di Stato). Questo è il primo riconoscimento che mi deve essere concesso. Perché altrimenti non c’è molto altro da dire.

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